Julian Rosefeldt. Manifesto, Park Avenue Armory, New York, December 2016 – January 2017 Photo: James Ewing Photography © Park Avenue Armory, 2016

Manifesto di Julian Rosefeldt #film #artwork #attualità #società[#recensione]

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Questo film mi è stato segnalato da una artista a me cara. Ho deciso di non vederlo al cinema per via dei troppi chilometri da fare e ora che ho avuto modo di averlo sparato negli occhi ripenso a quanto avessi fatto bene a non inquinare l’ambiente, quella sera, quando ho deciso di evitare la dispersione di gasolio nel mondo.

Manifesto è una installazione artistica e prodotto cinematografico di videoarte nato sotto forma di ibrido girato in 11 giorni dall’artista tedesco Julian Rosefeldt nei pressi di Berlino. Cate Blanchett è l’attrice protagonista chiamata a spingere l’osservazione dello spettatore alla visione di 12 personaggi differenti che recitano parti tratte dai proclami artistici e politici diffusi tra fine Ottocento e Novecento. La donna riveste una molteplicità di ruoli, muta ogni volta i suoi abiti, cavalca le parole, i periodi storici, le correnti, i movimenti culturali e sociali nel migliore dei modi. Il montaggio arriva a creare un monologo corale in un’armonia di voci bombardate, urlate e stonate.

L’architettura industriale domina l’intera progressione. Si passa dalla grande fabbrica alla piccola dimensione casalinga di un modulo abitativo di Le Corbusier. Incasellati, gli esseri viventi, come polli in batteria, dentro e fuori, ad attendere l’assoluzione dell’esistenza davanti a uno schermo che modella l’immaginario secondo le volontà di chi scrive, racconta per il mondo della comunicazione e della pubblicità.

Si scrive un manifesto quando non si ha nulla da dire – ripetono alcuni intellettuali citati nelle numerose parole pronunciate – dove gli artisti e l’economia hanno il medesimo ruolo di occupazione e invasione. È l’arte, il trasformismo, che ruota tra menzogna e inganno, che connette la fine di un secolo al nuovo millennio nella medesima natura di chi dice di essere diverso e poi è uguale a ciò che esso stesso critica.

L’artista e l’economista (il mercato) sono i due esseri emarginati fagocitatati da un cancro che invade un unico corpo (il mondo), esiliati e messi a margine dal bisogno di attenzione di chi ora è il vero protagonista della performance: le persone etichettate come normali, sedotte dalla tecnica, sedute nelle loro poltrone casalinghe con quadretto di rappresentanza tra sala, salotto e gabinetto, a indirizzare gusti e costumi.

Tra gli scenari più ricorrenti ex fabbriche abbandonate che ricalcano gli studi portati avanti da Marc Augé. Capannoni figli della grande industrializzazione dove si svolge la grande crisi economica e dove esiste un tempo morto, rarefatto dall’uomo. Un clochard – senza fissa dimora – che irradia la sua disarmonia come un triste giullare depauperato dalla velocità del contemporaneo, dalla mancanza di una corte in ascolto, risucchiato dalla miseria del desiderio connesso alla sua decadenza.

Velocità, meccanizzazione, volontà, fallimento, dettami, l’intimità, la gente, l’arte professa, l’arte distrugge, la dimensione del sogno, quella della realtà, l’alveare, la rete, le capsule. Kazimir Malevič è l’artista che denuncia il reale dato problematico: l’imitazione. I Dadaisti ci provano con il ribaltamento, il camuffamento e la codifica. La Pop Art ci riesce: nutre con la sua preghiera fino a rendere chi la persegue zombie immobile e dipendente. La famiglia americana lo dichiara nell’esempio tirato in ballo nella produzione di Rosefeldt e lo fa in quella tavola imbandita dominata dal perbenismo di una donna che annichilisce l’uomo e i suoi figli con la ritualità. La risposta a questi dati è l’azzeramento della narrazione in un vortice minimalista a base distopica, che accompagna alla scienza, a una ricerca dove regna il metodo, il mondo concettuale e l’informazione.

Salmi, maestri, profeti e chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere; dettami, comandi e noia. Tassonomia e cronologia che gli artisti stessi hanno affibbiato a loro stessi nel sottomettere la verità alla libertà. La regia diventa imprenditoria e i fantocci che non hanno elaborato la loro natura più profonda creano feticci e replicanti più falsi degli originali. Lo specchio è l’immagine, la somiglianza a Dio, la menzogna che è condanna di sé nel mondo.

In questa produzione il vero danno è nella dimostrazione che l’artista – ogni singolo intellettuale – in passato ha costruito il suo diktat. Ha imposto la sua visione e ora chi ha il dovere di portare avanti la lezione del maestro non ha più la forza etica, morale e fisica per sostenerla. Una delle cause è il modello economico, un mercato inefficace che non investe più su di loro. Per questo le sue parole sono al pari di un comune individuo che arriva dal nulla e dove il suo giudizio è più incisivo degli altri. Si è frammentato un canone e con esso il principio di un ordine che ha dato valore al rovesciamento dei ruoli.

