1983 #serietv [#recensione]

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Quando ho iniziato a leggere alcuni saggisti polacchi mi sono accorta che guardavo il mondo da un solo versante, al quale mancava un pezzo, la sua zona speculare, quella a cui avevo affidato inconsciamente la mia gioventù. Ho scoperto questa serie grazie a un commento di Giuseppe Genna, lo scrittore ne parlava in mondo abbastanza impressionato sulla sua pagina Facebook alcuni mesi fa, così ho deciso di proseguire e ho scoperto che si tratta di una prima produzione Netflix che nasce da sceneggiatori polacchi.

1983 parla di Storia, quella con la S maiuscola, in chiave distopica. In quell’anno la Polonia fu segnata da un grande attentato che sconvolse l’intero paese al tempo sottoposto al controllo del metodo Comunista. La narrazione è ambientata venti anni dopo, nel 2003, dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e prende il via con un ragazzo – un figlio protetto della patria – attorno al quale si riveleranno numerose vicende con lo scorrere delle puntate.

Kajetan è il giovane protagonista, il prescelto laureato in giurisprudenza con uno dei massimi esponenti di quella materia. Il suo Maestro – diciamo così – colui che gli pone alla base discorsi sul valore etico della Legge e la rende vitale grazie alla conoscenza della Filosofia. Giustizia e Saggezza diventano assieme i perni su cui ruota l’interpretazione di un quesito: una fotografia che ritrae alcuni personaggi cruciali della vita sociale polacca da individuare, su cui si basa un enigma che potrebbe offrire una risposta a molti dubbi che da quel momento in poi ruotano attorno a un nuovo delitto: la morte del professore per opera di Pjotr, uno dei suoi migliori studenti.

Da qui la storia individuale si apre a una condizione collettiva con una serie di suicidi sempre più numerosi, fatta di martiri che si tolgono la vita per opera una superiorità visibile che lega Nazione e Religione a una via invisibile nella quale si muovono la Polizia e gruppi di Resistenza. La tecnologia è lo strumento che pilota, controlla e descrive ogni singolo movimento; gli archivi – reali e virtuali – sono oggetti – presenti e futuri – nei quali sono custoditi i destini di una intera popolazione.

In questa intercapedine di luce e buio sembra sussistere un corpo indefinito nell’amore che accade tramite una riscoperta che lega più personaggi coetanei a un trauma, una memoria lontana basata sull’idea di tradimento e sull’ambizione di padri e madri, di polacchi sempre pronti a essere qualcosa di più per cui è necessario sacrificarsi. Gli autori in maniera netta suggeriscono che questa popolazione è spinta verso una mania di grandezza che è la loro più grande croce da portare addosso senza mai arrivare a una verità autentica, perseguita da una struttura sottesa retta da fili di manipolazione che arrivano dagli Stati Uniti fino a Oriente.

Sarà davvero così?
Sono curiosa di attendere la seconda stagione.

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Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)

Agnus Dei di Anne Fontaine #film #cinema #donne [#recensione]

amore, attualità, cinema, cultura, film, fotografia, giovedì, poesia, politica, quotidiani

Scrivo questa recensione ascoltando un vecchio brano dei C.S.I del 1993, A Tratti. Bisogna soffermarsi sul testo e concentrarsi per alcuni minuti. Di tutte le parole lanciate in chiave mantrica, decantate da Giovanni Lindo Ferrenti, c’è un punto in cui si fa riferimento a toghe e tonache. Questo passaggio mi ha permesso di trarre ispirazione per l’articolo dedicato ad Agnus Dei di Anne Fontaine.

Il film è molto duro. Distribuito la settimana scorsa, eravamo io assieme a una coppia di signori nella sala più reclusa del cinema, quella dotata di 15 posti, a visionare una storia raccontata in maniera sublime, vista la tragicità del tema. La sceneggiatura è ispirata a fatti veri, accaduti in Polonia nel 1945. Un gruppo di suore cattoliche fu completamente violato nell’intimità da un gruppo di soldati sovietici che invasero il loro convento abusando dei loro corpi. A rivelare la situazione una dottoressa giovane francese, chiamata d’urgenza, dopo la fuga di una sorella dal convento poiché custode di un segreto lacerante.

