La casa di carta, netflix, 2019

La casa di carta (stagione 3) #serietv #recensione

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Circa un anno fa parlavo su questo blog in termini abbastanza infastiditi della serie tv spagnola La casa di Carta. Nel giro di poco ho dovuto rivedere le mie posizioni; gli autori mi hanno fatto riflettere su quanto sia stato spettacolare il loro lavoro di scrittura nel corso delle nuove puntate. Voglio dire: il punto di vista cambia, e pure tanto, da avermi fatto dimenticare quel fastidio che ho assaporato al termine delle prime due stagioni.

Anche in questo caso ciò che lega lo spettatore alla poltrona è l’esagerazione. La volontà di Tokyo di esprimere il proprio potenziale inespresso alla ricerca di nuovi stimoli dopo un periodo di tempo passato con Rio su un atollo sperduto nell’oceano. Quello che genera la spirale vorticosa di un nuovo colpo è il tradimento di un patto instaurato alla fine della grande fuga su acque internazionali e dopo l’ottenimento della truffa più grande della storia di Spagna.

In questa occasione, sono gli studi pensati per opera di un morto, quel grande manipolatore visionario di Berlino a vincere. Lui aveva creato uno schema che alzava il livello delle loro rapine e lo pensa dopo essersi rinchiuso in un monastero cistercense situato in Italia. Lui sapeva che la banda si sarebbe riunita, per questo aveva progettato un furto innovativo dedicato alla Riserva Nazionale della Banca di Spagna per rubare tutti quegli ori depositati in caveau blindatissimo.

Le vere protagoniste sono le donne, lo scontro tra una spietatissima poliziotta e la sua rivale Lisbona – l’agente Murillo innamorata del Professore.

Alla base di tutto questo c’è la tattica Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Con una scena spettacolare le masse cambiano il consenso sui rapinatori che diventeranno veri e propri eroi.

Ora per capire come andrà a finire, dobbiamo aspettare la quarta stagione: argh!

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Chernobyl, HBO e Sky, 2019

Chernobyl #serietv #recensione

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Eccomi qui dopo una pausa lunga più di un mese dove – nonostante il caldo asfissiante – ho continuato a seguire le serie tv sulle varie piattaforme streaming.

Chernobyl è una di quelle che ha catturato la mia attenzione, non solo per il grande parlare che se ne è fatto in rete, ma per capire cosa c’è dietro tutto questo mondo ancora da scoprire su un fatto storico troppo recente per essere compreso nella sua totalità.

Inutile dire che si parla di eroi, di figure che hanno sacrificato la propria vita a discapito di un incidente avvenuto nell’aprile del 1986. Non è tanto il problema delle scorie a venir fuori, dei danni di salute che ci portiamo avanti da più di trent’anni, quanto il lato umano di chi ha compiuto scelte professionali che implicano un valore etico che si intreccia alla situazione politica di quel tempo.

Quello che emerge è una crudeltà estrema di fatti avvenuti per un errore umano, situazioni che hanno coinvolto migliaia di persone e sulla pelle si è contributo a costruire un messaggio che ha nascosto verità atroci per lungo tempo. Siamo ancora negli anni nella ex Unione Sovietica, il muro di Berlino non era ancora caduto, tante situazioni erano manipolate a seguito del regime propagandistico comunista; si è davanti a uno dei più grandi incidenti nucleari al mondo – almeno per quegli anni; a una grande perdita di esseri umani e a un aumento esasperato di malattie di ogni tipo.

La serie sembra suggerire che l’Europa è stata salvata a seguito di un gruppo di professori che hanno deciso di portare avanti la volontà della Accademia, di affermare che la scienza ha un valore centrale all’interno di questi meccanismi dove la coscienza sembra posta in secondo piano rispetto all’apparenza da mantenere.

Quello che cattura l’attenzione è infatti la capacità di una nazione di permettere l’accessibilità allo studio e riconosce che i migliori possono contribuire alla risoluzione di un problema. Il danno maggiore? Affermare la propria posizione vuol dire assumersi di essere il rischio di essere escluso, isolato e senza più funzioni. Il prezzo da pagare per essere coerente con la propria esistenza.

La serie è molto dura, le immagini sono fortissime.
La consiglio poiché molto veritiera, la sconsiglio a chi è estremamente sensibile a immagini molto dirette e crude.

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#Eventi culturali #turismo #2018

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Ultimo di questa serie di articoli è quello dedicato agli eventi culturali che ho ricercato e ai quali ho partecipato:

  1. Aranzulla day con Salvatore Aranzulla, Auditorium Antonianum, Roma – Recensione
  2. Henri Cartier – Cartier Bresson. Fotografo a cura di Denis Curti,
    Mole Vanvitelliana, Ancona – Recensione
  3. The Florence Experiment. Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  4. Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano a cura di Luca Massimo Barbero, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  5. Casa Buonarroti, Firenze – Recensione
  6. Marina Abramovič. The Cleaner a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione.

Non recensite:

  1. Duomo di Arezzo per l’affresco della Maddalena di Piero della Francesca
  2. Chiesa di San Domenico di Arezzo per il Crocifisso ligneo di Cimabue
  3. Basilica di San Francesco di Arezzo per La Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca
  4. Fortezza Medicea – Arezzo
  5. Figline Valdarno, Firenze
  6. Sarà presente l’artista. #0 Matteo Fato a cura di Simone Ciglia, Palazzo Clemente, Castelbasso (TE)
  7. Ripattoni in Arte, Teramo
  8. Fabio Mauri. 1968 – 1978 a cura di Laura Cherubini, Palazzo De Sanctis, Castelbasso (TE)
  9. Still of peace and every day life. Italia – Marocco:
    Fatiha Zemmouri – Materia Prima a cura di Paolo De Grandis, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE); Alberto Di Fabio – Infinitamente, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE) a cura di Antonio Zimarino; Amazigh: Berberi del Marocco di Luciano D’Angelo a cura di Sandra Fiore
  10. Rivestiti di incorruttibilità – I busti reliquiari della raccolta capitolare a cura di Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri (TE)
  11. Marco Fulvi – Effigi, Museo Capitolare di Atri (TE)
  12. Giuseppe Stampone. Precipitato Formale, Eduardo Secci Gallery, Firenze.
  13. Per Fabio Mauri. L’Aquila 1979 | 1999, Accademia di Belle Arti L’Aquila (AQ)
  14. SAM JYU ZI SEOI / A heart like still water di Bruno Cerasi, Libreria La Cura, Roseto degli Abruzzi (TE)
  15. Dalle stelle in una grotta. Le natività di Annunziata Scipione a cura di Valentina Muzii e Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri.

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Insatiable #serietv [#recensione]

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Questa è la storia di una ragazzina obesa che incontra un coach tutto strano, un personaggio laureato in legge con studio ereditato dalla famiglia e con una magica passione: rendere le donne uniche e portarle alla vittoria nei concorsi di bellezza.

Insatiable potrebbe sembrare una serie tv per signorine impertinenti, ma nella sua evoluzione si comprende che a guidare la struttura narrativa è il bisogno di vendetta. La chiave di interpretazione è la solita impostazione americana di rivalsa per apparire diversi, cioè rimanere intrappolati in uno schema che è una idea utopica di corpo, di desiderio e aspirazione. Una sequela di eventi che rendono evidente il narcisismo dichiarato nelle puntate, con atteggiamenti che guidano gli istinti reali dei personaggi fino a mostrarli per la loro vera natura.

Insatiable, Netflix, 2018 #insatiable

Patty Fatty (la protagonista) è una moderna Lolita che ha il carattere di Carrey – un incrocio tra la pellicola di Stanley Kubrick e la letteratura Stephen King – assemblata al mito di Drew Barrymore (in carne, buffa, viva in un mondo tutto suo). Il suo senso di colpa la porta da un polo all’altro dopo un brutto incidente che stravolgerà tutto. La serie affronta in modo piuttosto leggero argomenti legati alla sessualità, alla povertà, alle relazioni e alle reti di manipolazione. Non è entusiasmante, ma è adatta a svuotare il cervello e ridere su certe assurdità che capitano in ogni singola puntata.

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La casa di carta, Netflix, 2017

La casa di carta #serietv [#recensioni]

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Di tutte le serie viste finora La casa di carta è quella che mi ha irritato di più. Si tratta di una storia che ha come tema portante la rapina alla zecca di stato spagnola. Lo scopo è rivendicare la propria esistenza con un atto politico di Resistenza, elemento che si contrappone alla idea maledetta di bisogno di amore.

Alla base un gruppo di persone selezionate e organizzate per ruoli. Emergono i vissuti dei singoli, con una speciale attenzione a Tokyo, una ragazza vendicativa che racchiude l’acerbo di un sentimento incontrollabile e desideroso di fiducia. Dei protagonisti si è a conoscenza dei nomi in codice assieme a poche cose per identificare il prototipo a cui lo spettatore ha la necessità di affezionarsi.

Tokyo, La casa di carta, Netflix, 2017

L’astuzia degli autori è nel conoscere molto bene i meccanismi storici. Il fastidio arriva quando si evidenzia come questo potere sia capace di sfruttare le dinamiche contemporanee nella micro società creata ad hoc dalla loro scrittura.

Il progetto ha il suo vertice nel Professore – un uomo che rappresenta al meglio il concetto di utopia; al suo fianco, compagno di visioni non proprio egualitarie, Berlino – un acclarato narcisista manipolatore. A loro servizio, la plebe, con gruppo di esecutori materiali specializzati ognuno in attività criminali diverse.

Professore+ Berlino, La casa di carta, Netflix, 2017

L’espediente che armonizza l’andamento della visione è l’amore. Giustizia e ideologia sono contrapposte e tese a coordinare sentimenti irrazionali e contraddittori che si intrecciano nella relazione tra Il professore e l’ispettore di Polizia. L’economia è il meccanismo di andamento commerciale che serve a regolare i rapporti con la popolazione strumentalizzata dai media.

L’uso del punto di vista ribalta il senso e il ruolo degli ideali di sinistra, li trasforma in qualcosa che crea un mito su figure losche che rappresentano il lato brutto della vicenda. Il messaggio che passa è che se sei farabutto – e hai quei principi politici – ce la farai a vincere, resistere per superare lo stato di polizia e fottere il sistema.

Molti degli stereotipi adottati ricalcano eroine del cinema, alcune riecheggiano Huma Thurman in Kill Bill di Quentin Tarantino o Natalie Portman in Leon di Luc Besson. La serie nella sua totalità è piacevole quanto fastidiosa per la sua irriverenza, ma in certi punti scontata e banale, tanto da perdere la totale credibilità nella sua ultima puntata.

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Autostrada A24, GranSasso e Monti della Laga (versante teramano), maggio 2018, ph. Amalia Temperini

#Summer

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È arrivata l’estate e come ogni anno entro in standby durante questi periodi. Ho deciso di rallentare un po’ il ritmo settimanale di scrittura degli articoli. Cercherò di vivere quello che mi attraversa in questi mesi e tornare con molta più carica nelle prossime settimane. Mi trovate quasi giornalmente su Instagram o sulla pagina fan di Facebook del blog.

Statemi bene.

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Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

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Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

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Terry Notary e Claes Bang in "The Square" di Ruben Östlund, la settimana del biotopo. Pressbild - img taken form - https://www.metro.se/artikel/biotoppen-the-square-ny-etta-xt

The Square di Ruben Östlund #film #arte #società [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cinema, collezionismo, comunicazione, concerti, costume, cultura, danza, film, fotografia, giovedì, gossip, marketing, mostre, musica, Narcisismo, recensioni arte, religione, rumors, salute e psicologia, social media, società, spettacolo, spiritualità, videoarte, vita

The Square è un prodotto diretto da Ruben Östlund vincitore dell’ultimo Festilval di Cannes, in Francia. Il film sottopone lo spettatore a una realtà fin troppo conosciuta, costruita in un progetto che racconta il vecchio in una linea continua di argomentazioni incastonate sul potere dei soldi e la perdita del proprio valore umano.

La trama nel suo primo livello racconta la solitudine di un curatore sulla quarantina che dirige un museo di arte contemporanea. Un uomo davanti a un cancello chiuso e un muro di cumuli di immondizia da oltrepassare, metafora di una coscienza vuota, nutrita di collaborazioni e relazioni adolescenziali. L’ego di Christian (Caes Bang) è talmente smisurato che può permettersi di creare condizioni al limite dell’imbecillità, senza alcun senso di responsabilità nei confronti di se stesso, dei visitatori, dei dipendenti e degli anziani finanziatori. Le persone più care che ha attorno sono costrette a subire le traiettorie che lo trattengono fino all’errore, quando è chiamato a risolvere quel conflitto con un bambino che chiede giustizia per un torto subito. A innescare il processo di verità un progetto di comunicazione e marketing affidato a un ufficio stampa esterno alla istituzione contattato per la promozione dell’opera The Square di Lola Arrias, artista e sociologa argentina che ha posto le basi per un lavoro relazionale dedicato all’ascolto e alla fiducia.

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

La piazza, il quadrato, è un monitor posto a terra. Una luce fluorescente che illumina una porzione di sanpietrini che si sgretolano come pixel. Si tratta di un elemento che evidenzia un isolamento. Un processo che allo stato attuale delle cose designa l’annichilimento di un essere umano su un qualsiasi social network – o strumento tecnologico – una volta finitoci dentro ingannato dalla perfezione apparente di un reclutamento sbrilluccicoso di matrice squadrista.

Questo dato è rimarcato anche da una frase pronunciata da Cate Blanchett in Manifesto di Julian Rosefeldt del quale ho parlato due settimane fa su questo blog (Trailer minuto: 1.08).

Lo scopo di The Square è mostrare alcune dinamiche che rivelano il sontuoso mondo dell’arte che dovrebbe parlare di oggi. In realtà è una dimensione dove si è di fronte a un perbenismo suicida che raccoglie quintali di ipocrisia di un sistema chiuso. A evidenziarlo una situazione in cui prende corpo la locuzione latina Homo Homini Lupus nella sequenza designata da Ruben Östlund dove l’artista scaccia un suo collega per un puro atto di sopraffazione egoistica. La scena è costruita in una sala sontuosa dove accade di tutto; chi dovrebbe intervenire a ristabilire l’ordine rimane seduto a bocca aperta a gustarsi l’istinto che ammazza l’impotenza della vanità.

La figura geometrica che si ripete nell’intera visione – nelle più dichiarate forme – richiama alla memoria il Cubo Invisibile di Gino De Dominics del 1969, i Concentric Square di Frank Stella del 1966, il Filtro e Rete di Francesco Lo Savio del 1962; in realtà è un labirinto junghiano di ossessioni eccellenti che sfiancano e immobilizzano gli atti e i pensieri di Christian il direttore.

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio


La pellicola è una
gigantesca opera minimalista: impersonale e svuotata di sentimenti e significati. È una intercapedine narrativa in cui non esiste soluzione e dove per 120 minuti si denuncia in chiave sovversiva – ironica e grottesca – una crisi generazionale dovuta alla mancanza di figure di saggezza e di protezione, che sono i simboli dell’esistenza, punti di riferimento, chiavi di maturità e consapevolezza, sui propri fallimenti.Colonna sonora pazzesca.

Chi lo ha visto? e che reazione avete avuto?

The Square di Ruben Östlund (2017)

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Manifesto di Julian Rosefeldt (2015)
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M. Angela Musolesi, Presidente degli esorcisti. Don Gabriele Amorth #shalom #libri [#recensione]

attualità, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, società, spiritualità, vita

Si tratta di una di quelle figure che incutono timore, persona che ho sempre ascoltato per via televisiva, ma mai letto nulla di suo.

Presidente degli esorcisti. Esperienze e delucidazioni di Don Gabriele Amorth di M. Angela Musolesi (Shalom, 2010) è un libro-intervista che introduce alla figura dell’esorcista, agli studi che occorre fare per specializzarsi, che vanno dalla conoscenza approfondita di più ambiti della cultura religiosa, alle nozioni di psichiatria.

Don Amorth nelle sue dichiarazioni parla di politica e di come sono mutati gli scenari della sua materia con la nomina di Giovanni Paolo II di come gli spiriti negativi rifiutino Papa Wojtyla. I dati riportati, invece, riguardano la mancanza di esorcisti in paesi inaspettati come la Spagna e il Portogallo, ma anche gli introiti generati da maghi e astrologi nelle regioni italiane nel 2010. Le esperienze esemplificano le diverse forme di ritualità legate al bene e al male. Si rivelano casi in cui si pratica un esorcismo, una messa nera, e come sono cambiati i loro rituali negli anni. Si comprende quanto il rito del battesimo è importante e allo stesso tempo come il termine possessione (bramosia) è capriccio egoistico che assume forme diverse con uno o più desideri inespressi.

Il testo afferma che l’inferno è solo un posto in cui si trova l’anima. È uno schema di attacchi tra Satana (o i piccoli demoni) contro la Madre di Dio e Gesù Cristo. A vincere sono gli ultimi due: chi è capace di manifestare l’essenza con il potere della autenticità. Per questo il diavolo (l’egoista, il narcisista, il manipolatore, una persona infima e di poco conto) è un incapace: una immagine illusoria e reale di chi ha una grande paura del proprio e altrui bene.

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Daft Punk e vita #resoconti [#musica]

attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, giovedì, marketing, Narcisismo, pubblicità, salute e psicologia, social media, società, spiritualità, tecnologia

In questa fase stratosferica di cambiamento ho venduto molti libri, distrutto molti dischi inascoltati o scaricati negli anni d’oro del peer2peer. Ho ragionato in termini di falsità su quello che mi ero autoimposta in una fase precedente e successiva alla adolescenza, quando le contaminazioni politiche e le persone più disparate plasmavano e condizionavano l’individuo che eri o quello che volevi diventare in età adulta.

Ho dedicato molto tempo a me stessa e ho concluso che la rimozione dai social è stata la linea più pulita che potessi fare per la salute mentale negli ultimi mesi. Ero indecisa se cancellare anche il blog, ma ho pensato che qui esiste un pezzo del lavoro costruito in diversi anni e non era giusto farlo, per il tempo e l’impegno investiti.

Ho ragionato in termini di specchio: se Facebook è la presunta realtà, per me, essa non ha più valore. Arrivo dagli albori di Internet, da quel periodo (fine anni ’90) dove ognuno si nascondeva con la propria identità attraverso un nickname. Si cercava fuga dal rumore del reale, nuove vie e metodi di comunicazione. Con il mio nome e cognome, su un qualsiasi spazio, avverto un grande caos, tanto da rendere immobile e inagibile corpo e mente in un modo completo. Essere in attesa per rimanere ad attendere chi? Un commento? Un qualsiasi messaggio? Si può dire che è lo stesso, il medesimo atteggiamento che portò molte persone a costruire la conoscenza di quelle che erano le nuove identità nascoste, ma con un segno invertito, con i suoi pro e contro, in un abbandono che è ritorno alla calma della vita vera, oggi.

Il mio nome e cognome rimangono sul blog, senza fotografie o storie personali, senza piu’ l’accettazione di immagini difficili da rimuovere dalla mente, quelle cose che incrementano un immaginario che esiste ed è plasmato dalla condivisione, frutto di proiezioni e paranoie inutili. Mi sono resa conto di come qualsiasi forma di plagio sia un trauma legato a foto e video che posso misurare e controllare con nuovi comportamenti sui consumi. Ho fatto spazio, sto facendo spazio al mio tempo, alla rete di contatti, alle scelte che voglio adottare in termini di cultura personale. Sono anche a buon punto dal cambiare professione, nel senso che opero in settori lontani dall’arte che implicano una vicinanza sfrenata alle persone, sui loro gusti, alla conoscenza, e mi diverto tantissimo. Incontro molti come me, che si adattano a fare centomila cose senza piagnistei, senza bisogno di fughe, senza reclamare quella necessità di apparire facendosi vedere nei contesti più disparati, persone che guardano al momento presente senza andare oltre con la testa, senza schemi elaborati in scatti che raccontano un vuoto plateale di chi sta costruendo set e sessioni a tavolino, di chi si presta al gioco nel distribuirle. Tutti lo fanno, tutti hanno paura di essere dimenticati.

In Abruzzo, ad esempio – parlando del settore in cui ho operato per sette anni e imparato a conoscerne le dinamiche – non esiste una rete di operatori dell’arte, ma una mafia. Un recinto di maiali orwelliani che illudono gli artisti senza offrire loro tutela e guadagno, senza dare una via di supporto critico alla ricerca che intraprendono. Per questo motivo, il ristagnamento che esiste è dovuto a chi crede che le cose si possano fare senza una progettualità a lungo termine e senza soldi, senza sudare o studiare, solo tra amici di connivenza e convenienza in un asilo che è un sistema malato e votato al negativo e a una nicchia isolata.

Mi ritrovo con una manica di vecchi quarantenni con molti strumenti in mano a far finta di essere interessanti, innovativi e giovani. Si può dire che molti puntano alla visibilità in un tempo sbagliato, un tempo che è dedicato all’ascolto.

Per citare Manlio Sgalambro, questi tizi qui hanno scelto una via politica, libera. Io, Amalia Temperini, perseguo la verità, autentica. Per questo la strada la cambio e la faccio mia, il resto se ne vada a fare in culo come le sterpaglie di una città bruciata colata a picco dai suoi stessi cittadini.

Proprio la rimozione del vecchio, dell’idea di persona che volevo essere, avvenuta inconsciamente con gli ideali politici che mi hanno incastrato in una prigione costruita con le mie stesse mani in catene radicali, non offrendomi mai una visione sana, riparto. È stato l’incontro con il vinile dei Daft Punk a rendicontare. Trovarmi davanti a una scelta sterminata di dischi, prendere quello di chi adopera la tecnologia più avanzata per fare ricerca in una fattura tradizionale, a ridare slancio. Mi sono resa conto per la prima volta che questo tipo di cura e selezione musicale implica una azione. Alzarsi per girare lato ogni quattro brani in un movimento costruito su una linea basata in due o quattro sequenze di ascolto, che offre la possibilità di risentirli come tutte le macchine progettate dall’Ottocento in poi, ma anche cambiare versante in una molteplicità di fruizioni, le stesse che ho cercato di modulare in tutta la mia vita senza maschera, senza società, da sola, in silenzio, col mio viso in questo momento alterato dagli occhiali da vista.

Buon fine anno! [#happynewyear]

arte, cultura, eventi, lavoro, vita

Il 2017 mi ha portato nuove consapevolezze.
Nuova felicità.

Il blog tornerà nella sua regolare attività nel 2018.

Buon anno!

Mirror #comunicazione

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, cultura, letteratura, mostre, recensioni arte

Alcuni mesi fa ho avuto modo di conoscere Paola Cimini in una guida d’arte presso la Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso. Uno di quegli incontri che pensi possano nascere e morire nell’istante in cui iniziano perché tanto belli e di confronto. Si è chiacchierato un po’ alla fine della visita e ho scoperto solo in seguito avesse una agenzia di comunicazione chiamata “Mirror”.

Lo specchio, un argomento a me caro per gli studi sul narcisismo, lo specchio a lei molto caro, base di questo suo progetto importante.

In seguito mi ha commissionato un articolo per il suo sito che avesse un punto di vista personale su un’opera precisa di Michelangelo Pistoletto. Ho scomodato anche qualcun’altro per rafforzare il discorso. Adoro le connessioni, le sinapsi, i collegamenti in natura che portano a una crisi dei modelli: i canoni.

Buona lettura!

Questioni di veduta.
Le connesse relazioni di Michelangelo Pistoletto agli specchi