img - presa al web

Trick [#pause]

artisti, attualità, costume, cultura, giovedì, musica, politica, società, spettacolo, tecnologia, videoarte, vita
Io mi sento fortunato
Alla fine del giorno
Quando sono fortunato
È la fine del mondo
Io sono un pazzo che legge, un pazzo fuorilegge
Fuori dal gregge, che scrive “scemo chi legge”

Ghali
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Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate, olio su tela (82x114 cm), 1885, Museo Van Gogh di Amsterdam (web)

Fontamara – Ignazio Silone #libri #mondadori #pointofview [#recensioni]

attualità, cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri, politica, quotidiani, Studiare, viaggi

Quando ero adolescente avevo il vizio maledetto lasciarmi pilotare nei gusti da artisti che stimavo. Si creava una concatenazione di acquisti impressionante che collegava libri e musica per la maggior parte dei casi ispirata dall’incontro/scontro di copertine e testi.

Quella stessa magia è arrivata con Ignazio Silone, accaduta mentre visionavo un video curato da Francesco Paolucci intitolato Sulle tracce di Fontamara. La sua regia offre un’immagine equilibrata ai sentieri descritti dall’autore nel 1930. Ha raccontato, in breve – secondo il mio punto di vista – caratteristiche di un Abruzzo che ha un potenziale enorme nella costruzione di valore turistico. Un’apertura integrata che vira alla accoglienza sotto un’altra chiave interpretativa: la conoscenza letteraria. Ha messo al centro le risorse naturali della montagna, la sua gente, partendo da possibilità alternative che possono offrire risvolti nella creazione di percorsi, servizi e strutture, mantenendo inalterata l’identità del racconto e quello della sua terra.

 

 

Fontamara (Mondadori, 1949) è un testo che ho letto quando ero ragazzina. Avevo dimenticato il suo contenuto. Dopo la visione ho sentito la necessità di sfogliarlo di nuovo. Nella mente era rimasta una brutta etichettatura di quei protagonisti cafoni che oggi sento miei nella più totale radicalità. Ripercorrere le pagine ha significato trovare una rassicurazione, e permesso di riscoprire cose rimosse o mai memorizzate .

Ignazio Silone è nato qui, in provincia di L’Aquila, dove ha perso i suoi genitori nel terremoto del 1915, costretto a una vita che lo ha messo a dura prova. Ha partecipato alle lotte contadine e operaie. Ha ricoperto importanti cariche nel Partito Socialista e in quello Comunista. E’ stato costretto a fuggire in Svizzera per salvarsi dalla polizia di regime. Il suo impegno politico ha visto un ripensamento quando lo Stalinismo conquistava consensi e potere. Da quel momento ha abbandonato il partito e trasformato la sua percezione delle cose in una forza che si è riversata nella letteratura attraverso la denuncia in un’azione dal grande valore morale.

Fontamara è il simbolo del suo percorso; un testo che ha avuto un enorme successo, tradotto e distribuito in più lingue nei paesi più poveri del terzo mondo. La sua storia nasce da una finzione-testimonianza quando si presentano alla porta dell’autore tre fontamaresi che raccontano, a loro modo, quello che era accaduto in questa porzione di territorio abruzzese. Persone che rappresentano tutto e tutti, senza confini, perché fame, tempo, sopruso e menzogna, non hanno linee tracciate, non si schierano solo nella adesione a una bandiera, non si comprendono se gli strumenti del dialogare non sono gli stessi, della medesima portata, tra in chi ha vissuto determinate esperienze e chi le ha solo ascoltate senza attraversarle in prima persona.

Silone è portavoce di un popolo che conosce, che gli appartiene, del quale comprende le sfumature linguistiche e che osserva da lontano grazie alla memoria. Ha un quadro chiaro della Storia e dei suoi accadimenti, rende i villani protagonisti per la prima volta nella letteratura italiana e dichiara:

Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna, che della città, è ora un termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”.

Nel 1930 è scritta una bomba ad orologeria che irrompe e mostra il potere della lotta tra pari, una guerra tra chi si dichiara di appartenere a una divisa e chi, tra ignoranza e presa in giro, si salva nella fratellanza nonostante la piega degli eventi e dei torti subiti. Ogni singolo frammento è dotato di uno spazio di riflessione che trattiene il lettore saldo alla fedeltà della pagina. La stesura in prima persona trasporta in dinamiche che iniziano dall’analfabetismo all’imbroglio, passano per la giustizia, la religione, l’egoismo, la connivenza tra poteri e individui.

Oggi è il 18 maggio 2017. Nel 2009 è iniziata una frammentazione spaventosa del Centro Italia che ha visto in 8 anni incrementare ed estendere una crepa che ha abbracciato più regioni vicine, quasi fraterne seppur diverse tra loro per mille peculiarità. Una redistribuzione geopolitica spaventosa, nel cuore della prima grande crisi economica del ventunesimo secolo.

Che cosa hanno in comune tutte queste storie?
Che significato ha un libro come Fontamara nella nostra contemporaneità?

