manifesto, stati generali arte contemporanea abruzzo ph. Amalia Temperini

Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo #artecontemporanea #abaq [#cultura]

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Ieri ho partecipato come pubblico osservatore agli Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo, voluti dai professori dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, Maurizio Coccia e Silvano Manganaro.

Il mio ascolto è stato riservato a quello curato da Lucia Zappacosta, operatrice e direttrice dell’Alviani Art Space di Pescara. I minuti sono volati e molti sono stati i contribuiti utili su cui riflettere e ripartire, da oggi. Mi riferisco a un argomento emerso dai punti di vista di Lucio Rosato e Matteo Fato. Parlavano di architettura e di ritratto, ma anche di una attenzione sulla cura della identità di presentazione degli artisti nella creazione di un portfolio utile alla loro professionalità. Questa necessità di cura, mi ha fatto molto riflettere; ritengo che sia una attenzione che per forza di cose ci trasporta nel parallelo mondo del web e di nuovo medioevo. Mi spiego meglio, questo incontro è avvenuto alla morte di due figure cardine del mondo dell’arte abruzzese: Cesare Manzo ed Ettore Spalletti, la fine e parallelamente l’inizio di un nuovo periodo che ingloba nel 2019 due realtà: quella del reale e quella del virtuale. I mondi che abitiamo. Nuove possibilità di esistenza, anche economica, da chi l’arte la crea, di chi la produce e per chi se ne nutre. Sì è parlato molto di proiezione, un tema che rientra in una visione legata proprio a un dato periodo ormai lontano, novecentesco, consumato e terminato. Cosa manca all’Abruzzo? Una immagine. Una immagine contemporanea e fluida, che sappia restituire quello che è accaduto ieri a L’Aquila, con quella proliferazione di idee, critica e continui stimoli, dibattiti, validi nella realtà, quanto nella virtualità.

Perché è vero che gli operatori decisivi possono creare una rete e risultati economici, ma senza l’aiuto di un centro che arriva da altre persone – l’ipotetico pubblico consapevole di chi è e di chi siamo – ogni lavoro è svolto a metà, l’economia non si smuove e non rigenera un mercato di risorse.

Come può avvenire questo nuovo rinnovamento?

Allo stato attuale i problemi maggiori sono legati alla Comunicazione, al come si divulga, e una Formazione inadeguata, cioè non calibrata al tipo del periodo che stiamo vivendo; sul come questa regione in ambito di contemporaneo può essere raccontata in una narrazione continua e non solo nei periodi estivi quando la programmazione è rivolta al turista.

Ma chi è il turista oggi? E come si può parlare di questa figura in epoca di performance? E come può tornare utile questa condizione per attrarre, creare mobilità, spostare l’attenzione su tutto il territorio?

Far sapere a chi vive qui e vuole arrivare qui, che esistono possibilità di vedere offerte culturali in tutto il periodo dell’anno è stato uno degli spostamenti di visione utili alla riflessione. In questo Paola Capata ha vinto, una donna forte della sua esperienza di gallerista, imprenditrice abituata al risultato. Lei osserva con curiosità i fatti di questa regione, ha proposto una sorta di ombrello: un segno, una forma, una immagine chiara di un arnese che ha una impugnatura che ieri abbiamo stretto un po’ tutti mentre Giacinto Di Pietrantonio, critico e curatore, con ironia e sagacia, anche politica, ha definito la linea dei colori da adottare.

Irene Facheris – Creiamo cultura insieme #libro #tlon[#recensione]

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Mi sono imbattuta in questo libro per caso mentre cercavo di agguantarne un altro per pura necessità di immergere il cervello in qualcosa di diverso dalla saggistica impegnata. Non sapevo chi fosse l’autrice, la sua età, non mi sono curata di questo dettaglio perché il motivo che mi ha portata alla sua lettura è stato il titolo.

Creiamo cultura insieme. 10 cose da sapere prima di iniziare una discussione è un testo brevissimo di Irene Facheris edito da Tlon proprio nell’ultimo anno. Un piccolo compendio di regoline per ri-stabilire e ri-organizzare il senso di se stessi.