L’elemento interessante dell’intero progetto è l’uso della luce. Esiste una grande distinzione tra le riprese esterne e interne. Il bianco della neve rende accecante la vastità di vedute quando si è fuori, in fuga da qualcosa, tra le betulle, mentre nelle parti al chiuso è silenziosa, poggia la sua leggerezza sui visi delle protagoniste, rendendole eteree, quasi beate. La concatenazione di queste sequenze porta verso un mondo altro, rinascimentale, per incanto e drammaticità dei contenuti. Non so che riferimenti abbia sfruttato la regista per comporre le inquadrature, ma ho percepito autori italiani e fiamminghi, relazioni che colpiscono per incisività e durezza nei tratti.

 

Tornando a Lindo Ferretti, il collegamento che ho trovato è quello che avviene in una battuta precisa della pellicola, quando si dialoga sul ruolo distinto di avvocati e medici, come a dire, i primi chiacchierano, i secondi agiscono. Il punto di vista tra le due professioni rappresenta un dato centrale che si innesta con  il concetto di sacrificio. Agnus Dei, “Agnello di Dio” – “che togli i peccati del mondo” – come recita la famosa liturgia – è una figura, un’immagine salvifica per l’umanità, di colui che porta la croce e si immola per noi esseri umani. Una scelta dura, che mette in atto il significato pieno del concetto di giustizia per una rinascita.

Il film lavora sulla figura del Giusto, di un dare e un avere, un dono, alla pari. Mette in crisi la facoltà di parola appartenente al diritto, scritto, concentrato, interpretato, più su una azione esecutiva, che di accoglienza, di un diverso o uno sbagliato. Come se la virtù religiosa che regola tutti i nostri comportamenti fosse in realtà un’utopia non diversa da un’ideologia che guida un movimento o comportamento politico.

Affermo questo a seguito della visione, poiché il ruolo della madre badessa non è differente rispetto a quello dei Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)soldati comunisti: la spietatezza che li guida nella applicazione della regola è la stessa. Si tratta di un dogma, di una appartenenza su cui si è fondata la propria scelta di vita, non per devozione, almeno non nella sua fase iniziale, ma per adesione a un modello ideale di mistificazione divino e politico (Bibbia/Manifesto).
Lo dico, poiché altri due momenti rompono muri e aprono a varchi. La dottoressa si trova a vivere un tentativo di aggressione da parte dei russi in una notte qualunque, e mentre cerca di raggiungere la postazione ospedaliera della sua base, assapora sulla propria pelle la volgarità di mani estranee, che cercano di infrangere un limite, rompere a forza una distanza in un contatto con l’altro. L’empatia sgretola l’opposizione a una resistenza, a quel rifiuto delle suore alle visite ginecologiche che cercava di compiere per guarirle, e dopo questo accadimento, capisce sulla sua pelle il senso di umiliazione che le altre donne provano nell’invadenza di uno spazio su cui versava l‘aggravante del peccato, il voto di promessa a Dio. L’altro punto di ricongiungimento è quello di una confessione, in pratica, una suora russa (dalle vedute libertine) parla di come tra quei soldati invasori ci fosse in realtà il suo compagno. Mentre le altre venivano infrante, lei ne approfittava per ottenere sbadatamente un bambino dall’amato soldato sovietico. Quest’ultima compie una truffa, un doppio gioco per fini egoistici, che rivela molto nella diversità di fiducia che distingue i russi e i polacchi all’origine.

In tutta la produzione si è circondati da bambini messi a margine, frutto di abbandoni, sottrazioni in qualche modo lontane da una propria libera volontà. Emerge un forte disagio, e la domanda che ricorre più spesso è quella legata alla loro fine. Il frutto di un tradimento e di una deturpazione di un’anima che valore ha? puo’ meritare la vita? e quanto è attuale questo discorso?

Anne Fontaine sembra alludere a qualcosa, alla netta distinzione di chi è capace di raccogliere i suoi figli, quelli degli altri, abbandonati, nati in condizioni drastiche, far capire che la vita ha un valore che non ha colpe. Espone la storia (con e senza maiuscola) al rispetto e alla venerazione di una o più madri partendo dal concetto di concepimento e portandolo in alto, a elevazione, spogliandolo dal titolo reverenziale di compianto, inserendo l’ebraismo, aprendo alla verità e al perdono. Lo fa senza abbandonare la morte, lo fa rispettando gli eventi che stanno attraversando la Polonia in questo momento, dove le donne, vestite a nero, si ribellano ai mutamenti sociali delle volontà governative.

