Cy Twombly, The Rose Series, 2008 (web)

Cy Dear – Andrea Bettinetti #film [#recensione]

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Visto circa un mese fa, mi sono data del tempo per riflettere su questo artista statunitense famossissimo, vissuto fino al 2011 tra Italia e America e con l’attivo mostre in tutto il mondo. Si tratta di una produzione distribuita su SkyArte e NowTv che ha concorso a numerosi festival di cinema dedicati all’arte contemporanea la cui regia è a firma di Andrea Bettinetti.

Quello che si racconta è un viaggio intimo e di osservazione sulla vita di Cy Twombly, narrato per buona parte dalla figura di Nicola Del Roscio, presidente della Cy Twombly Foundation.

Il film non tralascia i momenti bui vissuti dall’artista, mette in evidenza certe asprezze affiorate nel momento in cui la Pop Art è arrivata in Italia alla Biennale di Venezia nel 1964 e la sua esplosione nel mondo grazie al supporto del gallerista Leo Castelli. Quanto avrebbe potuto il suo segno essere considerato pop? Molti delle sue passioni arrivavano dall’epica, dalla storia dell’arte antica e dalla letteratura.

Il quadro di Cy Dear è un percorso unico, di una personalità votata a sé e al suo fare. Interessante la differenza descritta tra il modo di lavorare e l’approccio personale nel paragone che si sviluppa con l’operato dell’amico Robert Rauschenberg.

Mi stupisce una cosa, come sia stata tralasciata la parte della sua vita dove è stato chiamato a essere crittologo per l’esercito americano, quanto un’attività di questo tipo potrebbe essere stata utile nello sviluppo del suo codice?

Cy Dear non risponde alla totalità del percorso creativo di Cy Twombly è una infarinatura generale, un ricordo che si fa testimonianza tra quelle persone che hanno collaborato e vissuto con lui, a stretto contatto, come fedeli e sinceri amici.

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Discorsi di critica a meta’

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Negli ultimi giorni piove a dirotto. Ho ripreso a studiare in maniera abbastanza sostenuta argomenti messi da parte per troppo tempo, lasciati in disparte nel caos di un muro alzato per inspiegabili motivi con me stessa negli anni. In realtà accatonare la propria natura per ascoltare gli altri è spesso non salutare, sopratutto quando ci si divora in condizioni pessime di confronto.
Mi capita di parlare con gli artisti sovente, tutti presi da chissà quali problematiche esistenziali irrisolvibili. Ognuno convinto del proprio disagio esclusivo, ognuno senza accorgersi che le dinamiche sono sempre le stesse, uguali a quelle di tutti i comuni mortali: buona parte ha questioni familiari irrisolte, buona parte insegue dei miti irraggiungibili, buona parte imita travestendosi e immergendosi in personaggi che non confanno alla loro identità, alcuni provano l’improvvisazione, altri si tutelano,  vanno avanti, combattono per farsi strada e togliersi gli scheletri di quelli fin qui citati, lasciati in dotazione nell’armadio infinito della vita.
Ho riso un giorno quando Jerry Saltz, noto critico americano, su Facebook, inseriva delle immagini medioevali per descrivere le loro azioni. Una efficace, ad esempio, fu quella di un tizio (un ignavo) che si trascinava da una parte a l’altra di un ambiente senza particolari descrizioni, il suo commento sagace fu una cosa del tipo: “l’artista, ogni volta che deve recarsi al suo studio”.
Illuminante, irriverente, libero.  Appoggio la sua linea dura adottata. Usa termini molto diretti,  sintetici ed è  estremamente sprezzante, fregandosene di tutto e tutti dice, parla, scrive. Lo temono ma e’ molto ambito, anche grazie alla sua partecipazione al programma “Work of Art” – un reality andato in onda in Italia su Sky Arte diversi anni fa.
Mi piacerebbe leggere di persone che si assumono questo tipo di responsabilità.
Nel mio piccolo quando mi capita di fare degli studio visit cerco di spronare alla ricerca, un qualcosa  che li spinga verso altro, lo studio umanistico, che li faccia scavare sul personale, sulla propria esistenza. Non mi interessa costruire un dialogo che vada fuori asse, non presto più  ascolto alle loro argomentazioni di natura dialettica politicizzata. Fatti, voglio fatti, abbastanza concreti. Mi concentro sull’opera come oggetto di unica analisi e traccio una  lettura che spesse volte li disintegra a mette a nudo. Mi piace vedere come le loro fragilità vengano fuori in modo naturale e senza paura. Una volta chiusa questa linea di confronto il dialogo che tendo a costruire è di continuare sui margini che ho evidenziato per poterli indirizzare a migliorare. Lo faccio in tutta franchezza, soprattutto quando  mi pagano bene per effettuare una lettura critica del loro portfolio. Alla professionalità si risponde con la professionalità. Il resto solo chiacchiere vuote lasciate a morire.
Se si sceglie la via dell’arte c’è necessità di perseguire quella della grazia. Il resto è kitsch, presunzione, irresponsabilità e perdita di tempo.
Ne abbiamo talmente poco (di tempo) che già parlare per tante ore sembra non arrivare a nulla. Punti e sintesi, azione e risultato,utile, seppur estetico, ma utile.
Il messaggio che sto digitando potrebbe essere un work in progress. È quasi l’una.  Scrivo dal cellulare in totale cecità. Provo a dormire.

