Still life – Uberto Pasolini [2013]

cinema, cultura, film, fotografia

Da un po’ di mesi non vedo film. Ho scelto di non dedicarmi troppo al cinema e buttarmi sul lavoro pensando esclusivamente a ciò che posso fare per il mio futuro. Il necessario, fatto di scelte pronte a farmi stare in pace e con la coscienza a posto. Il resto conta poco e la gente è di passaggio. Persone che si incontrano offrendosi nutrimento sempre in diminuzione; ostentazione e nichilismo in crescita. Continuo a camminare osservando le due parti; rimango indifferente all’amore e all’odio; cerco di prendere il necessario dell’uno e dell’altra e immaginare nuovi mondi possibili, perché si ha il dovere di pensare a soluzioni positive.

Still Life è un film triste. Molto triste. In tutta la mia vita penso di aver pianto litri di lacrime solo per Umberto D di Vittorio De Sica, scritto da Cesare Zavattini.

Mi sbagliavo: ho riaffermato a me stessa che non bisogna mai prendere sotto gamba le cose, ma fermarsi tre o quattro secondi a riflettere, prima. Decidere se fare un passo giusto o rimanere immobili, nelle condizioni di non vivere il presente. E’ questo il tema portante della pellicola ed è l’argomento che guida all’evoluzione tragica del personaggio protagonista.

La trama è incentrata su un uomo di quarant’anni o poco più che attraversa la vita – la propria esistenza – a ricostruire il vissuto di altri individui morti in solitudine. Una raccolta certosina di situazioni mai attraversate personalmente, composte in fotografie e memoria altrui, racchiuse in un album che ne conserva gli scatti fotografici come un piccolo diario segreto tenuto da un ragazzino.

Gli argomenti sono espliciti e non serve girarci troppo attorno:

  1. Il paradosso tra vita e morte come sottile equilibrio e ribaltamento fatto di animi,
  2. la memoria individuale,
  3. il tradimento e l’immobilità di se stessi,
  4. il cinismo.

Il film di Uberto Pasolini è uscito nel 2013 e ha vinto la sezione Orizzonti della 70° Mostra internazionale d’arte cinematografica Cinema di Venezia. Il progetto registico è tutto in crescendo; nelle sue fasi iniziali scruta lo spettatore e lo guarda in maniera introspettiva, lo pone in una condizione di impassibilità. La visione è per questo una sofferenza senza precedenti. Il tempo di fruizione si dilata e il ritmo è frenato dal soffocamento ripetitivo delle situazioni. E’ difficile calarsi nei panni del personaggio John May: fisso, statico, ciciclo, non sembra avere altre mete se non quelle di tutti i giorni, nel compiere le stesse azioni, alla stessa ora.

Il cambio avviene quando gli è comunicato il suo ultimo caso. L’armonia di un efficientismo di un essere che si svuota e che dall’utile si colloca nella condizione di inutile. Vano è il tentativo di prendere considerazioni per rimanere seduto a lavorare. E’ indispensabile superare l’ultimo caso per adattarsi alle attuali esigenze/ condizioni di un responsabile che ha mutato le sorti dell’attore protagonista. L’evoluzione positiva c’è, e si rafforza in un finale del tutto sorprendente ed emozionante, fatto di un attimo, capace di fare la differenza e stravolgere l’esperienza di chi guarda da casa.

In epoca in cui si è sottoposti alla massificazione incentrata su una comunicazione istantanea, dove i mezzi sono volubili e cambiano in un batter d’occhio, e i risultati sono altrettanto volatili, l’uso del mezzo fotografico come strumento di custodia/conservazione permette di capire quanto un piccolo dettaglio estraneo – inutile –  insensato -, nelle nostre mani, possa fare la differenza in tutto, avere un potere universale di sensibilità e rispetto, cura, pensando agli altri.

E’ un film che consiglio di vedere dal profondo dell’intimo.
Fotografia top.

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Reality di Matteo Garrone

cinema, cultura, film

Pubblico prevalentemente femminile al cinema per vedere Reality, il nuovo film di Matteo Garrone, uscito venerdì scorso nelle sale.

Strano. L’aggettivo qualificativo positivo che mi sento di usare per definire la sensazione che ho provato nell’osservare la pellicola.

Fabulatorio, onirico, teatrale, mi ha portato in una dimensione straniante, grazie a una colonna sonora da urlo, talmente indicativa, da far rimanere incatenati alla poltrona, fin dai primi minuti, i pochi spettatori presenti.

Federico Fellini, Vittorio De Sica, Eduardo De Filippo affioravano nei miei pensieri osservando una Napoli strepitosa, barocca ed escheriana; restituita da un gioco di luci in notturna che elevava al top il suo splendore, e con una cura massima della fotografia che spogliava gli ambienti da quell’alone di sudiciume camorristico, restituendole una grandezza spirituale e architettonica che le è sempre appartenuta.

Le immagini della contemporaneità si coniugano con le opere di Martin Parr, gli scritti di Marc Augé e Bauman.

Non è un documentario, ma un film di fiction concentrato sulla massificazione. E’ un’analisi sprezzante di un paese che ha perso l’identità e il colore, rimanendo incantato dall’inutilità.

Ho avuto l’impressione che molte delle riprese fossero fatte con camera a mano, vista la traballante precarietà delle immagini.
Il dubbio (o la curiosità)  più grande che ho, è di una inquadratura fatta durante i provini per le selezioni del Grande Fratello a Roma. Garrone fa una carrellata sui partecipati spostando lentamente la camera verso l’ingresso e la scritta Cinecittà. Dove voleva guidarci, e in quale realtà?

Frase (inutile e ossessiva):
“Never give up”

Trailer:

Un venerdì insolito. Lo spot sky sui cinepanettoni

cultura

Nonostante sia stato criticato in maniera negativa da autorevoli voci (clicca), sono convinta che lo spot Sky sui cinepanottoni sia geniale.

Gli autori del network murdochiano hanno saputo puntare sul target di riferimento:
falsi intellettuali che si auto-compiacciono della loro inutilità e che segretamente rimpinguano le volgarità con questo tipo di cinema.

Un pò d’ironia, no?

Voto 10+, senza il consenso di Francesco Amadori.