Arte Fiera 2020 #mercato #collezionismo [#arte]

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Sono ancora in viaggio, mi trovo in Toscana in questo momento ed è il lunedì successivo che completa la tre giorni della 44° edizione di Arte Fiera di Bologna.

Come dicevo in un post scritto pochi giorni fa, le aspettative rispetto a questo incontro erano tante e i motivi che mi spingono a dirlo ora si fanno più spingenti perché la soddisfazione è stata molto alta.

Intendo dire che l’organizzazione della fiera è stata produttiva, efficace in termini spaziali, il tempo di fruizione ridotto, calcolato, con ambienti aperti e di ampia veduta. Un processo che permetteva di avere grande capacità di riflessione tra uno spazio e l’altro, nei dialoghi tra artisti, coi galleristi e nella fruizione complessiva dell’evento che, seppur commerciale, aveva una parvenza di alto spessore culturale.

Per lungo tempo ho evitato di tornare a fagli visita, la fiera era diventata una cosa sfiancante e insostenibile, in passato, che poco aveva a che fare con la fruizione dell’arte, il gusto di vedere lavori particolari di determinati artisti, la voglia di acquistare e soprattutto di chiederne i prezzi.

Dal punto di vista del mercato, non saprei quindi dire se effettivamente ci sono stati investimenti perché questo spetta ai galleristi stilarlo attraverso i loro risultati, ma credo che la prima area – quella curata da Laura Cherubini – abbia inciso in qualche modo su questa edizione ed è un merito che va veramente riconosciuto al direttore Simone Menegoi che ha saputo creare una intesa valida tra i curatori nelle diverse proposte d’arte, incastonate le une alle altre in percorsi senza limiti particolari per il pubblico, anche quello dei non addetti ai lavori.

Ho avuto la percezione di essere davvero in un grande evento internazionale e dove il valore dell’arte non era stabilito dal prezzo, ma dalla qualità dei progetti pensati e legati a ogni singolo stand.

Da quello che ho capito al centro era posta molte dell’arte italiana, poca tecnologia, molta fotografia e una migliore proposta di videoarte rispetto alla incompletezza delle altre edizioni.

Mi auguro possa mantenersi questo livello per i prossimi anni.
Molte foto sono inserite sul mio spazio Instagram: qui. Sto cercando di fare un punto su quelle opere che mi hanno colpito di più.

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C’era una volta a Roma / Otto settembre [fasi, punti e ricognizioni]

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Sono passati mesi dall’ultima volta in cui ho scritto qualcosa di concreto sul blog. Ho preso una lunga pausa delle parole poiché avevo trasformato questo spazio in luogo di incondizionato ostilità che provenivano dal mio mondo reale e che toglievano molto a quel qualcosa di costruttivo elaborato in circa due anni di attività.

Oggi, 8 settembre, in onore di una data storica che per l’Italia ha significato molto, e che ha visto l’inizio ufficiale di quella che è stata la fase Resistenza, ci provo. Ricomincio da qui ponendo alcune nuove basi.

L’azione, la strategia e l’essenzialità guideranno i miei scritti senza troppe filosofie e destreggiamenti, e chi non vorrà leggermi è ben pregato di sloggiare con la propria impudicizia fuori da queste pagine.

Sono state giornate ricche.

Da giugno a fine agosto,  ho lavorato per una mostra che mi ha permesso di osservare con occhi molto diversi aspetti di un periodo che avevo sottovaluto, poiché annoiata dalla solita storiella della “Dolce vita romana”, dai grandi film e dalle tante informazioni inutili che si lasciano intravedere in alcuni corsi universitari, dai tanti giornali e riviste, e da quelle ripetizioni nozionistiche che dovrebbero essere rivisitate attraverso gli occhi critici di distanza odierna.

Libera da contratto, finalmente, posso esprimere ciò che realmente penso, senza stare a seguire le fila ufficiali, per dare il mio reale punto di vista sulla mostra intitolata: C’era una volta a Roma. Gli anni Sessanta intorno a piazza del popolo, curata da Laura Cherubini ed Eugenio Viola.

Non la solita mostra sugli anni Sessanta, che compiange, quindi, ma uno spaccato di vite vissute tra il 1957 e il 1969 (datazione complessiva delle opere esibite).

Una fase necessaria che vede una netta rottura con l’Informale di Alberto Burri e una apertura verso quello che sarà il destino dell’Arte Povera di Germano Celant, poi.

