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Ripresa, studio e messa in crisi #arte #lavoro [#riflessione]

Da giorni ho ripreso la lettura dei portfolio di alcuni artisti che vivono in Abruzzo finora a me sconosciuti.

Mi stupisco di come mi aiutino a capire chi sono e quale bagaglio si portano dietro nella loro formazione, negli stacchi che applicano ai loro percorsi di progressione nel tempo.

Ogni volta, nell’esercizio di decostruzione delle loro opere o dei progetti, la paura più grande è di scivolarci dentro, gettare nelle loro mani le mie proiezioni e per questo compiere una azione che per loro possa risultare di troppo, un troppo che per me risulta come un plagio e che mi frena di brutto perché non ho nessuna autorizzazione nel dire cose che vanno oltre il loro immaginato.

Alcune sere fa ho seguito un diretta di Michela Murgia e Chiara Valerio. Era stata fatta in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Teresa Ciabatti. Alcuni degli argomenti di dibattito sono stati proprio quelli dedicati alla proiezione e alla percezione. La Valerio mi ha portato a questa idea, anche io come lei ho la tendenza a non immaginare i personaggi brutti nella letteratura. In generale ho una tendenza a guardare sempre gli aspetti positivi delle cose nonostante alcune scene possano risultare atroci o beffarde e maledettamente fastidiose.

Ad esempio, mi capita spesso nella realtà di incrociare persone a dieta. Io mica ci faccio caso al dimagrimento o al fatto che una persona sia ingrassata. Per me la persona è completa, non va a sezioni, e se in quel momento decide di stare come si presenta, perché dovrei intervenire e dire qualcosa che potrebbe essere inopportuno?

Tipo a me quando dicono che sono dimagrita, mi fa ridere. Su che base mi valuti? Vuoi che io ti dica quanto tu sia bella/o e magra/o? Facciamo prima così e tagliamo la testa al toro.

Nel caso degli artisti la situazione è la stessa, chiedono ascolto e hanno diritto di voce, ma la loro voce, non lo mia o quella di un qualsiasi curatore. Tirare fuori la voce è una cosa tostissima – e per me – serissima.

Quando immagino il mio lavoro lo vedo come un meccanismo di sollevazione del dubbio, se io inizio a dare le risposte a loro, a quello che vogliono comunicare significa che ho sbagliato vita e mestiere.

No?

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