La forma dell’acqua – The Shape of Water di Guillermo Del Toro #film [#recensione]

amore, arte, attualità, cinema, costume, cultura, danza, Donne, film, fotografia, fumetti, giovedì, letteratura, libri, musica, poesia, politica, salute e psicologia, società, spettacolo, teatro, televisione, vita

The Shape of Water è un film girato da Guillermo Del Toro uscito nelle sale cinematografiche il 14 febbraio. Si tratta di una storia che racconta di una ragazza che ha perso l’uso della voce. Una signorina che nella sua diversità trova qualcosa che la rende viva in un essere metà uomo metà pesce rinchiuso nel laboratorio dove lei lavora come donna delle pulizie.

La travagliata storia d’amore fantasy fa affiorare alla mente schemi narrativi conosciuti tanto da rendere l’intero progetto banale. Gli sceneggiatori sembrano essersi ispirati a Amelié Pouline e a scene tratte da Forrest Gump di Robert Zemeckis, La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski e Matrix di Larry e Andy Wachowski. Molte inquadrature mettono al centro illustrazione, fotografia, pittura e televisione. Il cinema stesso è l’oggetto di osservazione. Una costruzione melanconica che dal progresso vuole tornare all’incanto di una poesia artigianale. Le tonalità dominanti sono verdi e alcune inquadrature sono costruite in una logica compositiva hopperiana. Molte sequenze sono girate in location chiuse. Bunker come case dove si nascondono paure estreme.

L’inserimento di una creatura mitica è un parallelo da avvicinare ai nostri giorni, ma le finalità sono ambigue e non definite. Si pensi alle nostre interazioni coi robot e con le intelligenze artificiali. Lo straniero, gli stranieri, i corpi estranei da conoscere e analizzare, ma allo stesso tempo il tentativo di raggiungere la consapevolezza per accogliere con leggerezza chi è diverso, che in questo progetto di dimostra senza forza.

Tra le figure importanti che emergono, assieme ai protagonisti, esiste uno scienziato di nome Dimitri. Un personaggio radicale che fa eco all’omonimo soggetto proveniente dalle letteratura dei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che la Russia è vista come una vecchia saggia Europa, capace di porre le basi per una cultura solida fondata su regole e metodi accademici, ma che alla fine cede al tradimento nell’atto di morte, nella supremazia di chi crede a pensiero statunitense, unico, positivo, motivazionale e programmato.

Una miscellanea di argomenti ripetuti e sfiancanti: maschilismo, razzismo, spionaggio, America, Russia, Guerra Fredda, telecamere nei luoghi di lavoro, omosessualità come tabù, laboratori di sperimentazione, la violenza sulle donne e il disorientamento. Condizioni riscontrabili in un quotidiano passato o nel tecnologico avanzato, montati per un tempo che vola via a suon di algoritmi.

Il finale arriva a un componimento tragico di matrice shakespeariana, ma torna al mito della storia antica invertendo le intenzioni. Orfeo e Euridice, ad esempio, dove lui scende nell’ade per strapparla dal regno dei morti. La forma dell’acqua sovverte questo ordine, recupera la potenza femminile, la preserva da una esistenza terrena e la immerge in amore liquido dove non occorrono parole. Si è in un luogo uterino, un buio, che è cinema e paura, prima protezione, proiezione, che chiude l’intera visione con una sana perplessità: perché questo film ha vinto il Festival del Cinema di Venezia e ha avuto 13 nomination agli Oscar?

 

La forma dell'acqua - The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Film:

The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Il favoloso mondo di Amèlie di Jean-Pierre Jeunet
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Forrest Gump di Robert Zemeckis
http://amzn.to/2EYU8nl

La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski
http://amzn.to/2EYU8nl

Matrix di Larry e Andy Wachowski
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Libri:

Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
http://amzn.to/2GFaj6q

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Rete, fare #rete sul #web e ragionare su Mina, #TIM e Il Signor Franz #marketing [#attualità]

attualità, comunicazione, costume, cultura, eventi, fotografia, giovedì, leggere, letteratura, libri, marketing, musica, pubblicità, salute e psicologia, social media, società, spettacolo, tecnologia, televisione

Alcune settimane fa ho intrapreso un discorso sulla comunicazione che parlava di due modi di fare rete in questo momento in Italia, l’articolo era intitolato Politica, #fakenews e #community [#attualità].

Visti i commenti ricevuti, e dopo aver ascoltato Il signor Franz sul suo canale youtube, ho deciso di continuare. Franz è perfettamente connesso al mio pensiero, condivido il suo punto di vista perché faccio parte di quella generazione di cui parla. Siamo cresciuti con la lira, ma costretti ad adeguarci all’euro in un modo nuovo di organizzare l’economia. Sono una di quelle persone convinte che la modalità analogica abbia risvolti positivi basati sul momento. Sono consapevole che esistono strumenti ai quali bisogna adeguarsi con la volontà di sentire il corpo aderente al proprio pensiero.

La tecnologia è un atto mentale, una combinazione di numeri che spinge flussi di carne verso la testa nella robotica per le neuroscienze. Per spiegare cosa intendo arriva in soccorso la campagna pubblicitaria di TIM interpretata da Mina.

