La favorita di Yorgos Lanthimos

La favorita di Yorgos Lanthimos #film [#recensione]

amore, attualità, cinema, costume, cultura, Donne, film, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, società, vita
La favorita è un film di ambientazione storica che sfrutta un triangolo amoroso e pone al centro un’idea di potere concentrato sulla bramosia, il controllo, il desiderio e la vendetta.
Siamo alla corte inglese nel Settecento mentre fuori imperversa la guerra con la Francia. La regina Anna siede al trono supportata dalla sua amica Lady Sarah quando arriva a sconvolgere le acque una tipa strana – Lady Abidail – che darà vita a una situazione di conflitto per occupare il posto di dama prediletta e affiancare la regnante malata.
Questo ultimo film di Yorgos Lanthimos mostra la scarsa personalità di una donna impossibilitata a uscire dalle proprie stanze e richiusa nelle sue ossessioni (regina). Una figura che si appoggia alla sua cortigiana-amante per l’esecuzione dell’esercizio delle sue funzioni (Lady Sarah); subordinata alle loro attività giunge una prodiga ragazza che si rivela essere una narcisista dalla personalità poliedrica che si pianta nel castello a strozzare tutti i rapporti di fiducia fin lì costruiti per calpestare i sentimenti altrui senza nessun senso di umanità (Lady Abidail).
La favorita è per questo la storia di una parassita che si insinua nel regno per soddisfare le sue esigenze; sfrutta il potere sessuale per appagare gli istinti di persone da usare senza perdere mai come obiettivo di ottenere l’abbondanza di una nomina a sostituta cortigiana.
Chi ha avuto modo di vedere The Lobster dello stesso autore avrà trovato dei punti di connessione. L’osservazione dei due progetti è speculare ed è un modo di raccontare gli aspetti della società in due modi differenti. Nel primo caso il regista ha preso in considerazione il futuro, nel secondo, il passato. Questa rete permette di esaminare come la caratterizzazione dei due progetti abbia messo al centro un’autorità superiore che detta legge, ma nel caso de La favorita depotenziata a causa della scarsa forza del singolo, che assume le vesti di una donna fragile e malata quale è la regina.
In The lobster la forza arriva da una comunità di poteri che dirige la riproducibilità degli esseri umani, li accoppia a forza, mentre nel caso preso in esame nelle pagine del blog, la monarchia diventa espressione di sterilità, incapacità e vuoto, come a voler dimostrare che un comando ha valore solo se è dettato da un comportamento e quindi suggerire che la tematica del ruolo di genere è solo una scusa che ci raccontiamo per giustificare azioni che – in ogni caso – sono spietate.
Alla resa di conti, dopo diverso tempo dalla visione, posso affermare che non mi ha convinta per niente.
Chi lo ha visto?
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Michelangelo - Infinito di Emanuele Imbucci, 2018 (ph. presa da Sky tg 24)

Michelangelo – Infinito di Emanuele Imbucci #film [#recensione]

amore, architettura, arte contemporanea, artisti, cinema, collezionismo, costume, cultura, film, filosofia, giovedì, natura, recensioni arte, religione, società, spiritualità, Studiare, turismo, Università, viaggi, vita

Di ritorno da lavoro, una settimana fa, mentre passavo per una consegna in città, ho visto che era ancora disponibile in una delle sale che frequento il film di Emanuele Imbucci, Michelangelo – Infinito (SKY/Lucky Red 2018).

La pellicola affronta la storia dell’arte italiana con un focus su Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564); restituisce un valore al suo lavoro che ispira la pianificazione di viaggi e scoperte in quelle aree dove l’artista è intervenuto a creare il suo percorso di vita professionale.

Quello che colpisce è la caparbietà unita allo spirito di sacrificio. È noto alle cronache che l’artista avesse un carattere irascibile, un elemento che cammina di pari passo alla sua bravura, al senso di decisione nelle trattative con i suoi committenti, al desiderio di onnipotenza e di ricerca su qualcosa che si facesse sublime attraverso la pittura e la scultura.

L’intensità del montaggio riflette tutto questo e permette allo spettatore di immergersi nei dettagli delle opere in una maniera totalizzante; a supporto arriva l’uso della musica che connota la profondità del racconto, tanto da chiedersi – più volte – durante tutta la visione, se si è sottoposti a un documentario, una biografia o a un mix tra le due cose. Il punto più alto si raggiunge nella descrizione pensata per il Monumento Funebre dedicato a papa Giulio II che si trova a San Pietro in Vincoli a Roma, realizzato agli inizi del 1500.

Buona parte della riflessione di Michelangelo, interpretato da Enrico Lo Verso, si svolge in un dialogo che è un flusso di coscienza da trasmettere a chi guarda. Un monologo che mostra il senso di impotenza, di oppressione e rabbia che si manifesta dentro quel luogo dove lui sceglie il materiale più adatto per ricavare i suoi lavori: le cave di marmo di Carrara.

La ricerca della propria spiritualità è l’espiazione di qualcosa a cui si cerca di dare parola – una verità – con il proprio operato di artista. Lo scenario è povero, misero, freddo e raffigura i costanti limiti dell’uomo nella sua relazione con la natura. L’attualità è nella raffigurazione voluta dal regista ed è centrale la composizione delle sequenze dove l’acqua, come specchio, incastra e dimostra che per superare i propri limiti bisogna avvicinarsi all’armonia dell’eterno – o come dice il sottotitolo del film – a un infinito. La traduzione è una perfezione dannata che prende voce in una sofferenza ricavata nell’incarnato della scultura e in uno stile pittorico che segna i lineamenti di corpi marcati e di espressioni feroci e concentrate.

