Barilla / DeCecco – sbrocchi momentanei

cucina, televisione, vita

Non vorrei dire niente, ma ammetto che sono irritata dai nuovi spot Barilla e De Cecco. Magari sarò antipatica, atipica e fuori dagli schemi ma credo che impostare queste nuove campagne usando l’uomo come astro nascente della cucina italiana mi fa ridere. Non è una novità che lo chef per eccellenza è maschio, il punto è che questi che cucinano sono individui succubi di donne che invece devono essere libere; oppure sfigati trentenni che non sanno neppure preparare una pasta e tonno, tanto che suggeriscono di mangiare le pennette lesse, così d’’emblée, senza sforzo, perché figli di mamme ex sessantottine oppressive che li hanno allattati fino a tarda età.

Apprezzo lo sforzo di Barilla di porre l’attenzione su una cucina bio dove il tizio porta a casa un fascio di basilico buono e fresco da usare per i prossimi trentacinque anni. Non apprezzo l’elitario figlio dell’abbandono miliardario costretto a ostentare la propria sfigheria culinaria in una casa minimal, come volesse dimostrare che accendere un fornello sia la più grande innovazione del mondo dopo la ruota e la penicillina, e che custodisce una riserva di pacchetti da portare con sé in un bunker per un’ipotetica guerra tossicologica.



Parliamo dei claim?

Dove c’è pasta c’è fantasia. Dove c’è pasta c’è Barilla

Di De Cecco ce n’è una sola, dal 1886

Per il primo avranno ingaggiato un writer low – fi risucchiato dall’incubo del suo stesso pay – off; per il secondo, invece, oserei dire: “e meno male!  Con quel che costa!”

Ognuno ha  la pasta che si merita, qualcuno ha delle uova e farina da prestarmi?

La bicicletta verde – Haifaa Al Mansour

cinema, cultura, film

La bicicletta verde è una commedia vista lunedì scorso in occasione di una serata dedicata ad Amnesty International.

Si tratta di un prodotto girato dalla prima regista donna d’Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour, che compie una narrazione visiva dedicata a una bambina – quasi adolescente – che cresce in un’area territoriale dove alle donne non è permesso fare nulla.

Ci troviamo di fronte a un lavoro con pochi elementi da considerare; molto lontano dalla nostra tradizione culturale, che lo rende interessante, ma allo stesso tempo non facile da accettare. Si esce dalla sala cinematografica inondati da un carico di lontananza che rende l’intera pellicola, per così dire, pesante, nonostante la sferzante l’ironia.

Ho scelto di scrivere dopo una settimana, poiché ritengo che è esso merita di essere metabolizzato con tutta la responsabilità del caso.

L’elemento che mi ha colpito di più è il canto riservato alla preghiera. Mi ha riportato a un film che ho descritto diversi mesi fa (Fill the void/La sposa promessa), che trattava la stessa visione integralista religiosa in modo rispettoso, di venerazione, nonostante tutti gli aspetti di censura, cancellazione delle identità e usurpazione della dignità umana, che spesso sono associate a quella visione fallocentrica del mondo, soprattutto in ambiente mediorientale.

La bicicletta verde è un lungometraggio presentato al Festival del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti lo scorso settembre, e ha come protagoniste una madre e una figlia, in una visione quasi liberale del mondo, da un punto di vista interno – nel senso casalingo del termine -, mentre l’esterno, è fatto di regole precise: mancati sguardi, accettazione di situazioni che farebbero rabbrividire e reagire una sana femmina occidentalizzata nel modo peggiore possibile, se costretta a vivere condizioni di vita simili.

Come da titolo, l’oggetto di accettazione e riscatto è proprio questo mezzo di locuzione, che diventa un’arma di sfida con un ragazzino della sua stessa età; simbolo di una scuola rigidissima – vicina (veramente) alla nostra epoca medioevale; sostanza verso un futuro migliore, lontano da quello della propria genitrice, succube di un marito incapace di accettare una donna che non le abbia dato un figlio maschio.

Rivolgo questo consiglio alle anime più sensibili a questi temi. Se cercate un film che vi distragga, non è certo al caso vostro, ma se capita di avere dei momenti in cui è necessario riflettere, anche sullo stato della propria persona, può essere un buon punto d’inizio, di un’analisi, di ricognizione e riconsiderazione della propria posizione, soprattutto di donna, ai nostri giorni.

Teaser:

Quella casa nel bosco – Drew Goddard

cinema, film, vita

Cosa fare e cosa non fare?
Sono una dipendente affettiva: ho capito che rientro nella categoria degli OLA (Obsesses Love Addicts)  – e mi ci scappa un po’ da ridere, perché mi pare un’assurdità.

Veniamo a noi, torniamo alla serietà, ristabiliamo l’ordine delle cose. Giorni fa, dopo essere tornata dal viaggio a Bologna, ho deciso di vedere l’horror dell’anno (2012), quello di cui ho letto molte recensioni positive.

Quella casa nel bosco è si un film, ma non al pari dei vecchi chiari prodotti degli anni ’90. Quelli – intendiamoci -, trasmessi da Italia 1 nei martedì horror, attorno alle 23 circa, che ci hanno fatto stringere le chiappe quando rientravamo a casa la sera, senza sapere ci fossero mostri in TV, accendendola.

Diventata un’adulta pasciutella forse non riesco più a sopportarli poiché la dinamica costruttiva è sempre la stessa: quattro o cinque persone in viaggio, su un autobus, una casa, una zoccola bionda, una vergine mora, un amico nerd, un figone da urlo.

Ecco i protagonisti.

La trama è ha il suo nervo nella manipolazione: un gruppo di scienziati sviluppa dei prototipi per generare paura nel mondo attraverso sperimentazioni che si svolgono in scuole e attività pubbliche, comuni a tutti noi.

Il conflitto aperto non è tra America e Russa, ma tra Giappone e Stati Uniti, con tanto di telefono rosso kubrikchiano, legato poi anche, alla fase di Guerra Fredda, che vedeva coinvolte le prime due superpotenze economiche.

Iniziano a morire tutti, tranne la vergine. Lo scoop, che non dirò, allieterà la vostra visione.

Un film cotto e mangiato con un finale talmente tanto stupido, che la sigaretta che stavano fumando, ci stava quasi bene, come a dirci “ci sono situazioni migliori di una scopata”, rendendolo così pure simpatico!

Lo dimenticherò, sapevatelo.

Trailer:

Il complotto contro l’America – Philip Roth

cultura, leggere, libri

Dopo circa due settimane, urlo al miracolo: posso dire al mondo di aver terminato Il complotto contro l’America di Phillip Roth.

Si tratta di un libro edito da Einaudi nel 2005. Lo avevo acquistato tempo fa, in preda a crisi di sfiducia per la non conoscenza di autori contemporanei statunitensi. Non so se ho fatto bene a leggerlo a distanza di così tanti anni. Quello che so di certo è che per me, Roth, è troppo. Quando dico troppo, penso all’immensa capacità descrittiva che arricchisce le sue pagine: non si esce vivi, benché la sua modalità stilistica sia pazzesca.

The plot against America (titolo nella sua versione originale) ha di base la storia di una famiglia ebrea che si trova a vivere negli Stati Uniti, in uno dei periodi più bui del novecento, legato alla seconda guerra mondiale (1939 – 1945).
Lo scrittore elabora un testo con date inserite come pagine di diari, per inquadrare bene i passaggi degli accadimenti di Philip Flanagan: un bambino di otto – nove anni che assiste involontariamente ai cambiamenti del mondo, da un paese non interessato, in prima linea – almeno per quanto riguarda i bombardamenti – a questa fase storica.

Dimensione pubblica e privata si aggrovigliano di pari passo; l’elemento narrativo porta il lettore fuori dai fatti che ha letto in precedenza, disorientandolo; chi si trova a sfogliare queste pagine è veramente messo in difficoltà, poiché si tratta di un puzzle corrosivo dal quale non ci si riesce a staccare, benché ci siano tante difficoltà nel portarlo avanti e terminarlo.

La premessa fornita è quadretto scontato che conosciamo bene: gli USA come mega paese in grado di rispettare tutti; cinquantacinque Stati in cui si è liberi di vivere e sentirsi parte di un gruppo, uniti da un solo canto e un’unica bandiera, nonostante le differenze di culto.

La famiglia Flanagan è delle più fortunate, all’apparenza tranquilla; un padre eccessivamente dedito all’informazione, alla difesa dei propri diritti e alla tutela della sua provenienza culturale; una madre abbastanza anonima nella sua prima parte, vivacissima, come solo le donne sanno fare, nella seconda; un fratello, Sandy, che vive tre fasi di cambiamento nel giro di pochi mesi; un cugino, Alvin, terribile nipote ospitato nella casa degli zii, poiché orfano; la zia Evelyn, ebrea reietta, pronta a tutto per il successo – anche rigettare l’appartenenza, per inseguire il capo rabbino, pronta a salire con lui sulle scale della Casa Bianca.

Lindbergh è un personaggio strano, perde il figlio in condizioni non chiare, parte per l’Inghilterra, si trasferisce in Germania e torna in America assieme a sua moglie. Arriva al potere dopo una breve escalation, insediandosi a Washington al posto di Franklin Delano Roosvelt. Un presidente (Lindbergh) che sarà ricordato per i suoi viaggi rocamboleschi sul monoplano Spirit of Saint Louis.

Il romanzo subisce un’elaborazione fantapolitica: di pari passo all’Europa delle leggi razziali nel 1938, l‘America, inizia a vivere un periodo di sconvolgimenti interni, non conosciuti ai più, e voluti dalla manipolazione di Lindbergh stesso, giacché probabile spia nazista, insediatasi, per volontà superiori, che comandano dal vecchio continente.

Gli ebrei sono incasellati in progetti di scambio che partono direttamente dalla formazione giovanile – Sandy, il fratello maggiore di Philip, è spedito nel Kentucky, in una famiglia cattolica per imparare a lavorare la terra per ovvi scopi.