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989 ph. Amalia Temperini

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989
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L’ARMINUTA DI DONATELLA DI PIETRANTONIO, SABATO 25 MARZO, EMPATIA BAR & LIBRI – TERAMO (presentazione) ph. Amalia Temperini

L’Arminuta, Donatella Di Pietrantonio #libri #einaudi #pointofview [#recensione]

cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri

Poche settimane fa sono stata invitata dai librai di Empatia di Teramo alla presentazione del libro L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017).  Ho colto l’occasione per acquistarlo direttamente mentre l’autrice ne parlava davanti a una folta folla che la ascoltava con viva sincerità.

Non si tratta di un romanzo facile: è duro, ha una scrittura scolpita, come la lenta narrazione iniziale, che spicca in un secondo momento il volo nella maturità di osservazione della protagonista: una ragazzina che vive negli anni ’70 in una regione in cui la linguaidentità e appartenenza – rappresenta un divario, la lotta, il rifiuto del proprio Sé. Una resistenza che rallenta di molto la progressione in lettura, tanto si spinge L’arminuta a non accettare la sua nuova dimensione di vissuto.

Il tema è quello del dono: io figlia sono destinata a un’altra persona, cresco con chi credo sia il mio punto di forza per poi scoprire, al ritorno, che tutto cambia, rovescia, ribalta secondo un ordine preciso, ristabilito attraverso un trauma che predispone i valori alle priorità.

Il senso trova la sua misura nell’autentico, in quello ci che procrea, che seppur tradisce, difende e recupera la via nonostante la mancanza di strumenti culturali. Elementi che concedono possibilità in più, aperture, riflessioni sviluppate da una verità unica se modellata sulla propria esperienza.

Fogli intrisi di rabbia, dolore e umiliazione, incestuosità, elementi che cambiano le cose quando l’anima si risveglia nel giusto, in quel passo necessario incalcolabile che la vita impone, quando la maturità diventa protagonista e permette di distinguere gli egoismi dalla natura umana nel trovare un coraggio, quando il tutto si compie attraverso una rinascita armonica delle volontà.

Lo stile scavato, rudimentale, graffiante, trasporta chi legge nel cuore di un dialetto aspro, quello della sopravvivenza, della velocità di un percorso territoriale che segna un disorientamento, le differenze, le opposizioni che si contraddistinguono specularmente in due sorelle che imparano a conoscersi e ribellarsi, ognuno a suo modo in due mondi distanti, magici, rituali, complementari e complici, racchiusi in un viatico distribuito tra mare e montagna in una terra madre e matrigna: l’Abruzzo.

 

Pi lu mal chi ti’ tu, ji la midicin ni lli tinghe – ha confessato senza colpa.
Ha sollevato la mano, guardandola nella sua impotenza,
poi l’ha riportata giù a quel che poteva dare, una ruvida carezza”

 

 

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi, 2017
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Mimmo Jodice, Imago Mundi, Luciano Benetton Collection Doni, Authors from Campania, giovedì 12 aprile - Museo Madre - Napoli

Imago Mundi, Luciano Benetton Collection, Doni – Authors from Campania, giovedì 12 aprile – Museo Madre – Napoli #arte #vernissage [#mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, cultura, eventi, fotografia, mostre, turismo, viaggi

12 aprile-8 maggio 2017

Imago Mundi – Luciano Benetton Collection
Doni – Authors from Campania

Pittura, scultura, performance, video, installazione, fotografia: un’esplorazione delle arti contemporanee in Campania attraverso le opere di 143 artisti 

Accademia di Belle Arti di Napoli, Via S. Maria di Costantinopoli 107, Napoli
incontro: giovedì 12 aprile, ore 11.30 (Aula Magna)

Museo MADRE, via Settembrini 79, Napoli
inaugurazione: giovedì 12 aprile, ore 18:00
(Sala delle Colonne, primo piano)

 

Dal 12 aprile all’8 maggio 2017 il museo MADRE di Napoli ospita Doni – Authors from Campania, un’esplorazione della produzione artistica attuale in Campania attraverso le opere di 143 artisti, nell’ambito di Imago Mundi, il progetto non profit di arte contemporanea promosso da Luciano Benetton in cui artisti di tutto il mondo, affermati ed emergenti, si misurano con lo stesso supporto, una tela di 10×12 centimetri.

Per la prima volta, il progetto in progress Imago Mundi dedica questo suo capitolo (a cura di Chiara Pirozzi) esclusivamente ad una singola regione, la Campania, in cui si sono avvicendati per millenni popoli e culture diversi, dai Greci agli Etruschi e ai Romani, dai Bizantini ai Longobardi e ai Normanni, fino a Francesi e Spagnoli, e oltre. La Campania oggi è il crogiolo vivace, stupefacente e affascinante di queste articolate radici storiche, culturali, artistiche a cui Imago Mundi rende omaggio con la presentazione al museo MADRE di Doni – Authors from Campania, in cui le contaminazioni e i richiami, le intersezioni e i nomadismi di un’esperienza culturale antichissima e unica rivivono nell’attualità della ricerca artistica proposta della scena campana contemporanea.