 


Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 

 

QUATTRO ARTISTI AL CASTELLO a cura di Cecilia Casorati, Castello di Santa Severa - Santa Marinella (RM)

QUATTRO ARTISTI AL CASTELLO a cura di Cecilia Casorati #savethedate #vernissage #arte [#mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, CS, cultura, eventi, mostre, turismo, viaggi

QUATTRO ARTISTI AL CASTELLO
a cura di Cecilia Casorati

Milica Cirovic, Ola Czuba, Meletios Meletiou e Sofia Ricciardi

Opening:

sabato 1 ottobre,
dalle ore 12  alle 18

@Castello di Santa Severa,
Santa Marinella (RM)

 

 

Milica Cirovic, Ola Czuba, Meletios Meletiou e Sofia Ricciardi sono i quattro artisti, studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma, selezionati da Cecilia Casorati per la prima edizione del programma di residenze che Coopculture ha organizzato al Castello di Santa Severa.

L’Accademia di Belle Arti di Roma, già da alcuni anni svolge programma di collaborazione e di scambio con Istituzioni, Enti e Fondazioni nazionali ed europee, con lo scopo di ampliare l’offerta culturale e di realizzare un piano di formazione adeguato agli standard internazionali che permetta agli studenti più meritevoli di misurarsi – già durante il percorso di studi – con il mondo dell’arte. In questo programma le residenze rivestono una particolare importanza sia come occasione espositiva, ma soprattutto come esperienza di stimolo e di riflessione su luoghi e atmosfere diverse e sulla loro relazione con l’opera d’arte.

A Santa Severa, gli artisti hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con un sito storico – e “naturale” – di grande fascino, realizzando dei lavori che, pur mostrando una chiara coerenza con le linee di ricerca individuali, creano un’evidente sinergia con “l’anima del luogo”.

Artisti

Milica Cirović (Serbia) presenta un video, dal titolo An Act of Un-Seeing, in cui le immagini, quasi astratte, ricreano il percorso fatto dall’artista con una benda sugli occhi, lungo le strade di una città, in compagnia di una voce-guida che racconta, senza descrivere, ciò che sta vedendo. Il video è realizzato montando, con la tecnica photo-still, una serie di foto che l’artista ha scattato a occhi bendati cercando di memorizzare soltanto i dettagli, generalmente impercettibili.L’ampiezza dello spazio tra l’immagine e la parola favorisce associazioni, ricordi e relazioni che stimolano una visione astratta, mentale, distante dall’ovvietà didascalica del racconto.

Ola Czuba (Polonia) realizza la performance Waiting for No Battle; una sorta di tableau vivantin cui il corpo femminile diventa il campo di nessuna battaglia. È un’azione pacifica dove l’acciaio dialoga con i tessuti morbidi, nell’attesa beckettiana di un nulla a venire. L’azione genera una sospensione del tempo, un presente continuo nel quale l’immagine reale della donna che si dedica a un passatempo sfuma nell’immaginario della rappresentazione.

Meletios Meletiou (Cipro)porta a Santa Severa i suoi Imaginary Friends: piccole sculture fatte di fil di ferro, create per la prima volta nel 2015 durante un workshop per bambini autistici e che da allora viaggiano nel mondo, soprattutto nei luoghi dove vivono, anche temporaneamente, persone in difficoltà.Gli Imaginary Friendssono un “alter ego” da tasca, un portafortuna, una creazione simbolica che proietta le persone in un mondo immaginario. Sono amici fidati che ascoltano i pensieri di chi li porta con sé e sono pronti agiocarecon le persone ma anche con lo spazio come accade nelle sale del Castello, in cui diventano ombre che con la loro presenza evanescente arricchiscono la visione.

Sofia Ricciardi (Italia) presenta un’installazione audio dal titolo Acqua – acqua!, che esplora la dimensione liquida in cui il mar Tirreno e il mare Adriatico – che bagna la costa abruzzese, luogo in cui l’artista è cresciuta- si fondono, creando uno scenario sonoro privo di confini e in continuo mutamento.I frammenti audio, piccoli stralci di un mondo impossibile da conoscere interamente, sono completamente liquefatti e compenetrati nell’incessante respiro del mare. L’irreale fusione tra i due mari è anche la protagonista di una serie di collages, in cui l’immagine sembra affermare ancora una volta che “la pittura è cosa mentale”.