Il libro culminerà in un progetto di diaspora che ha come fine strategico l’allontanamento delle comunità ebraiche verso luoghi e ambienti che non permettano loro aggregazione; stando vicini a personalità cattoliche che sfoceranno in seguito in attacchi da parte del Ku Kux Klan.

Walter Winchell è l’unico in grado di aver alzato la voce contro queste rappresaglie nascoste; è lui che si candida alle elezioni contrapponendosi alle scelte propagandistiche che stanno portandosi avanti da troppo tempo; è lui che rivendicherà il potere della Costituzione Americana. Rimarrà ucciso proprio nel Kentucky, dopo aver dichiarato in pubblico di alleanze tra il primo presidente americano e Hitler.

Philip ha anche un amico che rifiuta, poiché ha mille problemi di comprendonio, ha perso il padre, e si trova a vivere con la madre in una casa che dovrà abbandonare subito dopo le volontà presidenziali. Seldon è chi l’ha salvato in una notte di deliri, quando lui ha perso il suo amato album di francobolli da collezione; e lui che dovrà salvar proprio alla fine di questo volume di 410 pagine.

Mi sono dilungata tantissimo, e ho saltato mille cose, di fatto la questione interessante è capire come la manipolazione possa avvenire utilizzando schemi provenienti dai mezzi di comunicazione di massa non ascoltati con le orecchie buone, abbandonando cioè il proprio spirito critico e lasciando agli altri il proprio destino per una cosa così banale.

Il postscriptum di Philp Roth, mostra una ricca biografia di ricerca, in cui è possibile trovare le storie dei personaggi più singolari che lo hanno ispirato.

Lo scrittore ha vinto il premio Pulitzer nel 1997 con Pastorale Americana, oltre che numerosissimi riconoscimenti. Di recente ha annunciato il suo ritiro dalle scene (clicca).

Sono combattuta; non so se consigliarlo. Se aveste voglia di leggerlo, sappiate che vi occorre tutta la tranquillità e concentrazione del mondo.

Candy Chang: Before I die I want to…

arte contemporanea, cultura

Prima di morire voglio fare tante cose; la più necessaria è raggiungere un equilibrio; la seconda  è ottenere un fuoristrada che mi faccia viaggiare senza le dipendenze di un uomo; libera, e con la forza del mio lavoro, quello che sto contribuendo a costruire giorno per giorno; senza sputarmi in faccia; portando avanti ciò che sono, assieme ai miei ideali; soffrendo come ogni altra persona; cadendo e rialzandomi come ho sempre fatto.
Mi basta; non sono poi così tanto esigente; mi basta la concretezza delle cose e di chi la pensa come me;  basta non spaventarsi e rimanere fedeli a ciò che si è.

N.P. – Banana Yoshimoto

leggere

Questo lunedì voglio iniziarlo parlando di un libro uscito in Italia nel 1994annus horribilis per il nostro paese, lo stesso che ha visto per la prima volta salire al potere Silvio Berlusconi.

Edito da Feltrinelli, N.P è un piccolo testo di 165 pagine scritto da Banana Yoshimoto, e pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1991.

E’ un volume che ho avuto modo di leggere alcuni anni fa, e che non ricordavo. L’ho scoperto poiché al suo interno avevo punteggiato le parti con una misera penna blu, ma anche perché, appuntando commento e data di questa fine lettura, ho notato che era rimasta fissa l’etichetta del costo e del posto d’acquisto fatto nel lontano 2002 (4, 83 euro scontato; Mediaworld).

In un sereno pomeriggio di novembre, col raffreddore, mangiando un kaki”.

E’ così che la scrittrice chiude il libro: con un postscriptum dell’azione che sta compiendo.
N. P. è un testo descrittivo che avvolge il lettore in un flusso di coscienza discostante. Una leggerezza fatta di saffismo, incesti, violenza e suicidi. Dove la vita di oggi fa i conti col passato, in un’alternanza di fatti dai quali è difficile staccarsi e rimanerne indifferenti.

E’ la storia di Kazami, una giovane ragazza che vive il trauma della morte del suo fidanzato traduttore Oshi; è la storia di più episodi che hanno segnato la vita di Saki e Othoiko, ma è anche la storia di Sui. Quest’ultima, personaggio eccentrico, dominante, turbato da una realtà fin troppo crudele. L’elemento che lega le loro esistenze è uno scritto di Sarao Takase, morto suicida, che aveva diffuso in America una serie di racconti diventati un best – seller, dai quali mancava il n.98.

Banana Yoshimoto confida che uno dei suoi personaggi è ispirato a una frase pronunciata dal regista cileno Alexandro Jodoroskj, in merito al suo film El Topo (1970).

“If you’re great El topo is a great picture, if you’re limited El topo is limited”.

Se tu sei grandioso El topo è un film grandioso, se tu sei limitato El topo è limitato.

La risposta del libro è nell’approccio a questa citazione.

Consigliato, anche tanto.