Immagine presa dal web: http://www.nonsolocinema.com/

La pazza gioia di Paolo Virzì + Youth di Paolo Sorrentino #recensioni [FILM]

arte, attualità, cinema, cultura, film, politica, televisione

Torno per un attimo alla vecchia formula, sono stata troppo in silenzio negli ultimi tempi. Il materiale pubblicato è legato ad altro, un percorso differente e complementare della mia carriera professionale.

Quest’anno ho dedicato poco tempo ai film, ho evitato di andare al cinema. Una scelta ponderata, di risparmio, che da Carol di Todd Haynes è arrivata fino a La pazza gioia di Paolo Virzì, lasciando un buco in mezzo che non sento profondissimo. Ho scelto di pagare, per vedere, lavori con donne protagoniste, raccontante in modo diverso, in contesti  differenti, su temi eloquenti e attuali.

Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/La pazza gioia è stato incrementato da un articolo condiviso e firmato dalla scrittrice Teresa Ciabatti su facebook, un’analisi diretta, molto franca, che mi ha suscitato curiosità e spinto ad andare. Qui per il contenuto.

Il progetto di Virzì non mi ha fatto esultare, piuttosto riflettere e soffermarmi. Ho trovato la fotografia molto lontana dai miei gusti. Quando stavo visionando, mi sono resa conto di quanto con oculatezza estrema gli autori abbiano raccontato lo stato schizofrenico di un paese – il nostro – allo sbando, inserendo due figure femminili stridenti, capaci di evidenziare come siamo tutti in balia di qualcosa di più profondo, in un centro di recupero dove è difficile controllare le dinamiche intere, con strumenti e mezzi inadatti, nonostante un personale carico di umanità e di buona qualità.

Organizzato in momenti decisi e di stacco, il lavoro ha protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. In loro ho visto una destra malata, paranoica, con deliri di onnipotenza, e una sinistra che insegue l’isterismo di chi trascina, nonostante la chiara coscienza che si sta sbagliando, verso il baratro. Al cuore di entrambe è situata una disperazione che isola ed esula da ogni altro giudizio: il finale non rappresenta una chiusa di partito, scelta o adesione, piuttosto una pausa; una sana protezione dedicata a un bisogno estremo di recupero di fermezza, racchiuso in un bambino, figlio primigenio da salvare e/o proteggere per sopravvivere.

Non so se il valore sia stato quello di dire che le donne hanno una forza estrema, non so neppure se l’impianto sia femminista, ma ho trovato del giusto, del sano, un margine di respiro leggero, non diverso da come farei io, se dovessero capitare entrambe le situazioni – quegli stati psicotici –  alla mia persona. Un’anima mercurialis che parla e raccoglie, indica, fa di tutto, nel recuperarsi attraverso una volontà, straziata dalla propria solitudine, tramite un bipolarismo che vede e sente, riconosce una via giusta.

Un anno fa, ormai, qualcuno mi chiese cosa pensassi di Youth di Paolo Sorrentino. Neppure in questo caso andai in sala, non risposi a quel messaggio, ma ci ho sempre pensato, nel tempo. Ho atteso che venisse trasmesso da Sky cinema quando ormai il clamore si fosse abbassato e/o controllato. Di lui, dico di Sorrentino – chi mi conosce lo sa – apprezzo molto l’inserimento che compie nello sberleffo all’arte contemporanea. Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/E’ onesto e non si maschera dietro l’ipocrisia, spietato e ironico, grottesco, da buon napoletano, sceglie due protagonisti alla fine del loro tempo per raccontare lo stato di sclerotizzazione di maschi, che inseguono egoisticamente le loro strade sfruttando ogni mezzo per reprimere i loro vuoti. Due Maestri, un musicista e un regista, che si illudono, vivono per il proprio lavoro, narcisisticamente l’uno, e di solitudine l’altro, per proteggersi dalla melanconia, dalla sottrazione di qualcosa che li ha castrati: la fine di un mito.

