Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)

Agnus Dei di Anne Fontaine #film #cinema #donne [#recensione]

amore, attualità, cinema, cultura, film, fotografia, giovedì, poesia, politica, quotidiani

Scrivo questa recensione ascoltando un vecchio brano dei C.S.I del 1993, A Tratti. Bisogna soffermarsi sul testo e concentrarsi per alcuni minuti. Di tutte le parole lanciate in chiave mantrica, decantate da Giovanni Lindo Ferrenti, c’è un punto in cui si fa riferimento a toghe e tonache. Questo passaggio mi ha permesso di trarre ispirazione per l’articolo dedicato ad Agnus Dei di Anne Fontaine.

Il film è molto duro. Distribuito la settimana scorsa, eravamo io assieme a una coppia di signori nella sala più reclusa del cinema, quella dotata di 15 posti, a visionare una storia raccontata in maniera sublime, vista la tragicità del tema. La sceneggiatura è ispirata a fatti veri, accaduti in Polonia nel 1945. Un gruppo di suore cattoliche fu completamente violato nell’intimità da un gruppo di soldati sovietici che invasero il loro convento abusando dei loro corpi. A rivelare la situazione una dottoressa giovane francese, chiamata d’urgenza, dopo la fuga di una sorella dal convento poiché custode di un segreto lacerante.

L’elemento interessante dell’intero progetto è l’uso della luce. Esiste una grande distinzione tra le riprese esterne e interne. Il bianco della neve rende accecante la vastità di vedute quando si è fuori, in fuga da qualcosa, tra le betulle, mentre nelle parti al chiuso è silenziosa, poggia la sua leggerezza sui visi delle protagoniste, rendendole eteree, quasi beate. La concatenazione di queste sequenze porta verso un mondo altro, rinascimentale, per incanto e drammaticità dei contenuti. Non so che riferimenti abbia sfruttato la regista per comporre le inquadrature, ma ho percepito autori italiani e fiamminghi, relazioni che colpiscono per incisività e durezza nei tratti.

 

Tornando a Lindo Ferretti, il collegamento che ho trovato è quello che avviene in una battuta precisa della pellicola, quando si dialoga sul ruolo distinto di avvocati e medici, come a dire, i primi chiacchierano, i secondi agiscono. Il punto di vista tra le due professioni rappresenta un dato centrale che si innesta con  il concetto di sacrificio. Agnus Dei, “Agnello di Dio” – “che togli i peccati del mondo” – come recita la famosa liturgia – è una figura, un’immagine salvifica per l’umanità, di colui che porta la croce e si immola per noi esseri umani. Una scelta dura, che mette in atto il significato pieno del concetto di giustizia per una rinascita.

Il film lavora sulla figura del Giusto, di un dare e un avere, un dono, alla pari. Mette in crisi la facoltà di parola appartenente al diritto, scritto, concentrato, interpretato, più su una azione esecutiva, che di accoglienza, di un diverso o uno sbagliato. Come se la virtù religiosa che regola tutti i nostri comportamenti fosse in realtà un’utopia non diversa da un’ideologia che guida un movimento o comportamento politico.

Affermo questo a seguito della visione, poiché il ruolo della madre badessa non è differente rispetto a quello dei Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)soldati comunisti: la spietatezza che li guida nella applicazione della regola è la stessa. Si tratta di un dogma, di una appartenenza su cui si è fondata la propria scelta di vita, non per devozione, almeno non nella sua fase iniziale, ma per adesione a un modello ideale di mistificazione divino e politico (Bibbia/Manifesto).
Lo dico, poiché altri due momenti rompono muri e aprono a varchi. La dottoressa si trova a vivere un tentativo di aggressione da parte dei russi in una notte qualunque, e mentre cerca di raggiungere la postazione ospedaliera della sua base, assapora sulla propria pelle la volgarità di mani estranee, che cercano di infrangere un limite, rompere a forza una distanza in un contatto con l’altro. L’empatia sgretola l’opposizione a una resistenza, a quel rifiuto delle suore alle visite ginecologiche che cercava di compiere per guarirle, e dopo questo accadimento, capisce sulla sua pelle il senso di umiliazione che le altre donne provano nell’invadenza di uno spazio su cui versava l‘aggravante del peccato, il voto di promessa a Dio. L’altro punto di ricongiungimento è quello di una confessione, in pratica, una suora russa (dalle vedute libertine) parla di come tra quei soldati invasori ci fosse in realtà il suo compagno. Mentre le altre venivano infrante, lei ne approfittava per ottenere sbadatamente un bambino dall’amato soldato sovietico. Quest’ultima compie una truffa, un doppio gioco per fini egoistici, che rivela molto nella diversità di fiducia che distingue i russi e i polacchi all’origine.

In tutta la produzione si è circondati da bambini messi a margine, frutto di abbandoni, sottrazioni in qualche modo lontane da una propria libera volontà. Emerge un forte disagio, e la domanda che ricorre più spesso è quella legata alla loro fine. Il frutto di un tradimento e di una deturpazione di un’anima che valore ha? puo’ meritare la vita? e quanto è attuale questo discorso?

Anne Fontaine sembra alludere a qualcosa, alla netta distinzione di chi è capace di raccogliere i suoi figli, quelli degli altri, abbandonati, nati in condizioni drastiche, far capire che la vita ha un valore che non ha colpe. Espone la storia (con e senza maiuscola) al rispetto e alla venerazione di una o più madri partendo dal concetto di concepimento e portandolo in alto, a elevazione, spogliandolo dal titolo reverenziale di compianto, inserendo l’ebraismo, aprendo alla verità e al perdono. Lo fa senza abbandonare la morte, lo fa rispettando gli eventi che stanno attraversando la Polonia in questo momento, dove le donne, vestite a nero, si ribellano ai mutamenti sociali delle volontà governative.

 


Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 

 

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Solidea Ruggiero/Marco Casolino - Pellicola - Claudio Romano - www.minimalcinema.net

Ananke di Claudio Romano #recensione [film]

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Ho conosciuto il cinema di Claudio Romano e Betty L’Innocente (Minimal Cinema) in una sera primaverile e piovosa di due anni fa. Ero al Maggio Fest di Teramo, in Abruzzo, curato da Silvio Araclio. Nelle poltroncine rosse della sala San Carlo si presentava In the fabulous underground, un documentario di due autori (per me) fino a quel momento sconosciuti, incentrato sulla filosofia poetica dell’artista croato Anton Perich. Un’indagine vera e propria, in realtà, dedicata a un mondo parallelo, nato, cresciuto, soppiantato, da cio’ che la macchina artistica di Andy Warhol ha rappresentato a New York nel corso di tutta la sua vita. Fui lì catturata dal senso di attesa di Claudio Romano. Un artista che colpisce per la sua volontà, il concetto etico di cinema, di vita, al quale sembra essere votato, donato, prestando le sue mani alla regia come forma pura di liturgia.

Ananke (2015), è un lungometraggio sceneggiato da Betty L’Innocente, con Marco Casolino e Solidea Ruggiero attori protagonisti. Nelle sue linee nutritive è duro, diretto, circolare e speculare. Un lavoro nel quale un uomo e una donna abbandonano (fuggono) una realtà che li potrebbe uccidere, annientare, nella loro esistenza. Facendosi forza, assieme, aggrappandosi l’uno con l’altra, entrambi, arrivano in un’area non definita di questo mondo, una zona collocata in un contesto dove regna la scomparsa del senso moderno di vita, nel suo concetto ritmico di tempo, in cui la scrittura e una radio dai segnali disturbati rappresentano le uniche costanti esterne per un umano contatto.

Ponte di Cannavine, Valle Castelllana (TE), Abruzzo - Location/Set, Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netLa natura sovrasta l’uomo: dato di fatto, punto fermo di tutta la visione, dove raggiunge – secondo la mia percezione – il suo apice elegante in una inquadratura dall’alto dalle forti caratterizzazioni bibliche. E’ una delle scene centrali, dove l’attore Marco Casolino, immerso coi piedi nel fluire delle acque, si trova disorientato da un fiume nel quale arrivano, accompagnati dalla corrente, pesci esanimi. Pietra, fermezza. Acqua, corso e decorso.

Marco Casolino, Ph. Vittoria Magnani - Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netCasolino, nella sua fisicità, potrebbe essere collocato in un impianto iconografico barocco, traslato verso una pittura e una scrittura ottocentesca, influenzata da una serie di fotografie provenienti da ricerche, studio e posa, ispirate alla recitazione russa dal metodo Stanislavskij.

La pellicola è un progetto dal valore femminista. Lo è nella stesura critica del soggetto, lo è nell’evidente attenzione dinamica di montaggio. E’ limpida la sua forza. Madre/figlia, figlia/madre, creazione, contatto, separazione volontaria e decisiva dal proprio frutto. Un corollario che lega e slega, annoda, i passaggi nei discorsi scarniti tra lui e lei (Casolino – Ruggiero), dove la forza della lingua belga, francese, modulata da Solidea Ruggiero è memoria in canto.

Solidea Ruggiero sul set - Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netIn sala lo spettatore è chiamato a combattere più volte, intuire se ha di fronte grammatiche del visivo incrociate, messe assieme, incastonate, in dialogo. Ananke di Claudio Romano, Manifesto_locandina - www.minimalcinema.net
Cinema del reale, un corto – vista la violenza e il silenzio spiazzante di pausa dell’inserimento del titolo – la fiction cinematografica, il teatro.

In questo processo di selezione figurativa rappresentato dai Minimal Cinema, si è in bilico tra buio e luce, tra un interno e un esterno, netti, messi in discussione, in relazione, non in una melanconia invasiva, né codici ancorati su un’idea di precisa di morte. Molta immobilità, ramificata in una stasi catatonica dagli echi pasoliniani, che si fa resistenza.
Ananke è suono, rottura, disturbo di urlo animale, nascita.  Ananke è necessità che inginocchia, confessa, umilmente, mette in discussione, un’autobiografia collettiva contemporanea.


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Still life – Uberto Pasolini [2013]

cinema, cultura, film, fotografia

Da un po’ di mesi non vedo film. Ho scelto di non dedicarmi troppo al cinema e buttarmi sul lavoro pensando esclusivamente a ciò che posso fare per il mio futuro. Il necessario, fatto di scelte pronte a farmi stare in pace e con la coscienza a posto. Il resto conta poco e la gente è di passaggio. Persone che si incontrano offrendosi nutrimento sempre in diminuzione; ostentazione e nichilismo in crescita. Continuo a camminare osservando le due parti; rimango indifferente all’amore e all’odio; cerco di prendere il necessario dell’uno e dell’altra e immaginare nuovi mondi possibili, perché si ha il dovere di pensare a soluzioni positive.

Still Life è un film triste. Molto triste. In tutta la mia vita penso di aver pianto litri di lacrime solo per Umberto D di Vittorio De Sica, scritto da Cesare Zavattini.

Mi sbagliavo: ho riaffermato a me stessa che non bisogna mai prendere sotto gamba le cose, ma fermarsi tre o quattro secondi a riflettere, prima. Decidere se fare un passo giusto o rimanere immobili, nelle condizioni di non vivere il presente. E’ questo il tema portante della pellicola ed è l’argomento che guida all’evoluzione tragica del personaggio protagonista.

La trama è incentrata su un uomo di quarant’anni o poco più che attraversa la vita – la propria esistenza – a ricostruire il vissuto di altri individui morti in solitudine. Una raccolta certosina di situazioni mai attraversate personalmente, composte in fotografie e memoria altrui, racchiuse in un album che ne conserva gli scatti fotografici come un piccolo diario segreto tenuto da un ragazzino.

Gli argomenti sono espliciti e non serve girarci troppo attorno:

  1. Il paradosso tra vita e morte come sottile equilibrio e ribaltamento fatto di animi,
  2. la memoria individuale,
  3. il tradimento e l’immobilità di se stessi,
  4. il cinismo.

Il film di Uberto Pasolini è uscito nel 2013 e ha vinto la sezione Orizzonti della 70° Mostra internazionale d’arte cinematografica Cinema di Venezia. Il progetto registico è tutto in crescendo; nelle sue fasi iniziali scruta lo spettatore e lo guarda in maniera introspettiva, lo pone in una condizione di impassibilità. La visione è per questo una sofferenza senza precedenti. Il tempo di fruizione si dilata e il ritmo è frenato dal soffocamento ripetitivo delle situazioni. E’ difficile calarsi nei panni del personaggio John May: fisso, statico, ciciclo, non sembra avere altre mete se non quelle di tutti i giorni, nel compiere le stesse azioni, alla stessa ora.

Il cambio avviene quando gli è comunicato il suo ultimo caso. L’armonia di un efficientismo di un essere che si svuota e che dall’utile si colloca nella condizione di inutile. Vano è il tentativo di prendere considerazioni per rimanere seduto a lavorare. E’ indispensabile superare l’ultimo caso per adattarsi alle attuali esigenze/ condizioni di un responsabile che ha mutato le sorti dell’attore protagonista. L’evoluzione positiva c’è, e si rafforza in un finale del tutto sorprendente ed emozionante, fatto di un attimo, capace di fare la differenza e stravolgere l’esperienza di chi guarda da casa.

In epoca in cui si è sottoposti alla massificazione incentrata su una comunicazione istantanea, dove i mezzi sono volubili e cambiano in un batter d’occhio, e i risultati sono altrettanto volatili, l’uso del mezzo fotografico come strumento di custodia/conservazione permette di capire quanto un piccolo dettaglio estraneo – inutile –  insensato -, nelle nostre mani, possa fare la differenza in tutto, avere un potere universale di sensibilità e rispetto, cura, pensando agli altri.

E’ un film che consiglio di vedere dal profondo dell’intimo.
Fotografia top.

Ita

En

Still_life_U.Pasolini

Nebraska di Alexander Payne

cinema, cultura, film

Vivo, vivo. Sono qui che ogni tanto temporeggio su cose che potrebbero essere superate con un tranquillissimo invito a mandare a quel paese qualcuno, ma mi sto dando ancora del tempo.

Dopo varie offerte politiche cui partecipare attivamente, stamattina, dopo mesi, ho ripreso in mano la situazione concedendomi una grande riflessione che parte dalla cucina. Ho tagliuzzato carote, sedano e cipolla, e alle ore 9.30, ho messo su il ragù come una buona casalinga tuttofare, senza disperazione, con un po’ di colore e molta voglia di vivere, visto il sole di queste intense e strane giornate.

Non sono qui per raccontarvi attimo per attimo la mia vita, ma vi aggiorno sull’ultimo film visto ieri sera al cinema.

Nebraska è un lavoro di Alexander Payne presentato al 66° Fesival di Cannes, in Francia, nel 2013.

Se andassimo a spulciare in dettaglio la sceneggiatura, essa potrebbe essere ridotta all’osso da una semplice storia di frustrazioni familiari in cui la dimensione temporale ha un ruolo centrale. Non si tratta di uno specchio parallelo in cui ci si riversa un qualcosa, ma di un attraversamento in cui si cerca di riscattare la propria vita per via delle mille sfumature, rinunce e abusi affrontati nel suo corso.

L’estrapolazione della cura fotografica non inflazionata dal colore e da una forte connotazione statunitense – è una produzione con pochissime bandiere e canti patriottici ma moltissimo placement -, rendono questo film davvero pregevole nei suoi vari intenti.

La forza principale è racchiusa nelle lunghe carrellate panoramiche sui territori americani. La poesia che si costruisce è in un bianco e nero è uno scatto che ha una dimensione di flusso cinematografico elaborato in sequenze di montaggio.

Per tutta la sua durata, l’incontro con queste successioni, cattura l’attenzione fino ad assorbire la presenza dello spettatore in sala.

Ognuno di noi conosce quella sensazione da viaggio di ritorno: questo film la esprime in tutta la sua durata, intervallando questo candore con un’ironia sprezzante e senza fiato, da lasciar liberi di ridere fino ad avere gli occhi pieni di lacrime.

Sentivo dai commenti, una volta uscita, persone che dicevano di averlo trovato lungo in alcune scene. Non mi trovo d’accordo. Si è di fronte a una storia la cui narrazione di base è drammatica, non per nulla felice, molto molto triste, ma di forte riscatto ottenuto al tempo giusto, con persone cruciali che assistono al cammino del protagonista.

Si ha di fronte un personaggio – Woody Grant (Bruce Dern, l’interprete principale) – annichilito dalla sua stessa vita. Assorbito da contingenze negative che lo hanno ridotto a essere un individuo succube di molte cose che lo hanno investito negli anni e nel suo passato. Dalla scena iniziale, lui ha un motivo: andare a riscuotere un premio di 1 milione di dollari – in Nebraska – dove ha sede una compagnia editoriale che promette indennizzi in giochi a quiz.

Il viaggio sarà una ricostruzione di un puzzle assemblato tra disperazione e comicità varie. E’ un progetto di passaggi e consapevolezze, di azioni di testimonianza e integrazioni di memoria. E’ un modo entrare per entrare in pace con se stessi, ritrovando pezzi di una vita, riscattandosi, anche per sentirsi considerato e non assorbito, incrociando  in un semplice sguardo chi si è amato veramente per sentirsi e ritrovarsi sicuri.

Consigliato!

Trailer: