The end of f***ing world stagione 2 , netflix

The End of F***ing World – 2 stagione #TEOTFW [#recensione]

amore, costume, cultura, Donne, film, giovedì, musica, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, televisione, vita

Avevo già parlato lo scorso anno di questa serie perché mi era piaciuta molto. Il racconto è l’acerbo di una rabbia sincera pilotata da due ragazzi, figli di genitori egoisti, irresponsabili, trovati a vivere una esperienza devastante.

Così la seconda stagione di The End of F***ing World riprende dalla fine della prima parte, narrata dalla maturità di quello che è accaduto a James e ad Alley, i due protagonisti della vicenda. Si tratta di una situazione che evolve nella ammissione di un fallimento, da errori che comportano il non affrontare le paure o il coraggio di trovarsi a espiare la propria vita in una azione che è avvenuta all’insaputa di tutti per legittima difesa.

Questa nuova parte ha come tema la vendetta di chi non vuole vedere, da parte di chi riconosce che l’unica traccia di amore che aveva fatto penetrare in sé è ciò che gli aveva occultato la vista. Bonnie è una ragazza molto brava e ben educata, con una madre che la ha programmata a essere una macchina da guerra più che una donna in grado di conoscere e gestire le proprie emozioni. La sua storia si intreccia a quella di James ed Alley con una ricerca spietata che la condurrà a stalkerizzarli in mezzo ai boschi di un paese indefinito e nascosto nel nulla del mondo.

La colonna sonora rimane sempre una delle cose più potenti del progetto. Per chi volesse capire cosa ho detto per la prima parte della serie questo link.

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Tito e gli alieni - Paola Randi, 2017

Tito e gli alieni – Paola Randi #film [#recensione]

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Ho scelto di vedere Tito e gli alieni di Paola Randi grazie alla presenza di Valerio Mastandrea.  Il film ha partecipato al Torino Film Festival come lavoro indipendente e il suo genere è di una commedia fantascientifica.

La storia narra le vicende di un professore che si trova negli Stati Uniti per una grossa ricerca commissionata dal governo americano. La sua vita è appiattita da mille fallimenti e ricondotta a una immotivata situazione di stand-by su un divano piantato in mezzo al deserto, proprio accanto all’Area 51. A cambiare le carte in tavola un messaggio dal fratello che sta per morire.

E’ un lavoro di grande poesia, sfrutta l’espediente degli alieni, della storia del cinema, per mostrare l’irresistibile potenza di semplici ragazzi che arrivano e vogliono vivere il loro tempo.

L’uso delle tecnologie non è quello recente, il mondo raccontato dalla regista – seppure è l’oggi – è di un meccanismo vecchissimo di schermi provenienti da un’epoca fa, vicina agli anni ’80 e ’90, nelle dimensioni di uno stargate. L’uso della fotografiasi presenta come strumento di mediazione.  Ad esempio, uno dei nipoti, per tornare a parlare con il padre e sopravvivere a questa assenza, la sfrutta come fosse un moderno telefono nel ricercare un dialogo.

Il film entra in dimensione contemporanea quando viene messo in atto l’ologramma che è il risultato della ricerca scientifica; ci accontenta e stupisce, come una vecchia pellicola capace di ricostruire una memoria, ma è lontana dal suono, che rimane uno dei nostri oggetti custodi su cui si può ancora continuare a giocare a immaginare.

A me è piaciuto, semplice, diretto, senza pretese e con molta ironia.

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Colpa delle stelle – Josh Boone [film]

cinema, film

Non so perché stanotte abbia deciso di vederlo. E’ fuori da ogni mio canone di gusto, ma non c’è una spiegazione razionale a tutto. Capita e basta.

Colpa delle stelle diretto da Josh Boone è un film di poche pretese, sentimentale, che innesca dei meccanismi di riflessione sulla malattia del cancro e il legame l’accettazione di esso. Ironico e feroce, in alcuni punti, cerca di mostrare come la lotta alla sopravvivenza passa attraverso la consolazione dei grandi classici della letteratura. La protagonista è una moderna Anna Frank costretta a subire le angherie della vita nascondendosi, non per sua volontà, ma per sua sfortuna, dalle cose più belle della vita.

Il titolo mi pare abbastanza chiaro.

Non mi aspettavo tra i protagonisti Willem Dafoe.

Un lavoro adatto a chi vuol piangere con semplicità, a una fascia giovane (target adolescenziale),  una storia d’amore limpida, una produzione che potrebbe far bene a chi quel travaglio sul cancro lo stia sopportando poiché la sceneggiatura ragiona in modo pulito sul ruolo che ha la consapevolezza nell’accettazione della propria morte.

Pare il libro piaccia molto: ho letto diverse recensioni.

John Green, Colpa delle stelle, Rizzoli, 2012

Buona visione.

Trailer:

Riflessione ad alta voce

attualità, cultura, Studiare, vita

Penso che un buon libro di Storia possa definirsi tale quando arrivi a credere che tutto il percorso di studio fatto faccia maturare in te numerosi dubbi sulle situazioni odierne. La paura t’instilla una curiosità e una riflessione che induce a scoprire come i cambiamenti sociali, applicati nel corso dei secoli, siano avvenuti a tutela delle proprie identità (si prega di leggere quest’ultimo significato spurio dal concetto di “nazionalismo”).

L’Europa ha maturato un suo cammino su processi culturali decisivi da una consecutio antica fino a oggi. L’America, invece, è supremazia travestita da bluff: ne sono sempre più convinta.

Il complotto contro l’America – Philip Roth

cultura, leggere, libri

Dopo circa due settimane, urlo al miracolo: posso dire al mondo di aver terminato Il complotto contro l’America di Phillip Roth.

Si tratta di un libro edito da Einaudi nel 2005. Lo avevo acquistato tempo fa, in preda a crisi di sfiducia per la non conoscenza di autori contemporanei statunitensi. Non so se ho fatto bene a leggerlo a distanza di così tanti anni. Quello che so di certo è che per me, Roth, è troppo. Quando dico troppo, penso all’immensa capacità descrittiva che arricchisce le sue pagine: non si esce vivi, benché la sua modalità stilistica sia pazzesca.

The plot against America (titolo nella sua versione originale) ha di base la storia di una famiglia ebrea che si trova a vivere negli Stati Uniti, in uno dei periodi più bui del novecento, legato alla seconda guerra mondiale (1939 – 1945).
Lo scrittore elabora un testo con date inserite come pagine di diari, per inquadrare bene i passaggi degli accadimenti di Philip Flanagan: un bambino di otto – nove anni che assiste involontariamente ai cambiamenti del mondo, da un paese non interessato, in prima linea – almeno per quanto riguarda i bombardamenti – a questa fase storica.

Dimensione pubblica e privata si aggrovigliano di pari passo; l’elemento narrativo porta il lettore fuori dai fatti che ha letto in precedenza, disorientandolo; chi si trova a sfogliare queste pagine è veramente messo in difficoltà, poiché si tratta di un puzzle corrosivo dal quale non ci si riesce a staccare, benché ci siano tante difficoltà nel portarlo avanti e terminarlo.

La premessa fornita è quadretto scontato che conosciamo bene: gli USA come mega paese in grado di rispettare tutti; cinquantacinque Stati in cui si è liberi di vivere e sentirsi parte di un gruppo, uniti da un solo canto e un’unica bandiera, nonostante le differenze di culto.

La famiglia Flanagan è delle più fortunate, all’apparenza tranquilla; un padre eccessivamente dedito all’informazione, alla difesa dei propri diritti e alla tutela della sua provenienza culturale; una madre abbastanza anonima nella sua prima parte, vivacissima, come solo le donne sanno fare, nella seconda; un fratello, Sandy, che vive tre fasi di cambiamento nel giro di pochi mesi; un cugino, Alvin, terribile nipote ospitato nella casa degli zii, poiché orfano; la zia Evelyn, ebrea reietta, pronta a tutto per il successo – anche rigettare l’appartenenza, per inseguire il capo rabbino, pronta a salire con lui sulle scale della Casa Bianca.

Lindbergh è un personaggio strano, perde il figlio in condizioni non chiare, parte per l’Inghilterra, si trasferisce in Germania e torna in America assieme a sua moglie. Arriva al potere dopo una breve escalation, insediandosi a Washington al posto di Franklin Delano Roosvelt. Un presidente (Lindbergh) che sarà ricordato per i suoi viaggi rocamboleschi sul monoplano Spirit of Saint Louis.

Il romanzo subisce un’elaborazione fantapolitica: di pari passo all’Europa delle leggi razziali nel 1938, l‘America, inizia a vivere un periodo di sconvolgimenti interni, non conosciuti ai più, e voluti dalla manipolazione di Lindbergh stesso, giacché probabile spia nazista, insediatasi, per volontà superiori, che comandano dal vecchio continente.

Gli ebrei sono incasellati in progetti di scambio che partono direttamente dalla formazione giovanile – Sandy, il fratello maggiore di Philip, è spedito nel Kentucky, in una famiglia cattolica per imparare a lavorare la terra per ovvi scopi.

Il libro culminerà in un progetto di diaspora che ha come fine strategico l’allontanamento delle comunità ebraiche verso luoghi e ambienti che non permettano loro aggregazione; stando vicini a personalità cattoliche che sfoceranno in seguito in attacchi da parte del Ku Kux Klan.

Walter Winchell è l’unico in grado di aver alzato la voce contro queste rappresaglie nascoste; è lui che si candida alle elezioni contrapponendosi alle scelte propagandistiche che stanno portandosi avanti da troppo tempo; è lui che rivendicherà il potere della Costituzione Americana. Rimarrà ucciso proprio nel Kentucky, dopo aver dichiarato in pubblico di alleanze tra il primo presidente americano e Hitler.

Philip ha anche un amico che rifiuta, poiché ha mille problemi di comprendonio, ha perso il padre, e si trova a vivere con la madre in una casa che dovrà abbandonare subito dopo le volontà presidenziali. Seldon è chi l’ha salvato in una notte di deliri, quando lui ha perso il suo amato album di francobolli da collezione; e lui che dovrà salvar proprio alla fine di questo volume di 410 pagine.

Mi sono dilungata tantissimo, e ho saltato mille cose, di fatto la questione interessante è capire come la manipolazione possa avvenire utilizzando schemi provenienti dai mezzi di comunicazione di massa non ascoltati con le orecchie buone, abbandonando cioè il proprio spirito critico e lasciando agli altri il proprio destino per una cosa così banale.

Il postscriptum di Philp Roth, mostra una ricca biografia di ricerca, in cui è possibile trovare le storie dei personaggi più singolari che lo hanno ispirato.

Lo scrittore ha vinto il premio Pulitzer nel 1997 con Pastorale Americana, oltre che numerosissimi riconoscimenti. Di recente ha annunciato il suo ritiro dalle scene (clicca).

Sono combattuta; non so se consigliarlo. Se aveste voglia di leggerlo, sappiate che vi occorre tutta la tranquillità e concentrazione del mondo.

The Help diretto da Tate Taylor

cinema, film

Tratto dall’omonimo libro di Stockett Kathryn, il film non necessita di particolari spiegazioni. Basta osservare attentamente locandina e trailer, così da capire la mia non intromissione eccessiva alla vostra visione.

Io lo consiglio, anche se alcuni stereotipi non mi sono proprio scesi.

Trailer:

Le ceneri di Angela di Frank McCourt

leggere

Romanzo dello scrittore di origine irlandese Frank McCourt, Le Ceneri di Angela, è stato pubblicato nel 1996 e approdato in Italia grazie alla casa editrice Adelphi, l’anno seguente.

Avevo il libro da diversi periodi, mi era stato regalato da due cari amici per il compleanno. Ogni volta cercavo di scorrere qualche frase, ma un certo rifiuto non mi permetteva di andare avanti. Siccome esiste un tempo per tutto, mi sono occupata di altro, e quando è arrivato quello giusto, ho preso coscienza di quanto mi ero sbagliata nel giudicare frettolosamente la sua tristezza.

Si tratta dell’autobiografia romanzata dell’autore, che racconta la sua esistenza in una chiave talmente dignitosa, da uscirne alla fine della lettura sollevati e rafforzati.

E’ un romanzo di formazione e educazione dove il protagonista Frankie nasce da un accoppiamento infelice tra la madre Angela e il padre nord irlandese alcolizzato, con scarsa voglia di lavorare e insufficiente volontà di mandare avanti una famiglia che, nel corso degli anni, sarà decimata da morti su morti. E’anche un testo di riscatto, per una vita vissuta in totale povertà, dopo il ritorno in Irlanda, nella costante ricerca di una casa che superi la definizione dispregiativa di latrina.
Francis è un ragazzino che prende porte in faccia da tutti, è maltrattato e considerato poveraccio per via delle vesti e dei comportamenti che ha. La sua unica salvezza è lo studio, assieme a una forte spiritualità, in un’Irlanda così cattolica, da non riuscire a vedere le reali necessità di chi è povero e ha tutte le carte in regola per ottenere un’esistenza migliore. 

Ci sono pagine in cui è difficile staccarsi, dove leggere di uno schiaffo, significa sentirlo addosso come un graffio. Ce ne sono altre dove l’unica voglia è piangere. Sostenere le lacrime di un protagonista che non ha commesso nessun peccato infernale, ma che è costretto a confessarsi segretamente dopo una sbronza ottenuta la sera prima del compimento dei suoi sedici anni, dopo una vita così difficile, porta il lettore in una sorta di catarsi individuale.

Sebbene il mio pensiero non renda giustizia alla potenza delle parole di McCourt, io consiglio di leggerlo, e magari ottenere assieme a lui, quella forza di ricominciare, dove i propri genitori hanno fallito.

Frack McCourt ha ottenuto il premio Pulitzer nel 1997.

(Clicca qui)