Il filo nascosto/Phantom Thread di Paul Thomas Anderson - immagine presa dal web

Il filo nascosto / Phantom Thread di Paul Thomas Anderson #film [#recensione]

amore, arte, artisti, attualità, cinema, costume, cultura, Donne, film, fotografia, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, società, vita

La visione di questo film mi è stata suggerita in una chiacchierata tra amici. Tutti avevano la frenesia di vederlo in maniera famelica mentre io ho confuso addirittura il regista, tanto da chiedermi, una volta uscita dal cinema, come mai Wes Anderson avesse mutato il suo modo di fare in maniera radicale.

Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson è la storia di un famoso stilista che concentra il suo lavoro nell’ossessione e nella ripetizione delle sue attività. Al suo fianco la sorella, donna stabile della sua vita, dopo la madre, una lunga schiera di muse ispiratrici e amanti facoltose. A sconvolgere le carte una giovane cameriera dai capelli rossi, agile nell’anticipare la modalità dei comportamenti del protagonista, pronta a cambiare, in silenzio, le carte da gioco.

Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) e Alma (Vicky Krieps) si incontrano in un ristorante. La loro conoscenza avviene di fronte a una finestra che offre luce dal mare in un’area lontana dalla città. Iniziano un intreccio che scivola via nell’infinito della cucitura. Uno strappo che non è un amore ritmato da una grande e lirica passione, ma una gara tra personalità narcisistiche che hanno volontà di superare se stesse senza annientamento. La sfida è ardua e liberarsi dai fantasmi del passato è scavare nella profondità dell’esistenza altrui senza permettere agli altri di capire l’astuzia applicata. Alma è forte, sa chi è, non rinuncia a sé, a ciò che è. Comprende i punti deboli del suo amante e li disintegra. In silenzio sfida il tempo, l’ordine e le intere categorie di controllo. Stabilisce una linea chiara e segmenta la dipendenza, la sua forza, con uno stacco netto, un veleno iniettato nelle fragilità di Reynolds – l’uomo, il migliore, il vero bisognoso di attenzione: l’artista che necessità di spezzare un modello di madre icona unica che lo intrappola nella maledizione fino a impedirgli di vivere il presente.

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Se si volesse stabilire la natura di Alma, la sua identità potrebbe accostarsi al fiore dell’amarillide. Una pianta splendente, dai colori vivaci, dritta e fiera nel suo lungo stelo, timida e composta, capace di eseguire il peggiore dei malefici attraverso un veleno che è tra i più potenti se iniettato nel cuore e nell’anima di una persona.

Paul Thomas Anderson affronta la profonda disarmonia che regna sovrana nella nostra contemporaneità e supera i modelli trasmessi da Lars Von Trier (Le onde del destino), David Fincher (Gone Girl) e Sex and City (Mr Big) per restituire l’eleganza di un racconto la cui trama ha un ordito raffinatissimo modellato con minuzia sui due attori chiamati a nutrire la scena. Il film distoglie dal solito cliché delle coppie maledette e conclude con saggezza una relazione basata sulla verità senza la costruzione di un eterno mito del ritorno. L’intero progetto, per questo, oltrepassa l’utopia e la sua volontà è nell’abbattere un passato melanconico grazie a quell’errore incalcolabile che avviene a ristabilire un ritmo dedicato all’esistenza, risvegliarla nella semplicità, con cura e delicatezza, nell’inciampo al piede di un tavolo in una giornata qualunque, in quella ferita che è ben più profonda del colpo osservato.

Chi lo ha visto cosa ne pensa del film?

locandina

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La pazza gioia di Paolo Virzì + Youth di Paolo Sorrentino #recensioni [FILM]

arte, attualità, cinema, cultura, film, politica, televisione

Torno per un attimo alla vecchia formula, sono stata troppo in silenzio negli ultimi tempi. Il materiale pubblicato è legato ad altro, un percorso differente e complementare della mia carriera professionale.

Quest’anno ho dedicato poco tempo ai film, ho evitato di andare al cinema. Una scelta ponderata, di risparmio, che da Carol di Todd Haynes è arrivata fino a La pazza gioia di Paolo Virzì, lasciando un buco in mezzo che non sento profondissimo. Ho scelto di pagare, per vedere, lavori con donne protagoniste, raccontante in modo diverso, in contesti  differenti, su temi eloquenti e attuali.

Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/La pazza gioia è stato incrementato da un articolo condiviso e firmato dalla scrittrice Teresa Ciabatti su facebook, un’analisi diretta, molto franca, che mi ha suscitato curiosità e spinto ad andare. Qui per il contenuto.