In questo caso, la pellicola è vicina a ciò che Amir Naderi cercava di manifestare con il suo profondo progetto uscito nel 2016, Monte, un’opera filosofica in cui il protagonista prosegue imperterrito a scavare la montagna che ostacola la visuale sulla terra che lo ha visto crescere.

Una nota dolente – secondo il mio punto di vista – è stata la recitazione di Enrico Lo Verso nei panni di Michelangelo, in questo particolare caso sottotono rispetto alla sua bravura, mentre l’intensità trasmessa da Ivano Marescotti, nelle vesti di Giorgio Vasari – narratore, biografo e storico dell’arte rinascimentale – è di tutt’altro trasporto.

Molte sono le tematiche da approfondire e non basta un post su questo blog a delineare tutto: la spiritualità, l’omosessualità in una descrizione velata accostata al concetto di giudizio, ma soprattutto il non finito, chiave guida di questa arte straordinaria.

Il film sarà di nuovo proiettato nelle sale il 19 e 20 novembre grazie al grande successo ottenuto.

Manifesto, Michelangelo - Infinito di Emanuele Imbucci (SKY/Lucky Red 2018)

Sito ufficiale:
www.michelangeloalcinema.it

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Girl Boss #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, streaming, vita

In questa estate un po’ strana, dopo una lunga pausa dalla scrittura, ho deciso di fare un abbonamento a Netflix. Sono entrata in un cataclisma continuo di serie tv che mi hanno riassorbito di brutto, e la prima di cui voglio parlare è Girl Boss.

La protagonista è una ragazza di 23 anni abbandonata dalla madre, un vissuto fallimentare e una vita da schifo. Il suo obiettivo è rilanciarsi nel mercato del lavoro con una attività senza regole, inventata dopo fortissime incazzature e trasformare la propria impossibilità in energia irruenta e rivoluzionaria.

Girl Boss, frame da serie, Netflix, 2017

Tutto è ambientato nel 2006, quando YouTube non era al top, i forum erano attivi e e-bay funzionava alla grande. La città è San Francisco, vissuta in un’epoca legata ai Machintosh, un attimo prima della deriva social, quando gli sms avevano un valore di attesa senza la spunta di visualizzazione e la ribellione passava da un senso di moda che aveva un significato di rottura, personalità fuori dagli schemi.

La serie ha un impianto che abbandona l’idea politica di femminismo, affronta l’impegno con poche parole, un senso di realizzazione con molti fatti. Il suo focus è nel superare una feroce crisi esistenziale per trasformare quello che si è e in ciò che si vuole, ma anche tornare alla vera natura.

I alcuni tratti mi ha ricordato Joy, il film del 2015, con Jennifer Lawrence, Robert De Niro e Bradley Cooper.

La storia di Sophia è una accaduta realmente e ispirata ai fatti descritti da un libro di semi autobiografico intitolato #GirlBoss a firma di Sophia Amoruso. Tra i produttori compare anche il nome di Charlize Theron.

A me è piaciuta. Semplice, efficacie, per niente pretenziosa o paranoica, molto costruttiva.

Chi l’ha vista?

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The #FlorenceExperiment a Palazzo Strozzi #Firenze #mostre [#recensione]

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Eccomi qui a parlare del mio ultimo viaggio fuori dalle cinta abruzzesi. Questa volta ho deciso di fare un salto in Toscana per visitare alcune mostre che avevo pianificato da tempo e alle quali riserverò due momenti differenti sulle pagine di questo blog.

La prima di cui voglio parlare è The Florence Experiment a cura di Arturo Galasino, un progetto dell’artista – scienziato belga Carsten Höller in collaborazione con il fondatore della neurobiologia vegetale Stefano Mancuso. Si tratta di un’opera site specific realizzata per Palazzo Strozzi a Firenze. Un esperimento che crea una relazione tra l’essere umano e le piante dove il pubblico è chiamato a partecipare con viva sincerità alla ricerca.

L’azione si sviluppa in due momenti. Il primo prevede due grandi scivoli in acciaio e policarbonato alti 20 metri che attraversano il cortile dello stabile. Alcune persone – 500 ogni settimana – sono scelte in maniera casuale e coinvolte in uno studio pensato con un team di ricercatori che analizza le molecole emesse da noi esseri umani a contatto con una piantina di fagiolo da portare in custodia nel flusso di discesa verso il piano terra, da consegnare nei laboratori sotterranei del museo.

Ai piani bassi – nella Strozzina – l’attenzione è sulla mancanza di illuminazione e sulla presenza di alcuni box che anticipano l’esperienza successiva. I visitatori sono invitati a entrare in due speciali aree cinematografiche che proiettano sequenze di film horror e scene comiche.

La finalità è generare, catturare e trasmettere, composti chimici capaci di influenzare la crescita di piante di Glicine poste sulla facciata esterna del palazzo. Il sistema di aerazione è un meccanismo costituito da condotti di aspirazione che recepiscono le sostanze rilasciate dalle nostre reazioni chimiche esercitate durante l’intero processo di osservazione delle pellicole. Lo scopo è comprendere come le emozioni umane influiscono sulla viva intelligenza dei vegetali.