La cantante è al centro della scena, promuove – attraverso un ologramma – una compagnia telefonica che ha messo al primo posto il progresso.

Mina ha plasmato l’immaginario collettivo popolare negli anni ’60. È un’artista che ha suggellato – con il suo fisico longilineo – il passaggio alla modernità della comunicazione. A quel tempo i nostri genitori scoprivano la dimensione della TV educativa anche nell’ascolto. Per la prima volta le canzoni erano interpretate da personaggi veri, visibili e prorompenti, mai visti prima perché trasmessi solo alla radio. TIM (Telecom Italia, SIP) ha lo scopo di offrire sistemi di connessione sempre più rapidi in tutto il mondo.

Mina e TIM sono due realtà storiche ed economiche, unite da un progetto culturale con finalità e interessi che nascono dalle potenzialità di chi acquista i loro prodotti. Entrambi sono garanti di uno scenario che è stato una macchina di visibilità da 12 milioni di persone interconnesse e interfacciate a più strumenti tecnologici, in pochi giorni, su Rai 1. Rai, Mina e TIM – l’eterno bambino che gioca allegro nel suo mondo creativo – hanno unito le forze nel più grande progetto popolare di musica italiana e sono riusciti a ottenere un risultato che sembrava essere una missione irraggiungibile. I numeri avuti dal Festival di Sanremo sono chiari e le posizioni personali passano in secondo piano rispetto a qualsiasi altro argomento. L’intera macchina ha prodotto una visione che si è dimostrata una apertura necessaria per la collaborazione e l’incontro di organismi pubblici e privati.

In uno dei capitoli della saga degli spot lanciati dall’azienda telefonica si vedono ballare numerosi robot in una mega struttura vuota da macchine industriali. L’uomo, un ragazzo con il proprio stile, in carne e ossa, balla e accetta la sfida sul futuro. E’ l’ingresso di TIM in una nuova esistenza, e lo fa con il suono di una nonna/madre (Mina) che accompagna il protagonista nella fiducia verso il marchio, tanto da riecheggiare il cammino allegro di Dorothy alla ricerca del Meraviglioso Mago di Oz.

Tornado a Franz, lui spiega cose molto semplici, perché dice: io sono qui e rispondo alle vostre domande, ma il web è aperto a tutti con un quantitativo sterminato di argomenti e possibilità. Bisogna prendere spunti dalle cose online e offline per ispirarsi e cimentarsi, e dai suggerimenti che tutti abbiamo sotto gli occhi, con gli stimoli che ci ruotano attorno, pensare a un’idea che sia nostra, unica ed esclusiva. Il dato più rilevante dalle richieste degli utenti è come ottenere successo, l’aumento dei follower e come guadagnare in modo immediato. Quello che dice Franz è invece un rischio imprenditoriale, accade nella realtà quanto su Internet, perché essere su un social network può essere un lavoro a tutti gli effetti. Stare su un canale e mettere a disposizione la propria creatività vuol dire investire tempo e risorse per se stessi, sottoporsi a un rischio. È lo stesso rischio che avrebbero potuto correre TIM, Mina e Rai se non avessero strutturato dei contenuti mirati. Questi tre colossi, senza una raccolta dati e una valutazione dei mezzi a disposizione, non avrebbero ottenuto nulla se il loro atteggiamento fosse stato diverso. Senza una pianificazione adeguata avrebbero esposto l’immagine aziendale a ipotesi di discredito e al danneggiamento dell’intera campagna Opera Digitale Intergalattica, con l’aggiunta di una perdita di bilioni di euro in termini di investimenti.

In questo momento esiste un fermento sempre più crescente su questi temi. Marcello Ascani offre qualche spunto di riflessione, KissAndMakeup01 evidenzia i pericoli sulle frodi e al BIT2018 si dichiara l’esigenza di un codice etico per regolamentare l’influencer marketing. Ancora una volta gli operatori ragionano sulla richiesta di sicurezza per garantire alla rete di essere una realtà dove investire denaro e incrementare possibilità di lavoro. Lo scopo è tutelare chi svolge queste nuove professioni al pari di chi ha maggiori tutele nel mondo reale.

Che rapporto avete con internet e la pubblicità? Cosa ne pensate del cambiamento sociale che sta avvenendo in termini di lavoro? Secondo voi come possono essere gestiti i rapporti, scambi e collaborazioni tra mondo reale e quello virtuale? Mi farebbe piacere avere un vostro commento, grazie!

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-Judith Hopf, Video Stills: Lily´s Laptop, Video, 2013. © Judith Hopf; kaufmann/repetto; Milan / New York; Deborah Schamoni, München

UP di Judith Hopf – 30/09/2016, ore 19 – Museion, Bolzano #opening #salvethedate [Mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, CS, cultura, eventi, mostre, turismo, viaggi

Judith Hopf, Up

A cura di Letizia Ragaglia

Opening:

30/09/2016 – ore 19

Museion, logo ufficiale - http://www.museion.it/ -

@Museion, Bolzano

Museion presenta la prima personale in un museo italiano di Judith Hopf.
Nata a Karlsruhe nel 1969, l’artista insegna arti figurative presso la Frankfurter Städelschule e ha esposto in istituzioni come PRAXES centre for Contemporary Art, Berlino (2014), Schirn Kunsthalle Frankfurt (2013), Malmö Konsthall, Malmö (2012) e in rassegne internazionali come documenta 13, Kassel (2012) e la Biennale di Liverpool (2014). I suoi lavori sono stati presentati in numerosi Festival, tra cui il Festival internazionale del cinema di Berlino (Berlinale) e gli “Internationalen Kurzfilmtagen Oberhausen”.

Uno spirito ludico che mira a decostruire certezze, far vacillare parametri e convenzioni sociali; la consapevolezza dei propri limiti, e quindi l’ironia e l’autoironia; i gesti e i comportamenti goffi e impacciati; l’utilizzo dello slapstick e di un linguaggio volutamente amatoriale e quindi di materiali semplici nelle proprie opere. Questi gli elementi su cui si muove il lavoro di Judith Hopf, invitata da Museion per la sua posizione, che ricopre un ruolo singolare all’interno del sistema artistico globalizzato e iperconnesso. La mostra “Up” è ospitata a Passage e al quarto piano e presenta trenta lavori dell’artista tra video, sculture e disegni – diverse opere e l’allestimento sono realizzati per l’occasione e sono in dialogo con lo spazio di Museion e il paesaggio circostante. Il rapporto con il panorama altoatesino si riflette anche nell’invito per la mostra, la cui grafica è stata realizzata dall’artista.

L’esposizione si apre a Passage con il video Lily’s Laptop (2013,) che mostra in maniera efficace l’interesse per l’artista per ogni fenomeno di sovversione e per la complessità della giovinezza: una ragazza alla pari, lasciata sola in casa senza permesso di utilizzare il computer, si vendica allagando l’appartamento. Nonostante il dramma in corso, il tono del video conserva una vena comica, che sposta l’attenzione sul fenomeno dell’onnipotenza del computer oggi e quindi sull’esigenza diffusa di restare connessi 24 ore su 24.

Il senso del limite e l’esclusione sociale, sono invece al centro di uno dei video più noti dell’artista Some End of Things: The Conception of youth (2011), che a Museion sarà visibile esposto in una struttura-tendone creata per l’occasione al quarto piano. Qui una figura di uomo travestito da uovo gigante cammina in un edificio modernista costruito in acciaio e vetro e non riesce a passare dalla porta, a meno di distruggere il suo guscio. Nella sua semplicità, il lavoro si interroga se l’esclusione sociale dipenda da strutture esterne esistenti o sia il risultato di qualità intrinseche dei soggetti esclusi

Nella produzione plastica dell’artista lo humor diventa possibilità per smantellare il linguaggio della modernità: per questo si affida a creature animali, a volte antropomorfe. In affinità con il pensiero di Lévi-Strauss, gli animali diventano una sorta di supporto simbolico e concettuale per diverse pratiche umane. In questo senso, il gregge di pecore in cemento con facce spiritose disegnate a carboncino, si prende gioco delle convenzioni della scultura minimalista, della sua serialità e dell’intenzionale assenza di associazioni e di contenuti – ma anche di certi comportamenti di visitatori di mostre di arte contemporanea. La stessa ironia si ritrova nella serie di venti corvi, sculture realizzate partendo da scatole di medicinali e rimodellate in porcellana. Posizionati su ringhiere accanto alle grandi vetrate di Museion, i corvi sono in relazione con l’esterno e rovesciano la pratica del birdwatchting (osservazione degli uccelli) – sembrano osservare i visitatori più che essere osservati.

Le ultime produzioni plastiche di Hopf sono realizzate in mattoni e alludono a limitazioni di esperienze fisiche attraverso un ossimoro o paradosso visivo: un piede, un pallone da calcio o un trolley rimangono congelati nel loro movimento a causa delle loro pesanti e solide fattezze. A Museion lavori già realizzati sono associati a nuove opere create per l’occasione. I mattoni non comporranno solo le sculture, ma fungeranno da moduli architettonici per l’allestimento. Essi suddivideranno lo spazio espositivo e al contempo serviranno da supporti per la presentazione di alcuni lavori.

Tra i nuovi lavori ci saranno anche dei collage con disegni a inchiostro che ritraggono computer personificati e confermano quindi lo sguardo critico di Judith Hopf nei confronti dell’onnipotenza del computer.

Per l’occasione sarà pubblicato un catalogo trilingue (ita/deu/eng) con testi di Roberto Pinto, Letizia Ragaglia e un’intervista all’artista di Sabeth Buchmann, edito da Mousse Publishing.