Un decennio di scambi fruttuosi i cui protagonisti (artisti, critici, storici e galleristi) hanno gettato le basi per la messa in atto di una crisi linguistica della tradizione artistica applicata fino a quel momento.

Importante e necessaria, questa reazione, intendeva rigettare e innescare una visione sulle tragicità trascinate della seconda guerra mondiale, sulla ricostruzione e sul peso di un fare arte che sembrava senza scappatoie, concentrate sull’individualismo di pochi, nonostante l’Italia, in quel momento, si trovasse a nella condizione di  vivere le prime iniezioni di cultura statunitense, nel pieno del clima del boom economico, in innesti geopolitici collegati al blocco statunitense – sovietico della Guerra Fredda.

Sebbene questi aspetti possano essere considerati secondari, per inquadrare quel momento, bisogna avere larghe vedute e non fossilizzarsi solo in un ambito temporale circoscritto. Roma, senz’altro, stava vivendo un periodo di fioritura colossale, ma l’allarme lanciato dalle necessità degli artisti, perlopiù poveri e disastrati, era troppo vivo per manifestarsi solo nella silenziosità dei bar e caffè caotici di Piazza del Popolo.

Il primo punto di “rivoluzione” è stato l’azzeramento: la cancellazione di un tratto materico a favore di un ripensamento monocromatico che si rivelava con l’uso sperimentale di materiali più disparati (cemento, ferro, plastica, carta, velatino, calze a rete e nuovi materiali tecnologici).

Il secondo, la coscienza critica: l’adesione al partito comunista di buona parte degli artisti e l’intera comunità intellettuale viva e vivida pronta a bastonare l’inutile.

Il terzo, l’arrivo della Pop Art americana nel 1964 alla biennale di Venezia: l’identità dell’artista che predomina sull’importanza dell’opera, l’incalzare di quello che è stato poi definito “sistema dell’arte”, le enormi differenze d’impostazione tra processi culturali (e artistici) susseguitesi nel corso dei secoli in Europa (l’atto e il gesto pittorico su tutto) e l’imposizione di produzione americana figlia della serialità e della commercializzazione più becera.

Quarto: le opportunità di chi credeva nei talenti degli artisti fornendogli supporto e sussistenza.

Quinto: togliere l’etichettatura di “Pop art italiana” e dare giusta collocazione alla “Scuola di piazza del popolo”

Di certo è stata una mostra impostata in una maniera diversa, cui ho avuto molta difficoltà, e per poter capire e trasmettere le opere ho adottato una composizione e un ritmo che permettesse ai visitatori più che un incasellamento su tecniche, anni, materiali usati e singole biografie, una precisa strategia di profusione del dubbio.

L’allestimento non presentava didascalie, tutti i lavori erano diversissimi tra loro e si completavano con la forza delle idee e delle ricerche adottate. Una esposizione difficile, per un pubblico comune, poiché disabituato a guardare l’arte attraverso occhi puliti e gli strumenti giusti. Senza troppi filtri, in cui, io guida, ero sottoposta costantemente a un dibattito acceso e costruttivo tra un dialogo e confronto.

La grande capacità dei due curatori è racchiusa nella stesura dei loro testi critici presenti nel catalogo. Due posizioni differenti e indispensabili, che chiariscono quanto tra due generazioni lontane ma coeve, il cambio di percezione sui vissuti possa essere in realtà abissale. Laura Cherubini ha offerto un taglio intimista, di rapporto diretto con buona parte dei protagonisti, raccontando aneddoti e intuizioni geniali. Eugenio Viola ha impostato la sua chiave di lettura nella importanza della Comunicazione, di come in realtà, lo schermo (cinematografico e televisivo), in quegli anni abbia anticipato e prefigurato certi aspetti sulle istante attuali.

Non ho fatto ancora nomi, ma le domande che mi martellano l’esistenza fin dal primo giorno sono:

  1. Cosa ha rappresentato la morte di Pino Pascali nel 1968?
  2. Cosa ha rappresentato il suicidio di Francesco Lo Savio nel 1963?
  3. Se Fabio Mauri ha ammesso che la Francesco Lo Savio è il padre del Minimalismo e che non è stato compreso dalla critica, dovremmo ufficializzare che la matrice è italiana e non americana?
  4. Fabio Mauri con l’opera Schermo, 1957, a soli tre anni dall’arrivo della TV in Italia, prevede l’azzeramento della visione sullo spettatore. Significa che ha fatto le scarpe a molti saggisti che arrivano negli anni ’60 e hanno costruito i loro inespugnabili imperi teorici?
  5. E Umberto Bignardi con il Rotor? Possibile che venga semicitato nei libri di storia dell’arte?

Potrei continuare all’infinito, ma quanti di voi saranno arrivati alla fine?

Artisti: Giuseppe Uncini, Mimmo Rotella, Jannis Kounellis, Salvatore Scarpitta, Franco Angeli, Mario Ceroli, Francesco Lo Savio, Cy Twombly, Pino Pascali, Claudio Cintoli, Nanni Balestrini, Sergio Lombardo, Gino Marotta, Fabio Mauri, Umberto Bignardi, Renato Mambor, Giosetta Fioroni.

Gallerie significative:

La Tartaruga – Plinio De Martiis

La Salita – Gian Tomaso Liverani

L’Attico – Fabio Sargentini

Critici/Storici/curatori

Calvesi, Bucarelli, Argan, Vivaldi, De Marchis, Crispolti, Boatto, Menna, Fagiolo dell’Arco, Rubiu, Trucchi, Trini, Volpi

Per saperne di più:
www.fondazionemenegaz.it (clicca)
http://www.arteincentro.com

Video inaugurazione (musiche e video Ivan D’Antonio)

Ps. il filmato contiene anche le immagini dell’inaugurazione della personale “Alberto Di Fabio. Paesaggi della mente” 

Potevo farlo anch’io – Bonami / Cattelan [SkyArte]

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Torno a parlare di televisione con un nuovo programma trasmesso da Sky Arte HD, in onda ogni domenica alle 21.10, dal nome Potevo farlo anch’io.

Si tratta in un prodotto ben costruito, il cui soggetto è centrato nella storia dell’arte contemporanea, il cui fine è di avvicinare e sensibilizzare il pubblico a una maggiore conoscenza di questo mondo, identificato come sistema.

Alessandro Cattelan è il conduttore del momento, colui che conosciamo per via dei successi a XFactor, e che, senza troppi dilungamenti, è anche autore e/o  DJ di Radio 105. Ad affiancarlo in lunghe camminate tra spazi museali e città in costante trasformazione, Francesco Bonami: uno dei maggiori curatori e critici che abbiamo in Italia, che con la sua ironia permette di arrivare all’essenza di un’opera con un linguaggio semplice e accessibile.

Potevo fare anch’io” è un’esclamazione che ognuno di noi fa di fronte a un oggetto sconosciuto, all’apparenza semplice, scevro di significati – come se fossimo tutti geni in grado di realizzare o dire qualcosa di rivoluzionario, al pari di personalità che hanno contraddistinto un periodo importante della storia, con la testimonianza dei i propri linguaggi.

I due conduttori, come vecchi amici, iniziano così a mostrare e a spiegare cosa si cela dietro una produzione creativa, che non ha raggiunto solo un grande valore economico, ma ha un messaggio preciso, unico e irripetibile nello spazio e nel tempo, elaborato attraverso un processo, da un’unica persona, con una tecnica precisa e un’idea forte.

Sebbene la mia opinione possa essere abbastanza seria rispetto all’allegria e piacevolezza del programma, ritengo che la sua forza e immediatezza appartenga al montaggio: dinamico, veloce,  funzionale ai ragionamenti proposti, per nulla noioso.

L’intreccio agli aspetti più interessanti inizia dai semplici dettagli a strappo di Mimmo Rotella nelle varie copertine, arrivando all’inserimento di persone comuni che presentano le schede d’artista con informazioni base, senza troppe teorie scientifiche e con tutta l’umiltà e semplicità del caso (stagisti, fruttivendoli, panettieri, ecc.).

Non è possibile sottovalutare neppure la rilevanza che è riservata ai giovani artisti, che spesso non provengono solo da una preparazione mirata all’uso di pennello e cavalletto, ma da una pluralità di forme diverse tra loro, in comunione con altri metodi del fare, lontani dalla canonicità dell’estetica e vicini magari alla grammatica musicale, all’azione teatrale o all’impegno civile.

Come si può ben capire, ci troviamo di fronte a un progetto che può avere o lanciare un nuovo ciclo di fruizione all’arte, per questo motivo vi invito a vederne almeno una puntata, se vi capita o se ne avete la possibilità.