Una volta terminato il percorso si supera la condizione letteraria della famosa favola inglese di Jack che lancia i semini magici dalla finestra che generano un enorme pianta su cui salire per rubare l’abbondanza a un gigante cattivone ed egoista, si vive un ambiente asettico che concentra l’attenzione nel ribaltamento di una situazione che si presenta come un’analisi sulla vita stessa. La natura è sottoposta allo stesso circuito dell’uomo in una struttura che ha forti rimandi a un’elica di DNA, che si riorganizza e rigenera al passo dei tempi, nella forma e nelle cellule senza occuparsi di quegli aspetti di intermediazione economica che regolano i rapporti di tutti i giorni concentrati su un’idea di possesso e di dominio.

Gli scenari di riflessione che si aprono allora sono molteplici. Il primo è nel connubio tra arte e scienza, sui concetti di coscienza ed ecologia nel raggiungimento di una consapevolezza nella relazione che esiste e coesiste tra persona e natura; il secondo è un discorso di metodo, su come si esercita una verifica sul funzionamento e il comportamento di alcuni elementi che compongono gli organismi, le cellule, le molecole, nei vari ecosistemi presenti in ambiente; il terzo è un dilemma: il cinema, che interviene con l’immagine a generare uno shock (trauma o risata), che influenza con la sua componente onirica la scelta dei nostri comportamenti, ha per noi la stessa misura di indagine che si sviluppa in uno laboratorio scientifico? Siamo noi l’oggetto sfuggente da analizzare al vetrino in un processo fotosintetico generato da una luce trasmessa in maniera artificiale?

La mostra è un gioco, un invito alla rinascita, ha un maxi moto discensionale che confluisce nella Nursery, un vero e proprio nido poetico dalle luci rosa fluorescenti; area dove si attiva in pensiero massimo di elevazione e sensibilità in cui come un’incognita sei tu a stabilire il tipo di percorso da intraprendere una volta superato il varco di uscita della struttura. Il risultato delle nostre sensazioni rilasciate si osserva nella crescita e nell’andamento dei rampicanti una volta terminata l’esperienza al museo. Sulle pareti esterne è visibile la dimostrazione che siamo noi a dover metterci in discussione, sfruttare la nostra coscienza in anticipo e captare il valore di una comunità nell’esempio della natura autentica dei vegetali: organismi pionieri, radicati, ma capaci di trasformare questa impossibilità in un movimento ascenzionale che è una occasione di adattabilità, di resilienza e resistenza, in uno spazio definito nel tempo.

Il progetto è promosso e organizzato da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana. Con il fondamentale contributo di Fondazione CR Firenze e sarà visitabile fino al 26 agosto 2018.

The Florence Experiment
Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso
a cura di Arturo Galansino
Firenze, Palazzo Strozzi 19 aprile-26 agosto 2018
www.palazzostrozzi.org / @palazzostrozzi / #FlorenceExperiment

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Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

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Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

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I Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

#IMigrati – Il documentario #società #comunitaXXIVluglio #tg2dossier [#recensione]

attualità, film, giovedì, quotidiani, salute e psicologia, televisione

Attendevo questo documentario da diverso tempo, non sapevo come fosse stato costruito, ma i lavori diretti da Francesco Paolucci, giornalista, videomaker, sono di una persona che sta cercando vie utili per una ricostruzione. Da anni si impegna, scava nella materia filmica, slanci per riedificare una condizione frammentata sulla sua città, L’Aquila, che conosce in modo approfondito, che si fa portavoce di una rottura storica, fenditura italiana da risanare.

Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci Assieme a un team di persone straordinarie ha realizzato I Migrati (TG2Dossier, Rai 2, sabato 25 febbraio ore, 23.50). Una storia che focalizza l’attenzione su volti, presta orecchio, ruba dialoghi impensabili di confronto dove ci si corregge a assieme in discussioni piene di fiducia e motivazione.

Benito, Barbara, Gianluca e Giovanni partono, sondano la curiosità, attraversano la scoperta in un percorso che abbraccia il Centro Italia, mostrano da disabili una pratica educativa in un approccio che rafforza la visione sulle periferie. Luoghi inascoltati, esempi virtuosi di possibilità dove la durezza verso uno straniero è ancora da comprendere, smussare, fare propria nell’attraversamento della difficoltà. Insistono, incrociano migranti e operatori, motivano, si arrabbiano: affrontano la conoscenza mettendosi in gioco al pari in una diversità. Si muovono da protagonisti coi loro nomi, cognomi. Iniziano a lavorare con gli strumenti propri del giornalismo (macchina fotografica, videocamere, penna e blocchetto), sviluppano la professione da reporter in un diario fatto di immagini, raccontano squarci di un Paese che non rinuncia, coopera, integra e completa, accoglie chi è in fuga da una terra di appartenenza e continua a guardare lontano.

I Migrati è un lavoro che tenta di ridefinire significati, riconsiderare i termini applicati alle diversità, etichette di ogni natura, dare una responsabilità a chi ha visto, e vede, una contrapposizione nelle fragilità di chi, impossibilitato, tenta di scavalcare un muro, una struttura mentale resa difficile da chi ha abilità nel riconoscere e fare, vivere le normali condizioni di benessere.

