Francesco Bonami - Post. l'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilita sociale, Feltrinelli, 2019 - ph. Amalia Temperini

Post – Francesco Bonami #arte #libri [#recensione]

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Post. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità sociale (Feltrinelli, 2019) è un titolo che trae spunto da un famosissimo saggio di Walter Benjamin del 1936. È proprio agli inizi del secolo scorso che si parlava di perdita dell’aura, di cinema, fotografia, teatro, collegati a un processo che a noi oggi, in epoca immersiva, sembra una questione passata.

Francesco Bonami mette in evidenza alcuni passaggi legati alla contemporaneità e alla sua ripetizione. Il ruolo dei social network sulla fruizione di chi le opere le crea, dei lavori che vediamo, l’idea di perdita del sacro. Lo scenario descritto è più o meno questo: gli artisti bruciano, le opere si annullano nell’immediato, gli user comandano e tutto il resto è l’arredo di una narrazione basata sulle nostre storie semi-autentiche pubblicate sui social network alle quali manca una obiezione.

Anche su questo post si può mettere un mi piace, ma quanto può essere ambiguo nella interpretazione di chi lo riceve e quali sono le intenzioni di chi lo pubblica?

Un argomento che ricorda molte serie TV viste nell’ultimo anno dove l’oggetto del discorso è posto in secondo piano quasi a comparsa; ciò che è accaduto a Bugo con Morgan all’ultimo Festival di Sanremo dove il brano originale è vinto da una condivisione diffusa su queste pagine tramite immagini ironiche che ne hanno amplificato un contenuto scorretto.

In questo suo ultimo libro, il critico e curatore, evidenzia un altro dato: il rapporto che abbiamo con la noia.

A questo punto verrebbe da chiedere: dopo Andy Warhol quanto il concetto di noia è diventato espanso nel pubblico?e quanto la qualità dei contenuti incide sulla nostra esperienza di esseri umani in un’epoca che ormai può essere definita on-life?

La lettura è veloce, simpatica e adatta a chi ha poca dimestichezza con le arti contemporanee.

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Apriti Sesamo Live – Franco Battiato

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Dopo alcuni mesi di attesa finalmente ieri sera è arrivato il caro concerto che attendevo da un po’: quello di Franco Battiato, legato al suo ultimo album Apriti Sesamo.

Tralasciando tutte le attese di noi amici in arrivo al Teatro Massimo di Pescara – luogo dove si è svolto il concerto – mi soffermerò a descrivere le cose che mi hanno colpito di più.

C’è da premettere che lo seguo da qualche tempo, ma non avevo assistito mai a un suo live, e per questo avevo tutti i buoni pregiudizi del caso e la paura che potessi uscirne pentita di aver contributo da sola a distruggere un mio mito personale. Questo non perché lui non sia un grande artista, ma ho maturato una certa repulsione per la musica dal vivo negli ultimi tempi, un po’ per i costi eccessivi e un po’ per la mancanza di  emozioni e per la noia che mi generano musiche e testi.

Mario Incudine ha aperto la serata con una serie di pezzi che ci hanno riportato all’interno di una dimensione siciliana; sebbene sia stato acclamato in diversi articoli per la sua bravura, ho da dire che la sua posizione non mi ha colpito per niente. Si tratta ovviamente di gusti: è partito bene con una grande ballata folk, per poi arenarsi e spegnersi a poco a poco, come il più anonimo dei musicisti, compiendo anche un atto di blasfemia sfrenata facendo un remake, nella sia lingua natia, di Bocca di Rosa di Fabrizio De Andrè, con l’ottenimento di un saluto tiepido e ricco di critiche che lo ha accompagnato fuori dalle scene teatrali.

Al contrario Franco Battiato ha costruito un crescendo sempre più grande, in ascesa ed elevazione. La sua dimensione chiusa in una scenografia geometrica, scissa tra orizzontalità e verticalità, ha creato un minimalismo compositivo che si completava con un gioco di luci psichedeliche, accecanti e vibranti allo stesso tempo.

I suoi ultimi lavori sono fuggiti: li ha cantanti in una maniera consequenziale, velocissima; uno dietro l’altro senza troppe parole, seduto su quel suo tappeto da saggio osservatore medianico, posto al centro della sala, e assorbito da quella sua aura straniante, proveniente e trasmessa a noi, dai musicisti alle sue spalle.

Ho apprezzato proprio questo dettaglio, soprattutto la posizione dei quattro archi in alto, che oltre a una questione organizzazione armonica, come idea, rimandava a una base Classica, che è poi la progenitrice di tutto creato musicale.

Più volte durante questa fase ho sentito la necessità di un distacco: la situazione venutasi a creare aveva dei ritmi che costringevano a chiudere gli occhi e a rimanere in comunione totale con la musica, costruita come un vero e proprio mantra per tutti gli astanti incantati ad ascoltarlo.

Tante volte ho visto suoi lavori video o partecipazioni tv, ma nonostante la sua gesticolazione fosse sempre marcata, non avrei mai immaginato che dal vivo potesse essere restituita in maniera così diretta. La comunicazione non verbale del gesto arrivava triplicata centomila volte rispetto alle parole. Cosa che per me ha dello sbalorditivo, un vero e proprio completamento all’intensità di significati pronunciati, scritti e trasmessi dai suoi testi.