Buona visione!


Per approfondire, clicca qui o qui

Per chi fosse interessato ai testi di Francesco Bonami, consiglio:

– Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte, Mondadori, 2009.
– Si crede Picasso. Come distinguere un vero artista contemporaneo da uno che non lo è, Mondadori, 2010.
– Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata, Mondadori, 2011.


Gianluigi Colin. A futura memoria

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Ieri non è stata una giornata dedicata solo al cinema, nel pomeriggio ho fatto una piacevole camminata con un’amica storica dell’arte e curatrice.

Gianluigi Colin è un artista nato a Pordenone nel 1956, e la sua mostra è tenuta presso LARCA – Laboratorio per le arti contemporanee di Teramo,  in Abruzzo.

Il lavoro è stato organizzato in quattro stanze che ruotano attorno a diversi soggetti legati al mondo della comunicazione (mitografie; presente storico /i disastri della guerra; vie di memoria; amami). L’elemento principale, che si pone al centro dello sguardo, è il rapporto che lui instaura con l’informazione, giocando con le nostre esistenti occasioni culturali, nelle quali siamo immersi ogni volta  che sfogliamo giornali,  riviste, o al bombardamento mediale e mediatico cui siamo sottoposti ogni giorno, senza accorgercene.

Gli ambienti sono distribuiti in maniera del tutto scorrevole; ciò che emerge  è la relazione sinergica che si crea tra lo spazio ospitante e le opere, le quali hanno una forte gradazione e connotazione stilistica di rimando alla Pop Art.

L’enorme differenza è data dal fatto che Warhol lavorava per sottrazione – in sostanza, usava la serialità come elemento di decostruzione delle immagini provenienti dal mondo pubblicitario, lasciando frantumare il senso attraverso la ripetizione.
Gianluigi Colin, invece, usa la postmodernità creando confronti e incroci che rinviano ovviamente a matrici di scuola americana, ma offrendo un punto di vista netto, anche se liquido, di accrescimento e costruzione del significato.

Un percorso intriso d’impegno sociale e critica civile, in una montagna d’immagini che richiamano Mario Schifano, Mimmo Rotella e certe increspature di Alberto Burri – non tralasciando poi, argomenti legati a dibattiti sull’uso tecnico delle riproduzioni di massa, che hanno coinvolto, e coinvolgono ancora oggi, l’ambiente accademico e della divulgazione scientifica legata a questi temi.

Gianluigi Colin. A futura memoria è titolo della mostra che ci introduce un catalitico viaggio.
Il fotoreportage incrocia pittori cruenti della storia dell’arte rinascimentale e barocca. In colori  fluorescenti che fungono da spartiacque, in una stampa di grandi dimensioni, che segue una drammaticità unica tra passato e presente.

Uno dei progetti realizzati che mi ha colpito di più, è stato appositamente creato per quel luogo; la prima opera che si incontra arrivando in quei corridoi: una grande parete ricca di fogli A4 su cui sono stampate fotografie e indicazioni informative essenziali, provenienti da tutte le agenzie stampa che arrivano, in una sola giornata, alla redazione giornalistica del Corriere della Sera – dove Colin è art director.

L’opera, dal titolo, 12.12.12. Quel che resta del giorno, pone l’attenzione su due figure centrali: la prima è la ricorrenza di Piazza Fontana (12.12.1969); l’altra, invece, una riproduzione dell’opera di CaravaggioL’incredulità di San Tommaso.

A termine, un video in bianco e nero costruito seguendo le fila di uno scandagliamento oculare: due e più fogli di giornale che riflettono il movimento degli occhi alla lettura, in maniera schematica o causale, in notizie che subiscono radicali modifiche, seguendo la grammatica di un linguaggio filmico, facendoci capire come funzionano il meccanismi di manipolazione, applicati alla stampa.

La maggior parte dei lavori presentati ha tonalità sgargianti, mentre quest’ultimo è monocromatico.

Il sito dell’artista non è piacevolissimo; la resa  è dal vivo è di gran lunga migliore: http://www.colin.it/colin.html

Gianluigi Colin. A futura memoria
a cura di  Umberto Palestini

L’ARCA – Laboratorio per le arti contemporanee 
Largo San Matteo, Teramo
21 dicembre 2012 – 10 febbraio 2013

Orari /dal martedì alla domenica 16.00-19.00
Ingresso gratuito

http://www.larcalab.it/a/