Judith Hopf è nella commissione degli artisti invitati a scegliere giovani emergenti per ACADEMIÆ, l’evento biennale dedicato a studenti di accademie, scuole e università d’arte internazionali che si svolge a Fortezza fino al 30/10/2016.

hopf_invito_web

INFO
Museion presenta Judith Hopf, Up
Inaugurazione 30/09/2016, ore 19
Durata mostra: 01/10/2016-08/01/2017
A cura di Letizia Ragaglia

SAVE THE DATE EVENTI COLLATERALI
Giovedì 13/10 ore 19 visita guidata alla mostra in lingua italiana con Letizia Ragaglia, direttrice di Museion, a cui segue alle ore 20 il talk con Sabeth Buchmann, critica e docente presso l’Akademie der bildenden Künste Wien (in lingua tedesca)

Museion
Piazza Piero Siena 1
39100 Bolzano

Orari di apertura:
da martedì a domenica ore 10.00 – 18.00.
Giovedì 10.00 – 22.00, con ingresso gratuito dalle 18.00 e visita guidata gratuita alle 19. Ogni sabato e domenica ore 14-18 “dialoghi sull’arte” in mostra.

Lunedì chiuso.
Ingresso: 7 Euro, ridotto 3,50 Euro.

 

Contatto ufficio stampa Museion
caterina.longo@museion.it

@MuseionBZ

Museion Bozen - Bolzano

www.museion.it


Membro di AMACI, Associazione Musei d’Arte contemporanea italiani

 

 *Comunicato stampa

flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele #recensione

arte, arte contemporanea, artisti, mostre, recensioni arte, turismo, viaggi

E’ così che ci si affeziona ai luoghi, si va per conoscere cose nuove,  incontrare persone lontane dai vernissage, che hanno qualcosa da raccontare, che vada al di fuori del sistema dell’arte.

V.AR.CO - verdiartecontemporanea - official logoMartedì 3 maggio sono stata a L’Aquila, avevo voglia di andare a trovare i ragazzi di V.AR.CO – verdiartecontemporanea (Andrea Panarelli, Paola Marulli, Sara Cavallo). Il loro impegno sta costruendo un microsistema culturale fiorente, intelligente, dinamico, in un contesto impraticabile da ogni punto di vista. Una città terremotata, che combatte per risanarsi, che ha una necessità costante di stimoli e contaminazioni esterne.
V.AR.CO spinge a una apertura che è la sua crepa, e trae da lì la sua forza, in una luce che già alla sua terza mostra permette di delineare un profilo vincente, beneaugurante, a tutela di ogni professionista che abbia una autentica vocazione rivolta a fare di questo mestiere un percorso onesto, chiaro e convinto.


Locandina - Flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele (manifesto)Flow. Flew. Flaw
è la prima mostra personale di Giovanni Paolo Fedele (Pescara, 1993), a cura di Alberta Romano – una giovane storica dell’arte pescarese, membro attivo di T-space a Milano.
Il progetto ha un’idea semplice ma allo stesso tempo complessa, reticolata e articolata. Ci si trova di fronte a un vero e proprio meccanismo di concatenazioni che abbraccia performance, installazione site-specific, racconto scientifico e fantastico, focalizzato nella centralità dei rapporti umani, estetico, studiato nelle sue diverse angolazioni, prospettive e gradazioni. Si parte da uno scritto, Aequilibrium, sviluppato dall’artista – il motore teorico di tutto – che trasforma l’ambiente in una viva e ramificata sospensione, con nodi e sentieri precisi, che invogliano a una conoscenza, a qualcosa sempre più da approfondire.

Prima di andare a scoprire – sapere in realtà chi fosse Giovanni – ho deciso di spulciare il suo profilo professionale e valutare se quest’ultima ricerca fosse coerente con quelle sviluppate in precedenza, fili, insomma, che lo connettessero alla sua filosofia odierna; ebbene, non ho trovato solo questo, ma costanti germinali che si uniscono ai vecchi lavori, opere tracciate, designate in temi precisi: individualismo, sfida, disorientamento, protezione e fiducia. Giovanni viaggia tra il bisogno di perfezione e la ricerca del desiderio, ma con questi due aspetti combatte pur di non perdere le fragilità delle sue linee guida.
Flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele, dettaglio mostra. Photo Credit: Ela Bialkowska - OKNOstudio Photography

Piedi a terra, sguardo in alto, protezione verso i condizionamenti, Giovanni Paolo Fedele sospinge la sua ricerca all’errore, lasciandosi plasmare (anche) da una letteratura mirata e costruttiva – ad esempio, assieme a me, si è parlato a lungo del Puer Aeternus di James Hillmann. In quello che vuole, l’artista cerca di trasmettere quanto lui si esponga all’altro, tramite gli oggetti, le cose e la gente, negli incontri, negli scambi, pur di provare sentimenti ed emozioni proprie e pertinenti (forza, umiliazione, senso di impotenza, volontà, fallimento), in tutto questo, lui, continua a guardare aldilà: un oltre che lo incoraggia alla stasi dell’equilibrio.