Informazioni:

QUATTRO ARTISTI AL CASTELLO
a cura di Cecilia Casorati

Milica Cirovic, Ola Czuba, Meletios Meletiou e Sofia Ricciardi

Opening:

sabato 1 ottobre, 
dalle ore 12  alle 18

@Castello di Santa Severa,
Varco 54, Santa Severa,
00050, Santa Marinella, Roma

 

 

*Comunicato stampa

 

Non voltarti, non voltarti mai indietro.

arte, artisti, cultura, poesia

Orfeo e Euridice

In piedi sui lastroni del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo si piegava nel vento impetuoso,
che sbatacchiava il suo cappotto, sollevava gomitoli di nebbia,
si rivoltava tra le foglie degli alberi. Le luci delle auto
a ogni soffio di nebbia si smorzavano.

Si fermò di fronte alle porte a vetri, incerto
se gli bastassero le forze per quest’ultima prova.

Ricordava le sue parole: “Tu sei buono”.
Non ci credeva poi tanto. I poeti lirici
hanno di solito, come sapeva, un cuore freddo.
E’ questa in fondo la loro condizione. La perfezione dell’arte
non si ottiene senza questa menomazione.
Soltanto il suo amore lo riscaldava, lo umanizzava.
Quando era con lei, aveva anche un’altra opinione di sé.
Non poteva deluderla ora, che era morta.

Spinse la porta. Percorse il labirinto dei corridoi. L’ascensore.
La luce livida non era luce, ma crepuscolo terreno.
Cani elettronici lo superavano senza un fruscìo.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento, all’ingiù.
Sognava. Aveva la sensazione di trovarsi nel Nulla.
Sotto migliaia di secoli raggelata,
su una traccia cinerea ove le generazioni arsero,
questo regno sembrava non avere né fondo né limite.

Lo circondavano volti di ombre in ressa.
Alcuni li riconobbe. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva forte la propria vita assieme con la sua colpa
ed ebbe paura di incontrare quelli a cui aveva fatto del male.
Ma loro avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti.

Per difendersi aveva la lira a nove corde,
nella quale portava la musica terrestre contro l’ abisso
che seppellisce ogni suono col silenzio.
La musica lo dominava. Era allora privo di volontà.
Si abbandonava alla dettatura della canzone, come rapito.
Come la sua lira, diventava solo uno strumento.
Finché non giunse al palazzo dei signori di quella terra.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli rinsecchiti,
nero di rami nudi e di fuscelli bitorzoluti,
ascoltava dal suo lugrubre trono di ametista.

Cantò il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
La fumante acqua della rosea alba.
I colori: cinabro, carminio,
terra di Siena, azzurro,
Il piacere di nuotare in mare vicino alle scogliere di marmo.
Banchettare sulla terrazza affacciata sul chiasso di un porto di pescatori.
Il sapore del vino, del sale, dell’olio, della senape, delle mandorle.
Il volo della rondine, del falco, dello stormo
di pellicani sopra la baia.
Il profumo del mazzo di lillà sotto la pioggia estiva.
Il fatto che aveva composto sempre parole contro la morte
e nessun dei suoi versi glorificava la ricerca del nulla.

Non so, disse la dea, se l’amavi,
ma sei venuto fin qui, per salvarla.
Ti sarà restituita. A una condizione però.
>Non ti è permesso parlare con lei. E nella strada del ritorno
voltarti, per vedere se ti stia dietro.

Ed Ermes portò Euridice.
Il suo volto non era quello di sempre, completamente grigio,
le palpebre abbassate, e, al di sotto, l’ombra delle ciglia.
Avanzava rigidamente, guidata dalla mano
del suo accompagnatore. Di pronunciare il suo nome
aveva una gran voglia, di risvegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo di aver accettato la condizione.

Si mossero. Prima lui, e dietro, ma non subito,
lo scalpiccio dei sandali del dio e il leggero calpestio
delle gambe di lei strette dal vestito come da un velo funebre.
Il ripido sentiero sotto la montagna fosforeggiava
nelle tenebre, come le pareti di un tunnel.
Si fermava e ascoltava. Ma anche loro
si arrestavano, l’eco si affievoliva.
Quando riprendeva il cammino, allora si sentiva il loro duplice passo,
a tratti gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Nella sua fede aumentò il dubbio
e si avvinghiò a lui come una fredda edera.
Incapace di piangere, pianse sulla perdita
dell’umana speranza nella resurrezione dei morti.
Perché adesso era come un qualsiasi mortale,
la sua lira taceva e nel suo sogno era senza difesa.
Sapeva che doveva aver fede e non ne era capace.
Così rimase per quello che sembrò un tempo interminabile
contando i suoi passi nel torpore semicosciente.
Albeggiava. Apparve un anfratto roccioso
sotto l’occhio luminoso dell’uscita sotterranea.
E avvenne ciò che aveva intuito. Quando voltò la testa,
dietro di lui sul sentiero non c’era nessuno.

Sole. E cielo, e là le nuvole.
Soltanto ora esplose dentro di lui il grido: Euridice!
Come farò a vivere senza di te, o mio conforto.
Ma l’erba profumava, ronzavano basse le api.
E si addormentò, con la guancia sulla tiepida terra.

di Czesław Miłosz
Trad. Francesco M.Cataluccio

 

Enrico_Scuri_-_Euridice_recedes_into_the_Underworld

Ida – Pawel Pawlikowski

attualità, comunicazione, cultura, film, politica, quotidiani

Che settimana strana, sono giorni che osservo l’esterno. In ogni luogo in cui mi trovo cerco di guardare dalla finestra o da una porta le cose che accadono fuori. Rifletto sul mio essere donna oggi, la condizione che mi sono costruita attorno e attraverso i condizionamenti altrui, poi respiro profondamente. Non è la prima volta che affermo di vivere un momento così, quasi bloccato, e questa sensazione si ripete in molte delle persone che incontro portando il cane a passeggio, in chi mi invita a prendere un caffè per il gusto di fare due chiacchiere, in compagnia, al cinema o a teatro; ogni individuo che incontro descrive una propria emozione, uno stato, che provo e condivido, dopo averli ascoltati.

Stiamo vivendo un tempo disperato, ciascuno a guerreggiare con la propria ostentazione per nascondere un disagio talmente profondo da sentirsi umiliati e in piena vergogna al solo pensiero di pronunciarlo. Mi chiedo spesso dove sia racchiusa la vera essenza dell’essere umano, e penso che non avrò mai una consapevole risposta in tempi brevi, poiché abbiamo bisogno di scavare, coltivare, nel nostro intimo, per tanto ancora, almeno finché si arrivi alla ammissione di una propria verità.

 

Leggevo di recente che la necessità è l’elemento che spinge a trovare soluzioni. Ragiono sugli artisti, sulle cause, sui grandi studi, e mi accorgo che molte cose rivoluzionarie nascono per noia. Irrompere in un sistema poiché nauseati da un qualcosa che lenisce l’anima e costringe a essere incorreggibili, fastidiosi pur di provare gioia o piacere, richiedere attenzione.

Mentre ero a prendere quel caffè, ieri, una signora mi raccontava di quando era bambina. Un giorno era a scuola e a quel tempo faceva rientro di pomeriggio in aula. Una maestra presente, che non era la stessa della mattina, decise di aiutarla per lo svolgimento di un tema. Era molto soddisfatta della fiducia ottenuta, della cooperazione che aveva visto nascere e crescere coi propri occhi grazie all’aiuto di un adulto che le aveva concesso supporto. Il giorno seguente ha presentato il documento alla sua solita insegnante che lo ha valutato come peggiore di tutti gli altri, spiegandone i motivi. Quella bambina reagì, e illustrò che tutto era nato col l’aiuto dell’altra sua collega, così da decidere di andare a chiamarla nell’altra stanza per autenticare il valore di una verità, ingenua e giusta, poiché tanto sconvolta. La seconda maestra, quella del pomeriggio precedente, arrivò e negò qualsiasi cosa di quel compito, lasciandola lì, imperterrita nel fastidio e nella totale delusione.

