Noia e attese

Poi ci si sveglia di colpo una mattina e ci si rende conto di quanto tempo si sta perdendo per rincorrere i pensieri. Inutili per giunta. Non so se capita anche a voi di scoprire dei momenti vuoti, quelli che si nascondono dietro gli angoli delle nostre case, pronti ad azzannarci con un morso carico di milioni di paure. Io non ho paura, non ho mai avuto paura della vita. Sono una che si butta abbastanza velocemente nelle cose, ma quando non lo fa è solo per motivi validi, i miei. Un esempio potrebbe essere quello della perdita di fiducia improvvisa; un altro, invece, la titubanza di un individuo davanti alle cose. Devo dire la verità: sono molto spaventata dalle persone indecise, mi rallentano e mi tolgono aria. Ci sono anche i finti indecisi, quelli che vogliono attirare l’attenzione su di sé affinché sia data loro la possibilità di lagnarsi. Non vorrei essere una femmina rompiscatole, ma l’ultima categoria è con tutta sincerità perlopiù maschile. Sono giorni che esco, chiacchiero, motivo, incontro gente, stabilisco connessioni cerebrali col mondo. Il senso che mi pervade è però quello della noia. Una sensazione costante di instabilità e attesa che mi rallenta le facoltà mentali e fa nascondere le mie reali esigenze. Penso: sarà un periodo? Ma un periodo quanto dura? Tra una riga e l’altra? E se ci sono le colonne di mezzo a spartire la pagina? Al solito mi faccio mille scrupoli prima di identificare la ragione del rallentamento. Allora fotografo qualsiasi stronzata che mi capita davanti alla presenza di altre persone. Mi costruisco un buco temporale che possa rappresentare lo stato mentale di quel momento. Prendo in mano il cellulare, fotografo piante, nuvole, vasi, vie, tazze di latte e biscotti in maniera compulsiva e sconsiderata. Mi piace pensare che l’altro che vede questi miei atteggiamenti possa immaginare che io sia una sociopatica asociale che cerca vibrazioni sensoriali nell’anonimato del web. Mi fa ancora più ridere quando su Instagram carico queste foto bruttissime e ottengo una serie di “mi piace” a coronamento. Non capisco mai la logica delle sinapsi che partono e che portano a questo buco virtuale con l’unica potenza dell’haircut all’ultima moda.

Sono persone in transito come me? Cercano svaghi? Sono proprio tristi dentro? Mi piace ancora pensare che il mondo sia triste e mi piace osservarlo nei silenzi delle lunghe camminate fatte sui lungomare delle spiagge. Camminano tutti imperterriti in silenzio soprattutto di domenica pomeriggio, con le loro facce serie e dissociate. Alcuni ridono, altri si divertono tantissimo per chissà quali racconti o fatti, altri cercano lontano e spostano lo sguardo. Io vago con un mio chiacchiericcio mentale.

Si capisce che questo scritto non ha senso?
E’ uno sfogo per iniziare a studiare. Tra un po’ arriva una mia amica. Ho una giornata davanti per costruire un progetto. E’ un po’ buffo rendere schematici dei soggetti dopo aver sparato parole a caso seguendo il filo scoordinato dei tuoi pensieri e facendo credere agli altri che hai dei disturbi mentali non poco credibili e che commetti molti errori di digitazione e ripetizione senza l’uso corretto di virgole e sinonimi, però un certo punto sti cazzi.

2 pensieri su “Noia e attese

  1. Oddio, la mia impressione è che al giorno d’oggi ci sia invece proprio bisogno di ‘tempi morti’… domina l’horror vacui del ‘nun c’ho niente da fa’, e non è solo una questione lavorativa, col mito della produttività e con le nefaste conseguente del ‘si deve lavorare comunque, pure sottopagati o addirittura non pagati’… da quando ci sono i social network, il terrore del ‘vuoto’, del ‘silenzio’ impera: bisogna sempre occupare il tempo con qualcosa, fosse anche solo la sindrome ossessivo-compulsiva di cliccare ‘mi piace’ o condividere post su Fb, o altrove…

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