La gente è irriconoscente e ha necessità di essere ascoltata. Allora la mia domanda è rivolta ad alcuni artisti: come ci si sente ad essere sottoposti a giudizio quando voi stessi avete offerto i vostri strumenti e i vostri corpi nelle fauci di persone più ciniche e affamate che vi hanno strappato di dosso le vesti e la forza della vostra vera natura ?

Nel film manca la presa di posizione di Julian Rosefeldt.
E’ una lezioncina, ma di strategia o di riflessione?

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015) - IMG taken from the web

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015)
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Libri:
Marc Augé, Rovine e Macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, 2004
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Il papà di Dio - Maicol&Mirco (Bao Pubblishing, 2016) -ph. Amalia Temperini

Il papà di Dio – Maicol&Mirco #libro #baopublishing #pointofview [#recensione]

arte, artisti, cultura, fumetti, giovedì, leggere, libri

Non so cosa mi abbia mosso ad acquistare questo enorme libro, ma ho deciso di investire parte dei guadagni in qualcosa che mi facesse divertire.
Il papà di Dio (Bao Publishing, 2016) si presenta pieno di intenzioni che sfiorano il tragico, capace di trasmettere una forte empatia saltellando tra pagine in piena lettura in quel ritmo indistinguibile che caratterizza i fumetti di Maicol&Mirco.

Il papà di Dio - Maicol&Mirco (Bao Pubblishing, 2016) - ph. Amalia TemperiniTutto parte da Satana, ispiratore, condizione, eroe inconsapevole che irrompe, si presenta di tanto in tanto nelle dinamiche di scambio che si susseguono tra il Papà (l’architetto) e suo figlio, Dio (artista).

Il volume ha le fattezze di una bibbia, ma è un anti-bibbia, una sorta di manuale d’uso pratico per dire che i giochi stanno a zero, che dietro tutta questa storia salvifica esiste un umano senso che è ben più feroce di qualsiasi mito.

É proprio questa la condizione necessaria che permette di capire le regole del processo creativo: il Diavolo è una figura saggia, prende in giro il lettore, ci dialoga, si presta a giocare con lui attraverso il sarcasmo e il dispetto, si confessa con quello che è il nostro demone. Uno spiritello che temporeggia indisturbato facendo inciampare il padre eterno nelle sue creazioni: lo motiva. Dio, che è un buono, piccolo, vorrebbe sperimentare, ma si sente in colpa perché non riesce a capire le punizioni, le insistenze, i doveri inflitti dal suo Papà. A rendere la situazione paradossale un fratello libertino, musicista, dal cappello enorme, che ricorda cugino IT.

In questo quadro, fatto di fogli, composto da una casa con poche stanze visibili, sono assemblati segni che prendono forma nei colori rosso e nero. Le tonalità più forti sono date dalle onomatopee, le quali rafforzano il senso del suono rendendo le cose vive nella loro libertà di espressione, umili nel traghettarti in un dramma ironico alla ricerca di un equilibrio che si fa necessario non rinnegando una divinità, ma mostrando la potenza nella sua parte più nociva: il male. Una figura, un amico immaginario, un testimone, una introiezione fatta paura in una solitudine che ci accompagna nella esistenza, per l’esistenza.

 

Un attimo.
Scusate sono lo spirito critico che segue la logica blasfema del fare indiavolato di questa donna osservatrice propinatrice di parole in costante dubbio con se stessa e con il mondo, l’immateriale indefinito che pone questioni mentre lei è indisturbata si destreggia tra una risata e l’altra.
Avrei delle domande da fare: 
ma la mamma del Signore, uno e trino, dov’è?
e il triangolo e il cerchio che raffigurano i protagonisti sono ispirati anche a Kandinskij?

Nell’attesa, mi rifugio nel cibo e penso.

Il papà di Dio - Maicol&Mirco (Bao Pubblishing, 2016) -ph. Amalia Temperini

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Lorenzo Balloni, performance at Museolaboratorio _ ph Valeria Trasatti

A Constellation of Moments, fino al 29 gennaio, Museolaboratorio, Città Sant’Angelo – Pescara #arte #mostre #music [#currentexhibition]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, mostre, musica, tecnologia, turismo, viaggi, videoarte


A Constellation of Moments:
estetiche sonore in Abruzzo dagli anni ’90 ad oggi

Artisti:
Lorenzo Balloni, Gaetano Cappella, Giustino Di Gregorio,
Andrea Gabriele, Marco Marzuoli, Fabio Perletta, Tu M’.