Il progetto di Virzì non mi ha fatto esultare, piuttosto riflettere e soffermarmi. Ho trovato la fotografia molto lontana dai miei gusti. Quando stavo visionando, mi sono resa conto di quanto con oculatezza estrema gli autori abbiano raccontato lo stato schizofrenico di un paese – il nostro – allo sbando, inserendo due figure femminili stridenti, capaci di evidenziare come siamo tutti in balia di qualcosa di più profondo, in un centro di recupero dove è difficile controllare le dinamiche intere, con strumenti e mezzi inadatti, nonostante un personale carico di umanità e di buona qualità.

Organizzato in momenti decisi e di stacco, il lavoro ha protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. In loro ho visto una destra malata, paranoica, con deliri di onnipotenza, e una sinistra che insegue l’isterismo di chi trascina, nonostante la chiara coscienza che si sta sbagliando, verso il baratro. Al cuore di entrambe è situata una disperazione che isola ed esula da ogni altro giudizio: il finale non rappresenta una chiusa di partito, scelta o adesione, piuttosto una pausa; una sana protezione dedicata a un bisogno estremo di recupero di fermezza, racchiuso in un bambino, figlio primigenio da salvare e/o proteggere per sopravvivere.

Non so se il valore sia stato quello di dire che le donne hanno una forza estrema, non so neppure se l’impianto sia femminista, ma ho trovato del giusto, del sano, un margine di respiro leggero, non diverso da come farei io, se dovessero capitare entrambe le situazioni – quegli stati psicotici –  alla mia persona. Un’anima mercurialis che parla e raccoglie, indica, fa di tutto, nel recuperarsi attraverso una volontà, straziata dalla propria solitudine, tramite un bipolarismo che vede e sente, riconosce una via giusta.

Un anno fa, ormai, qualcuno mi chiese cosa pensassi di Youth di Paolo Sorrentino. Neppure in questo caso andai in sala, non risposi a quel messaggio, ma ci ho sempre pensato, nel tempo. Ho atteso che venisse trasmesso da Sky cinema quando ormai il clamore si fosse abbassato e/o controllato. Di lui, dico di Sorrentino – chi mi conosce lo sa – apprezzo molto l’inserimento che compie nello sberleffo all’arte contemporanea. Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/E’ onesto e non si maschera dietro l’ipocrisia, spietato e ironico, grottesco, da buon napoletano, sceglie due protagonisti alla fine del loro tempo per raccontare lo stato di sclerotizzazione di maschi, che inseguono egoisticamente le loro strade sfruttando ogni mezzo per reprimere i loro vuoti. Due Maestri, un musicista e un regista, che si illudono, vivono per il proprio lavoro, narcisisticamente l’uno, e di solitudine l’altro, per proteggersi dalla melanconia, dalla sottrazione di qualcosa che li ha castrati: la fine di un mito.

Di tutto, ho apprezzato un’unica situazione, quando arriva lo svelamento – la pulizia di coscienza – nel discorso di simulazione interpretato da Michael Caine (il musicista). E’ un momento preciso che si svolge a Venezia, in una clinica/ospizio, una scena in cui fa credere di essere pentito e si scarica dalle frustrazioni di irresponsabile verso una moglie inerte alla finestra senza luce. Una luce, che rimane proiettata sulle spalle di un uomo che al fianco ha un mazzo di fiori i cui colori sfumano e rappresentano il tricolore della bandiera italiana mentre fluiscono parole per un finale alla stragrande.

Virzì e Sorrentino:
Paolo/Paolo.

Registi:
Diversi/stridenti.

Protagonisti:
due femmine/due maschi.
Giovani donne/vecchi maestri.

I luoghi:
Strutture di accoglienza e riabilitazione.

Il pieno/il vuoto, nel mezzo, l’Italia.

Ida – Pawel Pawlikowski

attualità, comunicazione, cultura, film, politica, quotidiani

Che settimana strana, sono giorni che osservo l’esterno. In ogni luogo in cui mi trovo cerco di guardare dalla finestra o da una porta le cose che accadono fuori. Rifletto sul mio essere donna oggi, la condizione che mi sono costruita attorno e attraverso i condizionamenti altrui, poi respiro profondamente. Non è la prima volta che affermo di vivere un momento così, quasi bloccato, e questa sensazione si ripete in molte delle persone che incontro portando il cane a passeggio, in chi mi invita a prendere un caffè per il gusto di fare due chiacchiere, in compagnia, al cinema o a teatro; ogni individuo che incontro descrive una propria emozione, uno stato, che provo e condivido, dopo averli ascoltati.

Stiamo vivendo un tempo disperato, ciascuno a guerreggiare con la propria ostentazione per nascondere un disagio talmente profondo da sentirsi umiliati e in piena vergogna al solo pensiero di pronunciarlo. Mi chiedo spesso dove sia racchiusa la vera essenza dell’essere umano, e penso che non avrò mai una consapevole risposta in tempi brevi, poiché abbiamo bisogno di scavare, coltivare, nel nostro intimo, per tanto ancora, almeno finché si arrivi alla ammissione di una propria verità.

 

Leggevo di recente che la necessità è l’elemento che spinge a trovare soluzioni. Ragiono sugli artisti, sulle cause, sui grandi studi, e mi accorgo che molte cose rivoluzionarie nascono per noia. Irrompere in un sistema poiché nauseati da un qualcosa che lenisce l’anima e costringe a essere incorreggibili, fastidiosi pur di provare gioia o piacere, richiedere attenzione.

Mentre ero a prendere quel caffè, ieri, una signora mi raccontava di quando era bambina. Un giorno era a scuola e a quel tempo faceva rientro di pomeriggio in aula. Una maestra presente, che non era la stessa della mattina, decise di aiutarla per lo svolgimento di un tema. Era molto soddisfatta della fiducia ottenuta, della cooperazione che aveva visto nascere e crescere coi propri occhi grazie all’aiuto di un adulto che le aveva concesso supporto. Il giorno seguente ha presentato il documento alla sua solita insegnante che lo ha valutato come peggiore di tutti gli altri, spiegandone i motivi. Quella bambina reagì, e illustrò che tutto era nato col l’aiuto dell’altra sua collega, così da decidere di andare a chiamarla nell’altra stanza per autenticare il valore di una verità, ingenua e giusta, poiché tanto sconvolta. La seconda maestra, quella del pomeriggio precedente, arrivò e negò qualsiasi cosa di quel compito, lasciandola lì, imperterrita nel fastidio e nella totale delusione.

L’amarezza di questa situazione mi ha suscitato il ricordo del film Ida del regista polacco Pawel Pawlikowski. Visto pochi giorni fa, si tratta di un lavoro ambientato tra gli anni cinquanta e sessanta, quando la Polonia aveva subito l’irruenza del nazismo della seconda guerra mondiale e successivamente si è vista occupata dalla violenza estenuante dei russi e della sua ideologia. La storia narra di una ragazzina salvata durante un eccidio di ebrei, in una delle fasi di quei crimini commessi in tutto il paese, in cui lei è stata l’unico essere umano, di un gruppo di persone, a essere salvata poiché non presentava tracce visibili della sua appartenenza religiosa. Ida – senza cognome – è stata nascosta in un convento di suore cattoliche affinché fosse difesa da quegli inspiegabili e tragici delitti. E’ solo lì, in quel luogo, che poteva rimanere protetta. A partire da questa incongruenza di fatti, l’intera produzione si sgretola in lentezza, in riprese a camera fissa, in inquadrature posizionate verso la riflessione su un periodo non ancora chiaro, bianco e nero, che pone al centro un discorso l’identità, l’appartenenza e la rinuncia alla vera natura. Vivo, vedo, attraverso ma torno alla mia pace. Sebbene la protagonista sia una suora che accompagna la ricostruzione di una vicenda storica, dai toni privati e pubblici, essa rappresenta l’espediente essenziale per ricostruire un tradimento facendo leva sul principio del perdono. La madre badessa del convento la invita ad incontrare sua zia che vive a Lodz, ed è da lì inizia la lenta ricucitura di un tessuto che mostrerà aspetti di una questione irrisolta, violenta, indifferente, meccanica, alla cui base è collocato solo un nascondimento di eventi atroci, di una madre che rinuncia alla sua esistenza per un ideale.

Continuo a essere convinta che la giustizia a questo mondo esista, e i film, a volte, possono essere atroci nell’indurre a pensare, a prendere distanza dalle cose.

Buona visione.

Ps. il primo video e l’ultimo sono tratti da Onirica – Fields of dogs di Lech Majewski, anche lui polacco.

 

Carol – Todd Hynes

amore, cinema, comunicazione, film, fotografia, libri

Che dire? Ho visitato la sala cinema della città. Accogliente, raccolta nella sua nuova veste, è lì che ho visto Carol di Todd Hynes. Mi è sembrato capire che da tre piccole sale, sono arrivati a sette sezionando l’intero spazio sulla base dei consumi del pubblico così da avere una offerta migliore, più ampia. Non ricordo i prezzi precedenti, ma 7 euro, durante la settimana, mi pare sia un po’ alto – anche se capisco che gestire l’intero ambiente sia costosissimo, oggi. Ho capito che se dovessi tornare lì, andrò il martedì, quando troverò la possibilità di riduzione. In più, a metà mese, riprenderanno gli appuntamenti Alternativa, e questo mi rincuora molto.

Carol è un lavoro molto lento. Il film ha un montaggio classico, non stereotipato da stacchi veloci di camera e/o inquadrature, e ha una colonna sonora che vale l’intera produzione. La storia trae ispirazione da una pubblicazione di Patricia Highsmith il cui libro dà titolo all’omonimo progetto qui descritto. Si tratta di una narrazione la cui centralità è riposta svelamento, nella ammissione dichiarata della propria omosessualità, nell’accettazione del proprio essere. E’ una visione sofisticata, lontana dal nostro modo di interfacciarsi all’odierno. Ho trovato molto interessante la sequenza del viaggio, punto in cui il progetto si anima nella libertà, nella verità, delle protagoniste, Therese e Carol.

Therese (Rooney Mara –  mi ha ricordato Audrey Hepburn) è una giovane confusa. Molto bella, sembra una ragazza contemporanea a tutti gli effetti, e rappresenta l’esternazione di una crisi valida nel presente, che si ritrova nella scelta degli abiti che sembrano rimarcare molte differenze, tra cui, quelle di status con Carol (Cate Blanchette). Quest’ultima è un donna dall’apparenza sicura, sofisticata, elegante, appartenente a un’America bene degli anni cinquanta, in lotta con un marito possessivo che la ostacola in tutti i modi. Questa distanza temporale (tra le due) sembra essere suggerita dagli stacchi di luce fotografica disposti tra una inquadratura e l’altra, quando esse sono sedute in maniera frontale in alcuni passaggi del lavoro. Inoltre, mi è piaciuta la sequenza in cui lo spettatore spia gli attori che si trovano dentro la sala di proiezione nel film. L’idea che un pubblico (noi) stesse osservando le azioni di chi era dietro le nostre spalle realmente (il proiezionista), alla stessa maniera di quelle persone (gli attori) – nella ciclicità del gesto – mi ha fatto sentire parte di un tutto in una cucitura e nella sutura dell’esistenza.

Non credo lo ricorderò a lungo.
Buona visione!

 

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Greenbow, Alabama.

attualità, comunicazione, cultura, filosofia, vita

Qualcuno più tardi mi disse che avevo dato una speranza alle persone.
Na, naaa, io non sono un pozzo di scienza.
Qualcuna di quelle persone mi chiese se potevo aiutarla

Mamma diceva sempre:
Devi gettare il passato dietro di te, prima di andare avanti“.

E’ caldo oggi, sembra primavera.
C’è vento.

Mommy – Xavier #Dolan

cinema, film

Dopo un anno finalmente vedo questo film. E’ stato trasmesso da Sky Cinema Cult martedì sera attorno alle 21.
E’ raro che mia madre assista a queste occasioni, soprattutto quando le tematiche sono di impegno – non le piacciono le cose drammatiche poiché crede non occorra altro masochismo visivo per ricordarci che siamo esseri viventi che incappano nell’errore continuo. Devo dire, non ha tutti i torti, ma è di un’altra generazione.

Quello che rimane di Mommy nella mia memoria è la scena centrale di respiro del ragazzo che estende la visione, la propria libertà, quando recupera una sorta di pace interiore condividendola con la madre e un’amica vicina di casa, su uno skate e due bici, lungo la via di una strada che si estende sotto i loro occhi come spiraglio positivo, momentaneo e illusorio.

La storia narra di un ragazzo che ha problemi comportamentali, che soffre di deficit dell’attenzione. Si trova in una clinica psichiatrica dalla quale viene cacciato dopo l’ennesimo incidente che ha causato, sia nei confronti dell’istituto stesso cui è ospitato, sia di un altro compagno, cui reca danni fisici feroci che implicheranno risvolti in tutta la progressione della sceneggiatura.
La cosa che stupisce del lavoro di Xavier Dolan è la disperazione della madre, costretta a ostentare l’eccesso per offuscare tutto. Il nascondimento del vissuto, di umiliazioni subite, cercate, di una esistenza avvertita come punizione, succube di ogni azione del figlio. L’unica persona che riesce a placare il ragazzo non è lei, ma una donna che sembra non aver mai avuto una vita così divincolata. Una insegnante balbuziente che lo aggredirà con la sua stessa energia, con il potere della aggressione che si attiva quando si supera il limite della confidenza, quella linea sottile legata alla nostra ricerca di protezione di individui destinati alla solitudine e alla paura nel non mostrarci per cio’ che siamo.

L’eccesso, l’esasperazione, l’incoerenza, trasformano la visione in forme altalenanti di attesa lunghissima. Si tratta di un prodotto che dura molti minuti nella sua fruizione, che cattura l’attenzione non rendendo lo spettatore partecipe, quanto piuttosto distanziandolo criticamente e conducendolo all’osservazione del meccanismo psicologico di tutti i protagonisti. Gli innesti proposti, in effetti, sembrano suggerire che nulla è frutto del caso, ma il risultato di scelte e drammi che si continuano a reiterare nonostante l’evidenza sconcertante degli eventi.

