La casa di carta, netflix, 2019

La casa di carta (stagione 3) #serietv #recensione

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Circa un anno fa parlavo su questo blog in termini abbastanza infastiditi della serie tv spagnola La casa di Carta. Nel giro di poco ho dovuto rivedere le mie posizioni; gli autori mi hanno fatto riflettere su quanto sia stato spettacolare il loro lavoro di scrittura nel corso delle nuove puntate. Voglio dire: il punto di vista cambia, e pure tanto, da avermi fatto dimenticare quel fastidio che ho assaporato al termine delle prime due stagioni.

Anche in questo caso ciò che lega lo spettatore alla poltrona è l’esagerazione. La volontà di Tokyo di esprimere il proprio potenziale inespresso alla ricerca di nuovi stimoli dopo un periodo di tempo passato con Rio su un atollo sperduto nell’oceano. Quello che genera la spirale vorticosa di un nuovo colpo è il tradimento di un patto instaurato alla fine della grande fuga su acque internazionali e dopo l’ottenimento della truffa più grande della storia di Spagna.

In questa occasione, sono gli studi pensati per opera di un morto, quel grande manipolatore visionario di Berlino a vincere. Lui aveva creato uno schema che alzava il livello delle loro rapine e lo pensa dopo essersi rinchiuso in un monastero cistercense situato in Italia. Lui sapeva che la banda si sarebbe riunita, per questo aveva progettato un furto innovativo dedicato alla Riserva Nazionale della Banca di Spagna per rubare tutti quegli ori depositati in caveau blindatissimo.

Le vere protagoniste sono le donne, lo scontro tra una spietatissima poliziotta e la sua rivale Lisbona – l’agente Murillo innamorata del Professore.

Alla base di tutto questo c’è la tattica Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Con una scena spettacolare le masse cambiano il consenso sui rapinatori che diventeranno veri e propri eroi.

Ora per capire come andrà a finire, dobbiamo aspettare la quarta stagione: argh!

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La casa di carta, Netflix, 2017

La casa di carta #serietv [#recensioni]

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Di tutte le serie viste finora La casa di carta è quella che mi ha irritato di più. Si tratta di una storia che ha come tema portante la rapina alla zecca di stato spagnola. Lo scopo è rivendicare la propria esistenza con un atto politico di Resistenza, elemento che si contrappone alla idea maledetta di bisogno di amore.

Alla base un gruppo di persone selezionate e organizzate per ruoli. Emergono i vissuti dei singoli, con una speciale attenzione a Tokyo, una ragazza vendicativa che racchiude l’acerbo di un sentimento incontrollabile e desideroso di fiducia. Dei protagonisti si è a conoscenza dei nomi in codice assieme a poche cose per identificare il prototipo a cui lo spettatore ha la necessità di affezionarsi.

Tokyo, La casa di carta, Netflix, 2017

L’astuzia degli autori è nel conoscere molto bene i meccanismi storici. Il fastidio arriva quando si evidenzia come questo potere sia capace di sfruttare le dinamiche contemporanee nella micro società creata ad hoc dalla loro scrittura.

Il progetto ha il suo vertice nel Professore – un uomo che rappresenta al meglio il concetto di utopia; al suo fianco, compagno di visioni non proprio egualitarie, Berlino – un acclarato narcisista manipolatore. A loro servizio, la plebe, con gruppo di esecutori materiali specializzati ognuno in attività criminali diverse.

Professore+ Berlino, La casa di carta, Netflix, 2017

L’espediente che armonizza l’andamento della visione è l’amore. Giustizia e ideologia sono contrapposte e tese a coordinare sentimenti irrazionali e contraddittori che si intrecciano nella relazione tra Il professore e l’ispettore di Polizia. L’economia è il meccanismo di andamento commerciale che serve a regolare i rapporti con la popolazione strumentalizzata dai media.

L’uso del punto di vista ribalta il senso e il ruolo degli ideali di sinistra, li trasforma in qualcosa che crea un mito su figure losche che rappresentano il lato brutto della vicenda. Il messaggio che passa è che se sei farabutto – e hai quei principi politici – ce la farai a vincere, resistere per superare lo stato di polizia e fottere il sistema.

Molti degli stereotipi adottati ricalcano eroine del cinema, alcune riecheggiano Huma Thurman in Kill Bill di Quentin Tarantino o Natalie Portman in Leon di Luc Besson. La serie nella sua totalità è piacevole quanto fastidiosa per la sua irriverenza, ma in certi punti scontata e banale, tanto da perdere la totale credibilità nella sua ultima puntata.

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La bomba informatica – P. Virilio

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Per diversi anni sono stata inseguita dal libro del filosofo e urbanista francese, Paul Virilio, La Bomba informatica.
Lo avevo acquistato dopo aver spulciato bibliografie incrociate di volumi piaciuti particolarmente, che ho trovato calzanti nell’osservazione dei mutamenti geopolitici. Studi portati avanti sulla questione della maturità delle folle e della opinione pubblica, attraverso la letteratura e l’arte contemporanea, oggi, mi hanno spinto a prenderlo e affrontarlo. L’argomento principale del testo è dato da tutto cio’ che stiamo percependo con il cambiamento del processo storico in corso, l’uso del digitale e del visivo.