A cura di
Carla Capodimonti e Leandro Pisano

Mostra e Archivio:
23 Dicembre 2016 – 29 Gennaio 2017

Museolaboratorio Ex Manifattura Tabacchi
 Città Sant’Angelo – Pescara

 

Il Museolaboratorio Ex Manifattura Tabacchi di Città Sant’Angelo (Pescara) presenta la mostra A Constellation of Moments: estetiche sonore in Abruzzo dagli anni ’90 ad oggi, risultato della ricerca congiunta dei curatori Carla Capodimonti e Leandro Pisano sulle esperienze sonore nel territorio nel corso dei decenni.

Proprio Città Sant’Angelo e il suo museo, in collegamento con Pollinaria (azienda agricola e centro di ricerca artistica), rappresentano il miglior punto d’incontro di certe pratiche estetiche, che trovano un riscontro effettivo nel lavoro di artisti i quali hanno fatto del suono la materia principale della loro ricerca.

La mostra evidenzia tutte quelle esperienze che si sono formate in territorio rurale ed hanno creato un ponte con le più proficue realtà internazionali. Parallelamente, un archivio che raccoglie materiale video, audio e cartaceo, convoglia le testimonianze dello sviluppo di questo movimento nel corso degli anni e poggia un primo mattone per la crescita di una raccolta permanente e in continuo aumento.

 

 

Il primo appuntamento si è svolto a Pollinaria il 22 Dicembre alle ore 19:00, dove Vincenzo Core è stato ospitato per una residenza d’artista e dove ha presentato un lavoro site specific, risultato della sua esperienza nel luogo.

L’opening della mostra al Museolaboratorio in programma per il 23 Dicembre dalle ore 18:00, ha visto presentare i lavori di Giustino Di Gregorio, Andrea Gabriele, Marco Marzuoli, Fabio Perletta, Tu M’ e le performance di Lorenzo Balloni e Gaetano Cappella.

E’ stato inoltre ospitato un talk al piano superiore del museo dal titolo “Estetiche Sonore in Abruzzo dagli anni ’90 ad oggi: rileggere il territorio attraverso l’arte”, con interventi realizzati da: Carla Capodimonti e Leandro Pisano (curatori mostra), Enzo De Leonibus (direttore Museolaboratorio), Gaetano Carboni (Pollinaria), Marco Mazzei (Stanze Sonore, 2012, Museolaboratorio), Luigi Pagliarini (artista multimediale).


INFO:

A Constellation of Moments: estetiche sonore in Abruzzo dagli anni ’90 ad oggi

Artisti:
Lorenzo Balloni, Gaetano Cappella, Giustino Di Gregorio,
Andrea Gabriele, Marco Marzuoli, Fabio Perletta, Tu M’.

a cura di
Carla Capodimonti, Leandro Pisano

coordinamento
Enzo De Leonibus

in collaborazione con
Dragon’s Eye, Farmacia901, Interferenze, Line, Lux, Pollinaria

con il patrocinio di
Comune di Città Sant’Angelo

ingresso
offerta

orari di apertura

dal giovedì alla domenica dalle ore 18:00 alle 21:00 o su appuntamento

 ufficio stampa

info@luxmuseum.com

info

+39 (0)85 960555
+39 3271015880
+39 3281868850

luxmuseum.com
museolaboratorio.org

grafica
motestudio.net

 

*Comunicato stampa

Solidea Ruggiero/Marco Casolino - Pellicola - Claudio Romano - www.minimalcinema.net

Ananke di Claudio Romano #recensione [film]

arte, artisti, attualità, cinema, cultura, eventi, film, fotografia, lavoro, poesia, recensioni arte

Ho conosciuto il cinema di Claudio Romano e Betty L’Innocente (Minimal Cinema) in una sera primaverile e piovosa di due anni fa. Ero al Maggio Fest di Teramo, in Abruzzo, curato da Silvio Araclio. Nelle poltroncine rosse della sala San Carlo si presentava In the fabulous underground, un documentario di due autori (per me) fino a quel momento sconosciuti, incentrato sulla filosofia poetica dell’artista croato Anton Perich. Un’indagine vera e propria, in realtà, dedicata a un mondo parallelo, nato, cresciuto, soppiantato, da cio’ che la macchina artistica di Andy Warhol ha rappresentato a New York nel corso di tutta la sua vita. Fui lì catturata dal senso di attesa di Claudio Romano. Un artista che colpisce per la sua volontà, il concetto etico di cinema, di vita, al quale sembra essere votato, donato, prestando le sue mani alla regia come forma pura di liturgia.

Ananke (2015), è un lungometraggio sceneggiato da Betty L’Innocente, con Marco Casolino e Solidea Ruggiero attori protagonisti. Nelle sue linee nutritive è duro, diretto, circolare e speculare. Un lavoro nel quale un uomo e una donna abbandonano (fuggono) una realtà che li potrebbe uccidere, annientare, nella loro esistenza. Facendosi forza, assieme, aggrappandosi l’uno con l’altra, entrambi, arrivano in un’area non definita di questo mondo, una zona collocata in un contesto dove regna la scomparsa del senso moderno di vita, nel suo concetto ritmico di tempo, in cui la scrittura e una radio dai segnali disturbati rappresentano le uniche costanti esterne per un umano contatto.