Di tutto, ho apprezzato un’unica situazione, quando arriva lo svelamento – la pulizia di coscienza – nel discorso di simulazione interpretato da Michael Caine (il musicista). E’ un momento preciso che si svolge a Venezia, in una clinica/ospizio, una scena in cui fa credere di essere pentito e si scarica dalle frustrazioni di irresponsabile verso una moglie inerte alla finestra senza luce. Una luce, che rimane proiettata sulle spalle di un uomo che al fianco ha un mazzo di fiori i cui colori sfumano e rappresentano il tricolore della bandiera italiana mentre fluiscono parole per un finale alla stragrande.

Virzì e Sorrentino:
Paolo/Paolo.

Registi:
Diversi/stridenti.

Protagonisti:
due femmine/due maschi.
Giovani donne/vecchi maestri.

I luoghi:
Strutture di accoglienza e riabilitazione.

Il pieno/il vuoto, nel mezzo, l’Italia.

No Man's Land - Loreto Aprutino, Pescara - ph. Gino Di Paolo - www.fondazionearia.it

No Man’s Land di Yona Friedman – Jean Baptiste Decavèle #recensione

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E’ passato un po’ di tempo da quando sono stata all’inaugurazione di No Man’s Land, progetto site – speficic di Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle a cura di Cecilia Casorati, realizzato a Loreto Aprutino in provincia di Pescara, inaugurato il 14 maggio scorso.
Un’idea nata in collaborazione con Aria – Fondazione Industriale Adriatica, l’Associazione Zerynthia e Mario Pieroni, che ha donato i terreni sui quali l’opera è stata realizzata.

Tre segmenti di progettazione architettonica pensati in un unicum esperienziale, contraddistinti da un’area creata da pietre di fiume, un bosco con più di 200 piante di noce incise, una struttura costruita attraverso l’uso di canne di bambù, che si fondono, assieme, in simboli dai segni arcaici, primitivi, contemporanei, dai tratti fluttuanti. Land Art a vocazione concettuale, in equilibro, in un lavoro dall’armonia completa, in dialogo, tra uomo e natura. Poesia che si espande, estende, per più di due ettari di terreno, trasformati in un immaginario condiviso nel quale ognuno puo’ immergersi e ritrovarsi, percependo, e stabilendo, la propria linea (sottile) di confine.

Il bosco è cuore, polmone, processo di passaggio, mente dell’intero progetto. Alberi intagliati nella loro corteccia come cicatrici da accarezzare, raccontano un vissuto, una crescita, il raggiungimento di una consapevolezza, saggezza, che non tradisce o abbandona la memoria. Ricordo che affiora attraverso il tocco, una carezza nella profondità di taglio, di un albero giovane, fragile, resistente, che diventa, attraversa, supera il proprio limite, la macchia e l’intera selva. Fraseggio di vita, rimando alla filosofia tedesca di Ernst Jünger, in una concezione datata 1951,  dichiarata nel saggio politico intitolato Il trattato del ribelle (Adelphi, 1990). Quest’ultimo, mia percezione in cammino che si somma ai numerosi interventi fatti da studiosi e critici, alcuni dedicati all’ecosofia di Arne Næss, in occasione dell’appuntamento pomeridiano dove la presentazione è terminata.

In un’epoca influenzata dal potere delle immagini, traspariva un rimando di delimitazione legato a un processo storico novecentesco preciso, che in questo contesto ha assunto, volto il suo significato, cambiando forma – da stella a rettangolo -, porzione, in un nuovo ambiente libero, radicato, su impegno di chiara responsabilità. Non un marchio tatuato in codice, ma lampante adesione di coraggio acclarato in  verità limpida percepita e affermata in questa frase:

“No Man’s Land belongs to everybody”
(Terra di nessuno è di tutti)

Un segno distintivo di partecipazione e condivisione dal colore giallo (un semplice post – it), fissato al petto da chi ha aderito al principio, quel giorno, a Loreto Aprutino – e da quel giorno in poi ancor più per altri –  come modello autentico di pensiero innovato.