Tra gli aspetti da monitorare, l’autore ricorda come dietro meccanismi di questo tipo si stiano innestando alterazioni radicali nel passaggio dal mondo reale a quello virtuale: la scomparsa del limite geografico e del mutamento dell’ordine temporale nelle fasi di vita e di lavoro, una distorsione del modo di osservare e interpretare le questioni col web – sempre più immediato, ridotto e in allarme – e tutto cio’ che implica le tecnologie senza tralasciare la genetica.

Il dato concreto è rappresentato da una attenzione che sembra poggiare su semplici questioni: siamo sicuri che internet sia una forma di libertà? o sta trasformando i nostri comportamenti in abitudinari come fossimo vittime di un meccanismo che passa attraverso un codice di programmazione puntato alla esposizione pubblicitaria? e quale rischio puo’ causare se tutto questo fosse applicato in una mancanza di equilibri tra parola e immagine in oggetto?

Personalmente, sulla base di questo volume, mi sembra tanto che siamo come piccole zanzare che sbattono la testa verso una lampadina che emette qualcosa di artificiale, cioè un elemento inventato, frutto dell’industrializzazione energetica, di un tempo passato, che si è evoluto plasmandoci come se le la luce del sole non fosse più necessaria, accecati da un fascio che chiude la nostra visuale in una dimensione ridotta di visione progettuale ed esistenziale.

Argomenti utili, soprattutto agli appassionati di scienza, filosofia e urbanistica.

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese

attualità, cinema, cultura, film

Di corsa vengo a parlarvi dell’ultimo film visto al cinema, ormai oltre una settimana fa. Non è mia abitudine scrivere dopo così tanto tempo di un lavoro cinematografico, poiché credo che il valore dell’impatto sia già quantificabile il giorno dopo la visione. Ultimamente sono molto impegnata, ma stamattina ne darò una breve impressione, per non rimanere indietro con le pagine del blog, per quelle persone che continuano a leggermi.

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese è solo eccessivo. Non perché lo abbia detto Gramellini, non perché tutti si siano lamentati per le scene di sesso e droga, ma perché è un prodotto pronto all’uso, fatto per smascherare o far notare provocatoriamente certi meccanismi, figli della logica di sistema.

Ho apprezzato l’attacco lanciato, non l’ho trovato stucchevole e ho anche apprezzato molto la matrice morale, la sottigliezza con la quale la figura paterna osservava il figlio, lo avvertiva e lo monitorava costantemente nelle sue azioni, lasciandolo fare, nonostante fosse, Jordan Belfort – il protagonista – in una posizione totalmente scomoda. Per questo dico che non è il male assoluto: ha una chiave positiva che si manifesta espressamente  alla fine, non in maniera decisiva ma delicata, anche con figure chiave a margine che non tradiscono la propria identità e ci fanno sentire il valore della legalità addosso, come pura normalità.

Il regista non racconta niente di che, la storia di un broker spregiudicato che arriva al successo  sfruttando l’onda, dopo la crisi economica della fine degli anni ’80. Chi è stato in queste dinamiche, anche se fossero stati semplicemente a lavorare in un call center, saprà che la logica, il modello comportamentale di affabulazione, è sempre lo stesso. Convincere, convincere, convincere, che tutto è necessario e utile. Usare il bisogno come mezzo, sfruttare quindi il bene per crearne nuove necessità, non per soddisfarle.

Facevo così, quando per un periodo della mia vita ho venduto noti aspirapolveri americani, con un motore Ferrari che uccideva tutti i microbi dei nostri materassi.

Tecniche, metodologie di vendita per fregare costantemente l’altro, indurlo a consumare il proprio stesso essere, senza ritegno.

La cosa vergognosa di The Wolf è la caserma che si viene a creare quando Di Caprio crea questa mega agenzia con un simbolo, non a caso, dalla forma di testa di leone. Saluti, riti, abbracci e smanettamenti vari, vicini molti allo squadrismo religioso e fascista, in un’ottica di arena, in pieno stile americano, ma non lontano dai prodromi delle nostre dittature.

Quello che sembra apparire in certi punti è proprio il pacchetto di violenza soggettiva che nasce dal nulla e si rafforza attraverso la mediocrità, la banalità, di tutti.

Secondo me la forza è qui, in questa velata logica di vanità e sproporzione della realtà, riportata.

Ci sarebbero milioni di cose da aggiungere, da verificare e considerare.
Il sesso, lo scandalo, la droga, sono la parte più zuccherosa di tutto questo marciume.
La cosa più angosciante è che sembra riflettersi molto sulla nostra condizione politica italiana. Un film, questo di Scorsese, che arriva dopo Il capitale Umano di Virzì, e dopo La Grande Bellezza di Sorrentino, che amplifica la veduta su uno scenario sempre più a pezzi, fatto di uomini mediocri, con forte desiderio di rivalsa, che elaborano teorie e fatti, massacrandosi in scopate e inutilità varie.

Io fossi in voi lo vedrei, ma con quell’attenzione di chi, tra qualche mese, lo avrà già dimenticato.

Consigliato.

Ps. Sto aspettando il film su Hannah Arendt di Margaret Von Trotta, magari ci ripulirà occhi e li renderà di nuovo candidi.

Il paradosso dei paradossi.

attualità, film, politica, televisione, vita

Posto due video che pongono in evidenza due elementi uguali ma differenti in struttura poiché sorti da due forme di produzione di comunicazione diverse tra loro.

Il primo è tratto da un lavoro di Massimiliano Bruno intitolato Viva L’Italia.
Un film all’apparenza leggero che nasconde nella sua ironia punti cruciali della nostra realtà italiana odierna, che ci invita a riflettere e a usare il voto come elemento di riscatto per le nostre identità assieme a un’attenzione maggiore per gli organi di magistratura.

Il secondo è tratto da un’inchiesta che sta portando avanti Sandro Ruotolo, in una puntata andata in onda su La 7 in prima serata il 29 dicembre e intitolata Inferno Atomico.

Qui, sono fatte dichiarazioni importanti rilasciate da Carmine Schiavone, il pentito dei clan dei Casalesi – quello descritto da Roberto Saviano in Gomorra –  sulla Campania, sulla terra dei fuochi e sui meccanismi di comunicazione del sistema.

Da queste sue affermazioni, anche lui si trova nella condizione di invitare tutti i cittadini a cacciare fuori i politicanti dai luoghi di potere attraverso l’arma del voto.

Vi consiglio di concentrarvi sul discorso di Michele Placido,  inizia al minuto 8: 03 più o meno:

La parte finale dell’intervento di Schiavone:

L’integrale di Servizio pubblico più così da farvi un’idea completa:

Siamo arrivati al paradosso dei paradossi, in cui cinema e tv si trovano sullo stesso punto: incoraggiare le persone a usare coscienza critica.

Fin qui potrebbe essere tutto normale, ma il danno più lacerante arriva dalle dichiarazioni di un pentito che ricorda a noi di dover assolvere i nostri doveri di cittadini, recandoci ad esprimere una preferenza che dovrebbe ripulire lo Stato da queste personalità che hanno e stanno distruggendoci il futuro.

Lui ha ragione, ma tutto questo è vergognoso poiché un criminale non può arrivare a suggerisci come agire nel giusto. E di questo io sono profondamente indignata.

Connecting the Dots/Unire i punti – Georgia Tribuiani

mostre

Quando decido di andare a una mostra, solitamente ho un rito preciso: caffè con le amiche che rallenta la tensione, e rilassamento pre – visita adatto alla successiva scoperta di un qualcosa di nuovo.

Georgia Tribuiani è una visual designer poliedrica, che con le sue opere costruisce mondi nuovi, uniti da leggerezza di più punti, che elevano chi è di fronte, a una spensieratezza di pensiero, attraverso una coloratissima ironia.

L’allestimento di “Connecting the Dots/Unire i punti” è un sentiero che si sviluppa in 4 sale, pensate in maniera matematica, con un preciso risultato finale, che in questo caso, è di grande impatto razionale ed emozionale.

Se non altro perché la logica di costruzione dei lavori è complessa: svelata attraverso il percorso d’esposizione, in cui è difficile non capire quanta minuzia c’è nella scelta di elementi necessari al suo linguaggio, che avvolge più sostanze, provenienti dal mondo teatrale, cinematografico, artistico, televisivo, in una forma di cultura così completa, da fare assorbire il tratto distintivo, che aleggia nella sua opera, a tutti.

Quello che voglio comunicare in semplicità, è che si saltella tra i suoi pensieri in un montaggio video inizialmente scomposto – come se stessimo in una sorta di limbo analogico – a esaminare tutti i frame delle sue idee; per poi arrivare una condizione di assemblaggio, talmente veloce, da capire i motivi per i quali questa mostra te la porterai addosso per alcuni periodi.

Curata da Umberto Palestini, è ospitata negli spazi dellArca – Laboratorio delle arti contemporanee di Teramo, fino al 21 ottobre 2012, ai seguenti orari: 16 –19.
Lunedì, chiuso.

La consiglio, lasciandovi qualche suggerimento:

http://www.g3o.net/
http://www.motiongraphics.it/2008/01/georgia-tribuiani-senior-designer/
http://www.larcalab.it/a/?p=265
http://theworldofagraphicdesigner.wordpress.com/2012/09/02/unire-i-punti/
http://www.behance.net/gallery/Unire-i-Punti/4916769?fb_action_ids=4653447221093&fb_action_types=og.likes&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=246965925417366

E’ disponibile un catalogo della mostra.