Ponte di Cannavine, Valle Castelllana (TE), Abruzzo - Location/Set, Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netLa natura sovrasta l’uomo: dato di fatto, punto fermo di tutta la visione, dove raggiunge – secondo la mia percezione – il suo apice elegante in una inquadratura dall’alto dalle forti caratterizzazioni bibliche. E’ una delle scene centrali, dove l’attore Marco Casolino, immerso coi piedi nel fluire delle acque, si trova disorientato da un fiume nel quale arrivano, accompagnati dalla corrente, pesci esanimi. Pietra, fermezza. Acqua, corso e decorso.

Marco Casolino, Ph. Vittoria Magnani - Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netCasolino, nella sua fisicità, potrebbe essere collocato in un impianto iconografico barocco, traslato verso una pittura e una scrittura ottocentesca, influenzata da una serie di fotografie provenienti da ricerche, studio e posa, ispirate alla recitazione russa dal metodo Stanislavskij.

La pellicola è un progetto dal valore femminista. Lo è nella stesura critica del soggetto, lo è nell’evidente attenzione dinamica di montaggio. E’ limpida la sua forza. Madre/figlia, figlia/madre, creazione, contatto, separazione volontaria e decisiva dal proprio frutto. Un corollario che lega e slega, annoda, i passaggi nei discorsi scarniti tra lui e lei (Casolino – Ruggiero), dove la forza della lingua belga, francese, modulata da Solidea Ruggiero è memoria in canto.

Solidea Ruggiero sul set - Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netIn sala lo spettatore è chiamato a combattere più volte, intuire se ha di fronte grammatiche del visivo incrociate, messe assieme, incastonate, in dialogo. Ananke di Claudio Romano, Manifesto_locandina - www.minimalcinema.net
Cinema del reale, un corto – vista la violenza e il silenzio spiazzante di pausa dell’inserimento del titolo – la fiction cinematografica, il teatro.

In questo processo di selezione figurativa rappresentato dai Minimal Cinema, si è in bilico tra buio e luce, tra un interno e un esterno, netti, messi in discussione, in relazione, non in una melanconia invasiva, né codici ancorati su un’idea di precisa di morte. Molta immobilità, ramificata in una stasi catatonica dagli echi pasoliniani, che si fa resistenza.
Ananke è suono, rottura, disturbo di urlo animale, nascita.  Ananke è necessità che inginocchia, confessa, umilmente, mette in discussione, un’autobiografia collettiva contemporanea.


 Minimal Cinema - Logo - http://www.minimalcinema.net/

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www.minimalcinema.net 


 

Curatori – riflessione volante

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, cultura, mostre, quotidiani, rumors, Studiare

Leggevo l’intervista di Santa Nastro rilasciata dall’artista Luigi Ontani su Minima&Moralia (clicca). La parte che mi ha colpito di più è questa:

E i curatori?

Non sto facendo alcuna battaglia, ma constato che non sono d’accordo con i curatori, perché loro hanno preconcetti. Sono dei sudditi, non sudditi dell’idea, ma del sociale. Quindi propongono dei progetti che sono il loro punto di vista, anche quando sembrerebbe che stanno facendo qualcosa che appartiene a un panorama più ampio. Non è così, deformano la storia perché non sono interessati a chiarirla. Se devo essere polemico, lo sono con i curatori. E infatti sto evadendo delle mostre: non vedo perché devo essere fatto a pezzi dall’ultimo arrivato. Nessuno si comportava così. Anche i critici più esibizionisti esponevano le cose tenendo conto dell’idea dell’artista, invece i curatori di oggi non mi sembra che facciano questo.

Da diversi anni lavoro in questo campo, giro e leggo riviste di arte contemporanea. La cosa che mi risulta più difficile è quella di recensire una mostra, soprattutto se essa ha un impianto collettivo, proprio perché non si dimostra il presupposto, la costruzione di una riflessione oggettiva che vada oltre, si spinga oltre, faccia riflettere un visitatore comune che sceglie di visitare una esposizione (a pagamento o gratuita) per accrescere il suo sapere, il valore della propria coscienza. Il tema spesso è vago, gli artisti sono uniti con scopi indecifrabili tra loro come se mancassero criteri di coerenza, coesione e condivisione, il contesto è preso in considerazione in alcuni casi, in altri no, come se certe condizioni non fossero più necessarie.

A volte, penso di essere troppo esigente, e quando provo a scrivere, vedo che tutto avviene con molta sofferenza, rinuncio, poiché il cuore di quelle cose non è veramente arrivato al mio intimo. Perché sforzarsi sul nulla per il nulla?
Il problema c’è, esiste, e non lo avverto solo io, ma anche chi l’arte stessa la realizza, ed è confortante.

La dichiarazione che sto scrivendo non è certo una novità. E’ sistematico che chi ha più esperienza di me conosce le segrete vie della comunicazione e del modo di attrarre a sé un pubblico, ma l’occhio allenato nell’osservazione permette di rendersi conto che quando mancano dei riferimenti precisi nelle didascalie, e compaiono i nomi delle gallerie, si sta sottraendo un requisito basilare come quello della accessibilità alla conoscenza, soprattutto se le esposizioni avvengono in luoghi pubblici e senza pagamento di un biglietto.

Spesso rifletto anche sulle recensioni. Quasi nessuno tira fuori l’aspetto analitico, un punto di vista che si connetta col mondo e apra ad altre forme di dialogo, soprattutto in quelle riviste di settore che macinano giornalmente articoli come fossero caramelle. In alcuni casi, ho letto, addirittura, di stesure compiute da uno stesso curatore per la propria mostra oppure per un’unica esposizione ma su due riviste diverse con contenuti simili e non differenti firmati da uno stesso autore.
E’ una situazione davvero fuori controllo, soprattutto per coloro che si prestano a questo gioco al massacro senza retribuzione.

Mi chiedo sempre quali siano questi temibili personaggi che ci inseguono, ci fanno sentire fuori luogo in questa corsa, come se tutti dovessero dimostrare a qualcuno che esistono e meritano. Poi mi fermo e dico: << ma vaffanculo! >>.
La dignità è una cosa sana da preservare, occorre molto coraggio per resistere.

Oscar Luigi Scalfaro ha realizzato questa dichiarazione nel 1993, quando fu attaccato attraverso una sorta di manipolazione che voleva infangarlo per presunte tangenti.
Un discorso a reti unificate, non programmato.
Era il 3 novembre, il giorno del mio compleanno.
Avevo 12 anni.

Ecco, ci sono. I’m back!

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A Roma è stato tutto strano, sabato, il giorno dopo gli attentati di Parigi, in Francia. Arrivare a Termini è stata una impresa. C’era lentezza e un urticante fastidio di attesa. La metro b era in ritardo, il personale di sicurezza faceva scendere tutte le persone dalla parte opposta rispetto a dove eravamo noi, e non ne comprendevamo i motivi. L’atmosfera era surreale, quando sono scesa, ho scoperto, grazie a facebook, che il problema fosse un furto di rame su alcuni tratti delle linea.

Arrivata a San Lorenzo, ho trovato la galleria dove Bruno stava aprendo una nuova fase della sua vita, chiudendo un passato che lo aveva fatto un po’ sentire inadeguato e insicuro. E’ arrivato in ritardo, rispetto a noi altri. Ha aspettato che uscissi dallo spazio, dicessi cio’ che pensavo. Ho riso, era tenerissimo vederlo mentre cercava di fare il duro. Dopo un po’ di sue titubanze, nervosismo, normale ansia da prestazione, mi sono messa a fare delle foto esternamente, mentre lui temporeggiava con una mia cara amica la quale gli comunicava, sfottendomi, frasi del tipo: “muoviti a entrare altrimenti il generale Temperini s’incazza”.
Io sono rientrata all’insaputa di questa cosa, poco dopo lui si avvicina e mi fa: “lascio tutto sopra e arrivo”.

E’ arrivato davvero, con un nuovo cravattino e gilet, come lo avevo conosciuto nel 2013. Nell’anno 2014 aveva perso questa sua eleganza, si era fatto crescere la barba, era spesso insoddisfatto. Una volta sceso dai piani superiori si è messo vicino a un lavoro su cui ci eravamo confrontati in un giardino pubblico questa estate, quei giardini sfigati che volgono verso il mare e l’orizzonte lontano. Ho visto una persona che si è fatta un po’ più grande e sicura ascoltando tanto e avendo fiducia in me, ma prima di tutto in se stesso. Poi è partito. Si è fatto coraggio con la sua umiltà e senza pretese. Si è dedicato alle persone incuriosite delle sue opere, ai giornalisti. Ci sono stati due grandi abbracci tra noi, di quelli sinceri e fraterni, di rispetto e gratitudine. Un trionfo professionale che ci ha visti e messi alla prova, offrendoci scambi di onesta’, promessi poco meno di un anno fa, nel suo studio, in un giorno di sole di dicembre, dove la mia vita il giorno prima stava per sospendersi a causa di un incidente mancato mentre andavo ad Ancona.
Le cose cambiano, se si vuole veramente, e questa ne è la prova.

Questo 2015 è un anno di transizione personale per tutti, a quanto pare.

Per mio conto quando sono arrivata lì, nello spazio, da anonima quale sono, è stato straniante sapere che in molti mi conoscevano già. Si fermavano e mi dicevano sorridenti: “Ah, tu sei il suo mentore”.
Ho chiacchierato tanto con il gallerista che sembra aver proprio capito come lavorare con Bruno, chi fosse, come tutelarlo, mi sono rassicurata anche io.