Pittura, scultura, performance, video, installazione, fotografia: le molteplici forme espressive dell’arte contemporanea sono presenti e analizzate in questa collezione, che idealmente ruota attorno al concetto di “dono”: al dono delle singole opere da parte degli artisti fa da contraltare il dono dell’accoglienza nel caleidoscopio globale e democratico di Imago Mundi, in cui le opere si nutrono della loro bellezza e unicità e al contempo godono del riverbero del mosaico colorato, autentico e appassionato di cui fanno parte, nel rispetto dello spirito ideale del progetto complessivo.

L’apertura della mostra sarà preceduta, giovedì 12 aprile (ore 11:30, Aula Magna), da un incontro di studio dal titolo “L’Arte del Dono” che si terrà presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. L’approfondimento trae spunto dal tema proposto dalla raccolta campana declinando, attraverso differenti approfondimenti disciplinari, le logiche sottese all’atto del “donare” che intreccia teorie e pratiche, profilo storico e dinamiche contemporanee, traducendosi in spunti possibili sulla comprensione di quale valore abbia oggi, in un’epoca di migrazioni e transiti, l’etica della reciprocità e dello scambio, un vivere civile che proceda di pari passo a temi come l’accoglienza e il rispetto. All’incontro partecipano il direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli Giuseppe Gaeta, il direttore del museo MADRE Andrea Viliani, il docente ordinario di Sociologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II Gianfranco Pecchinenda, la docente di Estetica all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale Elena Tavani, e il duo artistico napoletanoAfterall. Modera Chiara Pirozzi, curatrice, nell’ambito del progetto Imago Mundi, di Doni – Authors from Campania.

Imago Mundi è il progetto non profit di arte contemporanea promosso da Luciano Benetton: artisti di tutto il mondo, affermati ed emergenti, si stanno confrontando con lo stesso supporto, una tela di 10×12 cm; fino ad ora sono stati coinvolti 20.000 artisti da 120 Paesi, regioni e popoli, che diventeranno 26.000 entro la fine del 2017. La ricerca degli artisti di Imago Mundi è promossa attraverso i cataloghi, la piattaforma imagomundiart.com e la partecipazione a presentazioni organizzate in collaborazione con istituti privati e pubblici, in tutto il mondo: da Venezia (Biennale di Venezia e Fondazione Cini, 2013 e 2015) al NOMA Museum di New Orleans (2014-2015), dal Belvedere di Vienna (2015) al Pratt Institue di New York (2016), dalla Cina, dove Imago Mundi è impegnato fino alla fine del 2019 in un tour itinerante, a Palermo, dove la presentazione dedicata alle 21 collezioni dei Paesi del Mediterraneo ha inaugurato il percorso espositivo del 2017.

Per informazioni:

Imago Mundi – Luciano Benetton Collection
Doni – Authors from Campania

Pittura, scultura, performance, video, installazione, fotografia: un’esplorazione delle arti contemporanee in Campania attraverso le opere di 143 artisti 

Accademia di Belle Arti di Napoli, Via S. Maria di Costantinopoli 107, Napoli
incontro: giovedì 12 aprile, ore 11.30 (Aula Magna)

Museo MADRE, via Settembrini 79, Napoli
inaugurazione: giovedì 12 aprile, ore 18:00 (Sala delle Colonne, primo piano)

12 aprile-8 maggio 2017

tel 081.19313016 (lunedì-domenica, ore 10:00-19:00)
www.madrenapoli.it

Ufficio Stampa Accademia di Belle Arti di Napoli:
Costanza Pellegrini
ufficiostampa@abana.it
339 725425

Ufficio Stampa Madre:
Luisa Maradei, ufficiostampa@madrenapoli.it – 335 5903471

Relazioni Esterne Imago Mundi:
martina.fornasaro@imagomundiart.com – 338 6233915
barbara.liverotti@fabrica.it – 0422.515372
www.imagomundiart.com

*Comunicato stampa

Sue Lyon and James Mason in Lolita directed by Stanley Kubrick, 1962 (web)

Lolita? Jerry Saltz e Nabakov #associazioni #libri #streetart #fotografia #arte[#riflessione]

arte, arte contemporanea, cultura, giovedì, recensioni arte

Questa settimana non volevo scrivere nulla. Qualcosa è scattato quando ho visto la foto di Jerry Saltz – il famoso critico d’arte americano – sulla sua pagina facebook.

Jerry Saltz, Ninth Ave. Chelsea NYC.

Un aborto. Non un parto. Ho immediatamente associato Lolita, libro dell’autore russo Vladimir Nabakov (Mondadori, 1959). Questa connessione è partita pensando a come lo scrittore abbia sviluppato una trama in inglese e in un secondo momento sia stata tradotta da lui stesso nella sua lingua madre. Non ho guardato alla pornografia dell’atto di presunta denuncia streetart sulla contemporaneità dei fatti politici, quanto alle ragioni che ci sono dietro un volume che ha generato negli anni della sua uscita scandalo e fama a un creatore già di suo affermato. Ho ripercorso lo stile allusivo e affabulatorio in una eleganza mai espressamente diretta, fastidiosa tanto vera. Ho ripensato a come quel testo raccontava questa sorta di anomalia endemica dell’inseguimento che c’è tra paesi della vecchia Europa rispetto a quella gioventù americana, fresca, frivola, apparentemente leggera che oggi non c’è più (o forse è solo esasperata, ramificata e amplificata in tutto il mondo).