L’atteggiamento è pratico e ha una attenzione minuziosa verso la vita con una impostazione che si fa chiara sin dalle sue prime pagine. Potrebbe essere paradossale, ma ci si sente ascoltati in lettura. Non so se sia l’intento dell’autrice – una giovane psicologa che si occupa di formazione e che ha un canale youtube -, ma la rassicurazione che arriva da questi frammenti permette di capire di cosa è possibile nutrirsi per stare bene e ristabilire un contatto con le persone che scegliamo di avere attorno a noi, nella vita o solo per un secondo.

Si riflette sui concetti di bisogno, giudizio e perdono. Su quello che ci fa sentire sbagliati, inopportuni e in alcuni casi frustrati. Forse in molti potrebbero dire che si tratta dell’ennesimo libro di psicologia for dummies, ma non è così. Tante volte basta poco a calibrare il tiro e Irene Facheris riesce – con piccoli esercizi comportamentali – a suggerire come ricollocarci verso l’essenza di una emozione e predisporla in ascolto col nostro io più profondo per arrivare a capire, condividere o accettare il punto di chi abbiamo di fronte con una giusta distanza.

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Irene Facheris
Creiamo cultura insieme.
10 cose da sapere prima di iniziare una discussione.
Edizioni Tlon, 2018
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Tra i confini. Città, luoghi e integrazioni – M. Augé [saggio]

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Da diverso tempo non scrivo di libri, un po’ perché sono rallentata, un po’ perché è difficile non dilungarsi nella saggistica. Ne approfitto oggi poiché ispirata dal tempo non bello per aprire uno spiraglio sul testo di Marc Augé: Tra i confini. Città, luoghi e integrazioni.

La scelta del piccolo volume è dettata dal caso. Avevo bisogno di leggere qualcosa sulla menzogna letteraria, ma l’occhio ha indicato questo testo da qualche tempo acquistato mai affrontato. Il saggio è una raccolta di due interventi pubblicati dall’editore Bruno Mondadori nel 2007. Le due posizioni assunte dall’autore sono molto simili. La prima è intitolata Un mondo mobile e illeggibile, mentre  la seconda, La conquista dello spazio.

Non mi soffermo sull’ultima parte poiché non mi ha colpito particolarmente; essa sembra un rendiconto di azioni dello studioso sull’attività dell’etnologo, così – sebbene abbia un titolo accattivante, mi decido a una riflessione sulla prima delle due suddivisioni.

In Un mondo mobile e illeggibile egli parte da tre presupposti:

  1. l’idea di urbanizzazione;
  2. accecamento generato dalle immagini;
  3. la questione mobilità sociale.

E’ molto schietto nelle sue posizioni e dichiara che su certi temi il pensiero è stato influenzato dagli studi del filosofo francese Paul Virilio (Bomba informatica, Cortina, 2000). Nella prima questione la sua logica si stabilisce sulla globalizzazione e afferma più o meno questo: se da un lato il mondo si connette in una utopia di scambi e libertà generali dedicate all’individuo, dall’altro, esso, si trova a relegare una porzione di popolazione fuori da queste congiunture incrociate, sottomettendole.

In questa condizione storica credo che un simile intervento è necessario poiché il ragionamento induce a pensare a quello che succede in Francia, di tutta la sovraesposizione mediatica che si sta avendo da giorni, su questioni che non si riescono a comprendere poiché depauperati da analisi critiche concrete.

Esiste una realtà connessa e un’altra disconnessa, entrambe filtrate nell’immensa sfera dell’urbanizzazione. Le nostre città sono vivibili, funzionali, piene di reti di comunicazione interconnesse e interscambiabili, hanno una popolazione nella quale spesso confluiscono cittadini provenienti da altri paesi; esiste cioè chi è costretto a emigrare per trovarsi una situazione migliore e aver maggiore sostentamento per la propria esistenza e chi ha vantaggi su ogni singola cosa. In un contesto cittadino tutto si mescola e diventa un gioco eterno tra ricerca della perfezione, distruzione e controllo della violenza.

La nostra epoca è mossa dall’azione delle immagini, facebook ne è l’emblema massimo nelle condivisioni. Siamo così esposti a vivere un immaginario alternato in cui si creano dei dislivelli illogici di comparazione. Augé parla di accecamento, una non visione che passa anche dalla commistione dei linguaggi che evolvono alla ricerca di un neologismo effimero, quanto rischioso poiché non più comprensibile. Essere costretti a subire tali azioni comporta un aumento della paura della non conoscenza e una suscettibilità verso alternative forme di aggressività. Nelle grandi immigrazioni degli anni settanta sono arrivati ad aversi nuovi cittadini, questo ha comportato occupazione, lavoro, approdo di intere famiglie e novità nelle forme di  intolleranza. Nel cuore degli anni ottanta quando la crisi ha di nuovo morso, delirio e caos.

Come accadde (accade) in Italia, anche in Francia, a subirne i contraccolpi sono state persone meno abbienti, ma anche gli stranieri, poiché accomunati dallo stesso disagio. Un altro elemento da tener conto e non sottovalutare sono le cellule di terrorismo internazionale che potrebbero scatenarsi. L’autore si sofferma sul rischio elevato delle popolazioni giovani in ascesa, come quelle mediorientali (l’Iran ha, ad esempio, una percentuale di diciottenni equivalente al 60% della popolazione) in contrapposizione alle nostre vecchie società.

I mass media in tutto questo hanno ruolo cruciale poiché incrementano il disagio concentrandosi su situazioni non di certo favorevoli – era già successo l’attentato alle Torri Gemelle e oggi nella condizione parigina – che al posto di alimentare tolleranza manifestano disagio e fallimento. In questo caso egli suggerisce di guardare e avere come modello quello della Francia. Se venisse testimoniata la condizione delle banlieue, diversa, concentrata nella valorizzazione delle azioni che si fanno, dove esistono esempi positivi di volontà che agiscono alla luce della legalità al fine di migliorare la propria condizione civile di essere umano, tutto potrebbe già apparire migliore di cio’ che ci è proposto.
La televisione – e i mezzi di comunicazione in generale – creano così un movimento ondulatorio concentrato nella sclerosi, nella chiusura e nella costruzione reale e ideali di ghetti. Secondo l’autore una delle possibili condizioni affinché si manifesti un miglioramento è quello della mobilità sociale.

Dettaglio interessante del ragionamento è anche la composizione dei nuclei abitativi di Le Corbusier, a Marsiglia. Pensati per una città ideale, e frutto di una visione politica utopica, ciò avrebbe potuto rappresentare un germe nocivo nell’immaginario collettivo di funzionamento concreto alle cose, un pensiero di questo tipo non avrebbe portato vantaggi, se non – mi sembra di capire – a un’altra ghettizzazione e isolamento degli individui.

Penso alle strutture del Corviale, a Roma, e mi immedesimo nella realtà italiana.

Soluzione è promuovere l’istruzione. L’arma è la cultura che deve smuovere le coscienze con la formazione degli individui. I paesi che detengono il potere dovrebbero investire essi stessi in progetti scolastici da esportare altrove. Essere modello per accrescere la dimensione umana dell’armonia: è questo che è suggerito dalle sue parole.

Se si pensa che siamo stati noi europei ad aver creato il concetto di colonizzazione, aver esportato anche le nostre migliori eccellenze, ma allo stesso tempo aver ottenuto in cambio una cancellazione dell’idea base di questo fondamento, dovremmo ripensarci in modo serio e dettagliato, per far affiorare piani costruttivi di crescita. La città è il caos nel quale si racchiude il fenomeno di castrazione, che si vive giornalmente, e per evitare l’implosione, occorre assumersi responsabilità in cui l’Europa si dichiari capofila nella ricostruzione.

Il ragionamento sembra felice, ma il pensiero che mi condiziona è  uno:
è davvero immaginabile compiere una scelta nel vecchio continente quando tra gli Stati c’è una forte dispersione di risorse e di livelli di civilizzazione?Se esiste una ammissione di questo tipo allora è possibile avere nuove possibilità.

marc_augé

Acciaio – Stefano Mordini #film

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Dopo una giornata passata a scrivere e visto il maltempo che ieri in Abruzzo ha flagellato l’intera regione, mi sono dedicata alla visione di un film di Stefano Mordini presentato alla sezione autori del Festival del Cinema di Venezia nel 2012, trasmesso su Sky Cinema Cult HD alle 21.

Sto parlando di Accaio, tratto dall’omonimo libro di Silvia Avallone. Come premessa dico che non ho letto il volume della scrittrice, quindi, manco di un elemento essenziale. Ciò non toglie che non abbia maturato un senso critico o di accettazione sul lavoro del regista che, a parer mio, è riuscito a creare un buon prodotto, poiché divincolato da una condizione generale di collettività, e posta, invece, sulla vita di due fratelli incastrati in una Piombino contemporanea.

La trama  come anticipato – regge su un filo in cui emergono faccende private di due ragazzi cresciuti nella provincia toscana, vittime di un ambiente operaio e sociale non certo desideroso di essere considerato come felicità e necessità assoluta per la propria vita. Chiunque abbia vissuto questa dimensione non borghese potrà confermare che essere così demotivati è una caratteristica di chi, invece, vuole costruire al meglio la propria identità, nonostante tutto quello che ci sia attorno sia difficoltoso e chiuso. Non dico che il punto di vista dato sia esclusivo, ma ha piuttosto un giusto senso della realtà, ridimensionata, non costretta ad apparire lontana, sicura di una condizione mentale ben rappresentata.

Lo scopo del progetto, secondo me, è stato quello di saper sfruttare al meglio le due dimensioni temporali; si ha l’occhio di chi è dentro una fabbrica per scelta: accettando le dinamiche di una condizione non di certo piacevole da dover risultare come peggior incubo della vita; e l’occhio di chi si approccia alla scoperta della propria esistenza, sfruttandone le sfaccettature senza pregiudizi o prese di coscienza decisive, con tutta l’ingenuità del caso.

Anna e Alessio sono due fratelli che vivono un disagio dettato dalla lontananza di una figura paterna e di una madre non certo motivata a migliorare la propria condizione. Entrambi crescono con un senso di dignità forte da portarli a compiere atti che non vadano oltre la rottura della propria identità. Rimangono fedeli a ciò che sono, senza sfruttare la rabbia come meccanismo di rottura alle regole imposte dalla società.

Ad affiancare gli attori principali si hanno altre due figure (un’amica e una compagna) che, invece, per spirito di ribellione, vanno via, irrompono, vìolano se stesse, per poi tornare al punto di partenza e riscoprirsi ad amare le persone abbandonate, che hanno creduto in loro, e che hanno rappresentato una certezza nel loro cammino, ma che possono – anche – scomparire all’improvviso.

La formazione in questo caso non è costruita in negativo, ma con un forte senso dato al valore del tempo – quella la chiave di volta che permette a tutti noi di compiere la metamorfosi che ci farà accedere all’età adulta. Gli spazi, gli ambienti, le aree che circondano non rappresentano il contesto di maturazione, ma sono elementi di passaggio che si consumano alla vista, poiché siamo noi che cambiano e permettiamo alle cose di percepirle vecchie o superate.

Su questo filone, la produzione data ad Accaio di discosta totalmente dal film Ovosodo di Paolo Virzì realizzato nel 1997, e paragonando le due opere, si osservano e percepiscono due momenti storici vicinissimi, ma lontani nei loro processi, sfruttandone gli stessi ambienti.

Io lo consiglio, e non so perché mi viene anche da suggerirvi la lettura di Alberto Moravia nei suoi testi Agostino e Gli Indifferenti del 1941 e del 1929.

Buona visione, buona lettura!

Trailer:

 

accaio

Riflessione ad alta voce

attualità, cultura, Studiare, vita

Penso che un buon libro di Storia possa definirsi tale quando arrivi a credere che tutto il percorso di studio fatto faccia maturare in te numerosi dubbi sulle situazioni odierne. La paura t’instilla una curiosità e una riflessione che induce a scoprire come i cambiamenti sociali, applicati nel corso dei secoli, siano avvenuti a tutela delle proprie identità (si prega di leggere quest’ultimo significato spurio dal concetto di “nazionalismo”).

L’Europa ha maturato un suo cammino su processi culturali decisivi da una consecutio antica fino a oggi. L’America, invece, è supremazia travestita da bluff: ne sono sempre più convinta.