Nebraska di Alexander Payne

Vivo, vivo. Sono qui che ogni tanto temporeggio su cose che potrebbero essere superate con un tranquillissimo invito a mandare a quel paese qualcuno, ma mi sto dando ancora del tempo.

Dopo varie offerte politiche cui partecipare attivamente, stamattina, dopo mesi, ho ripreso in mano la situazione concedendomi una grande riflessione che parte dalla cucina. Ho tagliuzzato carote, sedano e cipolla, e alle ore 9.30, ho messo su il ragù come una buona casalinga tuttofare, senza disperazione, con un po’ di colore e molta voglia di vivere, visto il sole di queste intense e strane giornate.

Non sono qui per raccontarvi attimo per attimo la mia vita, ma vi aggiorno sull’ultimo film visto ieri sera al cinema.

Nebraska è un lavoro di Alexander Payne presentato al 66° Fesival di Cannes, in Francia, nel 2013.

Se andassimo a spulciare in dettaglio la sceneggiatura, essa potrebbe essere ridotta all’osso da una semplice storia di frustrazioni familiari in cui la dimensione temporale ha un ruolo centrale. Non si tratta di uno specchio parallelo in cui ci si riversa un qualcosa, ma di un attraversamento in cui si cerca di riscattare la propria vita per via delle mille sfumature, rinunce e abusi affrontati nel suo corso.

L’estrapolazione della cura fotografica non inflazionata dal colore e da una forte connotazione statunitense – è una produzione con pochissime bandiere e canti patriottici ma moltissimo placement -, rendono questo film davvero pregevole nei suoi vari intenti.

La forza principale è racchiusa nelle lunghe carrellate panoramiche sui territori americani. La poesia che si costruisce è in un bianco e nero è uno scatto che ha una dimensione di flusso cinematografico elaborato in sequenze di montaggio.

Per tutta la sua durata, l’incontro con queste successioni, cattura l’attenzione fino ad assorbire la presenza dello spettatore in sala.

Ognuno di noi conosce quella sensazione da viaggio di ritorno: questo film la esprime in tutta la sua durata, intervallando questo candore con un’ironia sprezzante e senza fiato, da lasciar liberi di ridere fino ad avere gli occhi pieni di lacrime.

Sentivo dai commenti, una volta uscita, persone che dicevano di averlo trovato lungo in alcune scene. Non mi trovo d’accordo. Si è di fronte a una storia la cui narrazione di base è drammatica, non per nulla felice, molto molto triste, ma di forte riscatto ottenuto al tempo giusto, con persone cruciali che assistono al cammino del protagonista.

Si ha di fronte un personaggio – Woody Grant (Bruce Dern, l’interprete principale) – annichilito dalla sua stessa vita. Assorbito da contingenze negative che lo hanno ridotto a essere un individuo succube di molte cose che lo hanno investito negli anni e nel suo passato. Dalla scena iniziale, lui ha un motivo: andare a riscuotere un premio di 1 milione di dollari – in Nebraska – dove ha sede una compagnia editoriale che promette indennizzi in giochi a quiz.

Il viaggio sarà una ricostruzione di un puzzle assemblato tra disperazione e comicità varie. E’ un progetto di passaggi e consapevolezze, di azioni di testimonianza e integrazioni di memoria. E’ un modo entrare per entrare in pace con se stessi, ritrovando pezzi di una vita, riscattandosi, anche per sentirsi considerato e non assorbito, incrociando  in un semplice sguardo chi si è amato veramente per sentirsi e ritrovarsi sicuri.

Consigliato!

Trailer:

4 pensieri su “Nebraska di Alexander Payne

    1. sì? anche io sto avendo le crisi mistiche. Stamattina di nuovo volevo cancellarmi e l’ho fatto.
      poi per questioni lavorative devo mantenerlo attivo.
      ma ti ammetto che mi sento alienata

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      1. eh sì, linkedin, facebook, email, non vuoi sapere quanti altri account poi. Facebook è poi una dipendenza. Vediamo se ce la faccio senza 🙂

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