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Politica, #fakenews e #community [#attualità]

attualità, comunicazione, costume, cultura, giovedì, lavoro, marketing, politica, pubblicità, quotidiani, rumors, social media, società, Studiare, tecnologia, televisione, vita

Il Corriere della Sera riporta una notizia importante per il mondo della comunicazione. Si tratta di un articolo firmato da Martina Pennisi intitolato: Così Facebook segnalerà le fake news durante le elezioni. Si legge che la campagna elettorale italiana sarà monitorata da alcuni organi superiori che medieranno e controlleranno i toni e la qualità delle notizie dedicate agli utenti. Si aggiunge che questi supervisori si attiveranno al massimo nel contribuire a un dibattito di qualità con la cancellazione di identità e notizie false. Le indagini hanno il dovere di risalire alle fonti di distribuzione e ridurre la loro visibilità. Si tratta di una sperimentazione effettuata in altri Stati che ha sollevato dibattiti e inchieste tutt’ora in corso in molti paesi del mondo.

Sono dati che emergono anche dall’incontro in streaming avuto al Quirinale domenica 28 gennaio. Un appuntamento che ha visto protagonisti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alcuni creators emersi della rete.

Si immagini un nonno che dialoga con dei nipoti. Una persona nata nel 1941 che parla a dei giovani quasi adulti arrivati quarant’anni dopo. Chi ha vissuto in una comunità reale e sperimenta assieme a dei ragazzi la community virtuale.

Lo schermo televisivo è entrato nelle nostre case nel 1954. Fino a pochi anni fa l’interazione coi telespettatori era scarsa. La TV è passata da generalista a multicanale. Questo ha favorito la possibilità di scegliere in contenuti più adatti alla propria persona. Con Internet nel 1997 si sono ampliate le possibilità, e con Youtube, dal 2005, si è innescato un sistema di approcci che ha posto al centro una stretta relazione tra persona comune e utente comune.

Sulla base di questa unione di immedesimazioni sono cambiate le regole del mercato nella vendita di prodotti e sullo sviluppo di figure professionali mirate. Il web 2.0 è stato uno strumento che ha ridotto il potere a chi prima costruiva in modo unico e esclusivo il valore di una marca. Per questo motivo si è passati dai testimonial nella pubblicità (Mike Bongiorno – Grappa Bocchino / Nino Manfredi – Lavazza /Pippo Baudo – Caffè Kimbo) a una moltitudine influencer sul web. (Chiara Ferragni – The Blond Salad/ The Jackal / Fatto in casa da Benedetta / Clio – Clio Make-up).

In quest’ottica il Presidente Mattarella ha accolto i giovani professionisti e ha ascoltato le loro richieste sulla necessità di un regolamento che sia valido per tutti. Importante per creare assieme una rassicurazione nella condivisione dei contenuti per il rispetto degli interlocutori.

In un modo differente, legato a due ambiti diversi (Facebook – Quirinale), si arriva ad argomenti comuni su cui riflettere. Si può dire che si sta manifestando un bisogno che è una richiesta di sicurezza?In effetti, se ci si sofferma a pensare a come si monitorano gli episodi di bullismo legati alla politica e nei confronti di chi ha trovato un mestiere in una via alternativa, si rimane amareggiati. Esiste davvero l’invidia per chi è riuscito a farcela o tutto questo odio è paura, senso di smarrimento e solitudine?

Da quando ho tolto Facebook ho notato che le relazioni importanti sono rimaste le stesse di sempre negli anni. Instagram è noioso perché ho necessità di leggere più che di ragionare per immagini. Amo Twitter perché più veloce. Per tutti questi motivi ho da anni un blog nato da Splinder ed emigrato su WordPress dal 2012.

Quale è il vostro rapporto coi social network e internet? È possibile, secondo voi, stabilire una linea educativa che permetta di unire due mondi paralleli legati alla nostra e unica vita senza fare del male a chi magari esprime solo una posizione su vari argomenti?

Mi piacerebbe soffermarmi a leggere un vostro commento, grazie. 💕

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Lunedì 6 febbraio, Presa diretta #popolarità #televisione #riflessione [#web]

cultura, giovedì, salute e psicologia, televisione, vita

Lunedì 6 febbraio ho avuto modo di vedere la puntata di Presa diretta su Rai 3 dedicata in due momenti al tema del web e delle tecnologie. L’uso e l’abuso commerciale, i pro e i contro di un mondo parallelo dove ci si trova a introiettare e proiettare le nostre cose, paure, felicità, esasperazioni che riflettono l’immagine di una società che non tollera più nulla, soprattutto la sofferenza. Una parte di persone si rifugia in meccanismi rischiosi di protezione, scegliendo di stare dalla parte del divertimento più sfrenato o nella paranoia più totale, secondo il tipo di solitudine che si vuole adottare. (Raiplay)

Nel post [#Silenzio] scritto alcuni giorni fa riflettevo, aprivo un primo sfogo su questo argomento: sul fastidio che ho quando sono sui social network. Un esempio è la soglia di tolleranza che supera il limite quando avverto che per esistere bisogna dimostrare di essere sempre al top, pronti, darsi un tono, magari attraverso l’uso smoderato della fotografia o di un video. Dimostrare al mondo che schiacciando le opinioni degli altri con sospetto o inganno si merita di avere più valore, come se non ci fosse posto per tutti nel fare una riflessione utile, da condividere, senza l’intromissione dell’impostura.

