Sue Lyon and James Mason in Lolita directed by Stanley Kubrick, 1962 (web)

Lolita? Jerry Saltz e Nabakov #associazioni #libri #streetart #fotografia #arte[#riflessione]

arte, arte contemporanea, cultura, giovedì, recensioni arte

Questa settimana non volevo scrivere nulla. Qualcosa è scattato quando ho visto la foto di Jerry Saltz – il famoso critico d’arte americano – sulla sua pagina facebook.

Jerry Saltz, Ninth Ave. Chelsea NYC.

Un aborto. Non un parto. Ho immediatamente associato Lolita, libro dell’autore russo Vladimir Nabakov (Mondadori, 1959). Questa connessione è partita pensando a come lo scrittore abbia sviluppato una trama in inglese e in un secondo momento sia stata tradotta da lui stesso nella sua lingua madre. Non ho guardato alla pornografia dell’atto di presunta denuncia streetart sulla contemporaneità dei fatti politici, quanto alle ragioni che ci sono dietro un volume che ha generato negli anni della sua uscita scandalo e fama a un creatore già di suo affermato. Ho ripercorso lo stile allusivo e affabulatorio in una eleganza mai espressamente diretta, fastidiosa tanto vera. Ho ripensato a come quel testo raccontava questa sorta di anomalia endemica dell’inseguimento che c’è tra paesi della vecchia Europa rispetto a quella gioventù americana, fresca, frivola, apparentemente leggera che oggi non c’è più (o forse è solo esasperata, ramificata e amplificata in tutto il mondo).

Nella posa realizzata da un artista a me sconosciuto ho visto ritratti due adulti in un gesto che potrebbe essere considerato offensivo, se non fosse che lo stereotipo dell’omosessualità calcato racchiude l’idea di un film commerciale degli anni novanta (I Gemelli, con Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito). Non una briciola che prenda ispirazione da Humbert Humbert impoverito dalla voracità di un desiderio sconosciuto verso una ragazzina.

Chissà come oggi, lui, Nabakov, appassionato sviluppatore di cruciverba, tratterebbe questo grande enigma sul presente? Penso che la letteratura sia ancora uno strumento vivo, capace di fermare chi legge un attimo prima, rispetto all’immagine (cinematografica/fotografica/pittorica), che proietta immediatamente a un dopo, grazie a quell’istante.

Paul Strand, Blind, 1916 (web)

su Lolita, qui e qui.
su Paul Strand, qui e qui

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[#silenzio]

salute e psicologia, spiritualità, vita

Ci sono molte cose di cui avrei voluto parlare. Ho un post in sospeso che avevo iniziato a scrivere in seguito alle giornate d’inferno vissute in Abruzzo nei giorni scorsi. Non si tratta di un lamento sui fatti nefasti dell’hotel di Rigopiano, di tutte le problematiche non evidenziate dalla stampa nazionale di una regione avvolta nel manto dell’oscurità della neve, del terremoto, della mancanza di luce elettrica per lungo tempo, dell’isolamento dalle linee telefoniche fisse e mobili, di strade distrutte, di menti controllate, sprofondate nell’ansia dilagante. La situazione è stata questa, lo è ancora in molti casi, perché i residui del condizionamento sono ancora troppo evidenti. Non so cosa accadrà, giochiamo a tentoni, cerchiamo normalità: una tregua.

Ho letto lettere di amici di una intensità unica, un risveglio della propria appartenenza che non sentivo da tempo, di paesi che non vengono mai fuori perché la provincia è costantemente declassata, ignorata da noi stessi. Ho ritrovato una ricchezza dietro l’altra che ho visto e abbracciato, messa a margine per lungo tempo in favore di chissà quale evoluzione, quale servizio insostituibile per ottenere futilità.
Mi sono stupita di come anche io mi fossi scordata di posti frequentati da una vita, messi da parte per guardare chissà chi. Ho scoperto e rafforzato, grazie a questo disastro, che molte persone non sono diverse da me, e che in fondo, come nelle migliori pubblicità, cerchiamo tutti la stessa cosa: la fiducia della convivialità.
Fiducia che molto spesso arriva da estranei che non rientrano nelle tue solite cerchie.