La doppia vita di Veronica [film] + altro

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Sono passati giorni rispetto all’ultima volta che ho scritto su questo blog. Una ventina, sommariamente. Mi sono data tempo, poiché molte cose nell’ultimo mese sono cambiate, in pochissime ore, ma questo non vuol dire che le proprie idee debbano essere abbandonate o accantonate.

Ci sono dei momenti in cui è necessario prendere aria, correre in tutta libertà verso quella porta in cui si ha la necessità di ritrovare le condizioni sane, che ti contraddistinguono da una vita, dopo che qualcuno ha deciso di sporcarle, senza giustificazioni motivate, sparando a zero nella condizione di potersi difendere.

Nell’ultimo anno – il 2014 – ho consolidato l’attenzione verso l’uso delle parole e nei termini che cerco di praticare. Sebbene io scriva in maniera molto lineare, senza ricorrere a chissà quali stratagemmi, cerco di affinare il linguaggio con l’attenzione giusta. Ci sono stati incontri decisivi che hanno rafforzato questa mia posizione, e ho ripromesso a me stessa che il 2015 sarà il periodo della resistenza, quello in cui le parole versate senza una origine valida muoiono nell’atto, e nell’attimo stesso, in cui esse vengono scritte o pronunciate.

Ci vuole coraggio per cambiare, ma se si vuole andare verso l’autenticità, bisogna riconoscerla prima in sé. Bisogna scavare nella profondità delle situazioni, ammettere che qualcosa è sbagliato e farsi impavido per la propria tutela, perché la vita è unica e sacrosanta e va vissuta al meglio, non rimanendo a scavare nella infinitezza del proprio baratro.

Le cose strane che succedono quando mancano tali condizioni sono le più subdole; la mancanza dell’altro spesso induce a creare giochetti strategici di provocazione. Se tutti fossimo onesti con noi stessi e imparassimo a capire e chiamare le situazioni con il loro nome reale, molte di queste sarebbero migliori – o avrebbero  addirittura una tendenza alla  evoluzione. Non occorre quindi stare lì a racimolare le briciole per mangiare, ma capire che con l’acqua si può vivere più del pane, almeno per diversi giorni in più, cioè fino a quando non incontri e riconosci chi è disposto davvero a darti la propria fetta sana, e che arriva a portarla e scambiarla con il tuo stesso passo. E’ un gesto di condivisione e di consapevolezza, di una scelta stabile, in un cammino di responsabilità comuni che passano prima dalla propria intimità, poi, da tutto il resto.

Il blog nel corso di questi due anni ha vissuto tanti periodi.  Per questo non mi prefiggo obiettivi precisi, se non quelli che li ha contraddistinti dalla sua nascita. Seguire una linea di principio che si confà in modo fedele ai pensieri autentici dell’autrice, in una linea feroce di coerenza e coraggio, poiché ormai si è stanchi di ascoltare le tiritere di persone che per arrivare a Roma, da Latina, attraversano la linea ferroviaria dell’Illinois, attraversando chissà quali e quanti Stati, senza avere capacità di discernimento.

Qui si va dritti e spediti al punto, con la consapevolezza che ogni azione compiuta è quella giusta per il proprio essere. Chi non ha l’ardire di muoversi, calpestando le proprie e le altrui fragilità, può rimanere dov’è, almeno fino a quando nella propria testa non si insinua il dubbio dell’esame di coscienza, quello che fa rimuginare e negare per ore e ore sui fatti e passi falsi fatti, quei passi, che poi permettono di avere una voglia di ricominciare, per sentirsi rinnovati e depauperati dalle proprie stupide e inappropriate paure, maturate nell’orgoglio e nella provocazione della propria testardaggine.

Questi pensieri me li ha concessi, consolidati e restituiti un film polacco. Ho scelto di vederlo proprio il pomeriggio del 31 dicembre; fuori nevicava e ho sentito fosse il momento per dedicarmi a quella proiezione.

La doppia vita di Veronica è lavoro del 1991 diretto da Krzysztof Kieslowski. Una costruzione linguistica il cui registro è imperniato nella dualità di due personaggi femminili, identici, con lo stesso nome, ma che vivono in due paesi (e città) differenti: Lodz (in Polonia) e un paesino sperduto della Francia, Clermont Ferrant. Entrambe, in attimo fugace e inequivocabile, si incontrano a Cracovia.