L’asfissia modellata in certe situazioni è estenuante, rende me insofferente perché il condizionamento involontario che si subisce fornisce elementi in più alla vita, strati non utili a un normale decorso, come se noi tutti non uscissimo per fare la spesa, non lavorassimo, non avessimo contatti con gli altri esseri umani, ci scordassimo di una normalità fatta di aria, acqua, terra, fuoco, perché siamo – secondo il nostro punto di vista – diversi, nel piantarsi su facebook (nella vita e sul web in genere) per solo fatto di apparire, comparire o postare. È come se ci stessimo creando – o fossimo creati – un mito, una situazione esatta: quella in cui permettiamo al nostro io – vero e autentico – di essere un’altra entità, e abbandonarci, annullarci, col nostro nome e cognome, all’inesistente. Questa non è una delle componenti della letteratura? di quegli autori che forgiano un personaggio che si presenterà come indimenticabile e segnerà, magari, l’identità di un libro o di un film per lungo tempo, nella storia, la nostra memoria? Perché dovrei immergermi nella vita del mio vicino e trovare un riscontro assurdo nella realtà mentre getta la spazzatura al mio stesso orario?

Presa diretta ha realizzato un focus concentrandosi sugli adolescenti autolesionisti, a esempi positivi di ricostruzione di una identità, ai centri attivi in Italia per tutelare la propria natura di essere umano, lontano dalla rete, con l’aiuto di persone che offrono ascolto per riprendere in mano quello che abbiamo scordato: che internet è uno strumento, e che la storia di ognuno di noi è unica perché ci contraddistingue dagli altri, perché nulla puo’ essere controllato o calcolato, se non il fatto di essere nati in un momento X e vivere.

Sono d’accordo quando si mette l’accento sui ragazzi che in un modo o nell’altro cercano una via di sfogo, una libera formazione, un’attenzione; un modo per comunicare la ribellione, un disagio a cui va data la possibilità di risoluzione. Esiste, e deve esistere, un’alternativa per non guardare cio’ che fa male, ma non è l’unica possibilità. Non lo è se questo esula da tutto, non vale se si sostituisce la paura di affrontarsi, non vale se è quella che serve a immergersi per conoscersi, se si costringe se stessi al rifiuto del non guardarsi nel profondo convinti di punire gli altri col silenzio o l’anonimato trasformato in presenza fisica.

Se io che sono un utente comune apro una qualsiasi pagina social mi accorgo del numero di adulti maggiore rispetto a gruppi di ragazzini, sono io che devo chiedermi i motivi per i quali esiste questa assenza. Loro cambiano strategia, devono trovare nuove vie di irruzione per essere scorretti per farsi beccare, perché vogliono essere visti e abbracciati con questo giochino. In molti casi rimango stupita dall’immaturità che un individuo di età avanzata ostenta senza rendersi conto, dei modi incontrollati che si hanno nel mostrarsi senza ricordare che il figlio è sulla sua lista amici, e magari frequentano gli stessi posti (bar, discoteche) o si sentono dei loro amici ai quali confidare tutto. A volte provo un profondo senso di umiliazione, e penso che questa estenuante presenza sia un impedimento di espressione, una sorta di superamento di una zona rossa, minata già da altri fattori ambientali, vissuti fuori dal contesto casalingo. Si ha una tendenza a giustificare qualsiasi cosa e si impongono regole senza averle applicate per primi sulla propria pelle, offrendo un esempio che in pratica si traduce in mancanza di coerenza. In un passaggio del programma c’è un padre alla fiera del videogame che racconta di come il figlio, un bambino di 4-5 anni, sia per circa quattro ore davanti a una consolle. Possibile che non ci siano alternative di gioco? un contatto diretto? un freno?
Se io voglio un gelato e mi madre mi gonfia offrendone 14 di tutti i tipi ogni volta che pronuncio quella parola, anzi, prima che addirittura io la vada a pensare, mi ha fatto vincere un capriccio e io l’ho schiacciata nel suo ruolo guida. Da bambino ho vinto, ma da padre o madre e da maestro siamo sicuri? Mi sembra che tutto questo sia il presupposto derivante dalla condizione di benessere che ci siamo costruiti osservando modelli di comportamento non legati alla nostra tradizione, per tirare in ballo un argomento a caso. L’illusione di essere medio borghesi quando siamo in un paese a caratterizzazione contadina. La mia indole è votata alle sane litigate fatte con l’amichetto dell’asilo incontrato al parco, a quel bambino che all’improvviso diventa mio fedele spalando la sabbia sulla spiaggia perché bisogna scoprire un tesoro nascosto, oppure prendere con lui un pokemon assieme in pubblica piazza. Mi sembra che in molti casi abbiamo scordato di come il contatto con la natura sia fonte primaria di relazione, dimenticato di quanto sia fondamentale la presa di posizione nel portare a termine un compito. Sembra tutto cristallizzato e immobile.

Agisco.

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À. Heller Z. Baumann, La bellezza (non) salverà il mondo #recensione #libri #letture #riflessioni [#pointfoview]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, filosofia, letteratura, politica, tecnologia

Da un po’ di tempo vedo risorse nella storia del pensiero in una parte mondo invasa dalle più grandi ideologie contemporanee novecentesche, soprattutto quella venuta giù col crollo del Muro di Berlino (1989). Sono convinta che il disturbo proveniente dal comunismo sia una della barbarie da cui partire per indagare, e ogni volta che penso a questo momento affiorano alla mente passaggi di Gustav Herling, quando racconta dei calci dati, di notte, alle porte delle vittime racchiuse nei gulag sovietici, per opera dalle sentinelle russe. Condizioni descritte dall’atroce narrativa di quel libro che è Un mondo a parte (Feltrinelli, 2010).

La bellezza (non) non salverà il mondo è un dialogo avvenuto a Bolzano. Un saggio breve che trae i suoi punti di vista sulle culture internazionali all’interno di un progetto intitolato I dialoghi della pace. I protagonisti di questo incontro del 2014 sono due personalità che hanno attraversato il Novecento con lungimiranza: Àgnes Heller (Budapest, 1929) tra i massimi esponenti della filosofia bulgara e Zygmunt Baumann (Poznan, 1929) noto sociologo polacco.