Photo Credit: Ela Bialkowska - OKNOstudio Photography

Per scelta personale rifuggo dalla performance, ma in questa condizione, e in tali movimenti di linguaggio, posso dire di aver attraversato, con la vivacità dei miei stessi occhi, due corpi fondersi silenziosamente in uno sguardo, in totale armonia, che entravano in simbiosi nell’esatto momento in cui ero concentrata a capire dove volessero arrivare mentre erano agganciati sulla loro potenza di essere umani vivi e in pieno contatto. Tutto, assieme alla straordinaria comprensione e dinamicità della mente, della concentrazione, di come ognuno di noi ha la tendenza a crollare o cedere per un dettaglio che a conti fatti rappresenta il niente, quel focalizzarsi sulla perfezione che fa precipitare l’intero apparato nella sua mancanza di presenza, quando si perde la visione d’orizzonte dell’altro con l’altro.

Marina-Abramovic-Rest-Energy-with-Ulay-1980.-Courtesy-the-Artist-and-Lisson-Gallery (presa dal web)Gli incontri che ho visto – e che Giovanni cerca di raggiungere, offrendosi, donandosi, con la sua pacata tranquillità – sono legami che rimandano a un immaginario artistico importante – imponente – per chi è del settore (Marina Abramovic – Ulay), ma in Flow. Flew. Flaw non c’è fagocitazione, non c’è narcisismo, quanto rispetto viscerale di accoglienza, distanza di attesa e meditazione, congiunzione e fusione.

Ho avuto la possibilità di osservare tre processi in azione (una ragazza, una donna e un ragazzo), e nel momento in cui sono arrivata all’incontro, erano presenti anche gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila con la loro docente e artista Bruna Esposito. Insieme, in religioso silenzio, osservavamo e mettevano in pratica lezioni pratiche di riflessione in un processo e perfezionamento artistico fuori dal contesto di un’aula di studio.

Questo scambio è stato per me un continuo dichiarare il proprio abbandono con valore poetico di resistenza e impagabile resilienza.

Una performance, replicabile, mantenuta attiva fino al 6 maggio, tutti i pomeriggi, con Giovanni Paolo Fedele che ha assicurato la sua presenza per una settimana, e che ha garantito a V.AR.CO un punto a suo favore: un passo ulteriore nella fase di ricostruzione della città, della propria credibilità, attraverso una zona franca, di produzione e creazione utile, accessibile, di grande professionalità.

Per il fotoracconto della mia esperienza:

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Informazioni utili:

Flow. flew. flaw.  di Giovanni Paolo Fedele
a cura di Alberta Romano
Fino al 27 maggio
Venerdì, sabato e domenica dalle 17 alle 20
@ V. AR.CO – verdiartecontemporanea –
Via Verdi 6/8, L’Aquila
www.v-ar-co.com

Ingresso gratuito

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Photo Credit:
Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography

oknostudio

 

NO MAN’S LAND – Installazione site specific – 14 maggio – Loreto Aprutino (PE) #savethedate

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, CS, cultura, eventi, mostre, quotidiani, turismo, viaggi, vita

Il blog raccoglie inviti importanti, che contribuisce a diffondere e condividere per amore della sua terra, l’Abruzzo*:

 NO MAN’S LAND

Installazione site-specific
di Yona Friedman
e Jean-Baptiste Decavèle

Inaugurazione: sabato 14 maggio 2016, ore 12.00

Località Contrada Rotacesta – Loreto Aprutino (Pescara)

 

Sabato 14 maggio 2016, alle ore 12.00, la Fondazione ARIA inaugura a Contrada Rotacesta di Loreto Aprutino (Pescara) l’installazione site-specific No man’s land, realizzata da Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle. Il progetto nasce dalla significativa collaborazione tra gli artisti,  ARIA, Cecilia Casorati, direttrice artistica della Fondazione, l’Associazione Zerynthia e Mario Pieroni, che ha donato il terreno sul quale è stato realizzato.

L’installazione è la più grande mai realizzata da Friedman, artista e architetto franco-ungherese, nato nel 1923, pensatore visionario ed originale, le cui considerazioni sono diventate nel tempo un punto di riferimento per la cultura contemporanea.

Negli ultimi anni l’opera di Friedman è stata rivalutata dal mondo dell’arte contemporanea ed è stato invitato all’undicesima Documenta di Kassel e a diverse edizioni della Biennale di Venezia; da giugno la sua Summer House sarà visitabile alla Serpentine di Londra. Infine, tutto l’archivio – fotografie, appunti, schizzi e lettere – è stato recentemente acquisito dal Getty Research Institute di Los Angeles.

L’artista parte dalla considerazione che il mondo sia già troppo edificato e che l’architettura, dunque, vada ripensata. Non si tratta di costruire nuove strutture ma piuttosto di costruire nuove immagini.

“L’immagine” che Yona Friedman insieme all’artista Jean-Baptiste Decavèle, con cui collabora già da alcuni anni, ha progettato e costruito a Loreto Aprutino (Pescara) si estende per più di due ettari nella campagna, è composta da un grande arazzo naturale fatto con una grande quantità di sassi bianchi di fiume, una struttura di 1.000 canne di bambù che rievoca il museo senza pareti dell’artista e un dizionario immaginario inciso su oltre 200 alberi di noce. La sua costruzione ha visto la partecipazione attiva degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma, della Facoltà di Architettura di Pescara e delle Scuole d’arte del territorio, diventando, così, luogo privilegiato per il rinnovamento dei processi di formazione e divulgazione della cultura.

