Buon fine anno! [#happynewyear]

arte, cultura, eventi, lavoro, vita

Il 2017 mi ha portato nuove consapevolezze.
Nuova felicità.

Il blog tornerà nella sua regolare attività nel 2018.

Buon anno!

presa dal web

#pollution [sunday]

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, musica

 

Sto vivendo da due secoli in oceani,
ho imparato come respirare mare,
le mie mani diventano squame,
sotto il mare sta cambiando la mia struttura
e il mio corpo è sempre più uguale ai pesci.
I miei capelli diventano alghe.

 

 

Francuzzo non mente mai.

amore, cultura, musica, Narcisismo, vita

Il blog in questi anni ha cambiato tante vesti, riflette totalmente la sua autrice, rinnovandosi, nonostante le parole schiantategli addosso.

 

La mia anima non stilla miele e dolcezze,
happyness and truth, bisogni naturali.
Ma io ho una bambina, negli intervalli,
che mi accarezza i bianchi capelli.
E gli anni si fanno docili al suo tocco
mi bacia sulle guance crudeli
e giochi pazienti di rami mi intreccia
con le sue pupille da gatta.


Interpretazione 

4 ottobre: “Cercare l’uno al di sopra del bene e del male”

amore, vita

E’ brutto quando certe volte ti accorgi che alcuni a te vicini non ti hanno amato quanto tu abbia fatto con loro. Non è spaventoso, neppure mostruoso, se tutto si svolgesse nella regolarità di un rifiuto senza un abuso psicologico. Quando certe persone incappano nella loro vita per problemi proiettati da altri, mentre tu hai solo il coraggio di dire come la pensi, rispetto a chi ha compiuto il danno sulla persona con la quale stai parlando, tu, protagonista empatica diventi vittima e carnefice di un meccanismo che ha disabituato (o non mai insegnato) ad amare. Per quel poco che ho capito in questi trentanni di vita, se c’è una cosa che va potenziata è proprio l’amore. La forza della compassione unita alla resistenza del proprio essere. Ci sono momenti bui per tutti, nessuno escluso. Questo non vuol dire segnare maledettamente l’esistenza altrui poiché impossibilitati a vivere la propria. Se uno è felice o si accontenta delle piccole cose, senza esibirle ma offrendole a disposizione come strumento, non ho capito per quale strano motivo debba essere invidiato o crocifisso. Davvero, non capisco il circuito mentale che porta a tutto questo. Per me esistono dei motivi, ogni passo della esistenza è generato da dei motivi, piccoli pensieri che vanno elaborati, pensati e meditati mettendosi in discussione. La coscienza per me ha un grande valore di onestà. Prima o poi parla, per tutti, soprattutto ai peggiori, quelli che cambiano maschera a seconda della convenienza. Ci sono persone che non capiranno questo messaggio perché rifiuteranno la logica con la quale lo sto scrivendo. Purtroppo solo i somiglianti capiranno e si sceglieranno, lo faranno per lesioni, per storie comuni, per esperienze similari, per altri cento motivi. Non per proiezione. Il danno principale è proprio quello di cadere nell’assorbimento di paranoie altrui e lasciarsi trasportare nel buio. La vita è luce. Spesso capita che ci si sente a disagio per azioni che si sta compiendo, come fossimo ancora ragazzini di quindici anni non capaci di relazionarsi al mondo per paura o per disagio. Quando si è adulti bisogna dirlo e affermarlo, dimostrare a se stessi che si possono compiere atti validi e forti, prima ancora che agli altri, nell’assumersi delle responsabilità. Ho sempre creduto nel potere della parola detta, scritta o parlata, non ha differenza se chi legge si immedesima in te per compassione. Attorno a noi purtroppo c’è una società che si trova in una condizione pessima di vissuto. Concentrata nella natura del narcisismo. In questo anno ho intrapreso, studiato a fondo queste dinamiche. Spesso ci limitiamo a definirli “stronzi”, tanto sono cattivi. Se imparassimo a chiamarli narcisisti, approfondendo il significato del termine, verrebbe fuori qualcosa di più chiaro. Un meccanismo psicologico che puo’ spezzare le vite degli altri se non si ha la forza di reagire. Lo scopo del narcisista è quello di rapinarti l’energia e farla sua. Assorbirla tanto da viverci, sopravvivere per camparci. Se vai via dalla loro vita per scelta, difesa, cioè sottrai l’acqua dal loro specchio, entrano in crisi d’astinenza e subito trovano un’altra vittima in sostituzione, vagano come dannati. Tu, invece, che ti senti sbagliata a prescindere perché hai difeso la vita con tutte le forze del mondo, diventi per loro la vittima prediletta di un gioco masochista che sfoga nella tirannia, spesso psicologica. Chi si muove giocando così, spesso è uno stratega noioso, abbastanza banale e lo si scopre dopo alcuni movimenti, se si è allenati ad avere a che fare con questi parassiti. Ne girano più di quanto potete immaginare. Il danno peggiore, la giostra altalenante, è invece oggi alimentata dal web. I rapporti umani sono a zero, basta fare un giro nelle piazze, oppure dietro l’angolo più stupido di un paesino, per vedere quanto il mondo moderno della tecnologia influisce sulle relazioni. Buona parte dei nostri discorsi importanti li svolgiamo sui social, sulle app. Quello che voglio dire è che si è perso il contatto con gli occhi, siamo arrivati alla desertificazione emotiva imposta da uno strumento che ci ha abituati al diverso, a un servizio, messi a disposizione del mutismo. Quando si esce fuori ci troviamo poi a vivere una condizione straniante, la realtà. E’ tutto poi sembra improvvisamente rarefatto, bello o brutto che sia, la condizione in cui si manifesta è qualcosa che ci appartiene, che conosciamo, ma che abbiamo – momentaneamente – sospeso e abbandonato a favore di questa solitudine di vissuto. Dovremmo ricominciare a spingerci fuori, ritrovare l’unico, tentare di elevarci a qualcosa di più ambizioso, che metta la nostra vita al centro, non in maniera esasperante o asfissiante, piuttosto renderci utili senza pensare al doppio fine, capire cioè come evitare di fregare l’altro per scampare da una situazione ciclica, che in fine dei conti ti porterà di nuovo allo stadio di partenza.
Nell’ultimo anno c’è stata una persona che si è permessa di dirmi che parlo per “messaggi promozionali” . Una impostura bella e buona, se ci rifletto su. Se anche fossero messaggi promozionali, sono i miei, puliti, dei quali non devo assolutamente vergognare, poiché io credo in quello che dico, e se mi esprimo per una volontà, in cui voglio rassicurare l’altro, lo faccio, lo faccio anche così, in modo semplice e diretto, senza linguaggi sofisticati perché a me non serve dimostrare che si è intellettualmente impegnati e fini per farmi accettare.
Lo voglio dire oggi, nel giorno di San Francesco, maestro che mi ha permesso di approfondire il suo credo di semplicità in occasione della tesi triennale. Persone, i francescani, che non mi hanno mai imposto la loro regola, la sopraffazione, mi hanno accettato anche nelle discussioni in cui ero in totale incongruenza di pensiero. Un grande esempio di rispetto e condivisione.
Stamattina il cielo è grigio sui monti, c’è aria fresca che entra dalla finestra della sala, su di me c’è il sole, mi sento molto concentrata.
Bisogna volersi bene nella vita, partendo da se stessi.

Noia e attese

cultura

Poi ci si sveglia di colpo una mattina e ci si rende conto di quanto tempo si sta perdendo per rincorrere i pensieri. Inutili per giunta. Non so se capita anche a voi di scoprire dei momenti vuoti, quelli che si nascondono dietro gli angoli delle nostre case, pronti ad azzannarci con un morso carico di milioni di paure. Io non ho paura, non ho mai avuto paura della vita. Sono una che si butta abbastanza velocemente nelle cose, ma quando non lo fa è solo per motivi validi, i miei. Un esempio potrebbe essere quello della perdita di fiducia improvvisa; un altro, invece, la titubanza di un individuo davanti alle cose. Devo dire la verità: sono molto spaventata dalle persone indecise, mi rallentano e mi tolgono aria. Ci sono anche i finti indecisi, quelli che vogliono attirare l’attenzione su di sé affinché sia data loro la possibilità di lagnarsi. Non vorrei essere una femmina rompiscatole, ma l’ultima categoria è con tutta sincerità perlopiù maschile. Sono giorni che esco, chiacchiero, motivo, incontro gente, stabilisco connessioni cerebrali col mondo. Il senso che mi pervade è però quello della noia. Una sensazione costante di instabilità e attesa che mi rallenta le facoltà mentali e fa nascondere le mie reali esigenze. Penso: sarà un periodo? Ma un periodo quanto dura? Tra una riga e l’altra? E se ci sono le colonne di mezzo a spartire la pagina? Al solito mi faccio mille scrupoli prima di identificare la ragione del rallentamento. Allora fotografo qualsiasi stronzata che mi capita davanti alla presenza di altre persone. Mi costruisco un buco temporale che possa rappresentare lo stato mentale di quel momento. Prendo in mano il cellulare, fotografo piante, nuvole, vasi, vie, tazze di latte e biscotti in maniera compulsiva e sconsiderata. Mi piace pensare che l’altro che vede questi miei atteggiamenti possa immaginare che io sia una sociopatica asociale che cerca vibrazioni sensoriali nell’anonimato del web. Mi fa ancora più ridere quando su Instagram carico queste foto bruttissime e ottengo una serie di “mi piace” a coronamento. Non capisco mai la logica delle sinapsi che partono e che portano a questo buco virtuale con l’unica potenza dell’haircut all’ultima moda.

Sono persone in transito come me? Cercano svaghi? Sono proprio tristi dentro? Mi piace ancora pensare che il mondo sia triste e mi piace osservarlo nei silenzi delle lunghe camminate fatte sui lungomare delle spiagge. Camminano tutti imperterriti in silenzio soprattutto di domenica pomeriggio, con le loro facce serie e dissociate. Alcuni ridono, altri si divertono tantissimo per chissà quali racconti o fatti, altri cercano lontano e spostano lo sguardo. Io vago con un mio chiacchiericcio mentale.

Si capisce che questo scritto non ha senso?
E’ uno sfogo per iniziare a studiare. Tra un po’ arriva una mia amica. Ho una giornata davanti per costruire un progetto. E’ un po’ buffo rendere schematici dei soggetti dopo aver sparato parole a caso seguendo il filo scoordinato dei tuoi pensieri e facendo credere agli altri che hai dei disturbi mentali non poco credibili e che commetti molti errori di digitazione e ripetizione senza l’uso corretto di virgole e sinonimi, però un certo punto sti cazzi.

Apriti Sesamo Live – Franco Battiato

arte, artisti, concerti, cultura, danza, musica, vita

Dopo alcuni mesi di attesa finalmente ieri sera è arrivato il caro concerto che attendevo da un po’: quello di Franco Battiato, legato al suo ultimo album Apriti Sesamo.

Tralasciando tutte le attese di noi amici in arrivo al Teatro Massimo di Pescara – luogo dove si è svolto il concerto – mi soffermerò a descrivere le cose che mi hanno colpito di più.

C’è da premettere che lo seguo da qualche tempo, ma non avevo assistito mai a un suo live, e per questo avevo tutti i buoni pregiudizi del caso e la paura che potessi uscirne pentita di aver contributo da sola a distruggere un mio mito personale. Questo non perché lui non sia un grande artista, ma ho maturato una certa repulsione per la musica dal vivo negli ultimi tempi, un po’ per i costi eccessivi e un po’ per la mancanza di  emozioni e per la noia che mi generano musiche e testi.

Mario Incudine ha aperto la serata con una serie di pezzi che ci hanno riportato all’interno di una dimensione siciliana; sebbene sia stato acclamato in diversi articoli per la sua bravura, ho da dire che la sua posizione non mi ha colpito per niente. Si tratta ovviamente di gusti: è partito bene con una grande ballata folk, per poi arenarsi e spegnersi a poco a poco, come il più anonimo dei musicisti, compiendo anche un atto di blasfemia sfrenata facendo un remake, nella sia lingua natia, di Bocca di Rosa di Fabrizio De Andrè, con l’ottenimento di un saluto tiepido e ricco di critiche che lo ha accompagnato fuori dalle scene teatrali.

Al contrario Franco Battiato ha costruito un crescendo sempre più grande, in ascesa ed elevazione. La sua dimensione chiusa in una scenografia geometrica, scissa tra orizzontalità e verticalità, ha creato un minimalismo compositivo che si completava con un gioco di luci psichedeliche, accecanti e vibranti allo stesso tempo.

I suoi ultimi lavori sono fuggiti: li ha cantanti in una maniera consequenziale, velocissima; uno dietro l’altro senza troppe parole, seduto su quel suo tappeto da saggio osservatore medianico, posto al centro della sala, e assorbito da quella sua aura straniante, proveniente e trasmessa a noi, dai musicisti alle sue spalle.

Ho apprezzato proprio questo dettaglio, soprattutto la posizione dei quattro archi in alto, che oltre a una questione organizzazione armonica, come idea, rimandava a una base Classica, che è poi la progenitrice di tutto creato musicale.

Più volte durante questa fase ho sentito la necessità di un distacco: la situazione venutasi a creare aveva dei ritmi che costringevano a chiudere gli occhi e a rimanere in comunione totale con la musica, costruita come un vero e proprio mantra per tutti gli astanti incantati ad ascoltarlo.

Tante volte ho visto suoi lavori video o partecipazioni tv, ma nonostante la sua gesticolazione fosse sempre marcata, non avrei mai immaginato che dal vivo potesse essere restituita in maniera così diretta. La comunicazione non verbale del gesto arrivava triplicata centomila volte rispetto alle parole. Cosa che per me ha dello sbalorditivo, un vero e proprio completamento all’intensità di significati pronunciati, scritti e trasmessi dai suoi testi.

Il tripudio e il divertimento sono arrivato dai suoi “famossimi” (che non citerò) incastonati nella memoria collettiva. Tanto è stato coinvolgente, che il pubblico seduto in platea ha rotto gli schemi della rigorosità del luogo, per appoggiarsi al palco, in un vero e proprio concerto di piazza, dove tutti ballavano e cantavano conquell’artista sessantancinquenne entusiasta e felice dell’irruzione che era appena stata fatta.

Quando tutto si è chiuso anche lui sembrava non volerci abbandonare. E’ rimasto a guardarci, osservarci e sentirci, per poi uscire a piccoli passi, dopo un’ora e mezza, con una gratitudine immensa.


Ps: la Cura dal vivo è veramente il brano più brutto che ha scritto.

Pps: In tutto questo, Sanremo è stato vinto da Marco Mengoni. Avevo detto ai miei amici che lui avrebbe vinto: il suo brano ha una melodia che vende, lui è bello. Per me gli Elio e le storie tese sono i vincitori assoluti; non di certo per l’effetto sorpresa, ma la loro capacità di prendere per culo il mondo con i loro travestimenti da nani in presenza di un attore porno come Rocco Siffredi.