Aria – Fondazione Industriale Adriatica, costituita da manager, docenti, professionisti, artisti e associazioni abruzzesi, ha promosso il territorio rispettando la sua natura, in uno sviluppo utile e accessibile, non tradendo la propria identità, garantendo alla regione Abruzzo una rottura nella sua forma mentis. Lo ha fatto con strumenti di comunicazione e pubblicità, nel pieno rispetto dei principi economici legati all’event marketing, nella concezione di prodotto culturale, sul quale possono partire ed essere applicati studi, ricerche e politiche di destination branding per ricalibrare il tiro sull’immagine e la credibilità di questa area del centro-sud Italia.

No Man's Land, Bosco, Loreto Aprutino (PE) - ph. Amalia TemperiniYona Friedman artista, architetto franco – ungherese, ebreo, nato a Budapest nel 1923. Jean Baptiste Decavèle è artista, nato a Grenoble, in Francia nel 1961. Collaborano assieme da più di dieci anni, e in questa installazione hanno edificato la più grande opera realizzata da Friedman, visione, che ha visto protagonisti anche gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma, della Facoltà di Architettura di Pescara e delle Scuole d’arte del territorio.

No man’s land è il risultato, via di protezione e fuga, cancella l’idea di proprietà, trasforma un bene privato in un bene comune, secondo un percorso fedele, ecosostenibile, che restituisce il luogo a se stesso.

NO MAN’S LAND
Installazione site-specific
di Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle
a cura di Cecilia Casorati
Fino a: per sempre.
@Località Contrada Rotacesta – Loreto Aprutino (Pescara)

– Accesso gratuito –

Consiglio:

Scarpe comode
Plaid / copertina
Una quantità sterminata di bambini al seguito da accompagnare.

Per saperne di più:
www.fondazionearia.it

 

La vana fuga dagli Dei – James Hillmann [Adelphi]

arte, arte contemporanea, comunicazione, cultura, filosofia, lavoro, leggere, letteratura, libri, Studiare, vita

Stanotte mi sono addormentata tardi, stamattina, di regola, ero sveglia presto. La colpa è dei caffè e i cappuccini che prendo per più volte al giorno da quando ho la macchinetta elettrica. Con l’avanzare dell’età inizio a odiare la rapidità e il caos. Alcuni anni fa, pensavo che l’attesa della moka fosse una sorta di rito, adesso, è tutto diverso, iper-accellerato, come il cuore e la pressione, per andare a risparmio.

La vana fuga dagli Dei di James Hillman è arrivato in un acquisto online fatto mentre cercavo dei volumi dedicati al narcisismo e all’anima. Si tratta di un saggio caratterizzato da una lucidità estrema, che mostra, a chiare lettere, come cio’ che ci circonda possa essere sanato da attente analisi di studio dedicate alla psiche umana. Al suo interno si dichiara approfondire la paranoia, lo stato di angoscia e risoluzione. Si passa da casi individuati da Freud che arrivano a Jung fino a potenziare il valore della mente con l’individuazione di immagini dal valore religioso, archetipico, riconducibili a miti antichi, che possono rappresentare le paure o le potenzialità di un dato momento, in un preciso contesto, per un determinato soggetto o uno Stato (inteso come Nazione).

Alla base del ragionamento risiede un rapporto di connessione tra buio e luce: nessuno esclude l’altra, entrambi sono compatibili e si completano perché nulla è disgiunto in natura. Ordine e caos viaggiano sempre di pari passo. Esiste una motivazione per ogni elemento che ci circonda, che ci ha condizionato nelle fasi di formazione dell’Io, dell’Es e del Super-io (il cuore della nostra personalità).

Gli esseri umani sono potenziali paranoici, decidere da che parte stare nelle cose è fondamentale, poiché riconoscere, scegliere e discernere, porta a innovative soluzioni. L’incapacità di agire (il non dire, il non manifestare, il rimanere passivi e succubi in silenzio), compie una azione di preferenza che può trasformare l’esistenza in una catastrofe maniacale e ripetitiva, spesso melanconica, che può causare ripercussioni sul modo di approcciare la propria vita in rapporto con gli altri.

Immaginiamo qualcuno che compie processi di accumulo o gesti reiterati. In entrambi i casi, esistono moti e ossessioni dai quali non ci si vuole liberare. La pulsione non può essere descritta senza una figura professionale precisa, e solo nel momento in cui si manifesta, essa, può essere riconducibile a qualcosa che ci tormenta da sempre: una paura non ammessa, una afflizione remota, rimossa o volutamente allontanata. Uno stallo dal quale si può uscire solo l’aiuto di uno specialista.

 

Secondo l’autore, nella paranoia c’è qualcosa di incorreggibile. Quando si parla di condizioni alterate dell’io, spesso, la reazione è quella di sentirsi ingabbiati e chiusi come fossimo isolati in una stanza, o addirittura, ci piazziamo in un ambiente vero, prescelto per reprimere le paure e proteggere cio’ che si crede essere, il presupposto esclusivo che dovrebbe rappresentare le nostra vera identità, che in realtà non conosciamo affatto. La paranoia è un fenomeno di oppressione che si rivela in alcuni atteggiamenti connotati in macro aree del delirio:

a) l’onnipotenza/ il senso di grandezza/ la megalomania, 
b) l’erotismo, 
c) la persecuzione.

Alle radici del discorso paranoico si trovano:

  1. La contraddizione
  2. Il pregiudizio
  3. Il sospetto verso uno pseudo nemico, il presunto capo espiatorio su cui riversare i propri incubi per esorcizzare l’inquietudine e la preoccupazione di qualcosa che non si riesce a immaginare o di cui si vuol parlare.

Questi tre punti permettono di ricavare le incongruenze che rimarcano la ripetizione dell’errore e la creazione della proiezione.  

Ad esempio, se in una normale situazione ci si trova a essere affezionati a una persona, il quadro sano è:
Io amo te – tu ami me
(equilibrio e corrispondenza).

In caso contrario, paranoico, si ha uno schema di questo tipo:

Io credo di amare te, lo sento che mi ami, sarai mia – tu ami me.
No, io non la amo, io sono il più grande: è lei chi mi perseguita, è tutta colpa sua se accade questo, è lei che mi ha manipolato, assieme gli altri affinché accadessero certe cose

(Dislivello – negazione/paura/paranoia/proiezione).

Se questi comportamenti fossero applicati ad una nazione, il rischio di intercorrere in un totalitarismo sarebbe molto accentuato.

In una lunga sequela di elementi e dati riportati, a rompere questo tipo di meccanismo interverrebbero lo stato di grazia, ironia e umiltà, che si raggiungono solo quando si decide di toccare il fondo, raschiarlo e implicarlo nella rinascita o quando si innesta una crisi passeggera per ripartire in un cambiamento verso una nuova vita. La presa di conoscenza e la consapevolezza possono avvenire da sole, ma il percorso di ricostruzione è ripercorribile con una figura professionale specifica, che aiuta a risanare le ferite, poiché spesso dietro questi meccanismi cio’ che si nasconde è un forte trauma o una grave depressione.

Raggiungere un stasi non è facile ma neppure impossibile.
La rielaborazione, la presa di coscienza, il cambiamento, le assunzioni di responsabilità, sono degli elementi a supporto per assemblare, tessere, organizzare, misurare le proprie regole interne in armonia con tutto quello che ci circonda, il creato.

Il nostro corpo va pensato come un tempio. Ogni elemento serve a mantenerlo in vita, più si scava al suo interno, più si elabora, più si fortifica tutto, più si è vicini all’anima.

la vana fuga degli dei

http://amzn.to/2E4WXne

Pochi giorni fa ho fatto uno modello riassuntivo già pubblicato, lo trovate Qui.
Aggiungo un vecchio post, sempre dedicato a un’opera di James Hillmann intitolata Puer Aeternus.

Attualmente sto portando avanti un testo di una studiosa bulgara che si occupa di semiologia, Julia Kristeva. Nel suo lavoro Stranieri a noi stessi affronta il discorso della paranoia in un aspetto dedicato alla condizione dei migranti/immigrati. Magari ne parlerò prossimamente una volta terminato. Per chi volesse informarmi si più, Qui.

 

Netflix + Black Mirror

attualità, comunicazione, tecnologia, televisione

Avevo già sentito parlare di Netflix lo scorso anno, quando non era ancora accessibile in Italia. Non amo troppo le serie tv. Non mi piace la dipendenza che creano nella visione. È raro ne abbia seguita una da capo a piedi non sbadigliando. Ho deciso di mettermi in gioco osservando le dinamiche web, e scegliendo Black Mirror, programma/progetto web/tv andato in onda su Sky, diverso tempo fa. Più volte ho cercato di scaricare da On Demand la possibilità di visionarla, ma tutti i tentativi sono stati vani, in primis, perché mi annoio davanti alla televisione, in secundis, non c’era nessuna storia che paresse consona alle mie passioni di questo momento.

Black Mirror arriva in un periodo in cui mi trovo a leggere/studiare un saggio di un filosofo urbanista francese dedicato ai mezzi di comunicazione e alle nuove realtà digitali (Paul Virilio, La bomba informatica, 1998). E’ un volume ormai datato, imbarazzante, tanto in anticipo sui tempi che attraversiamo.

Cosa mi ha stupito della serie? La grafica. L’uso del virtuale – almeno per quanto riguarda la prima stagione. Cosa, invece, mi ha deluso? La contemporaneità, nessuna ambizione sul futuro, la visione dai toni quasi apocalittici, molto prevedibile, in una puntata – la prima – , dai toni kitsch.

pm-and-pigQuando rileggo gli appunti annotati, ciò che percepisco è legato perlopiù alla stesura delle sceneggiature. Trovo termini come: umiliazione, condanna, condizionamento, manipolazione, ossessione, nichilismo, ecc. Sulla base di questi elementi espliciti perché dovrei stupirmi o fidelizzarmi? Qual è il margine narrativo che dovrebbe spingere a sceglierla/definirla innovativa? Di tre puntate, ne ho viste due al pc e una con app dedicata, piantata su telefonino. Su quest’ultima ho trovato davvero fastidiosa l’indagine: scattava, si intoppava, saltellava, mentre guardavo e appassionavo all’intreccio.

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Ai tempi delle lezioni avanzate di Storia dei media all’universita’, l’espertismo veniva messo in evidenza da tanti studiosi, soprattutto americani, nelle ricerche post – vietnam o quelli avviati dopo l’undici settembre. Buona parte svelavano i meccanismi di costruzione di consenso in modo chiaro, tanto da risultare vecchi e banali, oggi, come il male del resto, apparentemente idilliaco nella sua perfezione, vuoto nella sua applicazione, privo di anima, dotato di castrazione e ripetizione.

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Tra le condizioni piu’ interessanti nella gestione delle componenti filmiche, considero positivo l’inserimento del narratore onnisciente, la capacità di incastonare più punti di vista incrociati, rivolti a pubblico schernitore e grottesco, collocato a spiare gli accadimenti – come un comune fruitore da casa – e assistere a cio’ che i media (gli strumenti di comunicazione) raccontano in piena contemplazione drammatica.

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Il valore di Black Mirror è nella sua capacità di aver saputo captare l’identità dello spettatore medio, reale e virtuale, e nell’aver saputo usare e dosare il riflesso come arma di proiezione, che è tutto oggi, nella finzione.

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Per curiosità, troverò le tre puntate della seconda stagione.