L’amarezza di questa situazione mi ha suscitato il ricordo del film Ida del regista polacco Pawel Pawlikowski. Visto pochi giorni fa, si tratta di un lavoro ambientato tra gli anni cinquanta e sessanta, quando la Polonia aveva subito l’irruenza del nazismo della seconda guerra mondiale e successivamente si è vista occupata dalla violenza estenuante dei russi e della sua ideologia. La storia narra di una ragazzina salvata durante un eccidio di ebrei, in una delle fasi di quei crimini commessi in tutto il paese, in cui lei è stata l’unico essere umano, di un gruppo di persone, a essere salvata poiché non presentava tracce visibili della sua appartenenza religiosa. Ida – senza cognome – è stata nascosta in un convento di suore cattoliche affinché fosse difesa da quegli inspiegabili e tragici delitti. E’ solo lì, in quel luogo, che poteva rimanere protetta. A partire da questa incongruenza di fatti, l’intera produzione si sgretola in lentezza, in riprese a camera fissa, in inquadrature posizionate verso la riflessione su un periodo non ancora chiaro, bianco e nero, che pone al centro un discorso l’identità, l’appartenenza e la rinuncia alla vera natura. Vivo, vedo, attraverso ma torno alla mia pace. Sebbene la protagonista sia una suora che accompagna la ricostruzione di una vicenda storica, dai toni privati e pubblici, essa rappresenta l’espediente essenziale per ricostruire un tradimento facendo leva sul principio del perdono. La madre badessa del convento la invita ad incontrare sua zia che vive a Lodz, ed è da lì inizia la lenta ricucitura di un tessuto che mostrerà aspetti di una questione irrisolta, violenta, indifferente, meccanica, alla cui base è collocato solo un nascondimento di eventi atroci, di una madre che rinuncia alla sua esistenza per un ideale.

Continuo a essere convinta che la giustizia a questo mondo esista, e i film, a volte, possono essere atroci nell’indurre a pensare, a prendere distanza dalle cose.

Buona visione.

Ps. il primo video e l’ultimo sono tratti da Onirica – Fields of dogs di Lech Majewski, anche lui polacco.

 

La ribellione di una menade. La baccante.

amore, arte, cultura, film, libri

Commistioni di storie che portano a uno stesso fine.

Di notte capita di riflettere. 
Arrivano le scene dei film.

Partono le sinapsi.

La mente,

istillata la crisi, non torna più indietro, fiorisce silenziosamente a nuova vita.

Senza rendersi conto.

Nemesi sveglia Narciso. Eco rimane nella grotta e perde la voce.
Lui sostituisce il suo riflesso, non guarda più se stesso, sceglie, nonostante la morte, di essere più bello grazie a un’altra.

 Per opera della giustizia.

La doppia vita di Veronica [film] + altro

arte, cinema, cultura, film, vita

Sono passati giorni rispetto all’ultima volta che ho scritto su questo blog. Una ventina, sommariamente. Mi sono data tempo, poiché molte cose nell’ultimo mese sono cambiate, in pochissime ore, ma questo non vuol dire che le proprie idee debbano essere abbandonate o accantonate.

Ci sono dei momenti in cui è necessario prendere aria, correre in tutta libertà verso quella porta in cui si ha la necessità di ritrovare le condizioni sane, che ti contraddistinguono da una vita, dopo che qualcuno ha deciso di sporcarle, senza giustificazioni motivate, sparando a zero nella condizione di potersi difendere.

Nell’ultimo anno – il 2014 – ho consolidato l’attenzione verso l’uso delle parole e nei termini che cerco di praticare. Sebbene io scriva in maniera molto lineare, senza ricorrere a chissà quali stratagemmi, cerco di affinare il linguaggio con l’attenzione giusta. Ci sono stati incontri decisivi che hanno rafforzato questa mia posizione, e ho ripromesso a me stessa che il 2015 sarà il periodo della resistenza, quello in cui le parole versate senza una origine valida muoiono nell’atto, e nell’attimo stesso, in cui esse vengono scritte o pronunciate.

Ci vuole coraggio per cambiare, ma se si vuole andare verso l’autenticità, bisogna riconoscerla prima in sé. Bisogna scavare nella profondità delle situazioni, ammettere che qualcosa è sbagliato e farsi impavido per la propria tutela, perché la vita è unica e sacrosanta e va vissuta al meglio, non rimanendo a scavare nella infinitezza del proprio baratro.

