La favorita di Yorgos Lanthimos

La favorita di Yorgos Lanthimos #film [#recensione]

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La favorita è un film di ambientazione storica che sfrutta un triangolo amoroso e pone al centro un’idea di potere concentrato sulla bramosia, il controllo, il desiderio e la vendetta.
Siamo alla corte inglese nel Settecento mentre fuori imperversa la guerra con la Francia. La regina Anna siede al trono supportata dalla sua amica Lady Sarah quando arriva a sconvolgere le acque una tipa strana – Lady Abidail – che darà vita a una situazione di conflitto per occupare il posto di dama prediletta e affiancare la regnante malata.
Questo ultimo film di Yorgos Lanthimos mostra la scarsa personalità di una donna impossibilitata a uscire dalle proprie stanze e richiusa nelle sue ossessioni (regina). Una figura che si appoggia alla sua cortigiana-amante per l’esecuzione dell’esercizio delle sue funzioni (Lady Sarah); subordinata alle loro attività giunge una prodiga ragazza che si rivela essere una narcisista dalla personalità poliedrica che si pianta nel castello a strozzare tutti i rapporti di fiducia fin lì costruiti per calpestare i sentimenti altrui senza nessun senso di umanità (Lady Abidail).
La favorita è per questo la storia di una parassita che si insinua nel regno per soddisfare le sue esigenze; sfrutta il potere sessuale per appagare gli istinti di persone da usare senza perdere mai come obiettivo di ottenere l’abbondanza di una nomina a sostituta cortigiana.
Chi ha avuto modo di vedere The Lobster dello stesso autore avrà trovato dei punti di connessione. L’osservazione dei due progetti è speculare ed è un modo di raccontare gli aspetti della società in due modi differenti. Nel primo caso il regista ha preso in considerazione il futuro, nel secondo, il passato. Questa rete permette di esaminare come la caratterizzazione dei due progetti abbia messo al centro un’autorità superiore che detta legge, ma nel caso de La favorita depotenziata a causa della scarsa forza del singolo, che assume le vesti di una donna fragile e malata quale è la regina.
In The lobster la forza arriva da una comunità di poteri che dirige la riproducibilità degli esseri umani, li accoppia a forza, mentre nel caso preso in esame nelle pagine del blog, la monarchia diventa espressione di sterilità, incapacità e vuoto, come a voler dimostrare che un comando ha valore solo se è dettato da un comportamento e quindi suggerire che la tematica del ruolo di genere è solo una scusa che ci raccontiamo per giustificare azioni che – in ogni caso – sono spietate.
Alla resa di conti, dopo diverso tempo dalla visione, posso affermare che non mi ha convinta per niente.
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Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

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Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Ruma Burshtein(2016)
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La forma dell’acqua – The Shape of Water di Guillermo Del Toro #film [#recensione]

amore, arte, attualità, cinema, costume, cultura, danza, Donne, film, fotografia, fumetti, giovedì, letteratura, libri, musica, poesia, politica, salute e psicologia, società, spettacolo, teatro, televisione, vita

The Shape of Water è un film girato da Guillermo Del Toro uscito nelle sale cinematografiche il 14 febbraio. Si tratta di una storia che racconta di una ragazza che ha perso l’uso della voce. Una signorina che nella sua diversità trova qualcosa che la rende viva in un essere metà uomo metà pesce rinchiuso nel laboratorio dove lei lavora come donna delle pulizie.

La travagliata storia d’amore fantasy fa affiorare alla mente schemi narrativi conosciuti tanto da rendere l’intero progetto banale. Gli sceneggiatori sembrano essersi ispirati a Amelié Pouline e a scene tratte da Forrest Gump di Robert Zemeckis, La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski e Matrix di Larry e Andy Wachowski. Molte inquadrature mettono al centro illustrazione, fotografia, pittura e televisione. Il cinema stesso è l’oggetto di osservazione. Una costruzione melanconica che dal progresso vuole tornare all’incanto di una poesia artigianale. Le tonalità dominanti sono verdi e alcune inquadrature sono costruite in una logica compositiva hopperiana. Molte sequenze sono girate in location chiuse. Bunker come case dove si nascondono paure estreme.

L’inserimento di una creatura mitica è un parallelo da avvicinare ai nostri giorni, ma le finalità sono ambigue e non definite. Si pensi alle nostre interazioni coi robot e con le intelligenze artificiali. Lo straniero, gli stranieri, i corpi estranei da conoscere e analizzare, ma allo stesso tempo il tentativo di raggiungere la consapevolezza per accogliere con leggerezza chi è diverso, che in questo progetto di dimostra senza forza.

Tra le figure importanti che emergono, assieme ai protagonisti, esiste uno scienziato di nome Dimitri. Un personaggio radicale che fa eco all’omonimo soggetto proveniente dalle letteratura dei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che la Russia è vista come una vecchia saggia Europa, capace di porre le basi per una cultura solida fondata su regole e metodi accademici, ma che alla fine cede al tradimento nell’atto di morte, nella supremazia di chi crede a pensiero statunitense, unico, positivo, motivazionale e programmato.

Una miscellanea di argomenti ripetuti e sfiancanti: maschilismo, razzismo, spionaggio, America, Russia, Guerra Fredda, telecamere nei luoghi di lavoro, omosessualità come tabù, laboratori di sperimentazione, la violenza sulle donne e il disorientamento. Condizioni riscontrabili in un quotidiano passato o nel tecnologico avanzato, montati per un tempo che vola via a suon di algoritmi.

Il finale arriva a un componimento tragico di matrice shakespeariana, ma torna al mito della storia antica invertendo le intenzioni. Orfeo e Euridice, ad esempio, dove lui scende nell’ade per strapparla dal regno dei morti. La forma dell’acqua sovverte questo ordine, recupera la potenza femminile, la preserva da una esistenza terrena e la immerge in amore liquido dove non occorrono parole. Si è in un luogo uterino, un buio, che è cinema e paura, prima protezione, proiezione, che chiude l’intera visione con una sana perplessità: perché questo film ha vinto il Festival del Cinema di Venezia e ha avuto 13 nomination agli Oscar?

 

La forma dell'acqua - The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Film:

The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Il favoloso mondo di Amèlie di Jean-Pierre Jeunet
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Forrest Gump di Robert Zemeckis
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La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski
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Matrix di Larry e Andy Wachowski
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Libri:

Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
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120 Battiti al minuto di Robin Campillo #film #aids [#recensione]

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Francia anni ’80, epoca Mitterand, il gruppo ACT UP Paris è intenzionato a spedire una serie di cartoline al presidente della Repubblica per denunciare la morte di un militante. In quel momento, in quel paese, il numero di malati di AIDS è il più alto d’Europa e la diffusione di conoscenza sulla malattia è scarsissima. Lo scopo è creare una campagna di prevenzione in una missione valida quanto le azioni di disturbo contro le istituzioni che si dimostrano assenti, arretrate rispetto a un problema che avanza sotto gli occhi di tutti come un percorso di un fiume insanguinato a una velocità strepitosa.
120 Battiti al minuto è un film diretto dal regista Robin Campillo uscito nel 2017 che racconta un momento storico definito, attraverso un intreccio costruito attorno a una storia di amore e morte, lotta e condivisione. E’ una produzione che ha come tema la salute e l’omosessualità è un espediente inserito come elemento che serve a potenziare l’avanzamento di un diritto di cura rivolto a di tutti.
Negli anni ’90 il film Philadelphia diretto da Jonathan Demme aveva trattato l’argomento dal punto di vista del lavoro. Il protagonista era unico e interpretato da Tom Hanks. Nel 2013 Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée con Jared Leto e Matthew David McConaughey parlava di personaggio dai tratti border, eccessivo in molte delle sue cose. In 120 Battiti la storia è semplice, di chi ha avuto il primo rapporto sessuale senza protezione in età adolescenziale, maturata in una cotta con professore di matematica del liceo, sposato e sieropositivo. Il cuore del film inizia con le testimonianze di chi scopre cosa è il Sarcoma di Kaposi.

La proverbiale lentezza di un progetto francese impegnato mantiene l’argomento e il discorso sulla passione rimane aperto quasi quanto quello sulla libertà di coscienza e di scelta.

In Italia perché non si parla mai di HIV? Quali sono le statistiche che mostrano il progresso di questa sindrome?Quante e quali sono le campagne marketing che si ricordano? Senza ombra di dubbio io sono rimasta allo spot dei profilattici Control.
Quale è il vostro punto di vista sulla nostra situazione?

120 Battiti al Minuto di Robin Campillo (Francia, 2017)

120 Battiti al minuto di Robin Campillo
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Altri film citati:

Philalphia di Jonathan Demme (1993)
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Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée (2013)
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Wonder di Stephen Chbosky #film #ioscelgolagentilezza [#recensione]

attualità, cultura, film, giovedì, salute e psicologia, società

Wonder è un film di recente uscita diretto dal regista Stephen Chbosky. Il protagonista è August Pullman (Jacob Tremblay), un bambino con la sindrome di Treacher Collins: una sindrome rara che muta i connotati e li rende fuori dai canoni di normalità.

La storia è incentrata su dinamiche di una famiglia unita che combatte per l’indipendenza di un ragazzino che ha il dovere di essere come tutti gli altri, ma a causa della sua accettazione è diverso anche a se stesso e in questo feroce conflitto interiore è vittima di bullismo.

Alle sue spalle i genitori e la sorella. Presenti, assenti, ognuno con le sue priorità mancante, adattate alle problematiche di August, tralasciano la loro vita senza nascondere le fragilità e i propri fallimenti.

La presenza di Julia Roberts (madre) e Owen Wilson (padre) sono il perno promotore per conoscere una narrazione che nella vita reale ha scarsa diffusione. Il film è tratto da un libro dell’autore R. J. Palacio best seller edito in Italia da Giunti – che spopola nelle classifiche di tutto il mondo. YouTube è pieno di testimonianze di persone che si mostrano nella loro diversità grazie all’aiuto di questo progetto.

Wonder è un prodotto popolare di facile incasso, senza pretese e con una sana capacità di coinvolgimento. È un incontro di elementi shakerati in semplicità e positività, costruito in punti di forza che si incrociano nei registri di ironia e drammaticità. L’intera visione permette di capire il funzionamento psichico di una malattia. L’effetto di una causa più profonda che parte sempre dalla educazione e dagli ambienti familiari.

Wonder di Stephen Chbosky

Libro da cui è tratto il film:
Wonder di R. J. Palacio, Giunti Editore, 2013.
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I Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

#IMigrati – Il documentario #società #comunitaXXIVluglio #tg2dossier [#recensione]

attualità, film, giovedì, quotidiani, salute e psicologia, televisione

Attendevo questo documentario da diverso tempo, non sapevo come fosse stato costruito, ma i lavori diretti da Francesco Paolucci, giornalista, videomaker, sono di una persona che sta cercando vie utili per una ricostruzione. Da anni si impegna, scava nella materia filmica, slanci per riedificare una condizione frammentata sulla sua città, L’Aquila, che conosce in modo approfondito, che si fa portavoce di una rottura storica, fenditura italiana da risanare.

Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci Assieme a un team di persone straordinarie ha realizzato I Migrati (TG2Dossier, Rai 2, sabato 25 febbraio ore, 23.50). Una storia che focalizza l’attenzione su volti, presta orecchio, ruba dialoghi impensabili di confronto dove ci si corregge a assieme in discussioni piene di fiducia e motivazione.

Benito, Barbara, Gianluca e Giovanni partono, sondano la curiosità, attraversano la scoperta in un percorso che abbraccia il Centro Italia, mostrano da disabili una pratica educativa in un approccio che rafforza la visione sulle periferie. Luoghi inascoltati, esempi virtuosi di possibilità dove la durezza verso uno straniero è ancora da comprendere, smussare, fare propria nell’attraversamento della difficoltà. Insistono, incrociano migranti e operatori, motivano, si arrabbiano: affrontano la conoscenza mettendosi in gioco al pari in una diversità. Si muovono da protagonisti coi loro nomi, cognomi. Iniziano a lavorare con gli strumenti propri del giornalismo (macchina fotografica, videocamere, penna e blocchetto), sviluppano la professione da reporter in un diario fatto di immagini, raccontano squarci di un Paese che non rinuncia, coopera, integra e completa, accoglie chi è in fuga da una terra di appartenenza e continua a guardare lontano.

I Migrati è un lavoro che tenta di ridefinire significati, riconsiderare i termini applicati alle diversità, etichette di ogni natura, dare una responsabilità a chi ha visto, e vede, una contrapposizione nelle fragilità di chi, impossibilitato, tenta di scavalcare un muro, una struttura mentale resa difficile da chi ha abilità nel riconoscere e fare, vivere le normali condizioni di benessere.

Benito è un nome che ha una eco strana nella memoria italiana, ma questo Benito della Comunità XXIV Luglio – handicappati e non di L’Aquila insegna che sapendo chi si è, dove si è, cosa si vuole, attraverso la natura, il ricordo del contatto, in pace, nel silenzio di un viaggio, si puo’ riprendere un discorso a distanza di quarant’anni. Basta immergersi, almeno provare a bagnarsi i piedi per essere noi, gli stessi che per lungo tempo abbiamo mantenuto fede a una origine, a un ricordo di amici fatto di esperienze mai abbandonate, ponti di salvataggio. II Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

Il documentario è un terreno fertile, prepara alle volontà, si mette al servizio dell’incontro alla ricerca di una identità, risveglia le coscienze. Nella visione si è testimoni di una indagine sociale dove si concedono opportunità, possibilità. È un reale che abbraccia l’autentico senza indugio.
La narrazione è dotata di un forte spirito di osservazione, molti silenzi, attimi in cui si assiste a una apertura: la tenacia dell’accoglienza sull’abbandono della paura. La questione, l’intera nostra storia, una risposta di cui tutti avevamo bisogno.

 

 

I Migrati - il documentario (manifesto) - diretto da Francesco Paolucci

 

Per chi volesse vederlo:
Raiplay – TG2 Dossier TG2 Dossier – I Migrati Disabili e stranieri, due fragilità che si incontrano e il racconto diventa un piccolo miracolo narrativo. Questi gli ingredienti di I Migrati, lo speciale di Tg2 Dossier, diretto da Francesco Paolucci

 

Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)

Agnus Dei di Anne Fontaine #film #cinema #donne [#recensione]

amore, attualità, cinema, cultura, film, fotografia, giovedì, poesia, politica, quotidiani

Scrivo questa recensione ascoltando un vecchio brano dei C.S.I del 1993, A Tratti. Bisogna soffermarsi sul testo e concentrarsi per alcuni minuti. Di tutte le parole lanciate in chiave mantrica, decantate da Giovanni Lindo Ferrenti, c’è un punto in cui si fa riferimento a toghe e tonache. Questo passaggio mi ha permesso di trarre ispirazione per l’articolo dedicato ad Agnus Dei di Anne Fontaine.

Il film è molto duro. Distribuito la settimana scorsa, eravamo io assieme a una coppia di signori nella sala più reclusa del cinema, quella dotata di 15 posti, a visionare una storia raccontata in maniera sublime, vista la tragicità del tema. La sceneggiatura è ispirata a fatti veri, accaduti in Polonia nel 1945. Un gruppo di suore cattoliche fu completamente violato nell’intimità da un gruppo di soldati sovietici che invasero il loro convento abusando dei loro corpi. A rivelare la situazione una dottoressa giovane francese, chiamata d’urgenza, dopo la fuga di una sorella dal convento poiché custode di un segreto lacerante.

L’elemento interessante dell’intero progetto è l’uso della luce. Esiste una grande distinzione tra le riprese esterne e interne. Il bianco della neve rende accecante la vastità di vedute quando si è fuori, in fuga da qualcosa, tra le betulle, mentre nelle parti al chiuso è silenziosa, poggia la sua leggerezza sui visi delle protagoniste, rendendole eteree, quasi beate. La concatenazione di queste sequenze porta verso un mondo altro, rinascimentale, per incanto e drammaticità dei contenuti. Non so che riferimenti abbia sfruttato la regista per comporre le inquadrature, ma ho percepito autori italiani e fiamminghi, relazioni che colpiscono per incisività e durezza nei tratti.

 

Tornando a Lindo Ferretti, il collegamento che ho trovato è quello che avviene in una battuta precisa della pellicola, quando si dialoga sul ruolo distinto di avvocati e medici, come a dire, i primi chiacchierano, i secondi agiscono. Il punto di vista tra le due professioni rappresenta un dato centrale che si innesta con  il concetto di sacrificio. Agnus Dei, “Agnello di Dio” – “che togli i peccati del mondo” – come recita la famosa liturgia – è una figura, un’immagine salvifica per l’umanità, di colui che porta la croce e si immola per noi esseri umani. Una scelta dura, che mette in atto il significato pieno del concetto di giustizia per una rinascita.

Il film lavora sulla figura del Giusto, di un dare e un avere, un dono, alla pari. Mette in crisi la facoltà di parola appartenente al diritto, scritto, concentrato, interpretato, più su una azione esecutiva, che di accoglienza, di un diverso o uno sbagliato. Come se la virtù religiosa che regola tutti i nostri comportamenti fosse in realtà un’utopia non diversa da un’ideologia che guida un movimento o comportamento politico.

Affermo questo a seguito della visione, poiché il ruolo della madre badessa non è differente rispetto a quello dei Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)soldati comunisti: la spietatezza che li guida nella applicazione della regola è la stessa. Si tratta di un dogma, di una appartenenza su cui si è fondata la propria scelta di vita, non per devozione, almeno non nella sua fase iniziale, ma per adesione a un modello ideale di mistificazione divino e politico (Bibbia/Manifesto).
Lo dico, poiché altri due momenti rompono muri e aprono a varchi. La dottoressa si trova a vivere un tentativo di aggressione da parte dei russi in una notte qualunque, e mentre cerca di raggiungere la postazione ospedaliera della sua base, assapora sulla propria pelle la volgarità di mani estranee, che cercano di infrangere un limite, rompere a forza una distanza in un contatto con l’altro. L’empatia sgretola l’opposizione a una resistenza, a quel rifiuto delle suore alle visite ginecologiche che cercava di compiere per guarirle, e dopo questo accadimento, capisce sulla sua pelle il senso di umiliazione che le altre donne provano nell’invadenza di uno spazio su cui versava l‘aggravante del peccato, il voto di promessa a Dio. L’altro punto di ricongiungimento è quello di una confessione, in pratica, una suora russa (dalle vedute libertine) parla di come tra quei soldati invasori ci fosse in realtà il suo compagno. Mentre le altre venivano infrante, lei ne approfittava per ottenere sbadatamente un bambino dall’amato soldato sovietico. Quest’ultima compie una truffa, un doppio gioco per fini egoistici, che rivela molto nella diversità di fiducia che distingue i russi e i polacchi all’origine.

In tutta la produzione si è circondati da bambini messi a margine, frutto di abbandoni, sottrazioni in qualche modo lontane da una propria libera volontà. Emerge un forte disagio, e la domanda che ricorre più spesso è quella legata alla loro fine. Il frutto di un tradimento e di una deturpazione di un’anima che valore ha? puo’ meritare la vita? e quanto è attuale questo discorso?