L’Armonia di Emanuela Barbi

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, lavoro, mostre, Studiare

Emanuela Barbi (Pescara, 1966) è un’artista abruzzese.
Il suo lavoro è coerente, frutto di una elaborazione interiore che si svela nel pieno di un percorso di analisi effettuata sulla sua opera. In una ricerca minuziosa si scruta quanto la sua inquietudine sia stata trasformata in luminosità viva nel corso degli anni, e quanto abbia assunto un ruolo dominante nel processo di cambiamento, stilistico e linguistico, in una forma liturgica di resistenza crescente.

Le sue azioni partono dalla fotografia e dalla performance.
In una prima fase di indagine si avverte una forte mancanza. Un silenzio lieve figlio di un meccanismo caotico.

La sua opera ambisce a una condizione di protezione, si propaga in un bisogno di sentimento orientato agli esseri viventi, le architetture e i luoghi. Si avvicina a una dimensione autentica, capace di assorbire segni di un contesto nel quale si vuole respirare clima di nutrimento, manifestato nel principio di anima, frutto indissolubile di equilibrio tra i conflitti di spirito e corpo. Come in una trama fittissima, la sua storia, si poggia su un intreccio che si svela in una odierna consapevolezza professionale. Un ordito che si riappropria della sua natura, quando i frammenti di filo vengono raccolti nei loro continui movimenti, uniti per ottenere una tessitura in equilibrio sano e compatto.

Quando si scruta la componente gestuale delle azioni performative, l’artista permette di scoprire come la sua fluidità sia custodita in una corporeità in continua evoluzione. Nella sua corsa alla vita, si congiunge alle cose facendosi stimolo della materia primigenia dell’esistenza, in una crescita, la cui base è dominata da una prioritaria riappacificazione con se stessa.

Emanuela Barbi agisce, pensa ed elabora, sviluppa un segnale ciclico in un vortice continuo.
Il suo lavoro ha riferimenti ancestrali, antropologici e antropocentrici. E’ un percorso di una armonia che si autoalimenta con l’aiuto di una ironia sottile e sferzante, strutturata in amuleti, codici e segni ricavati da temi religiosi e da una iconografia collegata spesso alla tradizione popolare.

Se il ruolo fotografico assume una parte importante nelle sue attività iniziali, in quelle successive, le sue costanti stilistiche si spostano su gradi differenti di contaminazione. Dalla fotografia al titolo, dal video alla musica, progetta ogni pensiero in divenire come fosse collocata in viatico alchemico, rivelato da ingredienti che mai possono essere sottratti dal suo iter creativo.

 

 

Quando Emanuela Barbi assume le vesti di film maker stabilisce una distanza, pensata come testimonianza. Sensibili alla luce (2011), ad esempio, è una narrazione di ascolto che si concentra nell’altro, una dedica per il giovane artista Giampiero Pagnini, specializzato in fotografia ottenuta con tecnica stenopeica.

In Girovita (2013), invece, si pone in una condizione di azzeramento del protagonismo collettivo, e riporta le questioni culturali, partendo da necessità essenziali di volontà partecipata. Traccia una mappa della città di Pescara, si organizza e stabilisce punti, documenta e raccoglie pensieri di persone situate nel loro paesaggio consueto, sottoponendole a una semplice domanda: Che cos’è l’Arte?

Da una lettura critica complessiva, emerge quanto le sue opere si spingano oltre le cose, in pieni termini di dissoluzione creativa. Una risorsa che potrebbe offrirle un miglior margine di indagine, se si ponesse nella condizione di spostarsi verso una direzione relazionale più ampia, sollecitata da una urgenza che potrebbe regalarle nuove avventurose aspirazioni, utili, per il suo futuro.

La cromia ricorrente è l’arancio.
La musa ispiratrice è Gina Pane.

Attualmente vive e lavora a Pescara.

In occasione della XI Giornata del Contemporaneo, domenica 11 ottobre 2015, sarà presente nella mostra collettiva “ECOCENTRICO”. Il vernissage si terrà nello Spazio Pater – ex Municipio, presso Piazza Garibaldi in San Vito Chietino (Ch).
Per saperne di più, Qui.

Amalia Temperini

courtesy © Archivio Emanuela Barbi

 

Tra i confini. Città, luoghi e integrazioni – M. Augé [saggio]

attualità, comunicazione, leggere, libri, Università

Da diverso tempo non scrivo di libri, un po’ perché sono rallentata, un po’ perché è difficile non dilungarsi nella saggistica. Ne approfitto oggi poiché ispirata dal tempo non bello per aprire uno spiraglio sul testo di Marc Augé: Tra i confini. Città, luoghi e integrazioni.

La scelta del piccolo volume è dettata dal caso. Avevo bisogno di leggere qualcosa sulla menzogna letteraria, ma l’occhio ha indicato questo testo da qualche tempo acquistato mai affrontato. Il saggio è una raccolta di due interventi pubblicati dall’editore Bruno Mondadori nel 2007. Le due posizioni assunte dall’autore sono molto simili. La prima è intitolata Un mondo mobile e illeggibile, mentre  la seconda, La conquista dello spazio.

Non mi soffermo sull’ultima parte poiché non mi ha colpito particolarmente; essa sembra un rendiconto di azioni dello studioso sull’attività dell’etnologo, così – sebbene abbia un titolo accattivante, mi decido a una riflessione sulla prima delle due suddivisioni.

In Un mondo mobile e illeggibile egli parte da tre presupposti:

  1. l’idea di urbanizzazione;
  2. accecamento generato dalle immagini;
  3. la questione mobilità sociale.

E’ molto schietto nelle sue posizioni e dichiara che su certi temi il pensiero è stato influenzato dagli studi del filosofo francese Paul Virilio (Bomba informatica, Cortina, 2000). Nella prima questione la sua logica si stabilisce sulla globalizzazione e afferma più o meno questo: se da un lato il mondo si connette in una utopia di scambi e libertà generali dedicate all’individuo, dall’altro, esso, si trova a relegare una porzione di popolazione fuori da queste congiunture incrociate, sottomettendole.

In questa condizione storica credo che un simile intervento è necessario poiché il ragionamento induce a pensare a quello che succede in Francia, di tutta la sovraesposizione mediatica che si sta avendo da giorni, su questioni che non si riescono a comprendere poiché depauperati da analisi critiche concrete.

Esiste una realtà connessa e un’altra disconnessa, entrambe filtrate nell’immensa sfera dell’urbanizzazione. Le nostre città sono vivibili, funzionali, piene di reti di comunicazione interconnesse e interscambiabili, hanno una popolazione nella quale spesso confluiscono cittadini provenienti da altri paesi; esiste cioè chi è costretto a emigrare per trovarsi una situazione migliore e aver maggiore sostentamento per la propria esistenza e chi ha vantaggi su ogni singola cosa. In un contesto cittadino tutto si mescola e diventa un gioco eterno tra ricerca della perfezione, distruzione e controllo della violenza.

La nostra epoca è mossa dall’azione delle immagini, facebook ne è l’emblema massimo nelle condivisioni. Siamo così esposti a vivere un immaginario alternato in cui si creano dei dislivelli illogici di comparazione. Augé parla di accecamento, una non visione che passa anche dalla commistione dei linguaggi che evolvono alla ricerca di un neologismo effimero, quanto rischioso poiché non più comprensibile. Essere costretti a subire tali azioni comporta un aumento della paura della non conoscenza e una suscettibilità verso alternative forme di aggressività. Nelle grandi immigrazioni degli anni settanta sono arrivati ad aversi nuovi cittadini, questo ha comportato occupazione, lavoro, approdo di intere famiglie e novità nelle forme di  intolleranza. Nel cuore degli anni ottanta quando la crisi ha di nuovo morso, delirio e caos.

Come accadde (accade) in Italia, anche in Francia, a subirne i contraccolpi sono state persone meno abbienti, ma anche gli stranieri, poiché accomunati dallo stesso disagio. Un altro elemento da tener conto e non sottovalutare sono le cellule di terrorismo internazionale che potrebbero scatenarsi. L’autore si sofferma sul rischio elevato delle popolazioni giovani in ascesa, come quelle mediorientali (l’Iran ha, ad esempio, una percentuale di diciottenni equivalente al 60% della popolazione) in contrapposizione alle nostre vecchie società.

I mass media in tutto questo hanno ruolo cruciale poiché incrementano il disagio concentrandosi su situazioni non di certo favorevoli – era già successo l’attentato alle Torri Gemelle e oggi nella condizione parigina – che al posto di alimentare tolleranza manifestano disagio e fallimento. In questo caso egli suggerisce di guardare e avere come modello quello della Francia. Se venisse testimoniata la condizione delle banlieue, diversa, concentrata nella valorizzazione delle azioni che si fanno, dove esistono esempi positivi di volontà che agiscono alla luce della legalità al fine di migliorare la propria condizione civile di essere umano, tutto potrebbe già apparire migliore di cio’ che ci è proposto.
La televisione – e i mezzi di comunicazione in generale – creano così un movimento ondulatorio concentrato nella sclerosi, nella chiusura e nella costruzione reale e ideali di ghetti. Secondo l’autore una delle possibili condizioni affinché si manifesti un miglioramento è quello della mobilità sociale.

Dettaglio interessante del ragionamento è anche la composizione dei nuclei abitativi di Le Corbusier, a Marsiglia. Pensati per una città ideale, e frutto di una visione politica utopica, ciò avrebbe potuto rappresentare un germe nocivo nell’immaginario collettivo di funzionamento concreto alle cose, un pensiero di questo tipo non avrebbe portato vantaggi, se non – mi sembra di capire – a un’altra ghettizzazione e isolamento degli individui.

Penso alle strutture del Corviale, a Roma, e mi immedesimo nella realtà italiana.

Soluzione è promuovere l’istruzione. L’arma è la cultura che deve smuovere le coscienze con la formazione degli individui. I paesi che detengono il potere dovrebbero investire essi stessi in progetti scolastici da esportare altrove. Essere modello per accrescere la dimensione umana dell’armonia: è questo che è suggerito dalle sue parole.

Se si pensa che siamo stati noi europei ad aver creato il concetto di colonizzazione, aver esportato anche le nostre migliori eccellenze, ma allo stesso tempo aver ottenuto in cambio una cancellazione dell’idea base di questo fondamento, dovremmo ripensarci in modo serio e dettagliato, per far affiorare piani costruttivi di crescita. La città è il caos nel quale si racchiude il fenomeno di castrazione, che si vive giornalmente, e per evitare l’implosione, occorre assumersi responsabilità in cui l’Europa si dichiari capofila nella ricostruzione.

Il ragionamento sembra felice, ma il pensiero che mi condiziona è  uno:
è davvero immaginabile compiere una scelta nel vecchio continente quando tra gli Stati c’è una forte dispersione di risorse e di livelli di civilizzazione?Se esiste una ammissione di questo tipo allora è possibile avere nuove possibilità.

marc_augé

Così è (se vi pare)

cultura

Bricolage

s.m. fr. (pl. bricolages); in it. s.m. inv. (o pl. orig.)

• Lavoro dilettantesco di tipo artigianale eseguito per hobby.

Bricolage. Appun’attenti di un’acuta osservatrice, è uno spazio asciutto, nato per dare voce a pensieri, riflessioni e curiosità provenienti da distrazioni motivazionali e comunicative del mondo che frequento, e di quello che devo sopportare.
Tenere lontano dalla portata dei bambini, in caso di spensierata rudezza.

E’ un avvertimento.