40_NoMansLand_FotoGinoDiPaoloNo man’s land si propone come modello di cambiamento etico e sociale, replicabile in ogni luogo del mondo, per cancellare l’idea di proprietà, per trasformare un bene privato in un bene comune, secondo un percorso ecosostenibile che restituisce il luogo a se stesso. L’accezione negativa di terra di nessuno, terra senza regole, assume qui un significato positivo: la no man’s land è un dono che l’arte fa a tutti.

 

Negli anni questo luogo sarà gestito dalla nuova e omonima Fondazione No man’s land, creata appositamente e attualmente in corso di riconoscimento, il cui scopo sarà di dar vita ad un programma che non si esaurisce con la conservazione e la fruizione dell’opera di Friedman, ma che alimenterà nuove iniziative curate in situ grazie alla sinergia con la Fondazione ARIA – Fondazione Industriale Adriatica. L’intento è quello di esportare il modello di “non proprietà” in altri luoghi, ispirando una serie di iniziative sul tema dell’evoluzione della cultura territoriale, seguendo la filosofia partecipativa di Friedman.

ARIA, nata nel 2011 e composta da manager, docenti, professionisti, artisti, intellettuali ed associazioni abruzzesi, promuove il territorio realizzando iniziative culturali di livello internazionale per uno sviluppo sostenibile, secondo una progettualità economicamente virtuosa e socialmente utile.

Per saperne di più:
www.fondazionearia.it
Info@fondazionearia.it

Ph. Gino Di Paolo

 

Note biografiche: 

Yona Friedman (Budapest, 1923) si forma in Ungheria. Dopo la guerra si trasferisce e lavora per circa un decennio a Haifa, in Israele. Dal 1957 vive a Parigi. Ha insegnato in numerose università americane e ha collaborato con l’Onu e l’Unesco. Negli ultimi anni l’opera di Friedman è stata rivalutata dal mondo dell’arte contemporanea ed è stato invitato alla undicesima Documenta di Kassel (2002) e a diverse edizioni della Biennale di Arti visive di Venezia. È autore di importanti saggi sull’architettura, tra i più recenti Utopie realizzabili (2003), L’architettura di sopravvivenza. Una filosofia della povertà (2009) e L’ordine complicato. Costruire un’immagine (2011). Il corpus dei suoi lavori è stato esposto al Center for Contemporary Art di Kitakyushu in Giappone e nel mese di giugno 2016 la sua Summer House sarà visitabile alla Serpentine di Londra; tutto l’archivio delle sue opere – fotografie, appunti, schizzi, lettere – è stato recentemente acquisito dal Getty Research Institute di Los Angeles.

Jean-Baptiste Decavèle (Grenoble, 1961) ha esposto in numerose gallerie e spazi pubblici europei e nordamericani ed ha partecipato a importanti video festival. Nel 1999 e nel 2001 ha ricevuto il premio Villa Medici “Hors Les Murs”. Collabora da alcuni anni con Yona Friedman alla realizzazione delle Iconostases.

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Ufficio stampa mostra:
Maria Bonmassar
ufficiostampa@mariabonmassar.com
ufficio: +39 06 4825370 / cellulare: + 39 335 490311

 *comunicato stampa

L’Armonia di Emanuela Barbi

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, lavoro, mostre, Studiare

Emanuela Barbi (Pescara, 1966) è un’artista abruzzese.
Il suo lavoro è coerente, frutto di una elaborazione interiore che si svela nel pieno di un percorso di analisi effettuata sulla sua opera. In una ricerca minuziosa si scruta quanto la sua inquietudine sia stata trasformata in luminosità viva nel corso degli anni, e quanto abbia assunto un ruolo dominante nel processo di cambiamento, stilistico e linguistico, in una forma liturgica di resistenza crescente.

Le sue azioni partono dalla fotografia e dalla performance.
In una prima fase di indagine si avverte una forte mancanza. Un silenzio lieve figlio di un meccanismo caotico.

La sua opera ambisce a una condizione di protezione, si propaga in un bisogno di sentimento orientato agli esseri viventi, le architetture e i luoghi. Si avvicina a una dimensione autentica, capace di assorbire segni di un contesto nel quale si vuole respirare clima di nutrimento, manifestato nel principio di anima, frutto indissolubile di equilibrio tra i conflitti di spirito e corpo. Come in una trama fittissima, la sua storia, si poggia su un intreccio che si svela in una odierna consapevolezza professionale. Un ordito che si riappropria della sua natura, quando i frammenti di filo vengono raccolti nei loro continui movimenti, uniti per ottenere una tessitura in equilibrio sano e compatto.

Quando si scruta la componente gestuale delle azioni performative, l’artista permette di scoprire come la sua fluidità sia custodita in una corporeità in continua evoluzione. Nella sua corsa alla vita, si congiunge alle cose facendosi stimolo della materia primigenia dell’esistenza, in una crescita, la cui base è dominata da una prioritaria riappacificazione con se stessa.

Emanuela Barbi agisce, pensa ed elabora, sviluppa un segnale ciclico in un vortice continuo.
Il suo lavoro ha riferimenti ancestrali, antropologici e antropocentrici. E’ un percorso di una armonia che si autoalimenta con l’aiuto di una ironia sottile e sferzante, strutturata in amuleti, codici e segni ricavati da temi religiosi e da una iconografia collegata spesso alla tradizione popolare.

Se il ruolo fotografico assume una parte importante nelle sue attività iniziali, in quelle successive, le sue costanti stilistiche si spostano su gradi differenti di contaminazione. Dalla fotografia al titolo, dal video alla musica, progetta ogni pensiero in divenire come fosse collocata in viatico alchemico, rivelato da ingredienti che mai possono essere sottratti dal suo iter creativo.

 

 

Quando Emanuela Barbi assume le vesti di film maker stabilisce una distanza, pensata come testimonianza. Sensibili alla luce (2011), ad esempio, è una narrazione di ascolto che si concentra nell’altro, una dedica per il giovane artista Giampiero Pagnini, specializzato in fotografia ottenuta con tecnica stenopeica.

In Girovita (2013), invece, si pone in una condizione di azzeramento del protagonismo collettivo, e riporta le questioni culturali, partendo da necessità essenziali di volontà partecipata. Traccia una mappa della città di Pescara, si organizza e stabilisce punti, documenta e raccoglie pensieri di persone situate nel loro paesaggio consueto, sottoponendole a una semplice domanda: Che cos’è l’Arte?

Da una lettura critica complessiva, emerge quanto le sue opere si spingano oltre le cose, in pieni termini di dissoluzione creativa. Una risorsa che potrebbe offrirle un miglior margine di indagine, se si ponesse nella condizione di spostarsi verso una direzione relazionale più ampia, sollecitata da una urgenza che potrebbe regalarle nuove avventurose aspirazioni, utili, per il suo futuro.

La cromia ricorrente è l’arancio.
La musa ispiratrice è Gina Pane.

Attualmente vive e lavora a Pescara.

In occasione della XI Giornata del Contemporaneo, domenica 11 ottobre 2015, sarà presente nella mostra collettiva “ECOCENTRICO”. Il vernissage si terrà nello Spazio Pater – ex Municipio, presso Piazza Garibaldi in San Vito Chietino (Ch).
Per saperne di più, Qui.

Amalia Temperini

courtesy © Archivio Emanuela Barbi

 

autopromozione

vita

Se qualcuno volesse avermi tra i suoi contatti, a babbo morto, ho una pagina fan su facebook che potete trovare Qui, un cinguettio riluttante #Qui, un dialogo fotografico senza nessuna pretesa Qui,  e  un profilo serio, professionalmente parlando, Qui.

Buona parte di questi miei spazi li trovate segnalati sui widget a destra di questo blog.


che poi, oltre al titolo, mi piaceva molto l’immagine! 

#Invasionidigitali #Canzano #Abruzzo #Teramo #igersitalia

arte, attualità, cucina, cultura, eventi, fotografia, libri, mostre, musica, quotidiani, ricette, Studiare, vita

Voglio raccontarvi l’esperienza fatta domenica scorsa, nata sulla rete e sviluppata in una settimana di progetti coinvolgenti svolti in tutta Italia dal 20 al 28 aprile.

#Invasionidigitali (http://www.invasionidigitali.it/) è una mega opera di promozione turistica che ha coinvolto tantissime persone con lo scopo di incrementare la conoscenza e la sensibilizzazione al nostro patrimonio culturale, in maniera semplice e del tutto gratuita.
La finalità è stata di invadere luoghi d’interesse storico – culturale, con l’obiettivo di fotografarli e mandarli istantaneamente in internet.

Tablet, smartphone, fotocamere, telecamere – chi ne ha più ne metta – sono diventati strumenti e  protagonisti di una presenza fisica fatta di uomini, donne e bambini che osservavano, ascoltavano, raccontavano, fotografando e promuovendo – con il loro punto di vista – ambienti e spazi conosciuti o poco accessibili, diffusi e condivisi in maniera tempestiva on line, stimolando la curiosità di chi era  dietro un monitor – da casa – a spiare fatti di facebook, twitter, foursquare, tumblr, youtube, pinterest.

Il progetto #invasionidigitali usa l’occhio e attraverso esso vuole o tenta di restituire la bellezza di chi ha dimenticato (o messo da parte) l’identità della propria appartenenza.

Io ho aderito a quello di Canzano, comune delle provincia di Teramo in Abruzzo.

L’esperienza è decisamente da ripetere.
Alcuni scatti:

Dettaglio organo, Chiesa Santa Maria dell’Alno, Canzano, Teramo, Abruzzo.
ph. A. Temperini

 

Neviera araba, Canzano, Teramo, Abruzzo.
ph. A. Temperini

Veduta, Canzano, Teramo, Abruzzo.
ph. A. Temperini

Dettaglio affresco medievale, Chiesa San Salvatore, Canzano, Teramo, Abruzzo.
Ph. A. Temperini

Campaline, Chiesa San Salvatore, Canzano, Teramo, Abruzzo.
ph. A. Temperini

Ciclo di affreschi medievali, Chiesa San Salvatore, Canzano, Teramo, Abruzzo.                                                                                                                     Ph A. Temperini


Cupola barocca, Chiesa della Madonna dell’Alno, Canzano, Teramo, Abruzzo.                                                                                                                     Ph A. Temperini


Torrione del XV secolo – cinta muraria edificata dalla Fam. D’Acquaviva – D’Aragona.
Canzano, Teramo, Abruzzo.
Ph. A. Temperini


Neviera araba, Canzano, Teramo, Abruzzo.
Foto presa dal sito ufficiale del ristorante “La Tacchinella”(link in basso)

Veduta Gran Sasso d’Italia e campanile della Madonna dell’Alno.
Canzano, Teramo, Abruzzo.
ph. A. Temperini

La mia regione in poco più di un minuto:

Link utili per approfondimenti:

http://www.invasionidigitali.it/
http://www.comune.canzano.te.it/ (in basso a sinistra – sezione “Storia”)
http://buriansnow.it/webcamcanzano.php (live)
http://www.touringclub.it/destinazioni/14435/Canzano
http://www.abruzzoturismo.it/
http://www.teramoculturale.it/
http://turismo.provincia.teramo.it/
http://www.latacchinella.it/neviera.html

25 aprile, porri al forno.

cucina, ricette, vita

In attesa che le sorti del nostro governo siano segnate, voglio raccontarvi di una ricetta improvvisata ieri, e ispirata dalla tradizione albanese (clicca).

In realtà ho bisogno di scrivere, e per attutire questa necessità, mi riserbo la possibilità di elencarvi una mia sperimentazione, in cambio i pensieri annoiati e spaventati.

Porri al forno, l’alternativa.

Ingredienti:

4 porri
1 mozzarella
Ragù di salsiccia e carne macinata
Pan grattato, paprika piccante, olio e sale qb.

Procedimento:

Ho sbucciato i porri togliendo le parti dure e lasciando quelle più tenere affinché potessero risultare più piacevole al gusto. Con un po’ di olio ho lasciato soffriggere velocemente i cuori girandoli di tanto in tanto. Una volta stabilito che bastava il tempo, ho deciso di non scottarli troppo, così da farli mantenere fermi (vedi foto).

Ho oliato la pentola da forno, li ho posizionati; ho messo la prima parte di ragù, e poi tritato sopra la mozzarella. Ho aggiunto di nuovo un leggero strato di sugo, poi pan grattato e paprika miscelati assieme per la formazione di una piacevole e saporita crosticina una volta terminata la cottura.

In forno per circa un’oretta a una temperatura non altissima (140°), ho lasciato si rosolassero in tutta tranquillità.

L’esito finale mi lasciava titubante – era la prima volta che la provavo.
E’ venuta ottima ed è finita tutta.  Posso ritenermi soddisfatta.

Buona liberazione, ora e sempre: Resistenza!

Connecting the Dots/Unire i punti – Georgia Tribuiani

mostre

Quando decido di andare a una mostra, solitamente ho un rito preciso: caffè con le amiche che rallenta la tensione, e rilassamento pre – visita adatto alla successiva scoperta di un qualcosa di nuovo.

Georgia Tribuiani è una visual designer poliedrica, che con le sue opere costruisce mondi nuovi, uniti da leggerezza di più punti, che elevano chi è di fronte, a una spensieratezza di pensiero, attraverso una coloratissima ironia.

L’allestimento di “Connecting the Dots/Unire i punti” è un sentiero che si sviluppa in 4 sale, pensate in maniera matematica, con un preciso risultato finale, che in questo caso, è di grande impatto razionale ed emozionale.

Se non altro perché la logica di costruzione dei lavori è complessa: svelata attraverso il percorso d’esposizione, in cui è difficile non capire quanta minuzia c’è nella scelta di elementi necessari al suo linguaggio, che avvolge più sostanze, provenienti dal mondo teatrale, cinematografico, artistico, televisivo, in una forma di cultura così completa, da fare assorbire il tratto distintivo, che aleggia nella sua opera, a tutti.

Quello che voglio comunicare in semplicità, è che si saltella tra i suoi pensieri in un montaggio video inizialmente scomposto – come se stessimo in una sorta di limbo analogico – a esaminare tutti i frame delle sue idee; per poi arrivare una condizione di assemblaggio, talmente veloce, da capire i motivi per i quali questa mostra te la porterai addosso per alcuni periodi.

Curata da Umberto Palestini, è ospitata negli spazi dellArca – Laboratorio delle arti contemporanee di Teramo, fino al 21 ottobre 2012, ai seguenti orari: 16 –19.
Lunedì, chiuso.

La consiglio, lasciandovi qualche suggerimento:

http://www.g3o.net/
http://www.motiongraphics.it/2008/01/georgia-tribuiani-senior-designer/
http://www.larcalab.it/a/?p=265
http://theworldofagraphicdesigner.wordpress.com/2012/09/02/unire-i-punti/
http://www.behance.net/gallery/Unire-i-Punti/4916769?fb_action_ids=4653447221093&fb_action_types=og.likes&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=246965925417366

E’ disponibile un catalogo della mostra.