Benito è un nome che ha una eco strana nella memoria italiana, ma questo Benito della Comunità XXIV Luglio – handicappati e non di L’Aquila insegna che sapendo chi si è, dove si è, cosa si vuole, attraverso la natura, il ricordo del contatto, in pace, nel silenzio di un viaggio, si puo’ riprendere un discorso a distanza di quarant’anni. Basta immergersi, almeno provare a bagnarsi i piedi per essere noi, gli stessi che per lungo tempo abbiamo mantenuto fede a una origine, a un ricordo di amici fatto di esperienze mai abbandonate, ponti di salvataggio. II Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

Il documentario è un terreno fertile, prepara alle volontà, si mette al servizio dell’incontro alla ricerca di una identità, risveglia le coscienze. Nella visione si è testimoni di una indagine sociale dove si concedono opportunità, possibilità. È un reale che abbraccia l’autentico senza indugio.
La narrazione è dotata di un forte spirito di osservazione, molti silenzi, attimi in cui si assiste a una apertura: la tenacia dell’accoglienza sull’abbandono della paura. La questione, l’intera nostra storia, una risposta di cui tutti avevamo bisogno.

 

 

I Migrati - il documentario (manifesto) - diretto da Francesco Paolucci

 

Per chi volesse vederlo:
Raiplay – TG2 Dossier TG2 Dossier – I Migrati Disabili e stranieri, due fragilità che si incontrano e il racconto diventa un piccolo miracolo narrativo. Questi gli ingredienti di I Migrati, lo speciale di Tg2 Dossier, diretto da Francesco Paolucci

 

Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)

Agnus Dei di Anne Fontaine #film #cinema #donne [#recensione]

amore, attualità, cinema, cultura, film, fotografia, giovedì, poesia, politica, quotidiani

Scrivo questa recensione ascoltando un vecchio brano dei C.S.I del 1993, A Tratti. Bisogna soffermarsi sul testo e concentrarsi per alcuni minuti. Di tutte le parole lanciate in chiave mantrica, decantate da Giovanni Lindo Ferrenti, c’è un punto in cui si fa riferimento a toghe e tonache. Questo passaggio mi ha permesso di trarre ispirazione per l’articolo dedicato ad Agnus Dei di Anne Fontaine.

Il film è molto duro. Distribuito la settimana scorsa, eravamo io assieme a una coppia di signori nella sala più reclusa del cinema, quella dotata di 15 posti, a visionare una storia raccontata in maniera sublime, vista la tragicità del tema. La sceneggiatura è ispirata a fatti veri, accaduti in Polonia nel 1945. Un gruppo di suore cattoliche fu completamente violato nell’intimità da un gruppo di soldati sovietici che invasero il loro convento abusando dei loro corpi. A rivelare la situazione una dottoressa giovane francese, chiamata d’urgenza, dopo la fuga di una sorella dal convento poiché custode di un segreto lacerante.

L’elemento interessante dell’intero progetto è l’uso della luce. Esiste una grande distinzione tra le riprese esterne e interne. Il bianco della neve rende accecante la vastità di vedute quando si è fuori, in fuga da qualcosa, tra le betulle, mentre nelle parti al chiuso è silenziosa, poggia la sua leggerezza sui visi delle protagoniste, rendendole eteree, quasi beate. La concatenazione di queste sequenze porta verso un mondo altro, rinascimentale, per incanto e drammaticità dei contenuti. Non so che riferimenti abbia sfruttato la regista per comporre le inquadrature, ma ho percepito autori italiani e fiamminghi, relazioni che colpiscono per incisività e durezza nei tratti.

 

Tornando a Lindo Ferretti, il collegamento che ho trovato è quello che avviene in una battuta precisa della pellicola, quando si dialoga sul ruolo distinto di avvocati e medici, come a dire, i primi chiacchierano, i secondi agiscono. Il punto di vista tra le due professioni rappresenta un dato centrale che si innesta con  il concetto di sacrificio. Agnus Dei, “Agnello di Dio” – “che togli i peccati del mondo” – come recita la famosa liturgia – è una figura, un’immagine salvifica per l’umanità, di colui che porta la croce e si immola per noi esseri umani. Una scelta dura, che mette in atto il significato pieno del concetto di giustizia per una rinascita.

Il film lavora sulla figura del Giusto, di un dare e un avere, un dono, alla pari. Mette in crisi la facoltà di parola appartenente al diritto, scritto, concentrato, interpretato, più su una azione esecutiva, che di accoglienza, di un diverso o uno sbagliato. Come se la virtù religiosa che regola tutti i nostri comportamenti fosse in realtà un’utopia non diversa da un’ideologia che guida un movimento o comportamento politico.

Affermo questo a seguito della visione, poiché il ruolo della madre badessa non è differente rispetto a quello dei Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)soldati comunisti: la spietatezza che li guida nella applicazione della regola è la stessa. Si tratta di un dogma, di una appartenenza su cui si è fondata la propria scelta di vita, non per devozione, almeno non nella sua fase iniziale, ma per adesione a un modello ideale di mistificazione divino e politico (Bibbia/Manifesto).
Lo dico, poiché altri due momenti rompono muri e aprono a varchi. La dottoressa si trova a vivere un tentativo di aggressione da parte dei russi in una notte qualunque, e mentre cerca di raggiungere la postazione ospedaliera della sua base, assapora sulla propria pelle la volgarità di mani estranee, che cercano di infrangere un limite, rompere a forza una distanza in un contatto con l’altro. L’empatia sgretola l’opposizione a una resistenza, a quel rifiuto delle suore alle visite ginecologiche che cercava di compiere per guarirle, e dopo questo accadimento, capisce sulla sua pelle il senso di umiliazione che le altre donne provano nell’invadenza di uno spazio su cui versava l‘aggravante del peccato, il voto di promessa a Dio. L’altro punto di ricongiungimento è quello di una confessione, in pratica, una suora russa (dalle vedute libertine) parla di come tra quei soldati invasori ci fosse in realtà il suo compagno. Mentre le altre venivano infrante, lei ne approfittava per ottenere sbadatamente un bambino dall’amato soldato sovietico. Quest’ultima compie una truffa, un doppio gioco per fini egoistici, che rivela molto nella diversità di fiducia che distingue i russi e i polacchi all’origine.