Mentre l’una scatta una foto e non si accorge di nulla, l’altra, distrutta dalla malinconia e della ricerca di chissà quale desiderio, percepisce la presenza della sua sosia. In frangente solo si trova la dimensione di chi guarda attraverso il filtro di una fotografia senza avvertire l’umano, e quello di chi, viceversa, vive di questo flusso vitale frastornato, guidato da chissà quale illusione, prendendone anima in un esatto momento: l’incontro fortuito di un’altra sé di cui non conosce nulla.

Il tragico si raggiungerà al ventisettesimo minuto.

Secondo Gianni Canova, che ha introdotto il lavoro nell’anteprima di #RaroArte su Sky Arte HD, la composizione registica rappresenta un rallentamento vissuto in un periodo cruciale dettato dai fatti di Berlino dell’89, oppure,  al contrario “un film cerniera” che congiunge certe rotture.

Mi piace pensare che per l’attore maschile, presente in alcune scene, fosse stato scelto Nanni Moretti – che poi ha prontamente rifiutato.
Anche in questo caso, come in altra produzione di un altro regista polacco (Onirica – Fields of Dogs -Lech Majewski), un rimando alla Divina Commedia di Dante Alighieri.

La fotografia è totalmente metafisica. In certi punti sembra di essere nei  quadri di De Chirico e di Hopper.
La colonna sonora è da brividi.

Buona visione.

Locandina:

Una delle sequenza più potenti:

Potevo farlo anch’io – Bonami / Cattelan [SkyArte]

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Torno a parlare di televisione con un nuovo programma trasmesso da Sky Arte HD, in onda ogni domenica alle 21.10, dal nome Potevo farlo anch’io.

Si tratta in un prodotto ben costruito, il cui soggetto è centrato nella storia dell’arte contemporanea, il cui fine è di avvicinare e sensibilizzare il pubblico a una maggiore conoscenza di questo mondo, identificato come sistema.

Alessandro Cattelan è il conduttore del momento, colui che conosciamo per via dei successi a XFactor, e che, senza troppi dilungamenti, è anche autore e/o  DJ di Radio 105. Ad affiancarlo in lunghe camminate tra spazi museali e città in costante trasformazione, Francesco Bonami: uno dei maggiori curatori e critici che abbiamo in Italia, che con la sua ironia permette di arrivare all’essenza di un’opera con un linguaggio semplice e accessibile.

Potevo fare anch’io” è un’esclamazione che ognuno di noi fa di fronte a un oggetto sconosciuto, all’apparenza semplice, scevro di significati – come se fossimo tutti geni in grado di realizzare o dire qualcosa di rivoluzionario, al pari di personalità che hanno contraddistinto un periodo importante della storia, con la testimonianza dei i propri linguaggi.

I due conduttori, come vecchi amici, iniziano così a mostrare e a spiegare cosa si cela dietro una produzione creativa, che non ha raggiunto solo un grande valore economico, ma ha un messaggio preciso, unico e irripetibile nello spazio e nel tempo, elaborato attraverso un processo, da un’unica persona, con una tecnica precisa e un’idea forte.

Sebbene la mia opinione possa essere abbastanza seria rispetto all’allegria e piacevolezza del programma, ritengo che la sua forza e immediatezza appartenga al montaggio: dinamico, veloce,  funzionale ai ragionamenti proposti, per nulla noioso.

L’intreccio agli aspetti più interessanti inizia dai semplici dettagli a strappo di Mimmo Rotella nelle varie copertine, arrivando all’inserimento di persone comuni che presentano le schede d’artista con informazioni base, senza troppe teorie scientifiche e con tutta l’umiltà e semplicità del caso (stagisti, fruttivendoli, panettieri, ecc.).

Non è possibile sottovalutare neppure la rilevanza che è riservata ai giovani artisti, che spesso non provengono solo da una preparazione mirata all’uso di pennello e cavalletto, ma da una pluralità di forme diverse tra loro, in comunione con altri metodi del fare, lontani dalla canonicità dell’estetica e vicini magari alla grammatica musicale, all’azione teatrale o all’impegno civile.

Come si può ben capire, ci troviamo di fronte a un progetto che può avere o lanciare un nuovo ciclo di fruizione all’arte, per questo motivo vi invito a vederne almeno una puntata, se vi capita o se ne avete la possibilità.

Buona visione!


Per approfondire, clicca qui o qui

Per chi fosse interessato ai testi di Francesco Bonami, consiglio:

– Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte, Mondadori, 2009.
– Si crede Picasso. Come distinguere un vero artista contemporaneo da uno che non lo è, Mondadori, 2010.
– Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata, Mondadori, 2011.