Primo amore – Matteo Garrone #film

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Nel giorno di San Valentino Sky Cinema Cult ha deciso di avviare Amori strani,  un ciclo di film costituito da una selezione titoli dedicati a temi vari di attualità, da mandare proprio in questo giorno, quando buona parte delle persone ricorda di avere una compagna/o nella solitudine del proprio fianco. Il cuore del lavoro è un discorso sui concetti di ossessione e possessione, argomenti, questi, che viaggiano a braccetto nelle ultime storie di cronaca e in tutti gli appassionati spettatori di Franca Leosini trasmessi su Rai 3. Non si tratta di un progetto recente, ma datato 2004. La sua intensità permette di capire come dietro ogni paura ci possa essere una voragine inquietante derivante da problemi irrisolti con la propria famiglia. L’incappare nella persona sbagliata, dei suoi condizionamenti, puo’ portare a una tragica fine. La questione toccata è la storia di un uomo completamente assorbito dalla solitudine della malattia, una deviazione patologica di natura psicologica che lo porterà a conquistare una donna che diverrà suo unico bersaglio. L’unico essere umano a non abbandonarlo, su cui egli riverserà  frustrazioni e i condizionamenti insuperati di una vita.
E’ molto duro, a tratti sfiancante, e non va suggerito a chi soffre di ansia.
Entrambi gli interpreti spettacolari (Vitaliano Trevisan, Michela Cescon)

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Il nome del figlio – F. Archibugi

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Nell’autunno e nella prima fase dell’inverno 2015 non ho mai sentito l’esigenza di andare al cinema. Da tanto tempo non vedevo in tv un film seduta comodamente in poltrona. In questo momento, penso sia l’ultima forma di comunicazione utile cui mi rivolgo per sanare il tempo, i vuoti, le attese di qualcosa che non cambierà mai.  Non sono mai stata una di quelle persone che si è riempita la pancia di pellicole per dimostrare agli altri la conoscenza, il fatto di essere accettati per la bravura di sapere tutto, al momento giusto, con esatta puntualità, per non cadere in fallo. Se cado, piango. amen, potrò scegliere se approfondire, continuare a fregarmene o addirittura rimanere lì a rompermi i denti e a frignare nella non onniscienza.

Da un po’ le persone che ragionano così – dire, dire, dire, ostentare, ostentare, ostentare – mi annoiano come la morte. Non c’è sostanza, esiste solo la ricerca di attenzione nel dimostrare che sono fighi e alla moda, e tutto mi appare molto banale, scarno da qualsiasi pensiero sano.

Su Sky Cinema, durante il periodo natalizio, sta girando la commedia di Francesca Archibugi intitolata  Il nome del figlio.
Ho seguito la presentazione critica di Gianni Canova che ne spiegava i rimandi. Ho accolto volentieri la partecipazione alla stesura della sceneggiatura di Francesco Piccolo, autore che mi è simpatico da sempre. Tralasciando l’ispirazione tratta da un film francese di cui non ricordo nulla, non so perché, ma ho visto in questa regia la stessa dimensione drammatica di Carnage di Roman Polanski.

Forse sarà stata la superficie intima, gli scontri verbali, le mille questioni sviluppate in pochissimi ambienti, ma il narrato, in certi momenti, mi ha irritato tantissimo. Non sopporto più la diatriba fascisti/comunisti, sono stanca delle lotte intestine di chi è molto simile nel metodo e nell’approccio. Sono stanca di vedere la solita Italia messa in piazza su temi e tempi che sembrano insormontabili, sono stanca del non andare oltre, spingersi oltre, verso la maturità. Ho apprezzato tantissimo l’inserimento della figura di Micaela Ramazzotti come figlia della borgata romana, l’unica, che osserva umilmente come certa gente, praticamente simile, diversa negli ideali, si scanna nella solitudine dell’assenza di contenuti rivolti alla crescita. Ogni protagonista segnato dal proprio vissuto, anche leggero e ricco di allegria, ma ognuno pronto a prevaricare l’altro, nascondere, far finta di essere qualcuno di importante, culturalmente o economicamente, in età adulta.
Le donne sono sempre in una condizione di sottomissione rispetto agli uomini protagonisti. La mossa intelligente del film è proprio nella ricerca della posizione delle figure femminili. Il suo finale, ne è la dimostrazione plateale: una (ri)nascita che sconvolgerà le carte, nonostante un passato così noioso, ripetitivo, manipolatorio, burlone, d’impegno, ottenuto grazie alle possibilità di un padre dal cognome, dal ruolo sociale, religioso, di grande evidenza.