Ho riso. Ho riso tanto, sul taxi mentre tornavo a Tiburtina in un ritardo mostruoso perculata fino alla morte da S., che non faceva altro che dirmi: “non muoverti mai da dove vivi, se questo è il risultato”.
Penso che anche il tassista abbia ascoltato collassandosi, non capendo le nostre frasi abruzzesi, nel mentre arrivavamo alla stazione con la nostra potenza rumorosa di provincia al cospetto della grande capitale.

C’è stata una ragazza (un’artista) che lavorava lì, voleva conoscermi e ascoltarmi. E’ tornata più volte a parlarmi, soffermarsi per capire chi fossi. Aveva uno sguardo vivissimo, poiché incuriosita. Mi ha trovato degli agganci per lavorare. Mi ha invitato ad andare al Quadraro.

Ho riso davvero, perché sembra che la vita voglia comunicarmi ancora qualcosa. Qualcosa di ormai chiuso. Le ho detto che io non pianifico niente, che se vogliono possono contattarmi e invitarmi, soprattutto per capire chi sono loro attraverso le opere, le persone, più che artisti,  più che il grande showbiz che vogliono raccontare e il successo che vogliono raggiungere.
Ho ribadito che per me l’arte è responsabilità verso se stessi, non fogli di giornale volanti per mostrare una bella foto falsamente sorridenti.
Lei sembrava in pace mentre mi ascoltava, ed è stato molto bello questo scambio.

In questa Roma silenziosa, attraversata a piedi correndo per il ritardo, con S. che aveva bolle stratosferiche e soffriva per il dolore, fatta di tanti stranieri assiepati lungo la stazione, in una puzza di piscio aberrante, mentre si bestemmiava in tutte le versioni inimmaginabili, ho visto, capito, che ancora una volta mi sono mossa per qualcosa di veramente importante, cui è valsa la pena esserci, superando una paura falsamente costruita da chi vuole sottrarci la possibilità di confronto.

Anche oggi c’è il sole. Ascolto canzoni stupide.
Sento freddo. E’ cambiata la temperatura, ma eccomi, viva, pronta ad accogliere un nuovo inverno.

Per chi fosse interessato, la mostra è questa:
Bruno Cerasi. Through The Black Mirror

e
 si trova qui, fino al 09. 01. 2016:
White Noise Gallery,
Via dei Marsi 20/22
Roma

Regina Josè Galindo – ¿Quién puede borrar las huellas?

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, mostre, politica, quotidiani

A volte ritorno, un pò a pezzetti, ma con la voglia di scrivere ancora su queste pagine, di qualcosa a me vicino, che possa interessare anche voi.

Vi introdurrò a performer sudamericana che ho avuto il piacere di presentare in visita guidata lo scorso anno, in una mostra intitolata Radici. memoria identità e cambiamento nell’arte di oggi , curata da Eugenio Viola e presentata alla Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso, in provincia di Teramo.

Regina Josè Galindo è un’artista nata in Guatemala nel 1974. L’opera è una stampa lambda su forex dal titolo ¿Quién puede borrar las huellas? /Chi potrà cancellare queste tracce?

La foto superiore è parte di un progetto video che testimonia la performance compiuta il 23 luglio 2003, in cui l’artista gira a Città del Guatemala, vestita interamente di nero. E’ una denuncia, la sua, con un percorso chiaro e delineato, che prevede la partenza dalla Corte Costituzionale e l’arrivo dinanzi al Palazzo Nazionale: due luoghi simbolo del potere locale scesi a compromessi con le superpotenze economiche mondiali a metà degli anni ’50.
Ha lo sguardo puntato su un bacile che regge tra le mani, colmo di sangue che dovrebbe rappresentare l’umano.
A volte lo poggia a terra, intingendoci i piedi, lasciando così, sulla terra nuda, tracce di corpi invisibili nel momento in cui riprende il suo cammino.

Sono sessanta minuti in cui lei imprime i segni del passaggio, lo fa per lavorare sulla memoria, e per chiedere giustizia in favore delle vittime che la guerra civile ha generato in più di trent’anni. La sua è un’azione pubblica, una protesta silenziosa a favore della sua stessa gente.
L’obiettivo finale è l’opporsi alla ricandidatura dell’ex generale/dittatore José Efraín Ríos Montt, esponente del Fronte Repubblicano Guatemalteco, proprio nel 2003.

Montt e storia del Guatemala

Politico, militare, dittatore José Efraín Ríos Montt, esponente della democrazia cristiana, tra gli anni i settanta e novanta, ha compiuto numerosi colpi di stato per arrivare al governo del paese.

Il Guatemala è parte dell’America Centrale, confina con il Messico e Honduras. E’ una repubblica presidenziale che, nel corso degli ultimi anni, ha raggiunto una vita politica stabile. L’attuale capo di governo è Otto Perez Molina, eletto nel 2012.