Mi sono resa conto di quanto i social siano sprofondati nella paranoia più totale, di come ne faccio parte. Mi chiedo costantemente cosa ci faccio in una rete irrisolta di sconosciuti. Luoghi in cui oltre a incasellare la propria frustrazione all’interno di uno di status, si è sottoposti a un processo pubblico continuo, dove se non sei capace di dare una informazione che non sia certificata da una fonte scientifica o da una notizia di presa da una rivista di risalto, la tua credibilità di essere umano passa in secondo piano rispetto a tutto, anche agli anni di studio sudato, onesto, perché arriva sempre qualcuno ad apporre l’accento, la sapienza del perbenismo, costruito in lista, un metodo collettivo di risoluzione.

Mi sono sempre chiesta come sia possibile resistere dentro questo carnaio. Mi sono messa sempre nei panni di chi non ha gli strumenti per poter difendere la propria autostima. Ne esce dilaniato, sviscerato, manipolato fino all’ossessione perché oltre all’impostura di un mi piace, subentra il meccanismo paranoico del pettegolezzo strutturato da chissà quale frase scritta senza valore, su cui l’altro inizia a creare castelli di chissà quale natura. Testi su cui è raro trovare un briciolo di empatia che vada oltre il proprio naso.

Non offro più possibilità a chi non vuole prestare orecchio, a chi si affida alla maldicenza sussurrata, a chi non ha costruito il suo percorso senza la volontà di essere se stesso, ma assemblando comunità basate sul chiacchiericcio.

Esistono tempi giusti per tutte le cose, compreso il web, dove tutti urlano, ma nessuno parla guardandoti dritto negli occhi, in cui l’interpretazione racchiude sempre l’ambivalenza del doppio gioco per riscattarsi dal mondo. Un mondo, il noi, l’espediente, il capro espiatorio per non guardare in faccia le realtà del proprio nucleo familiare da cui parte il vero problema.

Il blog continuerà la sua solita programmazione di vernissage e segnalazioni.
In questo momento io decido di restare in silenzio.

Albert Camus, Lo straniero #Bompiani #letture #libri [#recensione]

amore, attualità, cultura, film, leggere, letteratura, libri, musica, Narcisismo

Lo straniero di Albert Camus (Bompiani, 1947/2016) arriva nella mia vita in una scelta fatta per caso in libreria. Non avevo preso mai nulla di questo autore, anche se le persone a me vicine non facevano altro che consigliarlo. Senza pensarci troppo l’ho acquistato. Sono passati alcuni giorni, ma è stato un gesto istintivo avviare la sua lettura.

Lo straniero
è un libro che ha poco a che fare con l’esistenzialismo di Jean Paul Sartre, lontano dalla trappola del processo kafkiano. E’ un testo inerme, passivo, dotato di una stesura raffinatissima, non cristallizzata. Non è possibile allontanarsi dal volume tanta la forza semplice dello stile nell’attrarre il lettore.

Lo straniero di Albert Camus, Bompiani, 1947/2016.Il protagonista è vittima degli eventi: un non resistente; accoglie le situazioni che gli capitano dalla morte della madre come nulla fosse.
E’ proprio con un innesco dichiarato nella sua prima riga che inizia il risveglio: l’osservazione di una vita piatta, ripetitiva, abbandonata alla noia, all’abitudine, che porta a persone, cose e fatti, senza valore. Alla scoperta di situazioni che lui non aveva mai vagliato, cui si era reso complice, senza un motivo dichiarato, passivo al giudizio, in un senso di colpa e sospetto, interrotto dalla presenza di Marie, una donna che lo ha fatto sentire vivo per la prima volta, meritevole di felicità.
L’evento che crea lo sconvolgimento è l’uccisione di un arabo su una spiaggia in un momento in cui la sua vita sembra assemblare a una normalità – o almeno, a quella cosa che potrebbe essere definita tale, secondo i canoni comuni di condivisione sociale.

L’autore mostra un antefatto e un fatto suddividendo il testo in due parti, guida a un risultato sconvolgente; lascia inerme il lettore proprio sulle battute finali per durezza, rabbia, disperazione e angoscia  in un dialogo esplosivo con un sacerdote, durante una confessione che viene rifiutata nel momento in cui sta per avvenire una esecuzione finale.