In tutta la produzione si è circondati da bambini messi a margine, frutto di abbandoni, sottrazioni in qualche modo lontane da una propria libera volontà. Emerge un forte disagio, e la domanda che ricorre più spesso è quella legata alla loro fine. Il frutto di un tradimento e di una deturpazione di un’anima che valore ha? puo’ meritare la vita? e quanto è attuale questo discorso?

Anne Fontaine sembra alludere a qualcosa, alla netta distinzione di chi è capace di raccogliere i suoi figli, quelli degli altri, abbandonati, nati in condizioni drastiche, far capire che la vita ha un valore che non ha colpe. Espone la storia (con e senza maiuscola) al rispetto e alla venerazione di una o più madri partendo dal concetto di concepimento e portandolo in alto, a elevazione, spogliandolo dal titolo reverenziale di compianto, inserendo l’ebraismo, aprendo alla verità e al perdono. Lo fa senza abbandonare la morte, lo fa rispettando gli eventi che stanno attraversando la Polonia in questo momento, dove le donne, vestite a nero, si ribellano ai mutamenti sociali delle volontà governative.

 


Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 

 

Quando hai 17 anni di André Téchiné #film #cinema [#recensione]

amore, attualità, cinema, cultura, film, filosofia, giovedì

Quando hai 17 anni di André Téchiné, Francia, 2016 ( img presa dal web)

Da un po’ di tempo non avevo un contatto diretto con un film considerato alternativo, non commerciale, per il grande pubblico. Presa dell’euforia di vedere l’ultimo di Ken Loach (Io, Daniel Blake) ho avuto la fortuna di incontrare nella maniera più casuale l’ultimo di André Téchiné, Quando hai 17 anni.

Francese, lontano dagli stereotipi di un cinema complesso ed elaborato, si presenta nella sua prima parte lineare, con tema non dichiarato, comuffato dalla complessa lotta di due adolescenti in cerca della loro identità.

La produzione ha diversi incastri che lasciano trasparire argomenti di profonda attualità (immigrazione, adozione, sessualità, guerre). Padri che lottano in aree lontane, rientrano come frammenti in angoli di vita perduta, al cospetto di una nazione (la Francia) implicata in conflitti mondiali. Rituali in cui l’assenza di queste figure centrali è sostituita da madri impegnate, risorse necessarie umili, figure che fanno di una responsabilità una chiave civile di sopravvivenza. Le donne accolgono la diversità nella maniera più semplice, con una paura lacerante rapportata a uno spirito di reazione, voglia di riscatto costante, senza abbandonare la fragilità.

Damien e Tom hanno due mamme diversissime, una medico e una contadina. Si incontrano per caso, e da lì parte un meccanismo che permette di avvicinare i due ragazzi ai loro contesti di vita. Il cinema francese negli ultimi anni racconta molto la provincia, si allontana dalle megalopoli per mostrare aspetti realistici in location inaspettate, poetiche, che rafforzano l’immaginario di uno spettatore attraverso un senso di appartenenza, pulito, che seppur lontano dalla propria radice, dimostra la completa apertura.

La filosofia è argomento di un dibattito acclarato quando la scoperta e l’avvicinamento all’altro diventano costrizioni impellenti, insistenti.

Desiderio o bisogno, cosa muove esattamente le nostre scelte? esiste un incastro perfetto tra le due parti? Se il conflitto è guidato a un attaccamento profondo, volto a una stabilità, la fiducia, cos’è?

L’amore scaturisce la violenza di un confronto a limite della sopravvivenza, per poter essere liberi di lasciarsi andare, permettere all’altro di ritrovarsi, insieme.

 

Quando hai 17 anni di André Téchiné, Francia, 2016

Oasis: Supersonic + Selma + The lobster #film #puntidivista [#recensione]

attualità, cinema, cultura, film, politica, quotidiani, tecnologia, televisione

Sono stata al cinema la scorsa settimana anche se mi sembra una vita fa, ero lì per vedere il documentario Oasis: Supersonic di Mat Whitecross.
Ho scelto una location un po’ cara per un film che è valso la pena di vedere ma che ha sottratto un rene agli astanti per via dei suoi alti costi (The Space cinema – 13, 70 euro). L’intera produzione assume dei toni familiari, nel senso che è tutto improntato sulla storia dei ragazzi di Manchester sotto un punto di vista molto umano. E’ raccontata la loro nascita come band tenendo conto della frammentaria situazione che li costringeva a essere esagerati, suddivisi tra droga, alcol e disagio. Per un fan, niente di nuovo, sennonché il punto di vista offerto sia molto interessante. L’ultima band di un periodo che anticipa internet, e che chiude un cerchio preciso nella storia, entrando nell’olimpo della musica mondiale. Tutto il lavoro racconta dei primi tre anni di successo – da Definitely Maybe a (What’s the Story) Morning glory? – verso quello che è stato il concerto di Knebworth nel 1996, quando sono riusciti a radunare una folla oceanica di persone che ha consacrato la fine di un periodo spettacolare, nel senso partecipativo del termine, aprendo a una fase successiva: quella dei megaschermi e internet, con un cambio radicale di percezione nei tempi di fruizione e consumo della musica, oggi.

 

 

Per quanto riguarda il fronte casalingo, invece, presa da un attacco mortale di noia, mi sono accorta di avere nell’archivio Sky lavori mai visti registrati da tempo. Uno è Selma – La strada per la libertà di Ava DuVernay. Film sentito, dove gli attori e il montaggio sono costruiti in modo coinvolgente, tanto che è difficile sradicarsi dalla poltrona una volta iniziata la visione. L’intera narrazione racconta della protesta di Selma, una cittadina degli Stati Uniti d’America dove è stata realizzata la grande marcia in favore del movimento dei neri capitanata e voluta, tra gli altri, da Martin Luther King, esponente di riferimento e pacifista, per dare diritto di voto agli uomini di colore nel pieno degli anni Sessanta. La colonna sonora è una delle migliori ascoltate negli ultimi anni. Sulla base della vittoria di Donald Trump alcuni dialoghi sono attuali.

 

 

The Lobster girato dal regista greco Yorgos Lanthimos è il secondo che ho scelto fantascientifico. E’ una storia d’amore al limite dell’assurdo, dove si è costretti a vivere in una condizione di repressione e sottomissione di istinti controllati da volontà altrui. Grottesco, e secondo alcuni ironico, narra di società estreme in cui è difficile collocarsi per essere se stessi nel pieno dell’autenticità, e per esserlo bisogna privarsi di qualcosa.

 

V.AR.CO (esterno) - Flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele, dettaglio mostra. Photo Credit: Ela Bialkowska - OKNOstudio Photography

Silenzio per favore, 24 settembre, V.AR.CO – L’Aquila #savethedate #opening #eventi [#mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, CS, cultura, danza, eventi, mostre, musica, turismo, viaggi, videoarte

Silenzio per favore.
10 +3 x 2 = 26 video d’artista, un unico luogo

a cura di Adina Pugliese

Incontro:
sabato 24 settembre, ore 18:00

@V.AR.CO. verdiartecontemporanea,
L’Aquila

 

La Fondazione ARIA sempre attenta a promuovere l’arte contemporanea in Abruzzo, ha organizzato la seconda edizione di Silenzio per favore, la rassegna di videoarte itinerante che si svolge sul territorio e che presenta alcuni tra i più interessanti giovani artisti italiani e stranieri. Il progetto promuove la ricerca artistica delle nuove generazioni, permettendo il confronto e la conoscenza reciproca. Artista, opera, luogo, fruitore, fondazione e amministratore, in sinergia, puntando alle risorse umane, creano un mix che mira ad accrescere i saperi, come i pionieri aprono nuove strade.

Sabato 24 settembre, alle ore 18:00
ci sarà un appuntamento che vedrà Paola Marulli e Sara Cavallo (V.AR.CO), Sabrina Vedovotto e Claudio Libero Pisano (curatori e critici); Salvatore Manzi (artista); i rappresentati della Fondazione Aria, artisti e collaboratori della rassegna, protagonisti in un dialogo aperto e
di confronto. Prevista una performance una danza della ballerina Imara Bosco.

In ogni tappa il mondo dell’arte, in maniera informale e familiare, incontra il pubblico e interagisce con esso. Cibo, musica e danza in sintonia con il luogo.

In due anni sono stati visitati tanti “luoghi istituzionali”. Ora, ospiti di uno “spazio privato”, ci si  soffermerà in un “fuori percorso”, una sosta come metafora di pausa e di riflessione, con la proiezione dei video del 2015/2016. La mostra doveva durare dodici giorni, ma per cause di forza maggiore, è stata ridotta nei tempi. È stato chiesto espressamente ad Andrea Panarelli di scrivere qualche riga sul perché di questo problema. Per il piacere di essere chiari e sinceri.

Nota:

Andrea Panarelli, 13 settembre 2016, L’Aquila

A seguito chiusura definitiva dei lavori nel palazzo in cui insiste Varco, ci ritroviamo a non aver più la corrente nei locali. Pertanto abbiamo deciso di ovviare alla situazione con mezzi alternativi. Tutto ciò comporta la riduzione in giorni del progetto “Silenzio per favore”. La situazione che viviamo non è singolare, o, particolar,  ma quasi una “normalità” legata a quanto sta accadendo attualmente in centro storico perennemente in via di “lavori in corso post sisma”. Nonostante le difficoltà dinanzi alle quali ci troviamo quotidianamente, la nostra scelta è quella di non arrenderci e di trovare sempre e comunque la maniera di far continuare il progetto “V.AR.CO.” insieme a quanti vorranno mettersi in gioco all’interno di un LUOGO POSSIBILE IN UN CONTESTO IMPOSSIBILE.

Con questo denunciamo il disagio senza fare polemiche inutili. Stiamo provvedendo a installare il generatore attaccandolo al quadro elettrico del locale, così non ci saranno i cavi in giro nello spazio e forse qualche lampadina la possiamo accendere.


In concomitanza con la rassegna, è stato istituito un Bando rivolto ad artisti under 35. Potevano partecipare anche gli artisti che erano presenti alla rassegna.  Giuria: 2016, Cecilia Casorati, Andrea Panarelli, Claudio Libero, Sabrina Vedovotto e Adina Pugliese; 2015, Cecilia Casorati, Elena Petruzzi, Enzo De Leonibus, Simone Ciglia e Adina Pugliese.

Artisti: Viola Acciaretti, Wania Castronovo, Alberto Costanzo, Michela Depetris, Giovanni Paolo Fedele, Valerio Sammartino, Carlotta Scognamiglio, Elena Tortia, Ximan Wang, Nicola Zucaro, Wania Castronovo*, Simone Cametti, Xin Zheng, Elena Bellantoni, Lucia Bricco, Ola Czuba, Matteo Fato, Marco Fedele di Catrano, Mariana Ferratto, Fabio Giorgi Alberti, Franco Fiorillo, Iulia Ghita, Agenzia Dancing Days – Luca Pucci/Emanuele De Donno, Maria Ferratto*, Lucia Bricco*, Federica Peyrolo;

*Presente alla rassegna e vincitore al bando



Informazioni di riepilogo:

Silenzio per favore.
10 +3 x 2 = 26 video d’artista, un unico luogo
a cura di Adina Pugliese

Incontro:
sabato 24 settembre, ore 18:00

Dal 22 – 25 settembre 2016
Ingresso gratuito

V.AR.CO. verdiartecontemporanea
Via Giuseppe Verdi, 6-8 – L’Aquila

silenzioperfavore@fondazionearia.it
www.fondazionearia.it

spaziovarco@gmail.com
www.v-ar-co.com

Adina Pugliese | +39 347 6686205
Francesca Lilli | +39 346 8469843

V.AR.CO (esterno) – Photo Credit copertina:
Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography

 

*Comunicato stampa

Albert Camus, Lo straniero #Bompiani #letture #libri [#recensione]

amore, attualità, cultura, film, leggere, letteratura, libri, musica, Narcisismo

Lo straniero di Albert Camus (Bompiani, 1947/2016) arriva nella mia vita in una scelta fatta per caso in libreria. Non avevo preso mai nulla di questo autore, anche se le persone a me vicine non facevano altro che consigliarlo. Senza pensarci troppo l’ho acquistato. Sono passati alcuni giorni, ma è stato un gesto istintivo avviare la sua lettura.

Lo straniero
è un libro che ha poco a che fare con l’esistenzialismo di Jean Paul Sartre, lontano dalla trappola del processo kafkiano. E’ un testo inerme, passivo, dotato di una stesura raffinatissima, non cristallizzata. Non è possibile allontanarsi dal volume tanta la forza semplice dello stile nell’attrarre il lettore.

Lo straniero di Albert Camus, Bompiani, 1947/2016.Il protagonista è vittima degli eventi: un non resistente; accoglie le situazioni che gli capitano dalla morte della madre come nulla fosse.
E’ proprio con un innesco dichiarato nella sua prima riga che inizia il risveglio: l’osservazione di una vita piatta, ripetitiva, abbandonata alla noia, all’abitudine, che porta a persone, cose e fatti, senza valore. Alla scoperta di situazioni che lui non aveva mai vagliato, cui si era reso complice, senza un motivo dichiarato, passivo al giudizio, in un senso di colpa e sospetto, interrotto dalla presenza di Marie, una donna che lo ha fatto sentire vivo per la prima volta, meritevole di felicità.
L’evento che crea lo sconvolgimento è l’uccisione di un arabo su una spiaggia in un momento in cui la sua vita sembra assemblare a una normalità – o almeno, a quella cosa che potrebbe essere definita tale, secondo i canoni comuni di condivisione sociale.

L’autore mostra un antefatto e un fatto suddividendo il testo in due parti, guida a un risultato sconvolgente; lascia inerme il lettore proprio sulle battute finali per durezza, rabbia, disperazione e angoscia  in un dialogo esplosivo con un sacerdote, durante una confessione che viene rifiutata nel momento in cui sta per avvenire una esecuzione finale.

E’ paradossale la calma che Albert Camus riesce a costruire, far parlare di un omicidio senza avere un briciolo di pentimento nell’efferatezza del gesto, creare una distanza rispetto ai fatti. Non si rende conto, il personaggio, del distacco che crea negli altri, come se egli avesse eretto un antro-condanna per proteggersi. E’ disturbato dalla luce perenne del sole, ne osserva tutte le sfumature, le riconosce, le sente come peso e afflizione continua. Un combattimento costante, tra un buio radicato e un sole che lo insegue incalzante.
La prigione è l’ospizio in cui è ospitata la madre, dove il figlio la porta a stabilirsi e morire nella totale indifferenza; la stessa prigione che lui sceglie come sua condanna, generata dall’assenza di un padre sadico che lo ha reso immaturo e immotivato nella scelta, condotto alla morte per opera di una devozione/deviazione nella ricerca di una sublimazione che avviene nella tortura.

In alcune descrizioni sembra di essere collocati in alcune scene di The Tree of life di Terrence Malick, quando Sean Penn vaga in questo paradiso artificiale di perdoni e pentimenti raggiungendo la sua pace nella volontà della grazia (Eternity). Quelli che hanno vissuto l’adolescenza negli anni Novanta, invece, in un brano dei 99 Posse, situato nell’album Cierco tiempo, Spara. (clicca).
Oggi, si è innescata in me la necessità di capire le parole di Julia Kristeva tratte da Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità. 

Sempre sulla tematica dei padri violenti, mancanti, ho visto in settimana il film di Kim Rossi Stuart, Tommaso. Il regista sdogana in malo modo tutti i personaggi di Nanni Moretti dal suo narcisismo, per mostrare quello che centinaia di autori nella letteratura mostrano da sempre: il problema di una radice e il suo relativo tradimento.

 

 

Immagine presa dal web: http://www.nonsolocinema.com/

La pazza gioia di Paolo Virzì + Youth di Paolo Sorrentino #recensioni [FILM]

arte, attualità, cinema, cultura, film, politica, televisione

Torno per un attimo alla vecchia formula, sono stata troppo in silenzio negli ultimi tempi. Il materiale pubblicato è legato ad altro, un percorso differente e complementare della mia carriera professionale.

Quest’anno ho dedicato poco tempo ai film, ho evitato di andare al cinema. Una scelta ponderata, di risparmio, che da Carol di Todd Haynes è arrivata fino a La pazza gioia di Paolo Virzì, lasciando un buco in mezzo che non sento profondissimo. Ho scelto di pagare, per vedere, lavori con donne protagoniste, raccontante in modo diverso, in contesti  differenti, su temi eloquenti e attuali.

Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/La pazza gioia è stato incrementato da un articolo condiviso e firmato dalla scrittrice Teresa Ciabatti su facebook, un’analisi diretta, molto franca, che mi ha suscitato curiosità e spinto ad andare. Qui per il contenuto.

Il progetto di Virzì non mi ha fatto esultare, piuttosto riflettere e soffermarmi. Ho trovato la fotografia molto lontana dai miei gusti. Quando stavo visionando, mi sono resa conto di quanto con oculatezza estrema gli autori abbiano raccontato lo stato schizofrenico di un paese – il nostro – allo sbando, inserendo due figure femminili stridenti, capaci di evidenziare come siamo tutti in balia di qualcosa di più profondo, in un centro di recupero dove è difficile controllare le dinamiche intere, con strumenti e mezzi inadatti, nonostante un personale carico di umanità e di buona qualità.

Organizzato in momenti decisi e di stacco, il lavoro ha protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. In loro ho visto una destra malata, paranoica, con deliri di onnipotenza, e una sinistra che insegue l’isterismo di chi trascina, nonostante la chiara coscienza che si sta sbagliando, verso il baratro. Al cuore di entrambe è situata una disperazione che isola ed esula da ogni altro giudizio: il finale non rappresenta una chiusa di partito, scelta o adesione, piuttosto una pausa; una sana protezione dedicata a un bisogno estremo di recupero di fermezza, racchiuso in un bambino, figlio primigenio da salvare e/o proteggere per sopravvivere.

Non so se il valore sia stato quello di dire che le donne hanno una forza estrema, non so neppure se l’impianto sia femminista, ma ho trovato del giusto, del sano, un margine di respiro leggero, non diverso da come farei io, se dovessero capitare entrambe le situazioni – quegli stati psicotici –  alla mia persona. Un’anima mercurialis che parla e raccoglie, indica, fa di tutto, nel recuperarsi attraverso una volontà, straziata dalla propria solitudine, tramite un bipolarismo che vede e sente, riconosce una via giusta.

Un anno fa, ormai, qualcuno mi chiese cosa pensassi di Youth di Paolo Sorrentino. Neppure in questo caso andai in sala, non risposi a quel messaggio, ma ci ho sempre pensato, nel tempo. Ho atteso che venisse trasmesso da Sky cinema quando ormai il clamore si fosse abbassato e/o controllato. Di lui, dico di Sorrentino – chi mi conosce lo sa – apprezzo molto l’inserimento che compie nello sberleffo all’arte contemporanea. Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/E’ onesto e non si maschera dietro l’ipocrisia, spietato e ironico, grottesco, da buon napoletano, sceglie due protagonisti alla fine del loro tempo per raccontare lo stato di sclerotizzazione di maschi, che inseguono egoisticamente le loro strade sfruttando ogni mezzo per reprimere i loro vuoti. Due Maestri, un musicista e un regista, che si illudono, vivono per il proprio lavoro, narcisisticamente l’uno, e di solitudine l’altro, per proteggersi dalla melanconia, dalla sottrazione di qualcosa che li ha castrati: la fine di un mito.

Di tutto, ho apprezzato un’unica situazione, quando arriva lo svelamento – la pulizia di coscienza – nel discorso di simulazione interpretato da Michael Caine (il musicista). E’ un momento preciso che si svolge a Venezia, in una clinica/ospizio, una scena in cui fa credere di essere pentito e si scarica dalle frustrazioni di irresponsabile verso una moglie inerte alla finestra senza luce. Una luce, che rimane proiettata sulle spalle di un uomo che al fianco ha un mazzo di fiori i cui colori sfumano e rappresentano il tricolore della bandiera italiana mentre fluiscono parole per un finale alla stragrande.

Virzì e Sorrentino:
Paolo/Paolo.

Registi:
Diversi/stridenti.

Protagonisti:
due femmine/due maschi.
Giovani donne/vecchi maestri.

I luoghi:
Strutture di accoglienza e riabilitazione.

Il pieno/il vuoto, nel mezzo, l’Italia.