The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese

Di corsa vengo a parlarvi dell’ultimo film visto al cinema, ormai oltre una settimana fa. Non è mia abitudine scrivere dopo così tanto tempo di un lavoro cinematografico, poiché credo che il valore dell’impatto sia già quantificabile il giorno dopo la visione. Ultimamente sono molto impegnata, ma stamattina ne darò una breve impressione, per non rimanere indietro con le pagine del blog, per quelle persone che continuano a leggermi.

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese è solo eccessivo. Non perché lo abbia detto Gramellini, non perché tutti si siano lamentati per le scene di sesso e droga, ma perché è un prodotto pronto all’uso, fatto per smascherare o far notare provocatoriamente certi meccanismi, figli della logica di sistema.

Ho apprezzato l’attacco lanciato, non l’ho trovato stucchevole e ho anche apprezzato molto la matrice morale, la sottigliezza con la quale la figura paterna osservava il figlio, lo avvertiva e lo monitorava costantemente nelle sue azioni, lasciandolo fare, nonostante fosse, Jordan Belfort – il protagonista – in una posizione totalmente scomoda. Per questo dico che non è il male assoluto: ha una chiave positiva che si manifesta espressamente  alla fine, non in maniera decisiva ma delicata, anche con figure chiave a margine che non tradiscono la propria identità e ci fanno sentire il valore della legalità addosso, come pura normalità.

Il regista non racconta niente di che, la storia di un broker spregiudicato che arriva al successo  sfruttando l’onda, dopo la crisi economica della fine degli anni ’80. Chi è stato in queste dinamiche, anche se fossero stati semplicemente a lavorare in un call center, saprà che la logica, il modello comportamentale di affabulazione, è sempre lo stesso. Convincere, convincere, convincere, che tutto è necessario e utile. Usare il bisogno come mezzo, sfruttare quindi il bene per crearne nuove necessità, non per soddisfarle.

Facevo così, quando per un periodo della mia vita ho venduto noti aspirapolveri americani, con un motore Ferrari che uccideva tutti i microbi dei nostri materassi.

Tecniche, metodologie di vendita per fregare costantemente l’altro, indurlo a consumare il proprio stesso essere, senza ritegno.

La cosa vergognosa di The Wolf è la caserma che si viene a creare quando Di Caprio crea questa mega agenzia con un simbolo, non a caso, dalla forma di testa di leone. Saluti, riti, abbracci e smanettamenti vari, vicini molti allo squadrismo religioso e fascista, in un’ottica di arena, in pieno stile americano, ma non lontano dai prodromi delle nostre dittature.

Quello che sembra apparire in certi punti è proprio il pacchetto di violenza soggettiva che nasce dal nulla e si rafforza attraverso la mediocrità, la banalità, di tutti.

Secondo me la forza è qui, in questa velata logica di vanità e sproporzione della realtà, riportata.

Ci sarebbero milioni di cose da aggiungere, da verificare e considerare.
Il sesso, lo scandalo, la droga, sono la parte più zuccherosa di tutto questo marciume.
La cosa più angosciante è che sembra riflettersi molto sulla nostra condizione politica italiana. Un film, questo di Scorsese, che arriva dopo Il capitale Umano di Virzì, e dopo La Grande Bellezza di Sorrentino, che amplifica la veduta su uno scenario sempre più a pezzi, fatto di uomini mediocri, con forte desiderio di rivalsa, che elaborano teorie e fatti, massacrandosi in scopate e inutilità varie.

Io fossi in voi lo vedrei, ma con quell’attenzione di chi, tra qualche mese, lo avrà già dimenticato.

Consigliato.

Ps. Sto aspettando il film su Hannah Arendt di Margaret Von Trotta, magari ci ripulirà occhi e li renderà di nuovo candidi.

8 pensieri su “The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese

  1. Eccessivo senza dubbio, molto pop art nei colori e nella rappresentazione, tecnicamente quasi perfetto.
    Non è il miglior Scorsese ma tiene lo spettatore incollato allo schermo e le interpretazioni sono validissime. Forse troppo lungo di una buona mezz’ora.

    Il messaggio è “la dipendenza”, secondo me. Dipendenza dal potere, dai soldi, dal poter buttare via i soldi, dipendenza dalla necessità di essere sempre al centro dell’attenzione, un mito, un DIO. Concordo, è da vedere.

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  2. Ho visto il film e trovo che sia un ottimo prodotto cinematografico, con un racconto crescente e piacevole da scoprire. C’è il percorso di questo uomo qualunque che diventa un normalità scevra d’ogni orpello si ritrova a capo di una fortuna immensa ma soprattutto con uno charme ammirato e venerato fuori ogni misura.
    Io messaggio è chiaro e concordo con te. Nasce dalla volontà di mostrare il mondo attuale fatto di falsi miti e semplici scalate in scia con quanto accaduto negli ultimi anni. C’è poi peró un finale di redenzione, tutta americana, dove appare brevemente in un cameo il anche il protagonista vero della storia.
    A mio giudizio personale, credo si tratti di un bel film, egregiamente montato, forse in alcuni punti eccessivamente hollywoodiano, ma un buon prodotto di intrattenimento che scorre piacevole senza che infierisca molto il contenuto morale.

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  3. Eh, però, sai, ho molto da fare in questo periodo 😀
    Devo dire che, rispetto al resto dei contenuti del post, ho davvero volato alto davanti a questa immagine “Facevo così, quando per un periodo della mia vita ho venduto noti aspirapolveri americani, con un motore Ferrari che uccideva tutti i microbi dei nostri materassi.”
    Questo è cinema, ragazza. 😉

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