Nella posa realizzata da un artista a me sconosciuto ho visto ritratti due adulti in un gesto che potrebbe essere considerato offensivo, se non fosse che lo stereotipo dell’omosessualità calcato racchiude l’idea di un film commerciale degli anni novanta (I Gemelli, con Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito). Non una briciola che prenda ispirazione da Humbert Humbert impoverito dalla voracità di un desiderio sconosciuto verso una ragazzina.

Chissà come oggi, lui, Nabakov, appassionato sviluppatore di cruciverba, tratterebbe questo grande enigma sul presente? Penso che la letteratura sia ancora uno strumento vivo, capace di fermare chi legge un attimo prima, rispetto all’immagine (cinematografica/fotografica/pittorica), che proietta immediatamente a un dopo, grazie a quell’istante.

Paul Strand, Blind, 1916 (web)

su Lolita, qui e qui.
su Paul Strand, qui e qui

CONDUIT di Antonio Zappone #arte #mostre #pointofview [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, cultura, mostre, recensioni arte, turismo, viaggi

E’ già passata una settimana dalla fine della mostra Conduit di Antonio Zappone alla Galleria Cesare Manzo di Pescara, dove la rappresentazione e il riconoscimento sono stati i due temi portanti evidenziati e accompagnati dal testo critico a cura di Giacinto Di Pietrantonio.

Si è trattato di un progetto in cui la dimensione fotografica, pittorica, scultorea e relazionale, ha incontrato una azione di gioco performativo strutturato in diversi step, dove la cancellazione ha assunto un tono di sfocatura che ha permesso il compimento effettivo dell’incontro distante tra testo e immagine, e la sua riuscita attraverso il classico meccanismo contemporaneo di appartenenza concettuale.

Il dubbio che rimane dopo aver visionato opere e allestimento è se la intenzione dell’artista sia stata di ricercare una verità nell’immagine (un significato in più) o rimanere immobile a contemplare in devozione ciò che lui ha pensato. I termini impressi dal pubblico che ha interagito coi lavori, gli spunti offerti, gli elementi di stimolo, nel rapportarsi alle pitture, hanno fatto da cornice, guidato – o condizionato – nei momenti di passaggio e fruizione dei singoli lavori.

La dimensione ludica creata ha attutito una sorta di atto iconoclasta che si è rivelato con la strutturazione di un nascondimento dell’immagine originale: un doppio strato la cui base ha visto protagonista una stampa dedicata a una scultura su cui si è compiuto un gesto pittorico, di deformazione, fluido e in continuo movimento.

Antonio Zappone sembra aver lavorato in una condizione di immersione, come se i suoi quadri fossero nati in una camera oscura nel processo di sviluppo analogico nel momento in cui la pellicola entra in contatto coi solventi; quando una fotografia si trova a prendere una identità, una connotazione, che in questo caso è rimasta aperta a (e dai) commenti degli osservatori attraverso una parola scritta, ingessata sulle pareti.

La mostra è stata un pentagramma/prigione dove il pensiero collettivo si è accorato a una musicalità influenzata da effetti insospettabili, rotture e rumori, drammaticità e ironia, che restituiscono narrazioni, ambientazioni e percezioni presenti, ma assenti nell’atto di generazione, rivelando quanto siamo inconsciamente sottoposti al potere delle immagini, alla mancanza di un ascolto che ci accomuna e diversifica tutti, stabilendo al maestro orchestrante punti di ispirazione su cui riflettere, totalmente diversi rispetto alla idea concepita in partenza, e pronti per stendere nuove campiture per nuove partiture.

 

Antonio Zappone
CONDUIT

Testo critico di Giacinto Di Pietrantonio

Inaugurazione:
Sabato 26 Novembre 2016 ore 18.30
Fine mostra:  8 dicembre 2016

Galleria Cesare Manzo
 Via Galileo Galilei 42 – Pescara

Articolo blog a cura di Amalia Temperini
Ph. credit Amalia Temperini e Galleria Cesare Manzo

 

 

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À. Heller Z. Baumann, La bellezza (non) salverà il mondo #recensione #libri #letture #riflessioni [#pointfoview]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, filosofia, letteratura, politica, tecnologia

Da un po’ di tempo vedo risorse nella storia del pensiero in una parte mondo invasa dalle più grandi ideologie contemporanee novecentesche, soprattutto quella venuta giù col crollo del Muro di Berlino (1989). Sono convinta che il disturbo proveniente dal comunismo sia una della barbarie da cui partire per indagare, e ogni volta che penso a questo momento affiorano alla mente passaggi di Gustav Herling, quando racconta dei calci dati, di notte, alle porte delle vittime racchiuse nei gulag sovietici, per opera dalle sentinelle russe. Condizioni descritte dall’atroce narrativa di quel libro che è Un mondo a parte (Feltrinelli, 2010).