E’ paradossale la calma che Albert Camus riesce a costruire, far parlare di un omicidio senza avere un briciolo di pentimento nell’efferatezza del gesto, creare una distanza rispetto ai fatti. Non si rende conto, il personaggio, del distacco che crea negli altri, come se egli avesse eretto un antro-condanna per proteggersi. E’ disturbato dalla luce perenne del sole, ne osserva tutte le sfumature, le riconosce, le sente come peso e afflizione continua. Un combattimento costante, tra un buio radicato e un sole che lo insegue incalzante.
La prigione è l’ospizio in cui è ospitata la madre, dove il figlio la porta a stabilirsi e morire nella totale indifferenza; la stessa prigione che lui sceglie come sua condanna, generata dall’assenza di un padre sadico che lo ha reso immaturo e immotivato nella scelta, condotto alla morte per opera di una devozione/deviazione nella ricerca di una sublimazione che avviene nella tortura.

In alcune descrizioni sembra di essere collocati in alcune scene di The Tree of life di Terrence Malick, quando Sean Penn vaga in questo paradiso artificiale di perdoni e pentimenti raggiungendo la sua pace nella volontà della grazia (Eternity). Quelli che hanno vissuto l’adolescenza negli anni Novanta, invece, in un brano dei 99 Posse, situato nell’album Cierco tiempo, Spara. (clicca).
Oggi, si è innescata in me la necessità di capire le parole di Julia Kristeva tratte da Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità. 

Sempre sulla tematica dei padri violenti, mancanti, ho visto in settimana il film di Kim Rossi Stuart, Tommaso. Il regista sdogana in malo modo tutti i personaggi di Nanni Moretti dal suo narcisismo, per mostrare quello che centinaia di autori nella letteratura mostrano da sempre: il problema di una radice e il suo relativo tradimento.

 

 

Pause

vita

Il blog si sta prendendo una lunga pausa di riflessione. Al momento è alla ricerca di tempi giusti.

Immagine presa dal web: http://www.nonsolocinema.com/

La pazza gioia di Paolo Virzì + Youth di Paolo Sorrentino #recensioni [FILM]

arte, attualità, cinema, cultura, film, politica, televisione

Torno per un attimo alla vecchia formula, sono stata troppo in silenzio negli ultimi tempi. Il materiale pubblicato è legato ad altro, un percorso differente e complementare della mia carriera professionale.

Quest’anno ho dedicato poco tempo ai film, ho evitato di andare al cinema. Una scelta ponderata, di risparmio, che da Carol di Todd Haynes è arrivata fino a La pazza gioia di Paolo Virzì, lasciando un buco in mezzo che non sento profondissimo. Ho scelto di pagare, per vedere, lavori con donne protagoniste, raccontante in modo diverso, in contesti  differenti, su temi eloquenti e attuali.

Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/La pazza gioia è stato incrementato da un articolo condiviso e firmato dalla scrittrice Teresa Ciabatti su facebook, un’analisi diretta, molto franca, che mi ha suscitato curiosità e spinto ad andare. Qui per il contenuto.

Il progetto di Virzì non mi ha fatto esultare, piuttosto riflettere e soffermarmi. Ho trovato la fotografia molto lontana dai miei gusti. Quando stavo visionando, mi sono resa conto di quanto con oculatezza estrema gli autori abbiano raccontato lo stato schizofrenico di un paese – il nostro – allo sbando, inserendo due figure femminili stridenti, capaci di evidenziare come siamo tutti in balia di qualcosa di più profondo, in un centro di recupero dove è difficile controllare le dinamiche intere, con strumenti e mezzi inadatti, nonostante un personale carico di umanità e di buona qualità.

Organizzato in momenti decisi e di stacco, il lavoro ha protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. In loro ho visto una destra malata, paranoica, con deliri di onnipotenza, e una sinistra che insegue l’isterismo di chi trascina, nonostante la chiara coscienza che si sta sbagliando, verso il baratro. Al cuore di entrambe è situata una disperazione che isola ed esula da ogni altro giudizio: il finale non rappresenta una chiusa di partito, scelta o adesione, piuttosto una pausa; una sana protezione dedicata a un bisogno estremo di recupero di fermezza, racchiuso in un bambino, figlio primigenio da salvare e/o proteggere per sopravvivere.