Soundtrack Lucio Dalla – scena madre: Top

 Mi guardo una puntata di In Treatment.

Curatori – riflessione volante

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Leggevo l’intervista di Santa Nastro rilasciata dall’artista Luigi Ontani su Minima&Moralia (clicca). La parte che mi ha colpito di più è questa:

E i curatori?

Non sto facendo alcuna battaglia, ma constato che non sono d’accordo con i curatori, perché loro hanno preconcetti. Sono dei sudditi, non sudditi dell’idea, ma del sociale. Quindi propongono dei progetti che sono il loro punto di vista, anche quando sembrerebbe che stanno facendo qualcosa che appartiene a un panorama più ampio. Non è così, deformano la storia perché non sono interessati a chiarirla. Se devo essere polemico, lo sono con i curatori. E infatti sto evadendo delle mostre: non vedo perché devo essere fatto a pezzi dall’ultimo arrivato. Nessuno si comportava così. Anche i critici più esibizionisti esponevano le cose tenendo conto dell’idea dell’artista, invece i curatori di oggi non mi sembra che facciano questo.

Da diversi anni lavoro in questo campo, giro e leggo riviste di arte contemporanea. La cosa che mi risulta più difficile è quella di recensire una mostra, soprattutto se essa ha un impianto collettivo, proprio perché non si dimostra il presupposto, la costruzione di una riflessione oggettiva che vada oltre, si spinga oltre, faccia riflettere un visitatore comune che sceglie di visitare una esposizione (a pagamento o gratuita) per accrescere il suo sapere, il valore della propria coscienza. Il tema spesso è vago, gli artisti sono uniti con scopi indecifrabili tra loro come se mancassero criteri di coerenza, coesione e condivisione, il contesto è preso in considerazione in alcuni casi, in altri no, come se certe condizioni non fossero più necessarie.

A volte, penso di essere troppo esigente, e quando provo a scrivere, vedo che tutto avviene con molta sofferenza, rinuncio, poiché il cuore di quelle cose non è veramente arrivato al mio intimo. Perché sforzarsi sul nulla per il nulla?
Il problema c’è, esiste, e non lo avverto solo io, ma anche chi l’arte stessa la realizza, ed è confortante.

La dichiarazione che sto scrivendo non è certo una novità. E’ sistematico che chi ha più esperienza di me conosce le segrete vie della comunicazione e del modo di attrarre a sé un pubblico, ma l’occhio allenato nell’osservazione permette di rendersi conto che quando mancano dei riferimenti precisi nelle didascalie, e compaiono i nomi delle gallerie, si sta sottraendo un requisito basilare come quello della accessibilità alla conoscenza, soprattutto se le esposizioni avvengono in luoghi pubblici e senza pagamento di un biglietto.

Spesso rifletto anche sulle recensioni. Quasi nessuno tira fuori l’aspetto analitico, un punto di vista che si connetta col mondo e apra ad altre forme di dialogo, soprattutto in quelle riviste di settore che macinano giornalmente articoli come fossero caramelle. In alcuni casi, ho letto, addirittura, di stesure compiute da uno stesso curatore per la propria mostra oppure per un’unica esposizione ma su due riviste diverse con contenuti simili e non differenti firmati da uno stesso autore.
E’ una situazione davvero fuori controllo, soprattutto per coloro che si prestano a questo gioco al massacro senza retribuzione.

Mi chiedo sempre quali siano questi temibili personaggi che ci inseguono, ci fanno sentire fuori luogo in questa corsa, come se tutti dovessero dimostrare a qualcuno che esistono e meritano. Poi mi fermo e dico: << ma vaffanculo! >>.
La dignità è una cosa sana da preservare, occorre molto coraggio per resistere.

Oscar Luigi Scalfaro ha realizzato questa dichiarazione nel 1993, quando fu attaccato attraverso una sorta di manipolazione che voleva infangarlo per presunte tangenti.
Un discorso a reti unificate, non programmato.
Era il 3 novembre, il giorno del mio compleanno.
Avevo 12 anni.

Resoconti

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Sono un po’ di giorni che non mi siedo davanti a un pc. Non ho avuto internet per problemi di connessione e sono stata davvero molto bene. Per le necessità impellenti ho avuto il cellulare attivo. Ho già detto tante volte che la percezione di sguardi attraverso i social viene manipolata e alterata, e riposarmi dall’inutile è stato nutritivo e salutare.

Mercoledì scorso sono finita in una cena realizzata in un castello. Ci siamo presentate io e una giornalista teramana partite in tutta velocità alla ricerca di un luogo sperduto nella provincia di Pescara. Sono stata con imprenditori, critici, curatori e alcuni operatori di settore. Persone che lo scorso anno osservavo/ammiravo dalla platea di uno spazio artistico mentre disquisivano di creatività e responsabilità del/nel fare cultura. Non capisco come i fili della mia vita possano intrecciarsi a questa maniera così complessa, davvero, più volte, mentre ero lì presente, mi sono chiesta se fossi fortunata o meno, che cosa ci facessi realmente e altre insicurezze di poco conto. Io e un artista siciliano eravamo i più giovani, i novelli, che si guardavano con occhi spalancati, sinceri, non capendo cosa fare, come muoversi e cosa dire. In realtà, il tempo delle chiacchiere è stato poco, giusto per la condivisione di una aperitivo, una cena squisita allietata da vino rosso. Essere al tavolo della presidenza con un direttore artistico di quel calibro mi ha inibito nella sua fase iniziale, una volta sciolta la parlantina, ho capito che le volontà e i principi sono simili e si possono ottenere argomenti di riflessione validi per lavorare al meglio, se si vuole veramente contribuire a qualcosa.

Quando sono tornata a casa la notte ero molto confusa e stanca. Ho scritto a varie persone vicine le quali mi hanno prontamente risposto che se ero lì me lo meritavo per come agisco. Non so se sia vero o giusto. Oggi ho pure un raffreddore tremendo, da due o tre giorni penso e ripenso ai motivi di queste situazioni, poi sforno biscotti.

C’è un artista che seguo molto da vicino il quale ha iniziato a prendermi in giro sul serio. Spesso gli ricordo che alla base di ogni azione ci deve essere un progetto chiaro di intenzioni. Nella materia culturale viva, niente è data al caso, tutto è seguito da tre principi armonici.
L’altro giorno, mentre dibattevamo di stupidate varie, facevo un sugo improvvisato, non avevo nulla di apparentemente utile a casa, mano mano che aprivo cassetti e frigorifero mi accorgevo che tutto poteva essere ricondotto e unito per creare un sapore di tutto punto, io descrivevo i passaggi, lui mi richiamava all’ordine della sequenza, io l’ho smontavo secondo alcuni principi di sovversione duchampiana. Anche quando non lavoro, lavoro, non riesco a fermare le possibilità che si possono costruire con pochi elementi miscelati condividendoli con qualcuno che capisce realmente il mio ritmo.