Io premio l’uso e la gestazione della rabbia, espressa e repressa, nel legame perverso della madre con il figlio, alla cui base c’è solo un’applicazione continua del proprio tradimento.

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Personalmente Mommy non rimarrà nella mia mente per lungo tempo.

 

Due giorni, una notte – Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

cinema, film

Stupendo.
Nudo e crudo, profondamente attuale, senza troppe costruzioni ed elaborazioni. A tratti dilaniante.
Un ragionamento sulla vergogna e sullo stato di umiliazione di una donna che fa rabbrividire anche i più esigenti mendicanti della coerenza.
La capacità di scelta rappresentata da Marion Cotillard, fa di lei, ancora una volta, una grande attrice di calibro internazionale.
La cosa che mi ha colpito di più della sceneggiatura è stata la rappresentazione/constatazione dell’incapacità di mantenere fede alla propria coscienza, da parte degli altri, i colleghi, cui cercare aiuto e supporto. Non mi esprimo su quelli leali, ma quelli sospettosi e vigliacchi, duri e menefreghisti.
Elementi che conducono a una riflessione su quanto una professione o un’azione siano oggetto di scambio micidiale, decisivo nel saper preservare un’etica personale sana e valida che vada oltre ogni contesto.
Non un passo fuori asse se gli altri non si muovono sulla nostra stessa direzione; non un passo fuori dalla paura, verso una rinuncia nell’aiuto per l’altro. La lealtà è limitata, e pochi entrano in rapporto empatico e di rispetto rimanendo fedeli su quanto detto.
Un altro aspetto interessante è stata la rappresentazione di una Francia a margine: non la solita Parigi inflazionata, ma quartieri e aree periferiche, che rafforzano la credibilità del film in tutti i contesti internazionali in cui la crisi ha morso ferocemente, in cui tutti possono ritrovarsi.

Teaser:

Locadina:

Di tutto un po’ [4 film visti di recente]

cinema, film

Mi sono accorta che sto accumulando film e ogni giorno mi riprometto di dire qualcosa ma non trovo l’ispirazione giusta. Stamattina provo a superare questa impasse poiché da un punto bisogna iniziare affinché le questioni arretrate siano sistemate.

Il primo di cui voglio parlare è Venere in pelliccia di Roman Polanski del 2013. Chi conosce i suoi film si renderà conto di quanto l’intreccio psicologico sia la chiave di una ramificazione potente che tiene incollati gli spettatori alla visione senza troppa difficoltà (Carnage, The Ghost Writer – per citare gli ultimi) . Si tratta di una produzione che trae fondamento da un testo letterario che ha dato vita a cio’ che è stato etichettato come “Masochismo” , ma non voglio parlare di questo, quanto far luce – in breve – sulla straordinaria capacità del regista  di aver saputo costruire dialoghi e intrecci narrativi talmente incastonati da permettere a chi guarda di essere assorbito totalmente dalle dinamiche teatrali. Il gioco di rimandi che si crea tra i protagonisti è sistema incatenato di codici che gioca tra realtà e finzione, in un raggiro che è ulteriore, poiché amplificato dal flusso filmico. Tutto è annunciato fin dall’inizioin un ragionamento che si poggia sulla gestione dell’ego maschile nei rapporti, nella vita e – in questo caso – nella gestazione di una stesura autoriale. I protagonisti sulla scena sono due – un maschio e una femmina – e tutto ha una struttura dialogica che trova le sue radici nella tragedia greca.

L’ho registrato, vorrei rivederlo almeno un paio di volte. Il trailer permette di capire al meglio cio’ che volevo trasmettere.

 

Altro in lista, visto al cinema lunedì scorso, è tutto italiano ed è la commedia diretta e scritta da Gianni Di Gregorio, Buoni a nulla. Semplice e ironico, fin troppo reale. Mi ha divertito parecchio. La storia ruota attorno al ruolo dei dipendenti pubblici e sull’idea del farsi rispettare.

Da cestinare o buttare nel cesso, invece, due prodotti che non meritano due righe di commento. Smiley –horror di bassa lega e Amiche Nemiche –  una storia banale di due ragazzine che lottano per invidia in uno pseudo thriller che fa morire dalle risate.

Pasolini – Abel Ferrara [Film]

cinema, cultura, film

Sono andata al cinema con tutti i pregiudizi del caso. Erano mesi che attendevo di vedere Pasolini di Abel Ferrara, uscito nelle sale subito dopo l’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia.

In una serata di alternativa pienissima, con un pubblico che permetteva di avvertire che si è un po’ stanchi della somministrazione di operette commerciali, ci si accomodava in modo piacevole alla visione, più in pace.

Il lavoro è di una sensibilità estrema, poiché solleva, in chi conosce buona parte della tradizione cinematografica pasoliniana, un qualcosa che raccoglie le ceneri di un cammino che non si è mai estinto: neppure dopo l’uccisione dello scrittore avvenuta il 2 il novembre 1975. Questa morte, ha incrementato, in chi ha voluto seguirlo o conoscerlo, una presa di coscienza su un uomo che ha fatto della sua onestà intellettuale un punto di forza, che lo ha condotto alla sua stessa fine.

Abel Ferrara cura la pellicola come materia di rimandi, ma per prima cosa, interroga sé, e sottopone al nostro giudizio, con le stesse parole di Pasolini, ciò che per lui è fare cinema. Compone la sua opera in un intreccio che non ha niente di aggressivo: non indaga, non spiega, non ha una visione analitica dell’accaduto. Offre una testimonianza tragica che raccoglie un valore pulito. Lo fa con una forma stilistica che si concentra nei primi piani e nel viso felice di Ninetto Davoli – l’anima leggera di Pier Paolo Pasolini.

Ritrovare il sorriso di Davoli, in quella dinamicità che attraversa e si appoggia alle vecchie pellicole di Teorema, Uccellacci Uccellini, il Decameron, Porcile, Cosa sono le nuvole?,  rassicura lo spettatore e lo culla verso qualcosa che in realtà, negli anni Sessanta e Settanta, generava scalpore e faceva animare i moralisti fino allo sfinimento. Oggi, che in quelle situazioni ci siamo dentro fino al collo, non avvertiamo la necessità del caos, anzi, ci cerchiamo la consapevolezza di uno sguardo che, anche se passa attraverso la rottura di una sequenza fellatio inaspettata, non ci tocca minimamente, e chi si sofferma a parlottare su quell’aneddoto: è solo un cieco che non vede oltre la propria facoltà di essere uomo.

La cosa che posso criticare è il doppiaggio. Pasolini aveva una voce unica, qui, è mancata quella forza, ma del resto è giusto così: siamo dentro i limiti di una fiction.

Riccardo Scamarcio è irrilevante,
Giada Colagrande la preferisco come regista,
Willem Dafoe è molto bravo,
Ninetto Davoli, il migliore.

Colonna sonora top.

Straconsigliato.

Trailer:

Locandina:

Under the skin – Jonathan Glazer [Film]

cinema, cultura, film, libri

Ieri dovevo essere a un appuntamento importante per la mia vita, ma la salute ha deciso di farmi rimandare l’incontro. In questa occasione, ho stabilito che riprendere la visione di alcuni film sarebbe stata una sana terapia di riflessione.

Come ogni volta, da diversi anni, sono qui a offrire il giorno dopo una opinione del tutto arbitraria su quanto assorbito.

Under the skin di Jonathan Glazer, del quale ho sentito molto parlare, poiché presente nelle giornate dell’ultimo Festival del Cinema di Venezia, mi ha colpito.

Ero un po’ titubante poiché la stima nei confronti dell’attrice protagonista (Scarlett Johansson) non è altissima, ma più persone che conosco, qualitativamente interessanti dal punto di vista culturale, ne hanno apprezzato la narrazione. Mi sono chiesta se fosse solo colpa mia e se fossi solo vittima di un pregiudizio. Ero stata spaventata da alcune dichiarazioni in cui si paragonava questo lavoro ad alcuni sparuti kubrichiani e avevo iniziato a sbraitare ancor prima di averne visto il trailer su youtube.

In effetti, alcuni elementi ci sono, si ritrovano soprattutto nella costruzione di alcuni primi piani, in rimandi dedicati ad Arancia Meccanica negli occhi di Alex, all’inserimento di codici pentici in alcune scene di passaggio e a una colonna sonora incalzante ed efficace tanto da essere necessaria più della stessa osservazione; all’Inghilterra, alla violenza e alla contemporaneità. Credo che il rimando a Stanley Kubrick sia dovuto alle perplessità e alla sospensione di certi momenti, che non sono comprensibili, poiché troppo anticipatori per essere accettati in questo esatto periodo storico.

La trama è incentrata su una ragazza arrivata quasi per caso sulla terra da una realtà parallela, che noi vediamo costruita come un flusso, a un ritmo di montaggio pensato come una sorta di danza contemporanea. Disorientata, consuma solo maschi attraverso la seduzione. Non c’è sesso, non c’è nudità volgare, c’è solo appartenenza e conoscenza di un corpo estraneo, che deve essere compreso, capito e in grado di narrare una fatto individuale ancora tutta da scrivere.

Questo corpo, non a caso femminile, è seguito da un uomo che ne cerca di tutelare l’identità. Il racconto si sviluppa in due momenti e si rompe quando all’improvviso è conosciuto un diverso, un ragazzo dalla fisionomia alterata e che vive all’ombra del mondo.

A questo punto, il meccanismo che si instaura nel fruitore, seduto nell’osservazione completa del film, potrebbe non comprendere i motivi per i quali sia stata strutturata la scena.

Ci si trova di fronte a una pietas, non intesa come “pietà” latina di sofferenza compatita, ma più come forma di partecipazione al dolore dell’altro, tanto che lei (la Johansson), improvvisamente, inizia a spogliarsi di quegli abiti fin lì indossati, e inizia a cercare contatto con la vita attraverso la soddisfazione di alcuni bisogni comuni, primari, dell’uomo.

Si passa da un postmoderno all’essenzialità del ritrovamento. Da una cosa comune e piatta a una analisi di una unicità che è stata interrotta.

Potrebbe esserci un discorso legato alle maschere, ai comportamenti sociali e all’influenza di certi giochi mentali che ci rendono tutti uguali, alla natura.

Se tutta la produzione è guardata con occhi puri, la cosa che non può essere tralasciata è la violenza cui è sottoposta una donna, o un qualsiasi corpo femminile.
C’è un gioco di equilibri tra provocazione e resistenza.
La rottura si applica nel suo finale.

Fotografia ed elaborazione della sceneggiatura al top.

Scarlett Johansson si sta dedicando a tutte queste parti di indagine, dopo Her di Spike Jonze, con una presenza che matura nell’uso esclusivo della sua voce, Under the skin.
Nuove dimensioni. Chissà perché?

L’intero lavoro è tratto dal romando Sotto la pelle di Michel Faber, Einaudi, 2004.

Buona visione!

Quando c’era Berlinguer – W. Veltroni

cinema, film, televisione

Non dovrei essere qui a scrivere sul blog perché sto preparando le schede critiche per una mostra che partirà tra un mese. Sono giorni strani di elaborazione; vivo una immersione totale tra vecchi FlashArt, libri e documenti per scoprire un periodo dell’arte contemporanea non ancora troppo sondato, almeno in quei termini cui vorrei fosse trattato l’argomento.

Sono qui per raccontare di un documentario che attendevo da diverso tempo. Dedicato a Enrico Berlinguer – ex segretario del Partito Comunista Italiano, morto a Padova l’11 giugno 1984.

Dopo esattamente trent’anni, un po’ per strategia, un po’ per ammirazione, un po’ per rilancio della tematica di un “noi” nostalgico legato a una certa sinistra benpensante, Walter Veltroni – regista d’occasione –  ha cercato di costruire un progetto cinematografico per fare un punto su una situazione troppo attuale per essere sviscerata  senza uno sguardo oggettivo e una giusta distanza dagli storici.

Ero partita con tutti i pregiudizi del caso poiché pensavo che l’Io preponderante del fare politico veltroniano emergesse troppo. In modo fortunato la sua presenza nel lavoro è ridotta a camei fastidiosi che potevano essere omessi. Tralasciando questo dettaglio, nella sua totalità, la produzione di Quando c’era Berlinguer è apparsa equilibrata, centrata  sulla figura e sulla immagine di una storica sinistra che ha segnato un periodo preciso, che va dal 1972 al 1984.

Nella visione mi sono sentita chiamata in causa diverse volte per alcune riflessioni suscitate e che voglio qui elencare:

a)      Il valore del compromesso storico – cosa avrebbe potuto significare se ci fosse stato e come saremmo oggi se avessimo creduto in quel fare politico concreto, nell’unione di due volontà forti (PCD – DC) che oggi possiamo solo sognare o guardare con ammirazione e invidia.

b)      Il tradimento di una sinistra implosa anche con gli atteggiamenti delle Brigare Rosse e il successivo sequestro Moro. Il valore di un impegno costruito mattone su mattone, in cui molte persone hanno creduto veramente, e il declino arrivato dalla paura; dalla mancanza di fiducia verso una persona che si era opposta ai terroristi.

d)      I fantasmi di Cossiga e Andreotti in una carrellata angosciante e da brivido

e)      L’arrivo dei Socialisti e di Bettino Craxi e lo scenario P2.

f)       Le parole scolpite nell’ultimo suo discorso.

g)      La volontà, l’onesta e la tranquillità trasmessa ogni volta che si rivolgeva a qualcuno.

Il  taglio dato è stato incentrato su parole, gesti i di persone a lui vicine fino a un attimo prima della morte.

Per me è stato un modo di raccontare onesto, non troppo retorico – almeno non nei termini cui pensavo.

Se capita, vedetelo.

Trailer ufficiale:

L’ultimo discorso:

Di tutto un po’ e resoconti

cinema, cucina, cultura, film, ricette, vita

Ho scelto di non parlare di cinema nelle ultime giornate poiché ritengo che il comparto libri è andato un po’ in crisi rispetto alla fase iniziale di questo blog, dove riuscivo a mantenere un equilibrio tra gli argomenti. Devo dire che quel tipo di costanza mi apparteneva di più. Negli ultimi mesi sono stata un po’ indaffarata e tutto è andato un po’ scemando in situazioni e condizioni strane, dai risvolti posi-negativi tra risate e riflessioni profonde, tra pause e energia immobilizzante.

C’è stato un tempo in cui parlavo anche di cucina in maniera piacevole. Oggi ho un po’ di difficoltà nel tirare fuori quell’argomento poiché sono in conflitto aperto con gli arnesi, le pentole e le pietanze varie.

Non so se capita anche a voi di avere fasi alterne in cui vi sembra di strappare il mondo a morsi ed eccellere in qualsiasi cosa, poi, di colpo, avere il più grande blocco nel preparare un triste uovo sodo sbagliando anche il tempo di ebollizione.

Oggi ad esempio ho preparato la quinoa. Era da tempo in riserva posta dentro uno scaffale che mi chiamava e diceva di sperimentarla in qualsiasi modo. Così, per gioco, ho iniziato a preparare un po’ di soffritto di verdure e ortaggi che avevo in casa (cipolla, sedano, carota, peperoni, melanzane, carciofi, pomodorini), li ho speziati un po’ con pepe e curry, ho rifilato un po’ di sale e spadellato per più di mezz’ora.

Nel frattempo ho messo l’acqua a bollire, ho strizzato per alcuni minuti questo cereale passandolo per diverso tempo nell’acqua corrente, poiché molti siti consigliavano di fare questo passaggio.

Per preparare la quinoa occorrono 15 minuti netti, più 5 di assorbimento di umidità a fuoco spento. On line trovate diverse ricette che vi possono supportare e rendere facile la preparazione. Ho scelto di cuocerla poiché incuriosita dalle sue proprietà nutritive ricche di magnesio, ferro, zinco e proteine vegetali e devo dire che a me è piaciuta molto.

Non ho foto, perché rientra anche questa attività nella logica dello scazzo, tant’è vero che non ho neppure calibrato al meglio le dosi necessarie alla cottura. Ho rubato lo scatto sottostante da internet.

Passo di palo in frasca per fare l’elenco delle produzioni cinematografiche che ho visto di recente.
Ne ho scelte diverse, anche abbastanza interessanti, confutando la teoria iniziale di questo post che diceva di voler mantenere un equilibrio tra le parti.

Sarò breve e concisa:

Miss Violence di Alexandros Avranas – film greco drammatico, duro, non adatto a persone sensibilissime poiché il tema trattato è un mix di violenza domestica che si apre attraverso lo scenario di un suicidio di una ragazzina di 11 anni. Tratto da una storia vera.

Onirica – Field of dog di Lech Majewski – e’ un lavoro polacco estremamente accurato con forti rimandi alla storia dell’arte e alla centralità di una cultura europea, in cui la filosofia raggiunge vette altissime nella concezione della realtà e della elaborazione di un lutto. Il ragionamento parte dalla Divina Commedia di Dante.

Il ministro – L’esercito dello stato di Pierre Schoeller è una produzione francese adattabile in ogni contesto dove la politica è regina della gestione della cosa pubblica e della scissione delle classi sociali. E’ un prodotto che parte un po’ in sordina, ma il suo finale potrebbe rappresentare l’acume massimo di una sensibilità che, in un secondo tempo, potrebbe trasformarsi in retorica.

Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée – un film davvero intenso, di denuncia, basato su una storia vera.
Dopo tanto tempo il cinema torna a parlare seriamente dell’Aids, dell’Hiv attraverso in modello positivo di rivendicazione dei propri diritti.

Nymphomaniac Vol. ILars Von Trier mega spottone pubblicitario, sempre molto criptico e con molti rimandi a milioni di mondi. Personalmente ho trovato eccessive solo due scene, rispetto a tutto il caos montato. Il resto mi è pars fuffa. Il personaggio femminile interpretato dalla Charlotte Gainsbourg mi ha molto riportato a Bess, protagonista del film “Le onde del destino”. Attendo di vedere la seconda parte, a parer mio forse più credibile della prima.

Buona visione e buon 25 aprile!