La bellezza (non) non salverà il mondo è un dialogo avvenuto a Bolzano. Un saggio breve che trae i suoi punti di vista sulle culture internazionali all’interno di un progetto intitolato I dialoghi della pace. I protagonisti di questo incontro del 2014 sono due personalità che hanno attraversato il Novecento con lungimiranza: Àgnes Heller (Budapest, 1929) tra i massimi esponenti della filosofia bulgara e Zygmunt Baumann (Poznan, 1929) noto sociologo polacco.

Il testo ha una introduzione che amplifica molto bene i punti trattati: il primo è il concetto di sublimazione. La chiave interpretativa è data secondo significati aperti  e scissi tra impostazioni differenti nei concetti di autolesionismo  (Sigmund Freud) e interruzione di una ripetizione (Jacques Lacan). Si parte da qui per evidenziare due linee distinte di indagine: una salvifica (Heller) l’altra distopica (Bauman).  Si parla di foglioline impazzite: semi in cui la gioventù dei nostri giorni è disorientata; incapace di una visione progettuale/politica nel lungo periodo. Persone che occupano le piazze a sciami, e come tali disperdono. Spingere in modo perentorio su questo versante vuol dire accostarsi alla soglia del kitsch e alla decadenza. La soluzione sarebbe quella di spezzare la catena di una dipendenza ossessiva, ma per questo occorre solo volontà.  Tra gli esempi citati dagli autori esiste un riferimento al Faust di Wolfgang Goethe, in cui il protagonista per salvarsi dal suicidio rinnega le parole del sigillo instaurato col diavolo.

Da Heller a Bauman si cambia posizione. Lo studioso polacco si focalizza verso l’asprezza di pensiero che rappresenta la nostra società: la distopia*.Si parte dal concetto di bellezza scisso tra naturale e generato dall’uomo (artista/artigiano) e pone un quesito fondamentale: le arti impressionano o cercano di impressionare?

Mi chiedo, come si faccia a stimare un lungo periodo nell’epoca della velocità, quale sia il suo metro di riferimento. Per poter capire bisogna tener conto di cosa? economia? innovazione? tecnologia? mutamenti sociali? il concetto stesso di maturità? gli specchi? Se la caduta delle ideologie novecentesche ha generato una tempesta, fatto crollare tutti gli elementi partecipativi delle rivoluzioni/manifesto degli anni ’60/’70, oggi, cosa rimane? Se cerco di guardare i gruppi di combattenti imperiosi delle sinistre, la realtà che si presenta ai miei occhi è di un raduno di persone che si abbandonano seguendo un sogno utopico di progetto comune, solitudini che si incrociano nel desiderio per illudersi e sbranarsi una volta arrivati alla meta. Una bruttura, senza precedenti, che fa riflettere molto su tre concetti cui tengo molto: responsabilità, condivisione e partecipazione. La vita politica odierna sembra come l’opera strategica di Christo sul Lago d’Iseo (The floating pierce): vedo, vado, ma non so dove. La perdita di un cardine, la mancanza di una stella di riferimento, pur sapendo che la Polare è lì. Si avverte una forte dispersione, quello che potrebbe essere identificato come azzeramento confine? o è il superamento di un limite?
Per poter stabilire un giudizio di gusto/appartenenza a qualcosa, dovrei, dobbiamo, dovremmo, avere dei criteri di fiducia costruiti in canoni. E se il canone è in crisi?
Si sta vivendo un momento in cui sta avvenendo un cambio di percezione attraverso i segmenti di virtualità e la messa in discussione di un codice di ordine rinascimentale. Si pensi alle arti visive, al semplice atto di usare la matita per rappresentare. Oggi, quella stessa matita, diventa dito su schermo toccato.

Che cosa hanno in comune questi due modi di rappresentare?

Michelangelo Buonarroti, La creazione di Adamo, 1511, affresco - cappella Sistina, Roma (immagine presa dal web)

Che cosa hanno in comune questi due modi di rappresentare con il comunismo?

Buona lettura.

Àgnes Heller
Zygmunt Baumann,
La bellezza (non) salverà il mondo,
Casa editrice Il Margine, Trento, 2016

hellerbauman1

 

W.I.P. di Amalia Temperini, volutamente senza fonti.
Scritto in sala, a penna poi digitalizzato tra il 2 e il sei ottobre 2016.
Ri – organizzato in web.

Valentina Colella …e poi accadde il bianco! #arte #mostre [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, mostre, recensioni arte, videoarte

Sabato 17 settembre ho partecipato al vernissage della mostra a cura di Vittoria Biasi…e dopo accadde il bianco!” di Valentina Colella (Sulmona, 1984).

Ospitata al Museo Laboratorio di Città Sant’Angelo (PE) fino al 25 settembre scorso, ha un percorso che chiude una fase di lavori importanti che segna la vita dell’artista, sviluppato su tre tappe che anticipano una residenza a Cape Town, in Sudafrica, per il Progetto ARP promosso dal Centro Luigi Di Sarro di Roma.

“… e dopo accadde il bianco!” è un ordine intimo racchiuso in silenzio. Cammino, storia narrata, che ribalta, recupera un senso, una pausa, attraverso una creazione resa possibile da una serie di slanci, di osservazioni maturate nei punti color fucsia, tipici e identificativi dell’artista.

La mostra sembra svilupparsi in due sezioni: dal caos alla presa di coscienza, con uno sguardo amplificato e costruito in totale movimento. Stacco e scatto, in questa ricerca, si sposano a una forte componente minimale, ossessiva, numerata, votata alla necessità di rivelazione. Una ricomposizione, un addio, una sepoltura che passa da accumuli a cumuli di tele, fogli e pietre, alla organizzazione degli stessi in modo maniacale, in una volontà di ripartenza nel mettere fine a una condizione di assenza. Il materiale si ricompone in testi, libri, pagine, che mimetizzano e coordinano l’argomento portante di tutta l’esposizione: il volo.

Analisi e unità, scavate in memoria, tessute in connessioni reali in un dialogo contemporaneo tra tecniche differenti, superano limiti, reti e confini, e da un territorio di origine si innestano in una virtualità sensoriale estesaindefinita.

L’artista compone e assembla una quiete armonica che accompagna in audio il volgere del tempo; i tempi di fruizione e dedizione con cui ha realizzato i singoli interventi sono strutturati come se la natura fosse nutrimento e certezza, durata in suono, suo radicamento (#, 2015, video 4’38” ).

L’allestimento ha punti di forza nella comprensione del tema, ma nel camminamento è stato lasciato un disegno di una poiana posta verso l’alto situata nel penultimo varco di accesso alle stanze del museo (Attesa, 2016, disegno su carta, 100 x 70 cm). Debole nel tratto, rispetto all’intera proposta, offre una fragilità discorsiva libera da presunzione.

L’anima di Valentina Colella si fa testimone di una disillusione amplificata, circolare, raggiunge una sintesi concettuale netta nel mix di videoarte e installazione con l’opera – 3 ore 21′ 11″ (2016, video 5’09”).

La mostra raggiungerà nei prossimi giorni l’Istituto Italiano di Cultura a Colonia, in Germania, per poi tornare in Abruzzo, dove completerà il suo corso al Museo Regionale dell’Emigrante “Pascale D’Angelo”, nel comune di Introdacqua (AQ).

 

… e dopo accadde il bianco!
di Valentina Colella
a cura di Vittoria Biasi

17 -25 settembre 2016

Museo Laboratorio – ex Manifattura Tabacchi, 
Vico lupinato 1, 65013, Città sant’Angelo (PE)

Coordinamento:

Enzo De Leonibus

www.valentinacolella.com

www.museolaboratorio.org

Photo credit:
Luciano Onza

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Arte e Pubblico – E. H. Gombrich

arte, artisti, comunicazione, cultura, eventi, fotografia, leggere, letteratura, libri, mostre, quotidiani, rumors, Studiare, tecnologia, Università

Eccomi qui, in Abruzzo nevica (o almeno fino a poche ore fa era così). Stamattina era tutto bianco e faceva un freddo tremendo, sono uscita fuori a fare due passi col cane e ho trovato lastre di ghiaccio ovunque. Oggi non guiderò l’auto neppure se hanno intenzione di pagarmi.
Ho approfittato del tempo per rileggere gli appunti presi sul piccolo volume di Ernst H. Gombric, Arte e Pubblico, terminato alcuni giorni fa. Una lettura essenziale, asciutta, molto critica, con una forte premura per il lettore non abituato a certe tematiche.

Al cuore del progetto è posto l’artista, affiancato da esperti e utenti comuni. L’autore stabilisce un limite, permette di capire come nel corso dei processi storici si siano verificate trasformazioni senza le quali molte idee non sarebbero progredite, e pone, al centro della discussione, l’attenzione verso il progresso, cioé l’esatto momento in cui è l’evoluzione di pensiero ha permesso alla tecnica scientifica di inserirsi ed essere una priorità secondo cui ogni cosa, nella sua fase di produzione, dovrebbe corrispondere al periodo che la rappresenta, e andare di pari passo a esso. Lo studioso afferma, in sostanza, che molti degli aspetti sorti nella ricerca del soddisfacimento dei bisogni estetici dei gruppi umani (artisti, esperti, pubblico) non sarebbero dovuti alla necessità di un dialogo di confronto, piuttosto a un innalzamento di muri costituito da cerchie.

L’idea che mi sono fatta, e che sembra suggerire, è questa: se noi riponessimo l’attenzione appagando solo le cose che conosciamo e ci rassicurano come singoli o come entità di persone, il gusto non si raffina, piuttosto si racchiude in una situazione fino alla sua castrazione. In pratica Gombrich vuole suggerirci che esistono molte forme di pensiero distinte che si ostacolano a vicenda per mancanza di apertura, e proprio questa assenza, potrebbe aver dato adito all’insorgenza del kitsch, inteso non come categoria estetica, ma a un dominio dell’uno sull’altro in fatto di gusto.
Un ragionamento che puo’ essere ricondotto in semplicità al seguente dialogo:

A: “Io ho questo”
B: ” Tu hai quello? Bene, allora io ho questo, e ho anche quello,  ma li potenzio all’ennesima potenza  così il mio è migliore di tutti e ti schiaccio perché sono il più forte a determinare la tendenza verso cui andare”.

Se si ragiona blandamente come le due righe stringate da me riportate poco fa, subentra l’azione psicologica dell’irrisolto, cioé un capriccio sfruttato per calpestare l’altro falsificando la natura delle cose ghettizzandole, stabilendo un marchio di riconoscimento e di appartenenza, chiudendo il significato stesso di arte ad una cerchia senza respiro.

In un certo senso l’attenzione di Ernst H. Gombrich mi pare non lontana da quella riposta nelle parole di Luca Beatrice in un articolo di alcuni giorni fa che trovate cliccando qui, da cui traggo le seguenti parole:

“Ai curatori italiani non interessa fare gioco di squadra. Convinti sostenitori della globalizzazione, di un’arte senza identità locale, sono abili manovratori di situazioni e carrieristi di professione. Tutto ciò che fanno è pro domo loro, cercano di non sbagliare una mossa o quantomeno di non compierne di azzardate e perciò preferiscono al limite ripescare vecchi e inossidabili maestri. Mentre occupano importanti posizioni nei musei internazionali, l’arte dei loro coetanei langue in una mediocrità assoluta. Non gliene importa nulla di valorizzare il patrimonio della loro generazione perché ciò non fa cassa e non restituisce abbastanza prestigio.Così i giovani artisti italiani, abbandonati a se stessi, il più delle volte agiscono da indipendenti, superano la figura del critico fedele e complice e si organizzano mostre ed eventi per i fatti loro. Ma questo è segno di grande debolezza, perché alla fine i critici somigliano a grigi burocrati, quando invece l’arte si è sempre fatta negli studi, nelle accademie, in luoghi disagiati e non troppo fighetti. Insomma se qualcuno dei nostri brillanti curatori di successo volesse spiegarci quale ricetta esiste per l’astenia e il malessere dell’arte italiana, gliene saremmo davvero grati.”

Che dire?
Buona lettura!

Giovani, carini e mosci?

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Ho letto l’articolo di Luca Beatrice tratto dal quotidiano Il giornale (clicca). Tralasciando le opinioni che ho di questo spazio di informazione e l’operato del critico, in alcuni sprazzi egli racconta una cruda verità:

E oggi? Per certi versi si fa fatica a capire quale sia la direzione del contemporaneo più attuale, e questo non vuole essere un richiamo alla nostalgia del passato, bensì alla consapevolezza che il tempo scorre per tutti e che forse gli strumenti per afferrare la realtà non sono più gli stessi di ieri.

“Innanzi tutto sono molto educati. Non se la prendono con nessuno, non hanno nemici, hanno tutti (almeno i maschi) barba e baffi scolpiti come gli hipster più modaioli, si vestono con attenzione al dettaglio, non teorizzano, elaborano degli unicum che presto potrebbero sostituire con qualcosa d’altro (o essere cambiati loro, da qualcun altro).La loro arte è molto gradevole, formale e inoffensiva. Assomiglia al risvoltino dei pantaloni sempre un po’ corti alla caviglia. Non si può non averlo, chi ormai indosserebbe un jeans largo e slabbrato? Gli americani hanno un modo molto efficace di definire queste opere: very nice. È l’arte del carino che si insinua, un’eleganza casual che sta bene con tutto, pulita, ordinata e di indubbio buon gusto. Se cercavi altro, ripassare più tardi ma non so quando.”

Tradotto ci sta dicendo che sono banali, incapaci, inetti, nel captare la vera essenza del contemporaneo come processo dotato di propri strumenti.
Gli artisti non sono in grado, in questo momento storico, di capire il loro tempo, perché perdono ogni momento a dimostrare, mostrarsi, più che mettere in discussione pensando più al personaggio che al cuore delle cose.
Dietro ogni persona c’è una radice che permette lo sfogo creativo, l’urgenza. Se imparassero a scavare, mettersi in discussione in modo costante, sperimentare la loro rabbia come soluzione, vivendo l’intero disagio di questo periodo in cui la società vive la stessa loro crisi, tenendo conto del loro vissuto, allora avrebbero veramente qualcosa da comunicare.
Decorativi, come da sottotitolo, è l’esatto uso del termine applicato, oggi.

Giovani, carini e mosci. L’arte diventa educata
I nati negli anni Settanta e Ottanta scivolano nel decorativo: non danno fastidio a nessuno e si vendono bene. Ma che noia

Le loro opere sono così, perché buona parte di loro è così: opere/persone da piazzare in un salotto, magari dietro un divano per farsi scoprire d’improvviso da chi mangia beato un pezzo di rustico, passando.

Link all’articolo.

Curatori – riflessione volante

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Leggevo l’intervista di Santa Nastro rilasciata dall’artista Luigi Ontani su Minima&Moralia (clicca). La parte che mi ha colpito di più è questa:

E i curatori?

Non sto facendo alcuna battaglia, ma constato che non sono d’accordo con i curatori, perché loro hanno preconcetti. Sono dei sudditi, non sudditi dell’idea, ma del sociale. Quindi propongono dei progetti che sono il loro punto di vista, anche quando sembrerebbe che stanno facendo qualcosa che appartiene a un panorama più ampio. Non è così, deformano la storia perché non sono interessati a chiarirla. Se devo essere polemico, lo sono con i curatori. E infatti sto evadendo delle mostre: non vedo perché devo essere fatto a pezzi dall’ultimo arrivato. Nessuno si comportava così. Anche i critici più esibizionisti esponevano le cose tenendo conto dell’idea dell’artista, invece i curatori di oggi non mi sembra che facciano questo.

Da diversi anni lavoro in questo campo, giro e leggo riviste di arte contemporanea. La cosa che mi risulta più difficile è quella di recensire una mostra, soprattutto se essa ha un impianto collettivo, proprio perché non si dimostra il presupposto, la costruzione di una riflessione oggettiva che vada oltre, si spinga oltre, faccia riflettere un visitatore comune che sceglie di visitare una esposizione (a pagamento o gratuita) per accrescere il suo sapere, il valore della propria coscienza. Il tema spesso è vago, gli artisti sono uniti con scopi indecifrabili tra loro come se mancassero criteri di coerenza, coesione e condivisione, il contesto è preso in considerazione in alcuni casi, in altri no, come se certe condizioni non fossero più necessarie.

A volte, penso di essere troppo esigente, e quando provo a scrivere, vedo che tutto avviene con molta sofferenza, rinuncio, poiché il cuore di quelle cose non è veramente arrivato al mio intimo. Perché sforzarsi sul nulla per il nulla?
Il problema c’è, esiste, e non lo avverto solo io, ma anche chi l’arte stessa la realizza, ed è confortante.

La dichiarazione che sto scrivendo non è certo una novità. E’ sistematico che chi ha più esperienza di me conosce le segrete vie della comunicazione e del modo di attrarre a sé un pubblico, ma l’occhio allenato nell’osservazione permette di rendersi conto che quando mancano dei riferimenti precisi nelle didascalie, e compaiono i nomi delle gallerie, si sta sottraendo un requisito basilare come quello della accessibilità alla conoscenza, soprattutto se le esposizioni avvengono in luoghi pubblici e senza pagamento di un biglietto.

Spesso rifletto anche sulle recensioni. Quasi nessuno tira fuori l’aspetto analitico, un punto di vista che si connetta col mondo e apra ad altre forme di dialogo, soprattutto in quelle riviste di settore che macinano giornalmente articoli come fossero caramelle. In alcuni casi, ho letto, addirittura, di stesure compiute da uno stesso curatore per la propria mostra oppure per un’unica esposizione ma su due riviste diverse con contenuti simili e non differenti firmati da uno stesso autore.
E’ una situazione davvero fuori controllo, soprattutto per coloro che si prestano a questo gioco al massacro senza retribuzione.

Mi chiedo sempre quali siano questi temibili personaggi che ci inseguono, ci fanno sentire fuori luogo in questa corsa, come se tutti dovessero dimostrare a qualcuno che esistono e meritano. Poi mi fermo e dico: << ma vaffanculo! >>.
La dignità è una cosa sana da preservare, occorre molto coraggio per resistere.

Oscar Luigi Scalfaro ha realizzato questa dichiarazione nel 1993, quando fu attaccato attraverso una sorta di manipolazione che voleva infangarlo per presunte tangenti.
Un discorso a reti unificate, non programmato.
Era il 3 novembre, il giorno del mio compleanno.
Avevo 12 anni.

Desidero/disprezzo

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Appunti di letture mattutine di apparente non studio:

Il soggetto desidera, ma non sa cosa. Nella sua fluttuazione d’animo, incrocerà un essere fornito di qualcosa che gli manca e che sembra dare a quest’ultimo una pienezza che egli non ha. Questa pienezza evidente, così vicina e così lontana, è ciò che propriamente lo affascina. Il desiderio non saziato del soggetto sembra porre sempre la stessa domanda al modello: «Cos’ hai tu più di me?» (per sembrare così felice, per avere una donna così graziosa, per essere preferito dalla direzione, ecc.).

Fissare la propria ammirazione su un modello, è già riconoscergli o concedergli un prestigio che non si possiede, ciò che equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano. Non è ovviamente una posizione delle più comode ma l’uomo che prova ammirazione e che attraverso essa invidia l’Altro, è innanzi tutto qualcuno che si disprezza profondamente.

René Girard e la Teoria del desiderio mimetico
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