Penso sempre che le azioni da basso siano le più utili. Se mi soffermo, rifletto su un viaggio fatto a Metz nel 2010,  fu l’anno in cui si inaugurava il Centre Pompidue II pensato da Shigeru Ban, l’architetto giapponese che si è occupato anche di alcuni progetti nella mia regione. Oltre a trovare una mia cara amica che viveva in Francia, sono stata invogliata da tutto il meccanismo di consapevolezza costruito attraverso il marketing affinché si costruisse valore per quel luogo nuovo, che inaugurava con alcune collezioni provenienti da Parigi, dal web, mentre ero in Italia seguendo la sua progressione tramite una webcam. Ho riso quando sono arrivata lì. Mi hanno chiesto il mio cap di provenienza. Ho sempre voluto immaginare che qualcuno sia andato a vedere questa località sperduta della provincia teramana e si sia chiesta il perché, i motivi, di questo movimento assurdo di azioni e di cose fuori da un circuito solito di consumatori arrivati da grandi città. Alle volte mi chiedo se vale anche per le riviste di settore, oltre ai soldi, capire come si muove il mercato e perché proprio da certe aree sottovalutate o svantaggiate.

Credo sempre che la provincia possa offrire tante cose, tante risorse innovative, soprattutto perché c’è ancora un grande valore nell’arrangiarsi a trovare soluzioni che permettano di irrompere nelle cose. In tutto questo anno di elaborazione progressiva non mi sono accorta di quanto io fossi vicina a cio’ che papa Francesco ha definito “misericordia”. Non ho agito per pietà, ma per compassione, una compassione che passa dal concetto di empatia che applicata ad un sistema laico o ateo puo’ avere un grande valore di riscontro nella fattibilità delle cose. Ho seguito con molta cura l’apertura della porta giubilare a San Pietro, ho ammirato chi crede fortemente in valori così importanti di spiritualità. Pensare che c’erano pellegrini da ogni dove per ricollocarsi nella propria esistenza, superando la paura dei personali demoni, mi rincuora.
Se si tralascia questo tipo di osservazione, la cultura alla partecipazione e l’umiltà perdono il sapore vero delle cose.

A questo punto credo mi sia salita la febbre. Ho mal di gambe, continuo a sentire freddo nonostante addosso abbia un felpone colossale a collo alto, uno scialle, un copricollo, i termosifoni e il camino acceso.
Non rileggo, mi sento molto stanca. Il cielo è sereno dalla mia finestra anche se ingrigito da un livie passaggio di nuvole leggere.
Il cane vaga per casa e si emoziona ascoltando Bjork.

Seduta in attesa

vita

Sono dal dentista. A Giulianova c’è il sole. Guardo, in attesa, fuori dalla porta, il vicolo. È  tutto sistemato e armonico.
Penso che le persone irresponsabili non cambieranno mai, sono incorregibili. È sempre bello inseguire un’utopia. Peccato che quel pensiero politico, assieme al suo codice religioso di ispirazione, abbiano fallito in tutto. Certe volte raggiungere la maturità a cazzotti è un bene. Si capisce che quel che si è lasciato era di poco valore. Valore, per altro, svalutato. Quelli che contano le stelle penseranno sempre al loro cassetto e i loro progetti collettivi nasceranno sempre da una opposizione derivante dalla propria rabbia.
L’ammissione della propria fragilità è la forza.
Non lo dico io, ma buona parte della saggistica che sto consultando per i miei studi dedicata alla psicoanalisi.

Tra un po’ entro.
Chiudo qui, scrivo da cellulare, non rileggo, continuo a pensare soprattutto a chi costruisce la propria promozione pensando di essere convincente.
Non ci curiam di loro?

Einstein

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Ha dimostrato che una piccola quantità di massa puo’ essere convertita in una grandissima quantità di energia“.

Filosofia.Rai.it

dichiara:

E’ più facile cambiare la natura del plutonio, che cambiare la natura della malvagità umana. Mi sento talmente parte di tutto cio’ che vive, che non mi importano per niente l’inizio e la fine dell’esistenza concreta di una singola persona, in questo flusso eterno“.

“Cari posteri, se non siete diventati più giusti, più pacifici, più razionali di quanto siamo (o eravamo) noi, allora andate al diavolo!

Con questo mio pio augurio, sono (fui) vostro,

Albert Einstein”.

#ovazione

Netflix + Black Mirror

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Avevo già sentito parlare di Netflix lo scorso anno, quando non era ancora accessibile in Italia. Non amo troppo le serie tv. Non mi piace la dipendenza che creano nella visione. È raro ne abbia seguita una da capo a piedi non sbadigliando. Ho deciso di mettermi in gioco osservando le dinamiche web, e scegliendo Black Mirror, programma/progetto web/tv andato in onda su Sky, diverso tempo fa. Più volte ho cercato di scaricare da On Demand la possibilità di visionarla, ma tutti i tentativi sono stati vani, in primis, perché mi annoio davanti alla televisione, in secundis, non c’era nessuna storia che paresse consona alle mie passioni di questo momento.

Black Mirror arriva in un periodo in cui mi trovo a leggere/studiare un saggio di un filosofo urbanista francese dedicato ai mezzi di comunicazione e alle nuove realtà digitali (Paul Virilio, La bomba informatica, 1998). E’ un volume ormai datato, imbarazzante, tanto in anticipo sui tempi che attraversiamo.

Cosa mi ha stupito della serie? La grafica. L’uso del virtuale – almeno per quanto riguarda la prima stagione. Cosa, invece, mi ha deluso? La contemporaneità, nessuna ambizione sul futuro, la visione dai toni quasi apocalittici, molto prevedibile, in una puntata – la prima – , dai toni kitsch.

pm-and-pigQuando rileggo gli appunti annotati, ciò che percepisco è legato perlopiù alla stesura delle sceneggiature. Trovo termini come: umiliazione, condanna, condizionamento, manipolazione, ossessione, nichilismo, ecc. Sulla base di questi elementi espliciti perché dovrei stupirmi o fidelizzarmi? Qual è il margine narrativo che dovrebbe spingere a sceglierla/definirla innovativa? Di tre puntate, ne ho viste due al pc e una con app dedicata, piantata su telefonino. Su quest’ultima ho trovato davvero fastidiosa l’indagine: scattava, si intoppava, saltellava, mentre guardavo e appassionavo all’intreccio.

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Ai tempi delle lezioni avanzate di Storia dei media all’universita’, l’espertismo veniva messo in evidenza da tanti studiosi, soprattutto americani, nelle ricerche post – vietnam o quelli avviati dopo l’undici settembre. Buona parte svelavano i meccanismi di costruzione di consenso in modo chiaro, tanto da risultare vecchi e banali, oggi, come il male del resto, apparentemente idilliaco nella sua perfezione, vuoto nella sua applicazione, privo di anima, dotato di castrazione e ripetizione.

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Tra le condizioni piu’ interessanti nella gestione delle componenti filmiche, considero positivo l’inserimento del narratore onnisciente, la capacità di incastonare più punti di vista incrociati, rivolti a pubblico schernitore e grottesco, collocato a spiare gli accadimenti – come un comune fruitore da casa – e assistere a cio’ che i media (gli strumenti di comunicazione) raccontano in piena contemplazione drammatica.

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Il valore di Black Mirror è nella sua capacità di aver saputo captare l’identità dello spettatore medio, reale e virtuale, e nell’aver saputo usare e dosare il riflesso come arma di proiezione, che è tutto oggi, nella finzione.

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Per curiosità, troverò le tre puntate della seconda stagione.

Suellen

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Il marketing è la cosa più noiosa che esista, paragonabile solo al lavoro esecutivo che compie un grafico senza passione e immaginazione.

Viva viva il libero arbitrio e le protezioni che ci siamo edificati attraverso la nostra esperienza; quelle sane e costruttive, dettate dal buon senso personale, e da quello trasmessoci dalle persone più care. Quegli occhi e quelle mani che ci hanno insegnato a toccare e vedere per riconoscere, con strumenti critici, l’essenza delle cose.

Viva la buona diffidenza di mia nonna. Viva.

“Realise visualize open your eyes truth and lies we will despise oppressed must rise”

L’amore all’improvviso – Larry Crowne

cinema

Si certo, come no.
Già dimenticato.

Trailer: