étranger. Quarto appuntamento a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2 #savethedate #opening [mostre]

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Quarto appuntamento a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2

Iulia Ghita / Sofia Ricciardi

Opening:

Sabato 14 maggio dalle ore 18,30*

 

étranger, invito - www.etranger.itSabato 4 giugno dalle ore 18,30 si avvierà il quarto appuntamento del ciclo Étranger. Cinque appuntamenti, da febbraio a giugno, all’interno di uno spazio non convenzionale – un ex studio medico – situato in via Raffaello 94/2 a Pescara. Gli artisti (Adelaide Cioni, Milica Cirovic, Ola Czuba, Angelo Di Bello, Iulia Ghita, Fabio Giorgi Alberti, Andrea Liberati, Lorenzo Lunghi, Claudio Pantò, Luca Valerio, Sofia Ricciardi) trasformano lo spazio partendo da due tematiche classiche dell’esistenzialismo di Camus, l’assurdità della vita e l’indifferenza del mondo. La storia insegna come l’individuo, nella motilità, sia portato a riproporre e a costruire metaforicamente l’ambiente nel quale è nato e cresciuto, quel luogo che permette condizioni vivibili di esistenza. Il globo è sicuramente sempre meno alla portata dell’uomo, che spesso si sente straniero nel luogo in cui vive, talvolta straniero a sé stesso. È quindi fondamentale che egli abbia solide basi da riproporre in circostanze che non gli appartengono, cercando di creare condizioni endosferiche affini a quelle del viaggiatore. Dentro lo spazio di coesistenza – in questo caso l’ex studio medico – gli artisti pensano la loro posizione nel contesto territoriale lavorando in coppia e cercando di creare, citando Peter Sloterdijk, sfere, globi, che fruiscano di una seconda atmosfera in uno spazio nuovo da abitare.

Iulia Ghita, RO (videostill), 2014, video HD, colore, senza suono, durata 8,05 min. -www.etranger.itIulia Ghita è nata a Oltenita, Romania, nel 1986. Si è laureata all’Università di Arte di Bucarest nel 2008 e all’Accademia di Belle Arti di Roma nel 2011. Il suo lavoro esprime un forte carattere installativo, anche quando utilizza il disegno e la pittura, come per la fotografia e il video. E’ interessata al rapporto/conflitto/tensione che innesca tra limite della misura umana e il bisogno di trovare una forma finita a cose incomprensibili.

Sofia Ricciardi, Casa con giardino (videostill), 2016, mattonelle, collage su carta, corda, foglie di papiro; video, colore, durata 60 secondi; suono, durata 60 secondi; installazione dimensione ambiente. 8,05 min - www.etranger.it

Sofia Ricciardi è nata a Pescara nel 1985.
Laureata in filosofia, nel 2016 si diploma in pittura presso l’Accademia di belle arti di Roma. Il suo lavoro si basa sulla fusione dialettica tra l’artista e il linguaggio della materia, ogni suo progetto è l’installazione di un mondo fatto di frammenti, la proiezione e la percezione del suo essere in quel mondo.

 

Informazioni utili:

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Quarto appuntamento a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2
Iulia Ghita / Sofia Ricciardi
Opening:
Sabato 4 giugno dalle ore 18,30
Fino al 12 giugno 2016

www.etranger.it
Per info: 327.7511904 / info@etranger.it

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*comunicato stampa
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C’era una volta a Roma / Otto settembre [fasi, punti e ricognizioni]

arte contemporanea, attualità, cultura, eventi, mostre, vita

Sono passati mesi dall’ultima volta in cui ho scritto qualcosa di concreto sul blog. Ho preso una lunga pausa delle parole poiché avevo trasformato questo spazio in luogo di incondizionato ostilità che provenivano dal mio mondo reale e che toglievano molto a quel qualcosa di costruttivo elaborato in circa due anni di attività.

Oggi, 8 settembre, in onore di una data storica che per l’Italia ha significato molto, e che ha visto l’inizio ufficiale di quella che è stata la fase Resistenza, ci provo. Ricomincio da qui ponendo alcune nuove basi.

L’azione, la strategia e l’essenzialità guideranno i miei scritti senza troppe filosofie e destreggiamenti, e chi non vorrà leggermi è ben pregato di sloggiare con la propria impudicizia fuori da queste pagine.

Sono state giornate ricche.

Da giugno a fine agosto,  ho lavorato per una mostra che mi ha permesso di osservare con occhi molto diversi aspetti di un periodo che avevo sottovaluto, poiché annoiata dalla solita storiella della “Dolce vita romana”, dai grandi film e dalle tante informazioni inutili che si lasciano intravedere in alcuni corsi universitari, dai tanti giornali e riviste, e da quelle ripetizioni nozionistiche che dovrebbero essere rivisitate attraverso gli occhi critici di distanza odierna.

Libera da contratto, finalmente, posso esprimere ciò che realmente penso, senza stare a seguire le fila ufficiali, per dare il mio reale punto di vista sulla mostra intitolata: C’era una volta a Roma. Gli anni Sessanta intorno a piazza del popolo, curata da Laura Cherubini ed Eugenio Viola.

Non la solita mostra sugli anni Sessanta, che compiange, quindi, ma uno spaccato di vite vissute tra il 1957 e il 1969 (datazione complessiva delle opere esibite).

Una fase necessaria che vede una netta rottura con l’Informale di Alberto Burri e una apertura verso quello che sarà il destino dell’Arte Povera di Germano Celant, poi.

Un decennio di scambi fruttuosi i cui protagonisti (artisti, critici, storici e galleristi) hanno gettato le basi per la messa in atto di una crisi linguistica della tradizione artistica applicata fino a quel momento.

Importante e necessaria, questa reazione, intendeva rigettare e innescare una visione sulle tragicità trascinate della seconda guerra mondiale, sulla ricostruzione e sul peso di un fare arte che sembrava senza scappatoie, concentrate sull’individualismo di pochi, nonostante l’Italia, in quel momento, si trovasse a nella condizione di  vivere le prime iniezioni di cultura statunitense, nel pieno del clima del boom economico, in innesti geopolitici collegati al blocco statunitense – sovietico della Guerra Fredda.

Sebbene questi aspetti possano essere considerati secondari, per inquadrare quel momento, bisogna avere larghe vedute e non fossilizzarsi solo in un ambito temporale circoscritto. Roma, senz’altro, stava vivendo un periodo di fioritura colossale, ma l’allarme lanciato dalle necessità degli artisti, perlopiù poveri e disastrati, era troppo vivo per manifestarsi solo nella silenziosità dei bar e caffè caotici di Piazza del Popolo.

Il primo punto di “rivoluzione” è stato l’azzeramento: la cancellazione di un tratto materico a favore di un ripensamento monocromatico che si rivelava con l’uso sperimentale di materiali più disparati (cemento, ferro, plastica, carta, velatino, calze a rete e nuovi materiali tecnologici).

Il secondo, la coscienza critica: l’adesione al partito comunista di buona parte degli artisti e l’intera comunità intellettuale viva e vivida pronta a bastonare l’inutile.

Il terzo, l’arrivo della Pop Art americana nel 1964 alla biennale di Venezia: l’identità dell’artista che predomina sull’importanza dell’opera, l’incalzare di quello che è stato poi definito “sistema dell’arte”, le enormi differenze d’impostazione tra processi culturali (e artistici) susseguitesi nel corso dei secoli in Europa (l’atto e il gesto pittorico su tutto) e l’imposizione di produzione americana figlia della serialità e della commercializzazione più becera.

Quarto: le opportunità di chi credeva nei talenti degli artisti fornendogli supporto e sussistenza.

Quinto: togliere l’etichettatura di “Pop art italiana” e dare giusta collocazione alla “Scuola di piazza del popolo”

Di certo è stata una mostra impostata in una maniera diversa, cui ho avuto molta difficoltà, e per poter capire e trasmettere le opere ho adottato una composizione e un ritmo che permettesse ai visitatori più che un incasellamento su tecniche, anni, materiali usati e singole biografie, una precisa strategia di profusione del dubbio.

L’allestimento non presentava didascalie, tutti i lavori erano diversissimi tra loro e si completavano con la forza delle idee e delle ricerche adottate. Una esposizione difficile, per un pubblico comune, poiché disabituato a guardare l’arte attraverso occhi puliti e gli strumenti giusti. Senza troppi filtri, in cui, io guida, ero sottoposta costantemente a un dibattito acceso e costruttivo tra un dialogo e confronto.

La grande capacità dei due curatori è racchiusa nella stesura dei loro testi critici presenti nel catalogo. Due posizioni differenti e indispensabili, che chiariscono quanto tra due generazioni lontane ma coeve, il cambio di percezione sui vissuti possa essere in realtà abissale. Laura Cherubini ha offerto un taglio intimista, di rapporto diretto con buona parte dei protagonisti, raccontando aneddoti e intuizioni geniali. Eugenio Viola ha impostato la sua chiave di lettura nella importanza della Comunicazione, di come in realtà, lo schermo (cinematografico e televisivo), in quegli anni abbia anticipato e prefigurato certi aspetti sulle istante attuali.

Non ho fatto ancora nomi, ma le domande che mi martellano l’esistenza fin dal primo giorno sono:

  1. Cosa ha rappresentato la morte di Pino Pascali nel 1968?
  2. Cosa ha rappresentato il suicidio di Francesco Lo Savio nel 1963?
  3. Se Fabio Mauri ha ammesso che la Francesco Lo Savio è il padre del Minimalismo e che non è stato compreso dalla critica, dovremmo ufficializzare che la matrice è italiana e non americana?
  4. Fabio Mauri con l’opera Schermo, 1957, a soli tre anni dall’arrivo della TV in Italia, prevede l’azzeramento della visione sullo spettatore. Significa che ha fatto le scarpe a molti saggisti che arrivano negli anni ’60 e hanno costruito i loro inespugnabili imperi teorici?
  5. E Umberto Bignardi con il Rotor? Possibile che venga semicitato nei libri di storia dell’arte?

Potrei continuare all’infinito, ma quanti di voi saranno arrivati alla fine?

Artisti: Giuseppe Uncini, Mimmo Rotella, Jannis Kounellis, Salvatore Scarpitta, Franco Angeli, Mario Ceroli, Francesco Lo Savio, Cy Twombly, Pino Pascali, Claudio Cintoli, Nanni Balestrini, Sergio Lombardo, Gino Marotta, Fabio Mauri, Umberto Bignardi, Renato Mambor, Giosetta Fioroni.

Gallerie significative:

La Tartaruga – Plinio De Martiis

La Salita – Gian Tomaso Liverani

L’Attico – Fabio Sargentini

Critici/Storici/curatori

Calvesi, Bucarelli, Argan, Vivaldi, De Marchis, Crispolti, Boatto, Menna, Fagiolo dell’Arco, Rubiu, Trucchi, Trini, Volpi

Per saperne di più:
www.fondazionemenegaz.it (clicca)
http://www.arteincentro.com

Video inaugurazione (musiche e video Ivan D’Antonio)

Ps. il filmato contiene anche le immagini dell’inaugurazione della personale “Alberto Di Fabio. Paesaggi della mente” 

Il borgo, il territorio, le persone: Castelbasso.

cultura, mostre

Non avendo nulla da fare e con la voglia insistente di tornare a visitare una mostra, ieri mattina ho deciso di alzarmi presto e salire a Castelbasso – un piccolo borgo di origine medievale situato in provincia di Teramo, che da anni s’impegna alla ricostruzione della cultura attraverso piccoli passi.

L’aria che si respira è accogliente e frizzante; molte delle persone che incontro prima di arrivare a Palazzo Clemente – sede della Fondazione Menegaz e luogo deputato all’esposizione -, stanno uscendo dalla chiesa di SS. Pietro e Andrea, e s’incamminano nelle piccole vie del paese in un’allegria che si trasmette a vista d’occhio.

Scatti e scritti. Il borgo, il territorio, le persone. Fotografie di Giovanni Lattanzi e degli album di famiglia, è il titolo del progetto curato da Marina De Carolis e Giuseppe Di Melchiorre, che hanno elaborato un percorso allestitivo in grado di stimolare i visitatori, per condurli a un modello di ricostruzione storica intelligente ed efficace.

Quattro sale non organizzate in maniera cronologica, ma in un assetto mentale che caratterizza la nostra memoria, stringono passato, presente e futuro, in una poesia visiva forte e rassicurante.

La percezione che si ha alla fine del percorso è di quanto il contemporaneo storico sia in realtà l’ultimo tassello di una trama ben più intricata; creata affinché chi si trovi di fronte a queste immagini abbia ben chiara la propria identità e applichi su di sé una riflessione.

Quello che voglio dire è che, sebbene si racconti del microcosmo castelbassese, l’organizzazione degli ambienti segue una coerenza stilistica applicabile a tutti noi, anche a chi non appartiene a questi luoghi.

Si susseguono così tra di loro vie antropologiche, etnografiche, antropocentriche, dove l’essere umano, nella sua totalità, è protagonista assoluto.

Spazi, località, siti, paesaggi – come vogliamo definirli – fungono da quinte a scenari che vedono mutati loro i soggetti, ma che fanno affiorare mille ricordi sulla propria esperienza di vita.

Il fermo storico è rappresentato da supporti in legno posti a terra, che emulano la durezza della temporalità, come  fossero massi in roccia, a testimoniare la parola e il racconto di studi affrontanti con seri anni di ricerca, negli archivi.

Si scoprono allora – grazie al racconto di Marina De Carolis che mi ha accompagnata passo per passo – di come, una delle foto che catturano la tua attenzione, sia stata fatta su un soggetto che è morto due giorni dopo lo scatto.

Immaginate nella vostra mente un incrocio su una strada statale; con un semaforo che sta passando dal giallo al rosso verso sinistra;  ma che è verde dal punto di vista frontale; con sotto un anziano che guarda verso di noi; e che con le sue mani corrugate dai lavori manuali reca una cornice che narra tempi andati; su un cammino fatto di flussi di luce in totale movimento.

O ancora, in un’altra stanza, una foto di donna anziana che vive lì, in quel paese; con in mano una sua foto da giovane e che guarda verso di noi tenendo il suo passato tra le mani; con un centro focale che si concentra su una stradina in grado di testimoniare le impronte di una vita di chi ha visto mutare quegli ambienti negli anni, e può raccontarvi, in dettaglio, tutte le metamorfosi accolte, appena si esce dalla struttura della fondazione.

Molti scatti sono ironici, arcigni e strappano sorrisi o risate; tanti altri, testimoniano l’ospitalità di questa gente nell’accettare persone lontane dalla nostra cultura.

La fortuna è quella che ho avuto io, nel sentire alcuni signori (figli, parenti, amici), nel confrontarsi e raccontare le loro esperienze di vita all’uscita della visita, sentendosi un pò più completi e appagati, dopo aver assaporato il gusto fine delle scelte fatte.

Scatti e scritti.
Il borgo, il territorio, le persone.
Fotografie di Giovanni Lattanzi e degli album di famiglia

A cura di Giuseppe di Melchiorre e Marina De Carolis
Palazzo Clemente
Borgo Medievale di Castelbasso

17 Novembre 2012 – 27 Gennaio 2013

Orario di apertura :
Sabato e domenica: 10 – 13/  15.30 – 19.30
26 dicembre e 1 gennaio dalle 15.30 alle 19.30 

Ingresso 3 euro.

Info:

Tel 0861.508000
Sito ufficiale: www.fondazionemengaz.it