Anne Fontaine sembra alludere a qualcosa, alla netta distinzione di chi è capace di raccogliere i suoi figli, quelli degli altri, abbandonati, nati in condizioni drastiche, far capire che la vita ha un valore che non ha colpe. Espone la storia (con e senza maiuscola) al rispetto e alla venerazione di una o più madri partendo dal concetto di concepimento e portandolo in alto, a elevazione, spogliandolo dal titolo reverenziale di compianto, inserendo l’ebraismo, aprendo alla verità e al perdono. Lo fa senza abbandonare la morte, lo fa rispettando gli eventi che stanno attraversando la Polonia in questo momento, dove le donne, vestite a nero, si ribellano ai mutamenti sociali delle volontà governative.

 


Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 

 

Oasis: Supersonic + Selma + The lobster #film #puntidivista [#recensione]

attualità, cinema, cultura, film, politica, quotidiani, tecnologia, televisione

Sono stata al cinema la scorsa settimana anche se mi sembra una vita fa, ero lì per vedere il documentario Oasis: Supersonic di Mat Whitecross.
Ho scelto una location un po’ cara per un film che è valso la pena di vedere ma che ha sottratto un rene agli astanti per via dei suoi alti costi (The Space cinema – 13, 70 euro). L’intera produzione assume dei toni familiari, nel senso che è tutto improntato sulla storia dei ragazzi di Manchester sotto un punto di vista molto umano. E’ raccontata la loro nascita come band tenendo conto della frammentaria situazione che li costringeva a essere esagerati, suddivisi tra droga, alcol e disagio. Per un fan, niente di nuovo, sennonché il punto di vista offerto sia molto interessante. L’ultima band di un periodo che anticipa internet, e che chiude un cerchio preciso nella storia, entrando nell’olimpo della musica mondiale. Tutto il lavoro racconta dei primi tre anni di successo – da Definitely Maybe a (What’s the Story) Morning glory? – verso quello che è stato il concerto di Knebworth nel 1996, quando sono riusciti a radunare una folla oceanica di persone che ha consacrato la fine di un periodo spettacolare, nel senso partecipativo del termine, aprendo a una fase successiva: quella dei megaschermi e internet, con un cambio radicale di percezione nei tempi di fruizione e consumo della musica, oggi.

 

 

Per quanto riguarda il fronte casalingo, invece, presa da un attacco mortale di noia, mi sono accorta di avere nell’archivio Sky lavori mai visti registrati da tempo. Uno è Selma – La strada per la libertà di Ava DuVernay. Film sentito, dove gli attori e il montaggio sono costruiti in modo coinvolgente, tanto che è difficile sradicarsi dalla poltrona una volta iniziata la visione. L’intera narrazione racconta della protesta di Selma, una cittadina degli Stati Uniti d’America dove è stata realizzata la grande marcia in favore del movimento dei neri capitanata e voluta, tra gli altri, da Martin Luther King, esponente di riferimento e pacifista, per dare diritto di voto agli uomini di colore nel pieno degli anni Sessanta. La colonna sonora è una delle migliori ascoltate negli ultimi anni. Sulla base della vittoria di Donald Trump alcuni dialoghi sono attuali.

 

 

The Lobster girato dal regista greco Yorgos Lanthimos è il secondo che ho scelto fantascientifico. E’ una storia d’amore al limite dell’assurdo, dove si è costretti a vivere in una condizione di repressione e sottomissione di istinti controllati da volontà altrui. Grottesco, e secondo alcuni ironico, narra di società estreme in cui è difficile collocarsi per essere se stessi nel pieno dell’autenticità, e per esserlo bisogna privarsi di qualcosa.

 

V.AR.CO (esterno) - Flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele, dettaglio mostra. Photo Credit: Ela Bialkowska - OKNOstudio Photography

Silenzio per favore, 24 settembre, V.AR.CO – L’Aquila #savethedate #opening #eventi [#mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, CS, cultura, danza, eventi, mostre, musica, turismo, viaggi, videoarte

Silenzio per favore.
10 +3 x 2 = 26 video d’artista, un unico luogo

a cura di Adina Pugliese

Incontro:
sabato 24 settembre, ore 18:00

@V.AR.CO. verdiartecontemporanea,
L’Aquila

 

La Fondazione ARIA sempre attenta a promuovere l’arte contemporanea in Abruzzo, ha organizzato la seconda edizione di Silenzio per favore, la rassegna di videoarte itinerante che si svolge sul territorio e che presenta alcuni tra i più interessanti giovani artisti italiani e stranieri. Il progetto promuove la ricerca artistica delle nuove generazioni, permettendo il confronto e la conoscenza reciproca. Artista, opera, luogo, fruitore, fondazione e amministratore, in sinergia, puntando alle risorse umane, creano un mix che mira ad accrescere i saperi, come i pionieri aprono nuove strade.

Sabato 24 settembre, alle ore 18:00
ci sarà un appuntamento che vedrà Paola Marulli e Sara Cavallo (V.AR.CO), Sabrina Vedovotto e Claudio Libero Pisano (curatori e critici); Salvatore Manzi (artista); i rappresentati della Fondazione Aria, artisti e collaboratori della rassegna, protagonisti in un dialogo aperto e
di confronto. Prevista una performance una danza della ballerina Imara Bosco.

In ogni tappa il mondo dell’arte, in maniera informale e familiare, incontra il pubblico e interagisce con esso. Cibo, musica e danza in sintonia con il luogo.

In due anni sono stati visitati tanti “luoghi istituzionali”. Ora, ospiti di uno “spazio privato”, ci si  soffermerà in un “fuori percorso”, una sosta come metafora di pausa e di riflessione, con la proiezione dei video del 2015/2016. La mostra doveva durare dodici giorni, ma per cause di forza maggiore, è stata ridotta nei tempi. È stato chiesto espressamente ad Andrea Panarelli di scrivere qualche riga sul perché di questo problema. Per il piacere di essere chiari e sinceri.

Nota:

Andrea Panarelli, 13 settembre 2016, L’Aquila

A seguito chiusura definitiva dei lavori nel palazzo in cui insiste Varco, ci ritroviamo a non aver più la corrente nei locali. Pertanto abbiamo deciso di ovviare alla situazione con mezzi alternativi. Tutto ciò comporta la riduzione in giorni del progetto “Silenzio per favore”. La situazione che viviamo non è singolare, o, particolar,  ma quasi una “normalità” legata a quanto sta accadendo attualmente in centro storico perennemente in via di “lavori in corso post sisma”. Nonostante le difficoltà dinanzi alle quali ci troviamo quotidianamente, la nostra scelta è quella di non arrenderci e di trovare sempre e comunque la maniera di far continuare il progetto “V.AR.CO.” insieme a quanti vorranno mettersi in gioco all’interno di un LUOGO POSSIBILE IN UN CONTESTO IMPOSSIBILE.

Con questo denunciamo il disagio senza fare polemiche inutili. Stiamo provvedendo a installare il generatore attaccandolo al quadro elettrico del locale, così non ci saranno i cavi in giro nello spazio e forse qualche lampadina la possiamo accendere.


In concomitanza con la rassegna, è stato istituito un Bando rivolto ad artisti under 35. Potevano partecipare anche gli artisti che erano presenti alla rassegna.  Giuria: 2016, Cecilia Casorati, Andrea Panarelli, Claudio Libero, Sabrina Vedovotto e Adina Pugliese; 2015, Cecilia Casorati, Elena Petruzzi, Enzo De Leonibus, Simone Ciglia e Adina Pugliese.

Artisti: Viola Acciaretti, Wania Castronovo, Alberto Costanzo, Michela Depetris, Giovanni Paolo Fedele, Valerio Sammartino, Carlotta Scognamiglio, Elena Tortia, Ximan Wang, Nicola Zucaro, Wania Castronovo*, Simone Cametti, Xin Zheng, Elena Bellantoni, Lucia Bricco, Ola Czuba, Matteo Fato, Marco Fedele di Catrano, Mariana Ferratto, Fabio Giorgi Alberti, Franco Fiorillo, Iulia Ghita, Agenzia Dancing Days – Luca Pucci/Emanuele De Donno, Maria Ferratto*, Lucia Bricco*, Federica Peyrolo;

*Presente alla rassegna e vincitore al bando



Informazioni di riepilogo:

Silenzio per favore.
10 +3 x 2 = 26 video d’artista, un unico luogo
a cura di Adina Pugliese

Incontro:
sabato 24 settembre, ore 18:00

Dal 22 – 25 settembre 2016
Ingresso gratuito

V.AR.CO. verdiartecontemporanea
Via Giuseppe Verdi, 6-8 – L’Aquila

silenzioperfavore@fondazionearia.it
www.fondazionearia.it

spaziovarco@gmail.com
www.v-ar-co.com

Adina Pugliese | +39 347 6686205
Francesca Lilli | +39 346 8469843

V.AR.CO (esterno) – Photo Credit copertina:
Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography

 

*Comunicato stampa

Albert Camus, Lo straniero #Bompiani #letture #libri [#recensione]

amore, attualità, cultura, film, leggere, letteratura, libri, musica, Narcisismo

Lo straniero di Albert Camus (Bompiani, 1947/2016) arriva nella mia vita in una scelta fatta per caso in libreria. Non avevo preso mai nulla di questo autore, anche se le persone a me vicine non facevano altro che consigliarlo. Senza pensarci troppo l’ho acquistato. Sono passati alcuni giorni, ma è stato un gesto istintivo avviare la sua lettura.

Lo straniero
è un libro che ha poco a che fare con l’esistenzialismo di Jean Paul Sartre, lontano dalla trappola del processo kafkiano. E’ un testo inerme, passivo, dotato di una stesura raffinatissima, non cristallizzata. Non è possibile allontanarsi dal volume tanta la forza semplice dello stile nell’attrarre il lettore.

Lo straniero di Albert Camus, Bompiani, 1947/2016.Il protagonista è vittima degli eventi: un non resistente; accoglie le situazioni che gli capitano dalla morte della madre come nulla fosse.
E’ proprio con un innesco dichiarato nella sua prima riga che inizia il risveglio: l’osservazione di una vita piatta, ripetitiva, abbandonata alla noia, all’abitudine, che porta a persone, cose e fatti, senza valore. Alla scoperta di situazioni che lui non aveva mai vagliato, cui si era reso complice, senza un motivo dichiarato, passivo al giudizio, in un senso di colpa e sospetto, interrotto dalla presenza di Marie, una donna che lo ha fatto sentire vivo per la prima volta, meritevole di felicità.
L’evento che crea lo sconvolgimento è l’uccisione di un arabo su una spiaggia in un momento in cui la sua vita sembra assemblare a una normalità – o almeno, a quella cosa che potrebbe essere definita tale, secondo i canoni comuni di condivisione sociale.

L’autore mostra un antefatto e un fatto suddividendo il testo in due parti, guida a un risultato sconvolgente; lascia inerme il lettore proprio sulle battute finali per durezza, rabbia, disperazione e angoscia  in un dialogo esplosivo con un sacerdote, durante una confessione che viene rifiutata nel momento in cui sta per avvenire una esecuzione finale.

E’ paradossale la calma che Albert Camus riesce a costruire, far parlare di un omicidio senza avere un briciolo di pentimento nell’efferatezza del gesto, creare una distanza rispetto ai fatti. Non si rende conto, il personaggio, del distacco che crea negli altri, come se egli avesse eretto un antro-condanna per proteggersi. E’ disturbato dalla luce perenne del sole, ne osserva tutte le sfumature, le riconosce, le sente come peso e afflizione continua. Un combattimento costante, tra un buio radicato e un sole che lo insegue incalzante.
La prigione è l’ospizio in cui è ospitata la madre, dove il figlio la porta a stabilirsi e morire nella totale indifferenza; la stessa prigione che lui sceglie come sua condanna, generata dall’assenza di un padre sadico che lo ha reso immaturo e immotivato nella scelta, condotto alla morte per opera di una devozione/deviazione nella ricerca di una sublimazione che avviene nella tortura.

In alcune descrizioni sembra di essere collocati in alcune scene di The Tree of life di Terrence Malick, quando Sean Penn vaga in questo paradiso artificiale di perdoni e pentimenti raggiungendo la sua pace nella volontà della grazia (Eternity). Quelli che hanno vissuto l’adolescenza negli anni Novanta, invece, in un brano dei 99 Posse, situato nell’album Cierco tiempo, Spara. (clicca).
Oggi, si è innescata in me la necessità di capire le parole di Julia Kristeva tratte da Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità. 

Sempre sulla tematica dei padri violenti, mancanti, ho visto in settimana il film di Kim Rossi Stuart, Tommaso. Il regista sdogana in malo modo tutti i personaggi di Nanni Moretti dal suo narcisismo, per mostrare quello che centinaia di autori nella letteratura mostrano da sempre: il problema di una radice e il suo relativo tradimento.

 

 

Solidea Ruggiero/Marco Casolino - Pellicola - Claudio Romano - www.minimalcinema.net

Ananke di Claudio Romano #recensione [film]

arte, artisti, attualità, cinema, cultura, eventi, film, fotografia, lavoro, poesia, recensioni arte

Ho conosciuto il cinema di Claudio Romano e Betty L’Innocente (Minimal Cinema) in una sera primaverile e piovosa di due anni fa. Ero al Maggio Fest di Teramo, in Abruzzo, curato da Silvio Araclio. Nelle poltroncine rosse della sala San Carlo si presentava In the fabulous underground, un documentario di due autori (per me) fino a quel momento sconosciuti, incentrato sulla filosofia poetica dell’artista croato Anton Perich. Un’indagine vera e propria, in realtà, dedicata a un mondo parallelo, nato, cresciuto, soppiantato, da cio’ che la macchina artistica di Andy Warhol ha rappresentato a New York nel corso di tutta la sua vita. Fui lì catturata dal senso di attesa di Claudio Romano. Un artista che colpisce per la sua volontà, il concetto etico di cinema, di vita, al quale sembra essere votato, donato, prestando le sue mani alla regia come forma pura di liturgia.

Ananke (2015), è un lungometraggio sceneggiato da Betty L’Innocente, con Marco Casolino e Solidea Ruggiero attori protagonisti. Nelle sue linee nutritive è duro, diretto, circolare e speculare. Un lavoro nel quale un uomo e una donna abbandonano (fuggono) una realtà che li potrebbe uccidere, annientare, nella loro esistenza. Facendosi forza, assieme, aggrappandosi l’uno con l’altra, entrambi, arrivano in un’area non definita di questo mondo, una zona collocata in un contesto dove regna la scomparsa del senso moderno di vita, nel suo concetto ritmico di tempo, in cui la scrittura e una radio dai segnali disturbati rappresentano le uniche costanti esterne per un umano contatto.

Ponte di Cannavine, Valle Castelllana (TE), Abruzzo - Location/Set, Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netLa natura sovrasta l’uomo: dato di fatto, punto fermo di tutta la visione, dove raggiunge – secondo la mia percezione – il suo apice elegante in una inquadratura dall’alto dalle forti caratterizzazioni bibliche. E’ una delle scene centrali, dove l’attore Marco Casolino, immerso coi piedi nel fluire delle acque, si trova disorientato da un fiume nel quale arrivano, accompagnati dalla corrente, pesci esanimi. Pietra, fermezza. Acqua, corso e decorso.

Marco Casolino, Ph. Vittoria Magnani - Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netCasolino, nella sua fisicità, potrebbe essere collocato in un impianto iconografico barocco, traslato verso una pittura e una scrittura ottocentesca, influenzata da una serie di fotografie provenienti da ricerche, studio e posa, ispirate alla recitazione russa dal metodo Stanislavskij.

La pellicola è un progetto dal valore femminista. Lo è nella stesura critica del soggetto, lo è nell’evidente attenzione dinamica di montaggio. E’ limpida la sua forza. Madre/figlia, figlia/madre, creazione, contatto, separazione volontaria e decisiva dal proprio frutto. Un corollario che lega e slega, annoda, i passaggi nei discorsi scarniti tra lui e lei (Casolino – Ruggiero), dove la forza della lingua belga, francese, modulata da Solidea Ruggiero è memoria in canto.

Solidea Ruggiero sul set - Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netIn sala lo spettatore è chiamato a combattere più volte, intuire se ha di fronte grammatiche del visivo incrociate, messe assieme, incastonate, in dialogo. Ananke di Claudio Romano, Manifesto_locandina - www.minimalcinema.net
Cinema del reale, un corto – vista la violenza e il silenzio spiazzante di pausa dell’inserimento del titolo – la fiction cinematografica, il teatro.

In questo processo di selezione figurativa rappresentato dai Minimal Cinema, si è in bilico tra buio e luce, tra un interno e un esterno, netti, messi in discussione, in relazione, non in una melanconia invasiva, né codici ancorati su un’idea di precisa di morte. Molta immobilità, ramificata in una stasi catatonica dagli echi pasoliniani, che si fa resistenza.
Ananke è suono, rottura, disturbo di urlo animale, nascita.  Ananke è necessità che inginocchia, confessa, umilmente, mette in discussione, un’autobiografia collettiva contemporanea.


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Fukushima – A Nuclerar Story #film #inchiesta

attualità, cinema, comunicazione, cultura, film, politica, quotidiani, televisione, vita

Come si è capito la crisi col cinema nella stagione 2016 è aperta, non ho voglia di fare ragionamenti che rimangono sospesi nella mia testa e non avere risposte concrete, diciamo che in questo momento apprezzo più la visione tv casuale quando mi siedo e faccio zapping dalla poltrona. Proprio due giorni fa mi è capitato di vedere un documentario di Matteo Gagliardi intitolato Fukushima – A Nuclerar Story, un lavoro dedicato al terremoto del 2011 avvenuto in Giappone. Una inchiesta a tutti gli effetti, durata tre anni, che vede analizzare il meccanismo che si è innescato nella mente dei protagonisti giapponesi dopo l’accadimento dello tsunami. Quello che mi ha colpito di più è stato il coraggio e la volontà del protagonista giornalista Pio D’Emilia che ha scelto di rimanere lì, in quella nazione, e affrontare la situazione proprio perché chiamato dalla sua stessa professione.
Sebbene l’intera produzione ha un impianto romanzato – lo story telling è marcato dal montaggio e l’uso dei fumetti rafforza la dinamica di narrazione – quello che ne viene fuori è il principio giornalistico di indagine, l’approfondimento, non dissimile da certi lungometraggi dedicati alle guerre (Walzer con Bashir, 2008, di Ari Folman) Per questo, il connubio è perfetto per far capire cosa si è innescato dopo tutti quegli accadimenti, come il Giappone si sia trasformato in un paese del dubbio, di paura e sospetto, per via di molte delle verità nascoste dei funzionari pubblici e privati; non sono quindi tralasciati i contesti di analisi politica e l’osservazione del momento nell’atteggiamento assunto dalla comunicazione mediatica. In sostanza, non è una azione rivolta al passato, ma all’osservazione dei danni sui movimenti rivolti al futuro. Il dato rilevante arriva dai rischi che quelle radiazioni possano generare dopo diversi anni dall’accaduto. Il dubbio, la catastrofe, che possa rimanere e inquinare alte aree in maniera più invasiva.

Lo consiglio, buona visione!

Trailer:

fukushima - locandina