Non so se il valore sia stato quello di dire che le donne hanno una forza estrema, non so neppure se l’impianto sia femminista, ma ho trovato del giusto, del sano, un margine di respiro leggero, non diverso da come farei io, se dovessero capitare entrambe le situazioni – quegli stati psicotici –  alla mia persona. Un’anima mercurialis che parla e raccoglie, indica, fa di tutto, nel recuperarsi attraverso una volontà, straziata dalla propria solitudine, tramite un bipolarismo che vede e sente, riconosce una via giusta.

Un anno fa, ormai, qualcuno mi chiese cosa pensassi di Youth di Paolo Sorrentino. Neppure in questo caso andai in sala, non risposi a quel messaggio, ma ci ho sempre pensato, nel tempo. Ho atteso che venisse trasmesso da Sky cinema quando ormai il clamore si fosse abbassato e/o controllato. Di lui, dico di Sorrentino – chi mi conosce lo sa – apprezzo molto l’inserimento che compie nello sberleffo all’arte contemporanea. Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/E’ onesto e non si maschera dietro l’ipocrisia, spietato e ironico, grottesco, da buon napoletano, sceglie due protagonisti alla fine del loro tempo per raccontare lo stato di sclerotizzazione di maschi, che inseguono egoisticamente le loro strade sfruttando ogni mezzo per reprimere i loro vuoti. Due Maestri, un musicista e un regista, che si illudono, vivono per il proprio lavoro, narcisisticamente l’uno, e di solitudine l’altro, per proteggersi dalla melanconia, dalla sottrazione di qualcosa che li ha castrati: la fine di un mito.

Di tutto, ho apprezzato un’unica situazione, quando arriva lo svelamento – la pulizia di coscienza – nel discorso di simulazione interpretato da Michael Caine (il musicista). E’ un momento preciso che si svolge a Venezia, in una clinica/ospizio, una scena in cui fa credere di essere pentito e si scarica dalle frustrazioni di irresponsabile verso una moglie inerte alla finestra senza luce. Una luce, che rimane proiettata sulle spalle di un uomo che al fianco ha un mazzo di fiori i cui colori sfumano e rappresentano il tricolore della bandiera italiana mentre fluiscono parole per un finale alla stragrande.

Virzì e Sorrentino:
Paolo/Paolo.

Registi:
Diversi/stridenti.

Protagonisti:
due femmine/due maschi.
Giovani donne/vecchi maestri.

I luoghi:
Strutture di accoglienza e riabilitazione.

Il pieno/il vuoto, nel mezzo, l’Italia.

flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele #recensione

arte, arte contemporanea, artisti, mostre, recensioni arte, turismo, viaggi

E’ così che ci si affeziona ai luoghi, si va per conoscere cose nuove,  incontrare persone lontane dai vernissage, che hanno qualcosa da raccontare, che vada al di fuori del sistema dell’arte.

V.AR.CO - verdiartecontemporanea - official logoMartedì 3 maggio sono stata a L’Aquila, avevo voglia di andare a trovare i ragazzi di V.AR.CO – verdiartecontemporanea (Andrea Panarelli, Paola Marulli, Sara Cavallo). Il loro impegno sta costruendo un microsistema culturale fiorente, intelligente, dinamico, in un contesto impraticabile da ogni punto di vista. Una città terremotata, che combatte per risanarsi, che ha una necessità costante di stimoli e contaminazioni esterne.
V.AR.CO spinge a una apertura che è la sua crepa, e trae da lì la sua forza, in una luce che già alla sua terza mostra permette di delineare un profilo vincente, beneaugurante, a tutela di ogni professionista che abbia una autentica vocazione rivolta a fare di questo mestiere un percorso onesto, chiaro e convinto.


Locandina - Flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele (manifesto)Flow. Flew. Flaw
è la prima mostra personale di Giovanni Paolo Fedele (Pescara, 1993), a cura di Alberta Romano – una giovane storica dell’arte pescarese, membro attivo di T-space a Milano.
Il progetto ha un’idea semplice ma allo stesso tempo complessa, reticolata e articolata. Ci si trova di fronte a un vero e proprio meccanismo di concatenazioni che abbraccia performance, installazione site-specific, racconto scientifico e fantastico, focalizzato nella centralità dei rapporti umani, estetico, studiato nelle sue diverse angolazioni, prospettive e gradazioni. Si parte da uno scritto, Aequilibrium, sviluppato dall’artista – il motore teorico di tutto – che trasforma l’ambiente in una viva e ramificata sospensione, con nodi e sentieri precisi, che invogliano a una conoscenza, a qualcosa sempre più da approfondire.

Prima di andare a scoprire – sapere in realtà chi fosse Giovanni – ho deciso di spulciare il suo profilo professionale e valutare se quest’ultima ricerca fosse coerente con quelle sviluppate in precedenza, fili, insomma, che lo connettessero alla sua filosofia odierna; ebbene, non ho trovato solo questo, ma costanti germinali che si uniscono ai vecchi lavori, opere tracciate, designate in temi precisi: individualismo, sfida, disorientamento, protezione e fiducia. Giovanni viaggia tra il bisogno di perfezione e la ricerca del desiderio, ma con questi due aspetti combatte pur di non perdere le fragilità delle sue linee guida.
Flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele, dettaglio mostra. Photo Credit: Ela Bialkowska - OKNOstudio Photography

Piedi a terra, sguardo in alto, protezione verso i condizionamenti, Giovanni Paolo Fedele sospinge la sua ricerca all’errore, lasciandosi plasmare (anche) da una letteratura mirata e costruttiva – ad esempio, assieme a me, si è parlato a lungo del Puer Aeternus di James Hillmann. In quello che vuole, l’artista cerca di trasmettere quanto lui si esponga all’altro, tramite gli oggetti, le cose e la gente, negli incontri, negli scambi, pur di provare sentimenti ed emozioni proprie e pertinenti (forza, umiliazione, senso di impotenza, volontà, fallimento), in tutto questo, lui, continua a guardare aldilà: un oltre che lo incoraggia alla stasi dell’equilibrio.

Photo Credit: Ela Bialkowska - OKNOstudio Photography

Per scelta personale rifuggo dalla performance, ma in questa condizione, e in tali movimenti di linguaggio, posso dire di aver attraversato, con la vivacità dei miei stessi occhi, due corpi fondersi silenziosamente in uno sguardo, in totale armonia, che entravano in simbiosi nell’esatto momento in cui ero concentrata a capire dove volessero arrivare mentre erano agganciati sulla loro potenza di essere umani vivi e in pieno contatto. Tutto, assieme alla straordinaria comprensione e dinamicità della mente, della concentrazione, di come ognuno di noi ha la tendenza a crollare o cedere per un dettaglio che a conti fatti rappresenta il niente, quel focalizzarsi sulla perfezione che fa precipitare l’intero apparato nella sua mancanza di presenza, quando si perde la visione d’orizzonte dell’altro con l’altro.

Marina-Abramovic-Rest-Energy-with-Ulay-1980.-Courtesy-the-Artist-and-Lisson-Gallery (presa dal web)Gli incontri che ho visto – e che Giovanni cerca di raggiungere, offrendosi, donandosi, con la sua pacata tranquillità – sono legami che rimandano a un immaginario artistico importante – imponente – per chi è del settore (Marina Abramovic – Ulay), ma in Flow. Flew. Flaw non c’è fagocitazione, non c’è narcisismo, quanto rispetto viscerale di accoglienza, distanza di attesa e meditazione, congiunzione e fusione.

Ho avuto la possibilità di osservare tre processi in azione (una ragazza, una donna e un ragazzo), e nel momento in cui sono arrivata all’incontro, erano presenti anche gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila con la loro docente e artista Bruna Esposito. Insieme, in religioso silenzio, osservavamo e mettevano in pratica lezioni pratiche di riflessione in un processo e perfezionamento artistico fuori dal contesto di un’aula di studio.

Questo scambio è stato per me un continuo dichiarare il proprio abbandono con valore poetico di resistenza e impagabile resilienza.

Una performance, replicabile, mantenuta attiva fino al 6 maggio, tutti i pomeriggi, con Giovanni Paolo Fedele che ha assicurato la sua presenza per una settimana, e che ha garantito a V.AR.CO un punto a suo favore: un passo ulteriore nella fase di ricostruzione della città, della propria credibilità, attraverso una zona franca, di produzione e creazione utile, accessibile, di grande professionalità.

Per il fotoracconto della mia esperienza:

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Informazioni utili:

Flow. flew. flaw.  di Giovanni Paolo Fedele
a cura di Alberta Romano
Fino al 27 maggio
Venerdì, sabato e domenica dalle 17 alle 20
@ V. AR.CO – verdiartecontemporanea –
Via Verdi 6/8, L’Aquila
www.v-ar-co.com

Ingresso gratuito

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Photo Credit:
Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography

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L’Aquila, dopo sette anni.

architettura, arte, attualità, comunicazione, cultura, vita

Non conosco personalmente l’autore, Stefano Ianni, ma nel lavoro c’è un ampio respiro, qualcosa di forte che cresce.

Sguardo in alto, sguardo sugli operai della ricostruzione.

Youtuber: #pepperchocolate84

attualità, comunicazione, Narcisismo, rumors, Studiare, tecnologia, vita

Seguo questa youtuber – Pepperchocolate84 – da tanto tempo. Mi è sempre interessato il meccanismo che costruisce quando viaggia o quando le capita di parlare di mostre, poiché ha un atteggiamento molto pop nell’affrontarle in maniera leggera. Penso sia scaltra, e le cose che propone con quella modalità (trucchi, abiti, cibo) siano usate in maniera molto efficace e veloce. Non condivido molte cose di lei, delle scelte che fa, ma è la sua vita e il suo modo di lavorare, poiché lontani dal mio punto di vista. Ha saputo sfruttare le sue risorse per costruire il proprio mondo con un mezzo innovativo che le permette di fare cio’ che vuole, di vivere degnamente la propria esistenza rispettando il tempo che vive.
Nel discorso che compie in questo video che proporrò, mi trovo totalmente d’accordo, non in relazione a quanto lei faccia o svolga, ma piuttosto su quanto io applichi questo comportamento spesso nella mia vita. La scelta, il giusto valore alle cose e alle persone, la dignità, i soldi come mezzo, internet e i social come strumento.
Rispetto ad altre, le tantissime che sono online, ha compiuto un gesto positivo che le attirerà molti fastidi, sarà tacciata di ipocrisia e altre cose di una noia mortale.
Quello che dice è giusto: la distanza va mantenuta su tutto.
Possiamo ascoltarla o no, possiamo riflettere su quello che dice, possiamo criticarla costruttivamente, possiamo invidiarla. Se ha le spalle forti, le nostre chiacchiere le scivoleranno addosso come giusto sia, poiché porta avanti i suoi sogni.
Molti utenti non tengono conto dei fenomeni che attraversano il web, e non so se lei sia conosciuta in altri contesti (giornali, tv) – non seguo tutto quello che fa – ma ha un segmento di pubblico forte che le permette di incrementare i suoi guadagni che lei ripaga col suo impegno.
Pensiamo a Benedetta Parodi, lei, attraverso le sue ricette ha costruito un impero mediatico. Con l’aiuto di chi? Di tutti noi che le abbiamo spedito i gli ingredienti da miscelare in uno studio televisivo, nel quale si stipulano per la sua fattibilità accordi pubblicitari, inseriti spesso tra una pausa e l’altra, che le fanno aumentare la possibilità di investimento in relazione ai tempi del suo programma, perché noi telespettatori siamo lì che acquistiamo determinati prodotti, posizionati davanti ai nostri occhi, in ogni secondo utile al commercio.
Che differenza c’è tra le due? Nessuna.
Lavorano entrambe, ognuno col proprio scopo: farlo al meglio, guadagnare per stare bene, ottenere credibilità e visibilità per nuove opportunità.
Le loro non sono le uniche professioni al mondo. La notorietà non si ottiene solo attraverso la messa in esposizione del proprio corpo e del proprio messaggio.
Anche noi,
in piccolo, con le nostre forze, possiamo tirare fuori qualcosa di buono e concreto gettandoci in altri ambiti. Dovremmo imparare a mantenere il distacco non facendoci condizionare dai risultati degli altri, puntare piuttosto a farci un esame di coscienza ogni volta che proviamo un briciolo di invidia, uccidendoci in paranoie imitative, che derivano da modelli comportamentali indotti, di cui, secondo me, non abbiamo proprio bisogno.

Netflix + Black Mirror

attualità, comunicazione, tecnologia, televisione

Avevo già sentito parlare di Netflix lo scorso anno, quando non era ancora accessibile in Italia. Non amo troppo le serie tv. Non mi piace la dipendenza che creano nella visione. È raro ne abbia seguita una da capo a piedi non sbadigliando. Ho deciso di mettermi in gioco osservando le dinamiche web, e scegliendo Black Mirror, programma/progetto web/tv andato in onda su Sky, diverso tempo fa. Più volte ho cercato di scaricare da On Demand la possibilità di visionarla, ma tutti i tentativi sono stati vani, in primis, perché mi annoio davanti alla televisione, in secundis, non c’era nessuna storia che paresse consona alle mie passioni di questo momento.

Black Mirror arriva in un periodo in cui mi trovo a leggere/studiare un saggio di un filosofo urbanista francese dedicato ai mezzi di comunicazione e alle nuove realtà digitali (Paul Virilio, La bomba informatica, 1998). E’ un volume ormai datato, imbarazzante, tanto in anticipo sui tempi che attraversiamo.

Cosa mi ha stupito della serie? La grafica. L’uso del virtuale – almeno per quanto riguarda la prima stagione. Cosa, invece, mi ha deluso? La contemporaneità, nessuna ambizione sul futuro, la visione dai toni quasi apocalittici, molto prevedibile, in una puntata – la prima – , dai toni kitsch.

pm-and-pigQuando rileggo gli appunti annotati, ciò che percepisco è legato perlopiù alla stesura delle sceneggiature. Trovo termini come: umiliazione, condanna, condizionamento, manipolazione, ossessione, nichilismo, ecc. Sulla base di questi elementi espliciti perché dovrei stupirmi o fidelizzarmi? Qual è il margine narrativo che dovrebbe spingere a sceglierla/definirla innovativa? Di tre puntate, ne ho viste due al pc e una con app dedicata, piantata su telefonino. Su quest’ultima ho trovato davvero fastidiosa l’indagine: scattava, si intoppava, saltellava, mentre guardavo e appassionavo all’intreccio.

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Ai tempi delle lezioni avanzate di Storia dei media all’universita’, l’espertismo veniva messo in evidenza da tanti studiosi, soprattutto americani, nelle ricerche post – vietnam o quelli avviati dopo l’undici settembre. Buona parte svelavano i meccanismi di costruzione di consenso in modo chiaro, tanto da risultare vecchi e banali, oggi, come il male del resto, apparentemente idilliaco nella sua perfezione, vuoto nella sua applicazione, privo di anima, dotato di castrazione e ripetizione.

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Tra le condizioni piu’ interessanti nella gestione delle componenti filmiche, considero positivo l’inserimento del narratore onnisciente, la capacità di incastonare più punti di vista incrociati, rivolti a pubblico schernitore e grottesco, collocato a spiare gli accadimenti – come un comune fruitore da casa – e assistere a cio’ che i media (gli strumenti di comunicazione) raccontano in piena contemplazione drammatica.

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Il valore di Black Mirror è nella sua capacità di aver saputo captare l’identità dello spettatore medio, reale e virtuale, e nell’aver saputo usare e dosare il riflesso come arma di proiezione, che è tutto oggi, nella finzione.

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Per curiosità, troverò le tre puntate della seconda stagione.

Eros, Umberto Saba

cultura, libri, poesia, Studiare

Sul breve palcoscenico una donna

fa, dopo il Cine, il suo numero.

Applausi, e scherno credo, ripetuti.

In piedi, del loggione in un canto, un giovinetto,

mezzo spinto all’infuori, coi severi

occhi la guarda, che ogni tratto abbassa.

È fascino? È disgusto? È l’una e l’altra

cosa? Chi sa? Forse a sua madre pensa,

pensa se questo è l’amore. I lustrini

sul gran corpo di lei, col gioco vario

delle luci l’abbagliano. E i severi

occhi riaperti, là più non li volge.

Solo ascolta la musica, leggera

musichetta da trivio, anche a me cara

talvolta, che per lui si è fatta, dentro

l’anima sua popolana ed altera,

una marcia guerriera.

Analisi interpretativa

La Bibbia, a caso, da due giorni

attualità, comunicazione, cultura, leggere, libri, Narcisismo, vita

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Giustizia.

Still life – Uberto Pasolini [2013]

cinema, cultura, film, fotografia

Da un po’ di mesi non vedo film. Ho scelto di non dedicarmi troppo al cinema e buttarmi sul lavoro pensando esclusivamente a ciò che posso fare per il mio futuro. Il necessario, fatto di scelte pronte a farmi stare in pace e con la coscienza a posto. Il resto conta poco e la gente è di passaggio. Persone che si incontrano offrendosi nutrimento sempre in diminuzione; ostentazione e nichilismo in crescita. Continuo a camminare osservando le due parti; rimango indifferente all’amore e all’odio; cerco di prendere il necessario dell’uno e dell’altra e immaginare nuovi mondi possibili, perché si ha il dovere di pensare a soluzioni positive.

Still Life è un film triste. Molto triste. In tutta la mia vita penso di aver pianto litri di lacrime solo per Umberto D di Vittorio De Sica, scritto da Cesare Zavattini.

Mi sbagliavo: ho riaffermato a me stessa che non bisogna mai prendere sotto gamba le cose, ma fermarsi tre o quattro secondi a riflettere, prima. Decidere se fare un passo giusto o rimanere immobili, nelle condizioni di non vivere il presente. E’ questo il tema portante della pellicola ed è l’argomento che guida all’evoluzione tragica del personaggio protagonista.

La trama è incentrata su un uomo di quarant’anni o poco più che attraversa la vita – la propria esistenza – a ricostruire il vissuto di altri individui morti in solitudine. Una raccolta certosina di situazioni mai attraversate personalmente, composte in fotografie e memoria altrui, racchiuse in un album che ne conserva gli scatti fotografici come un piccolo diario segreto tenuto da un ragazzino.

Gli argomenti sono espliciti e non serve girarci troppo attorno:

  1. Il paradosso tra vita e morte come sottile equilibrio e ribaltamento fatto di animi,
  2. la memoria individuale,
  3. il tradimento e l’immobilità di se stessi,
  4. il cinismo.

Il film di Uberto Pasolini è uscito nel 2013 e ha vinto la sezione Orizzonti della 70° Mostra internazionale d’arte cinematografica Cinema di Venezia. Il progetto registico è tutto in crescendo; nelle sue fasi iniziali scruta lo spettatore e lo guarda in maniera introspettiva, lo pone in una condizione di impassibilità. La visione è per questo una sofferenza senza precedenti. Il tempo di fruizione si dilata e il ritmo è frenato dal soffocamento ripetitivo delle situazioni. E’ difficile calarsi nei panni del personaggio John May: fisso, statico, ciciclo, non sembra avere altre mete se non quelle di tutti i giorni, nel compiere le stesse azioni, alla stessa ora.

Il cambio avviene quando gli è comunicato il suo ultimo caso. L’armonia di un efficientismo di un essere che si svuota e che dall’utile si colloca nella condizione di inutile. Vano è il tentativo di prendere considerazioni per rimanere seduto a lavorare. E’ indispensabile superare l’ultimo caso per adattarsi alle attuali esigenze/ condizioni di un responsabile che ha mutato le sorti dell’attore protagonista. L’evoluzione positiva c’è, e si rafforza in un finale del tutto sorprendente ed emozionante, fatto di un attimo, capace di fare la differenza e stravolgere l’esperienza di chi guarda da casa.

In epoca in cui si è sottoposti alla massificazione incentrata su una comunicazione istantanea, dove i mezzi sono volubili e cambiano in un batter d’occhio, e i risultati sono altrettanto volatili, l’uso del mezzo fotografico come strumento di custodia/conservazione permette di capire quanto un piccolo dettaglio estraneo – inutile –  insensato -, nelle nostre mani, possa fare la differenza in tutto, avere un potere universale di sensibilità e rispetto, cura, pensando agli altri.

E’ un film che consiglio di vedere dal profondo dell’intimo.
Fotografia top.

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