Conosciuta al mondo per la loro storia legata alla popolazione Maya, il Guatemala è un paese invaso dalle conquiste spagnole di metà cinquecento (Corte) e composto di tre diverse etnie (gli indios, i ladinos e iberici). Dagli iberici fino ai regimi liberal- conservatori, raggiunge l’indipendenza tra il 1821 e il 1871.

E’ importante sapere che per capire l’opera della Galindo dobbiamo collocarci alla fase successiva della seconda guerra mondiale, ossia quella fredda.

A metà anni ’50, furono rovesciati dei governi con l’aiuto della CIA. Dal 1960, inizia una guerra civile durata trenta anni, che generò più di 200 mila morti tra i civili. Secondo la Commissione per la verità sponsorizzata dall’ONU, le stragi avvennero per colpa di organi paramilitari responsabili del 90% di violazioni dei diritti umani. Tra le vittime soprattutto studenti, professori, oppositori alla tendenza politica regnante – oltre che forme di genocidio su tribù locali divise in gruppi etnici.
Tale scenario è considerato uno dei più tremendi casi di pulizia razziale verificatasi nell’America latina moderna.

Tra gli anni ’50 e i ‘90, gli organismi americani aiutarono le organizzazioni militari locali finanziando gli addestramenti e l’acquisto di armi. In seguito (anni ’80), si formarono gruppi marxisti che alimentarono la guerriglia. Solo nel 1996 si raggiunge la pace, e nel 2003 beneficia delle prime elezioni democratiche. Economicamente rimane legata agli Stati Uniti che ne assorbono le risorse, tanto da giustificarne la massiccia presenza industriale sul territorio ancora oggi.

Il Guatemala rimane uno dei paesi latinoamericani con grosse problematiche sociali e culturali, soprattutto per le donne, le quali rimangono escluse largamente da qualsiasi attività si compia per innalzare la qualità dello stato. Il potere economico non controllato dalle multinazionali è invece nelle mani delle elité locali.

Mini bio 

Regina José Galindo nata a Città del Guatemala (Guatemala) nel 1974, è un’artista specializzata in performance e body art.

Inizia il suo lavoro nel 1999 proprio nel suo paese, dove guadagna subito fama internazionale. Partecipa alle biennali di Lima (2003), Tirana e Praga (2005), e vince quella di Venezia nel 2005 con un video dal nome Himenoplastia. In Italia espone alla Galleria Ida Pisani (Milano – Lucca), dove ha avuto la sua prima personale tra il 2005 – 2006. Ha realizzato performance in Guatemala, Madrid, Palma de Maillorca e Milano.
E’ anche poetessa.

Il suo lavoro è politicizzato e rivolto alla sua terra d’origine. Nel Guatemala il 97% dei crimini commessi rimane impuniti, lei usa la sua capacità artistica per ampliarla al discorso mondiale, cercando di portare luce su scenari offuscati dal maschilismo e dal controllo del potere economico.  La sua è stata definita arte della ripetizione, compie dei riti rimettendo in scena la violenza con il proprio corpo, che diventa sistematicamente oggetto, soggetto e mezzo di espressione, in quelli che lei stessa definisce veri e propri atti di psicomagia creativa.

Sostiene sforzi fisici e mentali che la portano a strenue condizioni, generando la ripercussione di una sofferenza vissuta in chi la guarda. E’ una forma artistica difficile da accettare, sicuramente immediata e che comunica al visitatore un messaggio deciso, nel quale, lo stesso, è chiamato a scavarne le memorie.

Per lei è importante sapere che nella società contemporanea ci sono vittime e carnefici. Sono loro che subiscono e generano persone libere o condannate al proprio destino.

La donna è suo impegno principale.

In America Latina essa ha una rilevanza equivalente allo zero, sono rapite, picchiate, torturate e vittima di abusi e stupri di natura domestica, giornalmente e sotto gli occhi di tutti. In quella stessa società che si accorge, vede, si piega al potere, la Galindo agisce non accettando e muovendosi in prima persona per portare alla luce tutto questo.


Per informazioni più dettagliate, lascio il link della galleria:
http://www.prometeogallery.com/regina-jose-galindo/

Buona lettura!

La sparizione dell’arte – Jean Baudrillard

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Continua la linea di pensiero sulla saggistica, oggi è la giornata dedicata a una lettura del filosofo francese Jean Baudrillard.  Il testo scelto è La sparizione dell’arte, edito nel 2012 da Abscontida, inserito nella collana Miniature. La numero 92 è curata da Elio Grazioli, il quale chiarisce, nella postfazione, la provenienza dei testi inseriti nel piccolo volume. C’è da dire, infatti, che il libro è suddiviso in due parti distinte ma comuni. Pubblicati alla fine degli anni ottanta, i saggi, furono presentati in occasione di alcune conferenze in musei e luoghi di cultura in territorio statunitense.

Che fare dopo l’orgia?
Dire che sia la domanda che mi ha colpito di più, è poco; non mi sono mai posta il problema, non solo perché non avventurata in queste faccendevoli attività, ma soprattutto perché tale sfrontatezza, sebbene possa appartenermi verbalmente, mi lascia indifferente su altri ambiti per eccessi e ingarbugliamenti vari.

Posta in un’ottica culturale la questione è abbastanza efficace, rende l’idea, e specifica la chiave di lettura di Baudrillard in corrispondenza a un’altra domanda, che depauperata dalla sua precedente significazione, arriva a essere più semplice e chiara: quale sarà il destino dell’arte?

La sua teoria nasce da alcune riflessioni compiute piu’ di un secolo fa da Baudelaire e arrivano alla progettazione artistica di Andy Warhol. L’arte deve divenire come una merce; assumere tutte le caratteristiche associate a essa; triplicarne i significati ed esporsi alla vendita. La sua liquidità serve a superare il suo stato d’immobilità collegato a un valore la cui unicità è nel guadagno. L’arte, quindi, deve diventare una specie di macchina distruttiva in grado di macinare tutto ciò che ha attorno, rendendosi mostruosamente splendida rispetto alla merce.

Non siamo lontani dalla visione feticcia di Clair, cui vi ho parlato nel post precedente, ma siamo addirittura oltre, poiché l’arte, arrivando a certi punti, supera il suo stato distruttivo, arrivando alla sparizione, al suo vanishing point, al grado xerox della cultura.
A rendere bene l’idea arriva un preciso riferimento.
Durante e dopo la guerra fredda sono arrivati nel mercato mondiale nuovi aggeggi definiti da Marshall McLuhan “medium freddi”, il cui l’apice massimo è confluito nell’uso della televisione. In pratica quest’ultimo marchingegno placava la visione di quegli avvenimenti storici che stavano mutando le sorti del mondo. Attraverso questo mezzo accade che tutto s’iperrealizza, si satellizza e rimane sospeso e immobile, creando una sorta di equilibrio simbolico fatto perlopiù – oggi – di terrore. Quello che vuole dire è che tutto annulla il tutto (L’immaginazione è morta per overdose di immagini), e sebbene ci siano stati periodi in cui i fatti artistici abbiano acquisito grande valore di sperimentazione (Klee, Kandiskij, Mondrian), da questo momento in poi, quello che accade è una dilagante esasperazione del senso, portandolo al suo annientamento, diventando gesto ansioso o selvaggio (Jackson Pollock).

Oggi ci troviamo di fronte a una finzione, a quello che avviene dopo l’orgia. La modernità, attraverso la sua estenuante concezione di libera circolazione di merci, mezzi, persone e capitali, non ha generato continuità, ma una successiva reazione a catena in un’amplificazione del vuoto. Quello che accade dopo queste massicce penetrazioni è che l’ovvio è portato avanti, trascinato in attesa che cambino le cose, facendo finta che, superata una certa soglia, tutto possa ancora essere considerato normale, continuando a emulare in una condizione temporale indefinita e costante, alla cui base è posta l’estetica.

E’ paradossale sapere che se si esce dagli schemi di linguaggio i significati associati al termine “estetica”, corrispondono a “uniformazione” e “standardizzazione”, non a eastetica – intesa come dimensione di sensibilità e di capacità del sentire -, ma anzi, ci si avvicina, a una condizione di protesi a supporto di qualcosa che non è altro che illusione; una sparizione che amplifica un uso della produzione di creatività senza arrivare da nessuna parte, ma che genera parallelamente nuovi stadi di simulazione. La soluzione deve essere ricercata in uno strappo, un cambiamento vivo, non in un processo di accumulazione, cui siamo interessati da troppo tempo.
Quello che mi è sembrato di capire è che, sulla base del pensiero dello studioso, il processo di aggregazione di ricordi, produce un effetto di rimozione più che di creatività, portando noi stessi – come l’arte – a una condizione di riciclo, più che di fioritura.
N
on siamo più interessati al segreto o alla seduzione ma a processo di mummificazione, in cui le immagini diventano parte di una ciclicità senza fine.

Quando tutto è estetico, niente è piu’ bello né brutto, e l’arte stessa sparisce

I media, l’informatica e i video, in tutto questo, hanno contributo a trasformare lo status dell’arte, rendendo ognuno di noi capace di diventare maestro, e autorizzandolo a poter dire o fare qualcosa con il solo uso di uno strumento senza una base opportuna, pronta realmente all’edificazione di un’efficace innovazione linguistica e visiva.

L’arte, per contro, ha reagito minimizzandosi, simulando la sparizione.

L’arte è travestita dall’idea. L’idea è travestita dall’arte (dove possiamo ritrovare la nostra idea del transessuale: l’arte <<travelo>> è l’arte attraversata dall’idea, dai segni vuoti dell’arte“.

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