Le cose strane che succedono quando mancano tali condizioni sono le più subdole; la mancanza dell’altro spesso induce a creare giochetti strategici di provocazione. Se tutti fossimo onesti con noi stessi e imparassimo a capire e chiamare le situazioni con il loro nome reale, molte di queste sarebbero migliori – o avrebbero  addirittura una tendenza alla  evoluzione. Non occorre quindi stare lì a racimolare le briciole per mangiare, ma capire che con l’acqua si può vivere più del pane, almeno per diversi giorni in più, cioè fino a quando non incontri e riconosci chi è disposto davvero a darti la propria fetta sana, e che arriva a portarla e scambiarla con il tuo stesso passo. E’ un gesto di condivisione e di consapevolezza, di una scelta stabile, in un cammino di responsabilità comuni che passano prima dalla propria intimità, poi, da tutto il resto.

Il blog nel corso di questi due anni ha vissuto tanti periodi.  Per questo non mi prefiggo obiettivi precisi, se non quelli che li ha contraddistinti dalla sua nascita. Seguire una linea di principio che si confà in modo fedele ai pensieri autentici dell’autrice, in una linea feroce di coerenza e coraggio, poiché ormai si è stanchi di ascoltare le tiritere di persone che per arrivare a Roma, da Latina, attraversano la linea ferroviaria dell’Illinois, attraversando chissà quali e quanti Stati, senza avere capacità di discernimento.

Qui si va dritti e spediti al punto, con la consapevolezza che ogni azione compiuta è quella giusta per il proprio essere. Chi non ha l’ardire di muoversi, calpestando le proprie e le altrui fragilità, può rimanere dov’è, almeno fino a quando nella propria testa non si insinua il dubbio dell’esame di coscienza, quello che fa rimuginare e negare per ore e ore sui fatti e passi falsi fatti, quei passi, che poi permettono di avere una voglia di ricominciare, per sentirsi rinnovati e depauperati dalle proprie stupide e inappropriate paure, maturate nell’orgoglio e nella provocazione della propria testardaggine.

Questi pensieri me li ha concessi, consolidati e restituiti un film polacco. Ho scelto di vederlo proprio il pomeriggio del 31 dicembre; fuori nevicava e ho sentito fosse il momento per dedicarmi a quella proiezione.

La doppia vita di Veronica è lavoro del 1991 diretto da Krzysztof Kieslowski. Una costruzione linguistica il cui registro è imperniato nella dualità di due personaggi femminili, identici, con lo stesso nome, ma che vivono in due paesi (e città) differenti: Lodz (in Polonia) e un paesino sperduto della Francia, Clermont Ferrant. Entrambe, in attimo fugace e inequivocabile, si incontrano a Cracovia.

Mentre l’una scatta una foto e non si accorge di nulla, l’altra, distrutta dalla malinconia e della ricerca di chissà quale desiderio, percepisce la presenza della sua sosia. In frangente solo si trova la dimensione di chi guarda attraverso il filtro di una fotografia senza avvertire l’umano, e quello di chi, viceversa, vive di questo flusso vitale frastornato, guidato da chissà quale illusione, prendendone anima in un esatto momento: l’incontro fortuito di un’altra sé di cui non conosce nulla.

Il tragico si raggiungerà al ventisettesimo minuto.

Secondo Gianni Canova, che ha introdotto il lavoro nell’anteprima di #RaroArte su Sky Arte HD, la composizione registica rappresenta un rallentamento vissuto in un periodo cruciale dettato dai fatti di Berlino dell’89, oppure,  al contrario “un film cerniera” che congiunge certe rotture.

Mi piace pensare che per l’attore maschile, presente in alcune scene, fosse stato scelto Nanni Moretti – che poi ha prontamente rifiutato.
Anche in questo caso, come in altra produzione di un altro regista polacco (Onirica – Fields of Dogs -Lech Majewski), un rimando alla Divina Commedia di Dante Alighieri.

La fotografia è totalmente metafisica. In certi punti sembra di essere nei  quadri di De Chirico e di Hopper.
La colonna sonora è da brividi.

Buona visione.

Locandina:

Una delle sequenza più potenti: