Maria Bellonci, Rinascimento Privato, Mondadori, 1985 - ph. Amalia Temperini

Rinascimento Privato – Maria Bellonci #libri #coronavirus [#iorestoacasa]

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Io ieri sono stata malissimo, non riuscivo a capire cosa avessi in corpo. Ho pensato che fosse la sindrome di burnout causata da una sensazione di esposizione massiccia ai social e alle informazioni che vengono trasmesse ovunque, come giusto sia, per chi non ha ancora capito come muoversi e cosa fare in questi giorni di corona virus.

Ho pensato all’università e ai libri. Durante i corsi di storia dell’arte, nei primi anni, la mia professoressa ci fece leggere un testo di Maria Bellonci: Rinascimento Privato (Mondadori, 1985).

Il libro è ambientato durante il sacco di Roma, nel 1527, e ha come protagonista Isabella D’Este: una delle donne più importanti del panorama culturale della sua epoca, unità in matrimonio a Francesco II Gonzaga, Duca di Mantova.

Cosa accade quando i lanzichenecchi stanno arrivando a Roma dove lei era in viaggio? Esiste una scena descritta dall’autrice che porterò sempre alla mente. Isabella, la Duchessa, ha i capelli scomposti dall’improvvisa situazione e dalla paura; chi le stava vicino, dame e inservienti – non ricordo di preciso – la sprona e la invita a risistemarli, perché con l’etichetta in vigore a quei tempi il suo messaggio estetico e di apparenza sarebbe stato come un’onda di panico ambigua. Che tradotto voleva dire: se la duchessa si presenta non curata, allora qualcosa sta accadendo davvero.
Questi erano gli strumenti di comunicazione di quel periodo, dove il corpo nelle personalità di potere aveva una efficacia sulle masse.

Qualcosa è accaduto davvero e le testimonianze storiche lo documentano con numerose ricerche, fonti, di cui non sto qui a parlare, ma sulla base di questo fatto costruito dall’autrice, mi piace immaginare che tutti noi oggi fossimo come lei: capaci di ricomporsi secondo il rispetto di regole precise, dare l’esempio per rassicurarci gli uni con gli altri, per rispettare gli altri, cioè noi.Non credete?

Per chi volesse leggerlo lo trova in e-book, per chi volesse ascoltarlo lo trova sulle piattaforme radio Rai.

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La resistenza del maschio – E. Bucciarelli #libri

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Sono giorni in cui sembra scoppiata una primavera, non solo perché è un febbraio anomalo, ma ho sentito dentro me un risveglio, un superamento di qualcosa di cui ero consapevole ma non riuscivo a rendere reale. Ho messo a posto diverse cose, fatto il punto della mia esperienza curricolare, avviato fasi di ricerca con coraggio, più leggerezza, senza sentire il carico di un dovere la cui spinta non era dettata dalla mia volontà, ma da qualcosa che arrivava da un esterno indefinito. Mi auguro sia stata l’ammissione di un conflitto, o la semplice necessità di un dire, che sento più vero e nudo, a portarmi alla lettura del romanzo di Elisabetta Bucciarelli, La resistenza del maschio (NN Editore, 2015), che mi ha fatto stare meglio.

Divorato in meno di cinque ore con una passione sfrenata verso una scrittura da un ritmo pulito ed essenziale, il testo permette di viaggiare in un sistema psicologico che conosco e che da tempo rincorro per approfondire e conoscere con più profondità. La storia narra di un uomo di successo, professore e curatore di arte, sposato con una vita piena di impegni, ma incapace di prendere posizioni importanti all’interno di un contesto di una vita normale. Tutto è calcolato, tutto è funzionale, tutto è enumerato e in lista. Da A si precede dritto a B senza che tra le due rette ci possa essere una valutazione per una ipotetica intersezione, interruzione o sospensione. A cambiare la situazione un incidente, un terremoto sulla propria esistenza, che mostrerà un impatto su un mondo diverso, più libero.
Lo stile dell’autrice è matematico, lineare e logico, razionale e lucido. L’assorbimento alla lettura è totale e si sviluppa in tempo un impazzito dai fatti meditati, pensati, in una catena congiunta e in apparenza disgiunta. Ci si sente immersi in una fiction visiva, più che un libro, un resoconto composto da porte che si aprono e chiudono in varchi che non si omettono, e neppure abbandonano, perché non si riesce a smettere di ricercare quell’interruttore rivolto a una luce che non porterà mai allo spegnimento di una routine del desiderio. Ogni segmento offerto in lettura ha un filo incisivo che guida alla conoscenza di altri personaggi, non secondari, ma neppure protagonisti, i cui tratti caratteriali non sono mai mostrati con rimpianto o freddezza. A volte si percepisce rabbia, ma l’andamento è condotto per permettere alla lettura la ricerca di una distanza analitica per la comprensione dei fatti. In un secondo momento ci si trova all’interno di uno studio medico dove tre donne sono in stallo, in una attesa che arrivi il loro dottore in ritardo. Esse confessano e raccontano, ognuno a suo modo, il regolare disagio che provano con gli uomini che frequentano, o che hanno sposato; parlano del più o del meno, della propria storia con persone sconosciute, facendo emergere situazioni contraddittorie e assurde, ed è qui che si manifesta il climax, il cuore della narrazione. E’ in questa sezione/seduta in cui le donne sono unite da un bivio comune di distanza e scelta, in una area di passaggio, mentre decidono di lasciarsi andare nell’accettazione delle proprie frustrazioni/solitudini sentimentali.

Gli argomenti trattati sono diversi: il narcisismo maschile, l’incapacità di relazionarsi all’altro, la fecondazione come condizione e ricorrente in tutti le discussioni di attualità, e il tradimento, sfiorato in modo intelligente e narrato con un espediente che passa attraverso lo scambio di un profumo.

Lo consiglio vivamente.

La resistenza del Maschio, Elisabetta Bucciarelli (NN Editore, 2015)

La resistenza del maschio, Elisabetta Bucciarelli (NN Editore, 2015)

“Non ci sono più progenitori da uccidere, neppure padri contro cui combattere. L’arte lo sta dicendo chiaramente, è visibile, incontrovertibile, nessuna ribellione, nessuna lotta in corso. In cambio c’è la possibilità di una solitudine esasperata, senza possesso, senza perdita. “

L’autrice ne parla qui e qui (programma in due parti).

Il complotto contro l’America – Philip Roth

cultura, leggere, libri

Dopo circa due settimane, urlo al miracolo: posso dire al mondo di aver terminato Il complotto contro l’America di Phillip Roth.

Si tratta di un libro edito da Einaudi nel 2005. Lo avevo acquistato tempo fa, in preda a crisi di sfiducia per la non conoscenza di autori contemporanei statunitensi. Non so se ho fatto bene a leggerlo a distanza di così tanti anni. Quello che so di certo è che per me, Roth, è troppo. Quando dico troppo, penso all’immensa capacità descrittiva che arricchisce le sue pagine: non si esce vivi, benché la sua modalità stilistica sia pazzesca.

The plot against America (titolo nella sua versione originale) ha di base la storia di una famiglia ebrea che si trova a vivere negli Stati Uniti, in uno dei periodi più bui del novecento, legato alla seconda guerra mondiale (1939 – 1945).
Lo scrittore elabora un testo con date inserite come pagine di diari, per inquadrare bene i passaggi degli accadimenti di Philip Flanagan: un bambino di otto – nove anni che assiste involontariamente ai cambiamenti del mondo, da un paese non interessato, in prima linea – almeno per quanto riguarda i bombardamenti – a questa fase storica.

Dimensione pubblica e privata si aggrovigliano di pari passo; l’elemento narrativo porta il lettore fuori dai fatti che ha letto in precedenza, disorientandolo; chi si trova a sfogliare queste pagine è veramente messo in difficoltà, poiché si tratta di un puzzle corrosivo dal quale non ci si riesce a staccare, benché ci siano tante difficoltà nel portarlo avanti e terminarlo.

La premessa fornita è quadretto scontato che conosciamo bene: gli USA come mega paese in grado di rispettare tutti; cinquantacinque Stati in cui si è liberi di vivere e sentirsi parte di un gruppo, uniti da un solo canto e un’unica bandiera, nonostante le differenze di culto.

La famiglia Flanagan è delle più fortunate, all’apparenza tranquilla; un padre eccessivamente dedito all’informazione, alla difesa dei propri diritti e alla tutela della sua provenienza culturale; una madre abbastanza anonima nella sua prima parte, vivacissima, come solo le donne sanno fare, nella seconda; un fratello, Sandy, che vive tre fasi di cambiamento nel giro di pochi mesi; un cugino, Alvin, terribile nipote ospitato nella casa degli zii, poiché orfano; la zia Evelyn, ebrea reietta, pronta a tutto per il successo – anche rigettare l’appartenenza, per inseguire il capo rabbino, pronta a salire con lui sulle scale della Casa Bianca.

Lindbergh è un personaggio strano, perde il figlio in condizioni non chiare, parte per l’Inghilterra, si trasferisce in Germania e torna in America assieme a sua moglie. Arriva al potere dopo una breve escalation, insediandosi a Washington al posto di Franklin Delano Roosvelt. Un presidente (Lindbergh) che sarà ricordato per i suoi viaggi rocamboleschi sul monoplano Spirit of Saint Louis.

Il romanzo subisce un’elaborazione fantapolitica: di pari passo all’Europa delle leggi razziali nel 1938, l‘America, inizia a vivere un periodo di sconvolgimenti interni, non conosciuti ai più, e voluti dalla manipolazione di Lindbergh stesso, giacché probabile spia nazista, insediatasi, per volontà superiori, che comandano dal vecchio continente.

Gli ebrei sono incasellati in progetti di scambio che partono direttamente dalla formazione giovanile – Sandy, il fratello maggiore di Philip, è spedito nel Kentucky, in una famiglia cattolica per imparare a lavorare la terra per ovvi scopi.

Il libro culminerà in un progetto di diaspora che ha come fine strategico l’allontanamento delle comunità ebraiche verso luoghi e ambienti che non permettano loro aggregazione; stando vicini a personalità cattoliche che sfoceranno in seguito in attacchi da parte del Ku Kux Klan.

Walter Winchell è l’unico in grado di aver alzato la voce contro queste rappresaglie nascoste; è lui che si candida alle elezioni contrapponendosi alle scelte propagandistiche che stanno portandosi avanti da troppo tempo; è lui che rivendicherà il potere della Costituzione Americana. Rimarrà ucciso proprio nel Kentucky, dopo aver dichiarato in pubblico di alleanze tra il primo presidente americano e Hitler.

Philip ha anche un amico che rifiuta, poiché ha mille problemi di comprendonio, ha perso il padre, e si trova a vivere con la madre in una casa che dovrà abbandonare subito dopo le volontà presidenziali. Seldon è chi l’ha salvato in una notte di deliri, quando lui ha perso il suo amato album di francobolli da collezione; e lui che dovrà salvar proprio alla fine di questo volume di 410 pagine.

Mi sono dilungata tantissimo, e ho saltato mille cose, di fatto la questione interessante è capire come la manipolazione possa avvenire utilizzando schemi provenienti dai mezzi di comunicazione di massa non ascoltati con le orecchie buone, abbandonando cioè il proprio spirito critico e lasciando agli altri il proprio destino per una cosa così banale.

Il postscriptum di Philp Roth, mostra una ricca biografia di ricerca, in cui è possibile trovare le storie dei personaggi più singolari che lo hanno ispirato.

Lo scrittore ha vinto il premio Pulitzer nel 1997 con Pastorale Americana, oltre che numerosissimi riconoscimenti. Di recente ha annunciato il suo ritiro dalle scene (clicca).

Sono combattuta; non so se consigliarlo. Se aveste voglia di leggerlo, sappiate che vi occorre tutta la tranquillità e concentrazione del mondo.