Il testo ha una introduzione che amplifica molto bene i punti trattati: il primo è il concetto di sublimazione. La chiave interpretativa è data secondo significati aperti  e scissi tra impostazioni differenti nei concetti di autolesionismo  (Sigmund Freud) e interruzione di una ripetizione (Jacques Lacan). Si parte da qui per evidenziare due linee distinte di indagine: una salvifica (Heller) l’altra distopica (Bauman).  Si parla di foglioline impazzite: semi in cui la gioventù dei nostri giorni è disorientata; incapace di una visione progettuale/politica nel lungo periodo. Persone che occupano le piazze a sciami, e come tali disperdono. Spingere in modo perentorio su questo versante vuol dire accostarsi alla soglia del kitsch e alla decadenza. La soluzione sarebbe quella di spezzare la catena di una dipendenza ossessiva, ma per questo occorre solo volontà.  Tra gli esempi citati dagli autori esiste un riferimento al Faust di Wolfgang Goethe, in cui il protagonista per salvarsi dal suicidio rinnega le parole del sigillo instaurato col diavolo.

Da Heller a Bauman si cambia posizione. Lo studioso polacco si focalizza verso l’asprezza di pensiero che rappresenta la nostra società: la distopia*.Si parte dal concetto di bellezza scisso tra naturale e generato dall’uomo (artista/artigiano) e pone un quesito fondamentale: le arti impressionano o cercano di impressionare?

Mi chiedo, come si faccia a stimare un lungo periodo nell’epoca della velocità, quale sia il suo metro di riferimento. Per poter capire bisogna tener conto di cosa? economia? innovazione? tecnologia? mutamenti sociali? il concetto stesso di maturità? gli specchi? Se la caduta delle ideologie novecentesche ha generato una tempesta, fatto crollare tutti gli elementi partecipativi delle rivoluzioni/manifesto degli anni ’60/’70, oggi, cosa rimane? Se cerco di guardare i gruppi di combattenti imperiosi delle sinistre, la realtà che si presenta ai miei occhi è di un raduno di persone che si abbandonano seguendo un sogno utopico di progetto comune, solitudini che si incrociano nel desiderio per illudersi e sbranarsi una volta arrivati alla meta. Una bruttura, senza precedenti, che fa riflettere molto su tre concetti cui tengo molto: responsabilità, condivisione e partecipazione. La vita politica odierna sembra come l’opera strategica di Christo sul Lago d’Iseo (The floating pierce): vedo, vado, ma non so dove. La perdita di un cardine, la mancanza di una stella di riferimento, pur sapendo che la Polare è lì. Si avverte una forte dispersione, quello che potrebbe essere identificato come azzeramento confine? o è il superamento di un limite?
Per poter stabilire un giudizio di gusto/appartenenza a qualcosa, dovrei, dobbiamo, dovremmo, avere dei criteri di fiducia costruiti in canoni. E se il canone è in crisi?
Si sta vivendo un momento in cui sta avvenendo un cambio di percezione attraverso i segmenti di virtualità e la messa in discussione di un codice di ordine rinascimentale. Si pensi alle arti visive, al semplice atto di usare la matita per rappresentare. Oggi, quella stessa matita, diventa dito su schermo toccato.

Che cosa hanno in comune questi due modi di rappresentare?

Michelangelo Buonarroti, La creazione di Adamo, 1511, affresco - cappella Sistina, Roma (immagine presa dal web)

Che cosa hanno in comune questi due modi di rappresentare con il comunismo?

Buona lettura.

Àgnes Heller
Zygmunt Baumann,
La bellezza (non) salverà il mondo,
Casa editrice Il Margine, Trento, 2016

hellerbauman1

 

W.I.P. di Amalia Temperini, volutamente senza fonti.
Scritto in sala, a penna poi digitalizzato tra il 2 e il sei ottobre 2016.
Ri – organizzato in web.

No Man's Land - Loreto Aprutino, Pescara - ph. Gino Di Paolo - www.fondazionearia.it

No Man’s Land di Yona Friedman – Jean Baptiste Decavèle #recensione

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E’ passato un po’ di tempo da quando sono stata all’inaugurazione di No Man’s Land, progetto site – speficic di Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle a cura di Cecilia Casorati, realizzato a Loreto Aprutino in provincia di Pescara, inaugurato il 14 maggio scorso.
Un’idea nata in collaborazione con Aria – Fondazione Industriale Adriatica, l’Associazione Zerynthia e Mario Pieroni, che ha donato i terreni sui quali l’opera è stata realizzata.

Tre segmenti di progettazione architettonica pensati in un unicum esperienziale, contraddistinti da un’area creata da pietre di fiume, un bosco con più di 200 piante di noce incise, una struttura costruita attraverso l’uso di canne di bambù, che si fondono, assieme, in simboli dai segni arcaici, primitivi, contemporanei, dai tratti fluttuanti. Land Art a vocazione concettuale, in equilibro, in un lavoro dall’armonia completa, in dialogo, tra uomo e natura. Poesia che si espande, estende, per più di due ettari di terreno, trasformati in un immaginario condiviso nel quale ognuno puo’ immergersi e ritrovarsi, percependo, e stabilendo, la propria linea (sottile) di confine.

Il bosco è cuore, polmone, processo di passaggio, mente dell’intero progetto. Alberi intagliati nella loro corteccia come cicatrici da accarezzare, raccontano un vissuto, una crescita, il raggiungimento di una consapevolezza, saggezza, che non tradisce o abbandona la memoria. Ricordo che affiora attraverso il tocco, una carezza nella profondità di taglio, di un albero giovane, fragile, resistente, che diventa, attraversa, supera il proprio limite, la macchia e l’intera selva. Fraseggio di vita, rimando alla filosofia tedesca di Ernst Jünger, in una concezione datata 1951,  dichiarata nel saggio politico intitolato Il trattato del ribelle (Adelphi, 1990). Quest’ultimo, mia percezione in cammino che si somma ai numerosi interventi fatti da studiosi e critici, alcuni dedicati all’ecosofia di Arne Næss, in occasione dell’appuntamento pomeridiano dove la presentazione è terminata.

In un’epoca influenzata dal potere delle immagini, traspariva un rimando di delimitazione legato a un processo storico novecentesco preciso, che in questo contesto ha assunto, volto il suo significato, cambiando forma – da stella a rettangolo -, porzione, in un nuovo ambiente libero, radicato, su impegno di chiara responsabilità. Non un marchio tatuato in codice, ma lampante adesione di coraggio acclarato in  verità limpida percepita e affermata in questa frase:

“No Man’s Land belongs to everybody”
(Terra di nessuno è di tutti)

Un segno distintivo di partecipazione e condivisione dal colore giallo (un semplice post – it), fissato al petto da chi ha aderito al principio, quel giorno, a Loreto Aprutino – e da quel giorno in poi ancor più per altri –  come modello autentico di pensiero innovato.

Aria – Fondazione Industriale Adriatica, costituita da manager, docenti, professionisti, artisti e associazioni abruzzesi, ha promosso il territorio rispettando la sua natura, in uno sviluppo utile e accessibile, non tradendo la propria identità, garantendo alla regione Abruzzo una rottura nella sua forma mentis. Lo ha fatto con strumenti di comunicazione e pubblicità, nel pieno rispetto dei principi economici legati all’event marketing, nella concezione di prodotto culturale, sul quale possono partire ed essere applicati studi, ricerche e politiche di destination branding per ricalibrare il tiro sull’immagine e la credibilità di questa area del centro-sud Italia.

No Man's Land, Bosco, Loreto Aprutino (PE) - ph. Amalia TemperiniYona Friedman artista, architetto franco – ungherese, ebreo, nato a Budapest nel 1923. Jean Baptiste Decavèle è artista, nato a Grenoble, in Francia nel 1961. Collaborano assieme da più di dieci anni, e in questa installazione hanno edificato la più grande opera realizzata da Friedman, visione, che ha visto protagonisti anche gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma, della Facoltà di Architettura di Pescara e delle Scuole d’arte del territorio.

No man’s land è il risultato, via di protezione e fuga, cancella l’idea di proprietà, trasforma un bene privato in un bene comune, secondo un percorso fedele, ecosostenibile, che restituisce il luogo a se stesso.

NO MAN’S LAND
Installazione site-specific
di Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle
a cura di Cecilia Casorati
Fino a: per sempre.
@Località Contrada Rotacesta – Loreto Aprutino (Pescara)

– Accesso gratuito –

Consiglio:

Scarpe comode
Plaid / copertina
Una quantità sterminata di bambini al seguito da accompagnare.

Per saperne di più:
www.fondazionearia.it

 

Elena Ferrante – Adele

attualità, comunicazione, cultura, lavoro, letteratura, libri, musica, quotidiani, televisione

Di tanto in tanto mi fermo davanti al pc a leggere qualcosa, cercavo la classifica delle regioni italiane più redditizie e ho trovato una chiarissima intervista a Elena Ferrante, la nota scrittrice italiana famosa negli Stati Uniti, la cui identità è celata dietro questo pseudonimo.
Non ho mai sfogliato i suoi libri, quando un caso diventa clamore mi sento come fossi un brutto oggetto indotto al consumo di qualcosa che mi renderà più triste, e allora evito.
Nel documento pubblicato sul quotidiano Il sole 24 Ore, illuminanti sono le risposte che offre in merito ai suoi lavori.
Ci penso da ieri, stanotte, stamattina ne ho urgenza di collocarla in questo mio spazio perché voglio contribuire alla diffusione di questo messaggio.
Riporto alcuni stralci:

Ci può spiegare perché ha deciso di tenere segreta la sua identità – di mantenere questa “assenza”, come ha detto, rispetto al mondo editoriale e alla promozione dei suoi libri?
Ritengo che sia un errore, oggi, non tutelare la scrittura garantendole uno spazio autonomo, lontano dalle logiche dei media come del mercato. La mia piccola battaglia culturale, che dura da quasi venticinque anni, si rivolge soprattutto ai lettori. Penso che l’autore vada cercato non nella persona fisica di chi scrive, non nella sua vita privata, ma nei libri che ne portano la firma. Fuori dei testi e delle loro strategie espressive c’è solo chiacchiera. Restituiamo vera centralità al libro e poi, se è il caso, discuteremo degli usi possibili della chiacchiera a scopo promozionale.

Pensa che la fama può arrecare sempre danni all’opera di uno scrittore, o all’opera di qualsiasi persona creativa?
Non lo so. Credo semplicemente che oggi sia un errore lasciare che la propria persona diventi più nota della propria opera.”

Si tratta di una posizione molto netta che condivido nella sua totalità. Buona parte del successo è dato proprio dall’alone di mistero di cui è dotato e che va a suo favore. E’ necessario tornare al contenuto stabilendo una giusta linea di demarcazione sul valore del testo e su chi scrive.

Cosa sta succedendo al mercato editoriale?

Da Fabio Fazio, Adele, la cantante inglese di fama internazionale, ha dichiarato che la scelta di pubblicazione del suo ultimo album ha voluto percorrere una traiettoria differente: tornare ad acquistare un disco non distribuendolo in anteprima su internet, coi classici stralci messi come appetizer, ma avere in custodia l’intero prodotto sfornato destinato alla vendita per un pubblico che tocca con mano qualcosa, una memoria.
Hello si è fatto da garante, ha ottenuto un successo stratosferico grazie anche alle parodie social, e ha trainato e trascinato le vendite a dei livelli alti di guadagno nel mercato mondiale della musica.

 C’è qualcosa di antico in queste azioni che mi fa molto riflettere.

L’intervista intera all’autrice, Qui

Adele e Fabio Fabio su Rai tre da youtube:

Youtuber: #pepperchocolate84

attualità, comunicazione, Narcisismo, rumors, Studiare, tecnologia, vita

Seguo questa youtuber – Pepperchocolate84 – da tanto tempo. Mi è sempre interessato il meccanismo che costruisce quando viaggia o quando le capita di parlare di mostre, poiché ha un atteggiamento molto pop nell’affrontarle in maniera leggera. Penso sia scaltra, e le cose che propone con quella modalità (trucchi, abiti, cibo) siano usate in maniera molto efficace e veloce. Non condivido molte cose di lei, delle scelte che fa, ma è la sua vita e il suo modo di lavorare, poiché lontani dal mio punto di vista. Ha saputo sfruttare le sue risorse per costruire il proprio mondo con un mezzo innovativo che le permette di fare cio’ che vuole, di vivere degnamente la propria esistenza rispettando il tempo che vive.
Nel discorso che compie in questo video che proporrò, mi trovo totalmente d’accordo, non in relazione a quanto lei faccia o svolga, ma piuttosto su quanto io applichi questo comportamento spesso nella mia vita. La scelta, il giusto valore alle cose e alle persone, la dignità, i soldi come mezzo, internet e i social come strumento.
Rispetto ad altre, le tantissime che sono online, ha compiuto un gesto positivo che le attirerà molti fastidi, sarà tacciata di ipocrisia e altre cose di una noia mortale.
Quello che dice è giusto: la distanza va mantenuta su tutto.
Possiamo ascoltarla o no, possiamo riflettere su quello che dice, possiamo criticarla costruttivamente, possiamo invidiarla. Se ha le spalle forti, le nostre chiacchiere le scivoleranno addosso come giusto sia, poiché porta avanti i suoi sogni.
Molti utenti non tengono conto dei fenomeni che attraversano il web, e non so se lei sia conosciuta in altri contesti (giornali, tv) – non seguo tutto quello che fa – ma ha un segmento di pubblico forte che le permette di incrementare i suoi guadagni che lei ripaga col suo impegno.
Pensiamo a Benedetta Parodi, lei, attraverso le sue ricette ha costruito un impero mediatico. Con l’aiuto di chi? Di tutti noi che le abbiamo spedito i gli ingredienti da miscelare in uno studio televisivo, nel quale si stipulano per la sua fattibilità accordi pubblicitari, inseriti spesso tra una pausa e l’altra, che le fanno aumentare la possibilità di investimento in relazione ai tempi del suo programma, perché noi telespettatori siamo lì che acquistiamo determinati prodotti, posizionati davanti ai nostri occhi, in ogni secondo utile al commercio.
Che differenza c’è tra le due? Nessuna.
Lavorano entrambe, ognuno col proprio scopo: farlo al meglio, guadagnare per stare bene, ottenere credibilità e visibilità per nuove opportunità.
Le loro non sono le uniche professioni al mondo. La notorietà non si ottiene solo attraverso la messa in esposizione del proprio corpo e del proprio messaggio.
Anche noi,
in piccolo, con le nostre forze, possiamo tirare fuori qualcosa di buono e concreto gettandoci in altri ambiti. Dovremmo imparare a mantenere il distacco non facendoci condizionare dai risultati degli altri, puntare piuttosto a farci un esame di coscienza ogni volta che proviamo un briciolo di invidia, uccidendoci in paranoie imitative, che derivano da modelli comportamentali indotti, di cui, secondo me, non abbiamo proprio bisogno.

Resoconti

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, viaggi, vita

Sono un po’ di giorni che non mi siedo davanti a un pc. Non ho avuto internet per problemi di connessione e sono stata davvero molto bene. Per le necessità impellenti ho avuto il cellulare attivo. Ho già detto tante volte che la percezione di sguardi attraverso i social viene manipolata e alterata, e riposarmi dall’inutile è stato nutritivo e salutare.

Mercoledì scorso sono finita in una cena realizzata in un castello. Ci siamo presentate io e una giornalista teramana partite in tutta velocità alla ricerca di un luogo sperduto nella provincia di Pescara. Sono stata con imprenditori, critici, curatori e alcuni operatori di settore. Persone che lo scorso anno osservavo/ammiravo dalla platea di uno spazio artistico mentre disquisivano di creatività e responsabilità del/nel fare cultura. Non capisco come i fili della mia vita possano intrecciarsi a questa maniera così complessa, davvero, più volte, mentre ero lì presente, mi sono chiesta se fossi fortunata o meno, che cosa ci facessi realmente e altre insicurezze di poco conto. Io e un artista siciliano eravamo i più giovani, i novelli, che si guardavano con occhi spalancati, sinceri, non capendo cosa fare, come muoversi e cosa dire. In realtà, il tempo delle chiacchiere è stato poco, giusto per la condivisione di una aperitivo, una cena squisita allietata da vino rosso. Essere al tavolo della presidenza con un direttore artistico di quel calibro mi ha inibito nella sua fase iniziale, una volta sciolta la parlantina, ho capito che le volontà e i principi sono simili e si possono ottenere argomenti di riflessione validi per lavorare al meglio, se si vuole veramente contribuire a qualcosa.

Quando sono tornata a casa la notte ero molto confusa e stanca. Ho scritto a varie persone vicine le quali mi hanno prontamente risposto che se ero lì me lo meritavo per come agisco. Non so se sia vero o giusto. Oggi ho pure un raffreddore tremendo, da due o tre giorni penso e ripenso ai motivi di queste situazioni, poi sforno biscotti.

C’è un artista che seguo molto da vicino il quale ha iniziato a prendermi in giro sul serio. Spesso gli ricordo che alla base di ogni azione ci deve essere un progetto chiaro di intenzioni. Nella materia culturale viva, niente è data al caso, tutto è seguito da tre principi armonici.
L’altro giorno, mentre dibattevamo di stupidate varie, facevo un sugo improvvisato, non avevo nulla di apparentemente utile a casa, mano mano che aprivo cassetti e frigorifero mi accorgevo che tutto poteva essere ricondotto e unito per creare un sapore di tutto punto, io descrivevo i passaggi, lui mi richiamava all’ordine della sequenza, io l’ho smontavo secondo alcuni principi di sovversione duchampiana. Anche quando non lavoro, lavoro, non riesco a fermare le possibilità che si possono costruire con pochi elementi miscelati condividendoli con qualcuno che capisce realmente il mio ritmo.

Penso sempre che le azioni da basso siano le più utili. Se mi soffermo, rifletto su un viaggio fatto a Metz nel 2010,  fu l’anno in cui si inaugurava il Centre Pompidue II pensato da Shigeru Ban, l’architetto giapponese che si è occupato anche di alcuni progetti nella mia regione. Oltre a trovare una mia cara amica che viveva in Francia, sono stata invogliata da tutto il meccanismo di consapevolezza costruito attraverso il marketing affinché si costruisse valore per quel luogo nuovo, che inaugurava con alcune collezioni provenienti da Parigi, dal web, mentre ero in Italia seguendo la sua progressione tramite una webcam. Ho riso quando sono arrivata lì. Mi hanno chiesto il mio cap di provenienza. Ho sempre voluto immaginare che qualcuno sia andato a vedere questa località sperduta della provincia teramana e si sia chiesta il perché, i motivi, di questo movimento assurdo di azioni e di cose fuori da un circuito solito di consumatori arrivati da grandi città. Alle volte mi chiedo se vale anche per le riviste di settore, oltre ai soldi, capire come si muove il mercato e perché proprio da certe aree sottovalutate o svantaggiate.

Credo sempre che la provincia possa offrire tante cose, tante risorse innovative, soprattutto perché c’è ancora un grande valore nell’arrangiarsi a trovare soluzioni che permettano di irrompere nelle cose. In tutto questo anno di elaborazione progressiva non mi sono accorta di quanto io fossi vicina a cio’ che papa Francesco ha definito “misericordia”. Non ho agito per pietà, ma per compassione, una compassione che passa dal concetto di empatia che applicata ad un sistema laico o ateo puo’ avere un grande valore di riscontro nella fattibilità delle cose. Ho seguito con molta cura l’apertura della porta giubilare a San Pietro, ho ammirato chi crede fortemente in valori così importanti di spiritualità. Pensare che c’erano pellegrini da ogni dove per ricollocarsi nella propria esistenza, superando la paura dei personali demoni, mi rincuora.
Se si tralascia questo tipo di osservazione, la cultura alla partecipazione e l’umiltà perdono il sapore vero delle cose.

A questo punto credo mi sia salita la febbre. Ho mal di gambe, continuo a sentire freddo nonostante addosso abbia un felpone colossale a collo alto, uno scialle, un copricollo, i termosifoni e il camino acceso.
Non rileggo, mi sento molto stanca. Il cielo è sereno dalla mia finestra anche se ingrigito da un livie passaggio di nuvole leggere.
Il cane vaga per casa e si emoziona ascoltando Bjork.

Comunicazione e’ marketing ?

artisti, attualità, comunicazione, cultura, eventi, Studiare, tecnologia, Università

A giorni prendo gli occhiali nuovi. Sono stata dall’ottico, e più che stare a decidere di montature e lenti, sembravo al mercato del pesce a trattare di prezzi, sconti, possibilità innovative e marketing in generale. Il ragazzo era giovane, abbastanza sveglio, preparato, e’ rimasto molto colpito dalle mie richieste dirette, decise, assertive. Ho riso molto, lui aveva gli occhi limpidi e trasmetteva molta solarità. Ha provato a fregarmi, ma abbiamo trovato la soluzione migliore – tanto i commercianti l’arte a perdere non la fanno mai, perché prenderci in giro a vicenda se si può arrivare a un compromesso?

Mi è successo questo negli ultimi tempi: non avere più voglia di inutilità, le preziosità, gli accostamenti stilistici di matrici sofisticate.
C’è da dire che sono arrivata all’essenza delle cose, l’utilità del gesto dato e ricevuto, con o senza acquisto. Il resto mi annoia.
Ho avuto sempre grandi pregiudizi per le grandi catene di acquisto. Sono da sempre una che ha fatto del libero arbitrio un’arma di difesa bella e buona. Quando mi trovo ad Ikea, per fare un esempio, entro sempre in conflitto coi box delle buste gialle, quelle messe a disposizione in ogni angolo, li odio, e mi chiedo dove siano piazzate le telecamerine che osservano i nostri comportamenti tanto che tra un po’ passo più tempo a guardare per aria che i prodotti che non mi piacciono.
Col web è venuta meno la resistenza, ahimè, scoprendo, in alcune lezioni di marketing del prodotto culturale, quanto la virtualità sia per noi sette volte più dannosa poichè ci rende esposti alla contaminazione/manipolazione rispetto a una comune pubblicità televisiva. Mi sono arresa.
Sommando le ore che ognuno di noi passa sul web, ancorati anche dai telefonini, le aziende che non si adattato alle nuove forme di comunicazione andranno a fallire nel breve periodo, poiché siamo completamente rombecilliti dalla ripetizione sponsorizzata di campagne social.
Ho seguito vari seminari a tema, on e offline, buona parte non fa altro che dire che la nostra predisposizione futura è nel visuale. In effetti basta fare un giro sui vari network per capire quanto il potenziamento dello storytelling sia raddoppiato anche per l’uso di un inutile video dedicato a un gattino.
Tra le pagine che amo di più su Facebook – che ho scoperto di recente – c’è “Tasty” – una piattaforma junk food rapida, indolore ed estremamente creativa.
Mi chiedo spesso dove il nostro tasso di infelicità possa arrivare seguendo queste vie, non deve essere facile uscire da questa gabbia virtuale, oggi. Mancare dal web vuol dire essere tagliati fuori dagli eventi. Del resto questo è il sistema dei sistemi.
Penso sia più drammatico essere tagliati fuori dalle risate che sovraesposti ed eccitati dal tasto mi piace, ricevuto e dato, ai poveri d’animo, quelli che risollevano il proprio ego aggiungendo gente su gente (possibilimente amici di amici noti), taggandosi da soli nelle proprie foto o da chi passa a osservare chi fa cosa giusto per dire “oh, metto un mi piace che almeno ho visibilità nella cerchia di chi ha più successo, così mi vedono, associano, mi contattano perché fa figo e mi sento più sollevato”.
Ho riso davvero quando mi hanno raccontato questo processo di scambio.
Leggevo proprio oggi di artisti che ripulivano il loro account per i furbi che si muovevano a questa maniera, si appropriavano dei loro contatti.

A volte mi sento un’extraterrestre in mezzo a tutto questo. Una commedia paradossale che sfocia inspiegabilmente in un crimine del quale non si riescono a spiegare in modo lucido le dinamiche. Potrei impazzirci tanto bella la diversità, la divergenza di pensiero.
A volte rido anche per quegli artisti che decidono di rimanere fuori da questi processi. Mi chiedo se siano davvero consapevoli del danno che causano a loro stessi, in primis perche’ non sperimentano l’uso dei linguaggi contemporanei in funzione della loro immagine.
Quanti hanno un ufficio stampa?
Spesse volte sento dire che tutto questo sottrae tempo al loro fare poetico o filosofico, e rido (ancora). Sono sempre on line, accidiosi come me, che lavoro concretamente con questo schifo di apparati.
I più giovani dovrebbero imparare velocemente, poiché risorsa. Negli Stati Uniti, Hans Ulrich Obrist ne ha fatto un vero progetto di analisi contemporanea su chi è nativo digitale selezionando le generazioni nate dopo il 1989. In effetti, se ci si pensa, il loro modus è nei codici digitali/virtuali.
In Italia siamo sempre sulla preistoria, però coi telefonini siamo bravi (soprattutto ad acquistarli).
Sono anche convinta del fatto che il disegno non sara’ mai abbandonato, poiché segno concreto, nato da un gesto istintivo non mediato (almeno da uno schermo fluttuante).
Penso allo spot (geniale) lanciato da Apple per il loro IPad in cui la sottigliezza del tablet era paragonata a quella di una matita. È subdolo, se ci si riflette, a come si costruisce il consenso, il bisogno che costa il triplo, quadruplo, quintuplo, di una risma di fogli A4 e matite Faber Castell messe assieme.

Si puo’ arrestare il processo di innovazione?
Mai.

Del resto qui si è oscillati in una lettura tra marketing e comunicazione che vi ha portato a vedere tutto per vostra curiosità, su un blog privato, ad accessibilità pubblica illimitata.
Rifletto su questa parte.

Sono le 01.37 . Oggi (27 ottobre) e’ il compleanno di una cara amica che vive in Germania.
Il cane russa beato. Io ho dato voce a un testo frutto di una pulsione seminotturna.
Non rileggo, scrivo da cellulare.
Potrei andare a dormire, ma azzarderei una lettura.

Her / Lei – Spike Jonez

cinema, film, tecnologia

Sono ancora un po’ contrariata, ma penso che per sbloccare l’intera situazione vada messa in codice una chiave che faccia girare la mia anima, almeno, per scrivere qualcosa di sensato sull’ultimo film visto lunedì sera al cinema.

Her/Lei, diretto da Spike Jonez, è un lavoro che nella nostra lingua non va visto. Non so chi abbia curato la scelta delle voci dei protagonisti, ma ha toppato togliendo la poesia all’intera produzione. Si falsifica la visione con un ascolto banale, ridotto ai minimi termini nel valore complesso del progetto.

Il vantaggio dato all’immagine e all’invito, nel nostro caso, è rafforzato da una grande strategia pubblicitaria e da numerosi premi vinti tra Golden Globe e Oscar, soprattutto sulla originalità della sceneggiatura.

La trama ruota dietro un mondo ipertecnologico proiettato verso l’onda d’urto delle intelligenze artificiali, e nella sua prima sequenza, proprio nello stacco iniziale, è dichiarato il valore che guiderà l’attenzione nella intera fluidità filmica, trasportata in un sistema onirico troppo offuscato e color seppia. Situazioni separate: reali e virtuali, composte di linguaggi stilistici che cozzano tra loro, che possono convincere, ma che strappano risate fuorvianti, unite poi all’errore madornale di un doppiaggio fastidioso e poco efficace.

Seppur premiato per la sua capacità creativa elaborata in scrittura, chi ha dimestichezza con il mondo del cinema non può sottovalutare certe influenze chiare. Di mio, ho subito pensato a Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino – o alla sua versione più commerciale, con Meg Ryan e Nicholas CageThe City of Angels. La differenza è nell’organizzazione della coscienza.

Nel caso di Her, Samantha, è un sistema operativo ultrasofisticato capace di offrire possibilità alla solitudine e al bisogno di relazioni umane. Il dato semplice della lettura sembra essere legato al discorso nelle neuroscienze emozionali – la branca del marketing che si ammazza a comprendere come fare per indurre all’acquisto di un bene l’individuo nella scelta di un determinato prodotto, cercando di deviare o saltare il libero arbitrio maturato attraverso lo schema del proprio vissuto.

Theodore – Joaquin Phoenix – è un uomo solo, che trova il suo sostitutivo nella tecnologia. Ha una vita a pezzi, non sembra particolarmente alcolizzato, è stato abbandonato dalla moglie. Sperimenta il suo disagio in condizioni possibili rifugiandosi in un immaginario inventato e nei videogiochi, arriva alla saggezza attraverso la presa di coscienza che arriva proprio nel termine ultimo della sequenza finale dell’abbandono.

Lo consiglio, con un poco di fastidio.

In italiano

In inglese

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese

attualità, cinema, cultura, film

Di corsa vengo a parlarvi dell’ultimo film visto al cinema, ormai oltre una settimana fa. Non è mia abitudine scrivere dopo così tanto tempo di un lavoro cinematografico, poiché credo che il valore dell’impatto sia già quantificabile il giorno dopo la visione. Ultimamente sono molto impegnata, ma stamattina ne darò una breve impressione, per non rimanere indietro con le pagine del blog, per quelle persone che continuano a leggermi.

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese è solo eccessivo. Non perché lo abbia detto Gramellini, non perché tutti si siano lamentati per le scene di sesso e droga, ma perché è un prodotto pronto all’uso, fatto per smascherare o far notare provocatoriamente certi meccanismi, figli della logica di sistema.

Ho apprezzato l’attacco lanciato, non l’ho trovato stucchevole e ho anche apprezzato molto la matrice morale, la sottigliezza con la quale la figura paterna osservava il figlio, lo avvertiva e lo monitorava costantemente nelle sue azioni, lasciandolo fare, nonostante fosse, Jordan Belfort – il protagonista – in una posizione totalmente scomoda. Per questo dico che non è il male assoluto: ha una chiave positiva che si manifesta espressamente  alla fine, non in maniera decisiva ma delicata, anche con figure chiave a margine che non tradiscono la propria identità e ci fanno sentire il valore della legalità addosso, come pura normalità.

Il regista non racconta niente di che, la storia di un broker spregiudicato che arriva al successo  sfruttando l’onda, dopo la crisi economica della fine degli anni ’80. Chi è stato in queste dinamiche, anche se fossero stati semplicemente a lavorare in un call center, saprà che la logica, il modello comportamentale di affabulazione, è sempre lo stesso. Convincere, convincere, convincere, che tutto è necessario e utile. Usare il bisogno come mezzo, sfruttare quindi il bene per crearne nuove necessità, non per soddisfarle.

Facevo così, quando per un periodo della mia vita ho venduto noti aspirapolveri americani, con un motore Ferrari che uccideva tutti i microbi dei nostri materassi.

Tecniche, metodologie di vendita per fregare costantemente l’altro, indurlo a consumare il proprio stesso essere, senza ritegno.

La cosa vergognosa di The Wolf è la caserma che si viene a creare quando Di Caprio crea questa mega agenzia con un simbolo, non a caso, dalla forma di testa di leone. Saluti, riti, abbracci e smanettamenti vari, vicini molti allo squadrismo religioso e fascista, in un’ottica di arena, in pieno stile americano, ma non lontano dai prodromi delle nostre dittature.

Quello che sembra apparire in certi punti è proprio il pacchetto di violenza soggettiva che nasce dal nulla e si rafforza attraverso la mediocrità, la banalità, di tutti.

Secondo me la forza è qui, in questa velata logica di vanità e sproporzione della realtà, riportata.

Ci sarebbero milioni di cose da aggiungere, da verificare e considerare.
Il sesso, lo scandalo, la droga, sono la parte più zuccherosa di tutto questo marciume.
La cosa più angosciante è che sembra riflettersi molto sulla nostra condizione politica italiana. Un film, questo di Scorsese, che arriva dopo Il capitale Umano di Virzì, e dopo La Grande Bellezza di Sorrentino, che amplifica la veduta su uno scenario sempre più a pezzi, fatto di uomini mediocri, con forte desiderio di rivalsa, che elaborano teorie e fatti, massacrandosi in scopate e inutilità varie.

Io fossi in voi lo vedrei, ma con quell’attenzione di chi, tra qualche mese, lo avrà già dimenticato.

Consigliato.

Ps. Sto aspettando il film su Hannah Arendt di Margaret Von Trotta, magari ci ripulirà occhi e li renderà di nuovo candidi.

Barilla / DeCecco – sbrocchi momentanei

cucina, televisione, vita

Non vorrei dire niente, ma ammetto che sono irritata dai nuovi spot Barilla e De Cecco. Magari sarò antipatica, atipica e fuori dagli schemi ma credo che impostare queste nuove campagne usando l’uomo come astro nascente della cucina italiana mi fa ridere. Non è una novità che lo chef per eccellenza è maschio, il punto è che questi che cucinano sono individui succubi di donne che invece devono essere libere; oppure sfigati trentenni che non sanno neppure preparare una pasta e tonno, tanto che suggeriscono di mangiare le pennette lesse, così d’’emblée, senza sforzo, perché figli di mamme ex sessantottine oppressive che li hanno allattati fino a tarda età.

Apprezzo lo sforzo di Barilla di porre l’attenzione su una cucina bio dove il tizio porta a casa un fascio di basilico buono e fresco da usare per i prossimi trentacinque anni. Non apprezzo l’elitario figlio dell’abbandono miliardario costretto a ostentare la propria sfigheria culinaria in una casa minimal, come volesse dimostrare che accendere un fornello sia la più grande innovazione del mondo dopo la ruota e la penicillina, e che custodisce una riserva di pacchetti da portare con sé in un bunker per un’ipotetica guerra tossicologica.



Parliamo dei claim?

Dove c’è pasta c’è fantasia. Dove c’è pasta c’è Barilla

Di De Cecco ce n’è una sola, dal 1886

Per il primo avranno ingaggiato un writer low – fi risucchiato dall’incubo del suo stesso pay – off; per il secondo, invece, oserei dire: “e meno male!  Con quel che costa!”

Ognuno ha  la pasta che si merita, qualcuno ha delle uova e farina da prestarmi?

La mela

tecnologia, vita

Non sono una consumatrice di mele. Le ho viste brillare su ogni tipo di bancone; ci ho smanettato coi guanti per vedere se presentavano qualche tipo di livido, ma poi mi sono fermata lì – perché si sa – fuori stagione, sono troppo care. A un certo momento, però, i frutti li ho iniziati a trovare ovunque, anche fuori dal periodo di maturazione; ne trovi di ogni tipo e colore, di ogni estrazione e dimensione, addirittura sistemate nei posti più impensabili.

Della mela la cosa che apprezzo di più è il morso. L’esperimento di rappresentare in singolo gesto, la banalità di un atto che racchiude storie religiose, di fiabe incantate e di piaceri peccaminosi che creano dipendenza. Un morso che cambia la vita, insomma, ma anche un morso che produce assuefazione a chi ne diventa principale consumatore.

A me le mele piacciono bucate, coi quei vermi che ti permettono ancora di esclamare: “oddio, che schifo!” – nel momento in cui hai dato una dentata, osservando l’ospite indiscreto che scava.

Sarà mica l’unico e l’ultimo frutto al mondo che dobbiamo ancora e ancora assaporare?

Be different.