Il tripudio e il divertimento sono arrivato dai suoi “famossimi” (che non citerò) incastonati nella memoria collettiva. Tanto è stato coinvolgente, che il pubblico seduto in platea ha rotto gli schemi della rigorosità del luogo, per appoggiarsi al palco, in un vero e proprio concerto di piazza, dove tutti ballavano e cantavano conquell’artista sessantancinquenne entusiasta e felice dell’irruzione che era appena stata fatta.

Quando tutto si è chiuso anche lui sembrava non volerci abbandonare. E’ rimasto a guardarci, osservarci e sentirci, per poi uscire a piccoli passi, dopo un’ora e mezza, con una gratitudine immensa.


Ps: la Cura dal vivo è veramente il brano più brutto che ha scritto.

Pps: In tutto questo, Sanremo è stato vinto da Marco Mengoni. Avevo detto ai miei amici che lui avrebbe vinto: il suo brano ha una melodia che vende, lui è bello. Per me gli Elio e le storie tese sono i vincitori assoluti; non di certo per l’effetto sorpresa, ma la loro capacità di prendere per culo il mondo con i loro travestimenti da nani in presenza di un attore porno come Rocco Siffredi.

X Factor 2012 (Italia) – yep! –

cultura

C’è un altro programma che sto amando in maniera particolare, trasmesso da Sky Italia; non ne ho mai parlato; un po’ perché non riuscivo a trovare una dimensione creativa analitica, un po’ perché non ero pronta a farlo.

X Factor 2012 è lo show dell’anno; meglio di Sanremo, e di quei centomila talent che tempestano la nostra tv generalista; l’unico costruito per tutti; dedicato espressamente alla musica (un certo tipo di musica); in diretta, in periodo morto come quello di ottobre – novembre – dicembre; con orari accessibili; il giovedì sera; dalle 21.10 in poi, su Sky Uno HD, e in replica su Cielo tv la domenica – suppongo nella stessa fascia oraria.

Certo non si può dire che da lì partono le mirabolanti rivoluzioni di chissà quale mercato; chiaro è che negli anni ha tirato fuori il meglio e il peggio del pop italiano, oggi nelle nostre classifiche.

Ci troviamo di fronte a un prodotto mediatico di grandissimo livello, dove non ci sono solo sponsor della salsiccia o del salamino a fare da contorno, ma uno forte, in evidenza, che illumina tutte le nostre case con soluzioni alternative e non. L’Enel, di fatto, è riuscita a inserirsi in uno scenario così potente come maggior finanziatore e costruttore di credibilità attraverso le sue sferzanti onde energetiche, che si propagano nei nostri (ex) tubi catodici, da grandissime e apparenti caldaie, anche con un premio preciso, che sarà consegnato tra giovedì o venerdì prossimi, nelle due serate finali.

Alessandro Cattelan è il conduttore ufficiale che tira le redini su di un palco enorme e illuminato, reso eclettico dalle scenografie spettacolari di Luca Tommasini, su cui si dispongono in fila quattro giudici visibili: Arisa – l’astro nascente della mediocrità musicale; Simona Ventura – col suo estenuante esibizionismo imbarazzante; Elio, degli Elio e le storie tese – detentore del premio qualità; Morgan, l’uomo col ciuffo più bello della storia che adesso non ha più.
Il pubblico è l’invisibile: il maggior fagocitatore di musica da ingozzo, che partecipa attivamente al voto attraverso l’uso di tutti social disponibili; con qualsiasi mezzo di comunicazione esistente e immaginato, quando è chiamato ad intervenire nelle condizioni di tilt, ma anche per la selezione ufficiale dei papabili vincitori da portare avanti, puntata su puntata.

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Ieri sera abbiamo assistito alla sesta, di puntata; i concorrenti (che parola antica!)  rimasti, si sono esibiti, non come nei precedenti incontri con superclassici di livello internazionale; non con canzoncine che bene o male conosciamo tutti anche per sbaglio e fissateci in testa mentre discutiamo della qualità di cottura di un pachino o di un pelato al supermercato con il nostro commesso di fiducia; ieri sera, i loro razzi fotonici sono stati lanciati attraverso gli inediti, scritti per l’occasione da diversi autori, tra i quali Max Pezzali e Ramazzotti.

Senza dubbio voto per le scelte azzardate e sperimentali di Morgan: un po’ perchè mi è sempre piaciuto il suo fascino da intellettuale disperatamente costruito e sudato; un po’ perchè ha portato dei pezzi che non avremmo mai ascoltato in tv (Piero Ciampi; Kurt Weill e Brecht; Propaganda, ecc.).

Più volte mi sono chiesta come sia stato possibile che io abbia tradito l’impegno civile di Santoro, Ruotolo e compagnia cantante.
Non lo so; molto probabilmente influisce che tutto l’ambaradan sia stato trasferito su La 7 – canale che mi ha sempre rotto un po’ le palle; per via dei modi di ripresa, per me, antiestetici e noiosi.

Xfactor duemiladodici piace anche dal punto di vista della costruzione; è esaltante, e credo sia l’unico “varietà” nel nostro paese ad aver adottato in maniera massiva tutti i mezzi di comunicazione di massa possibili, in contemporanea e in diretta su più piattaforme (radio; tablet; social; internet; chi ne ha, più ne metta).

Assieme al suo Extra (factor), posto circa dopo la mezzanotte, si tirano in ballo scenari del tutto nuovi. Il pubblico affezionato da casa interviene e dimostra come esso sia giovane.

Un target universitario e post, spesso organizzato in gruppi d’ascolto, si fa avanti con faccioni su monitor minuscoli skypizzati, e riprodotti in schermi gigantissimi, pronti a susseguirsi e ripetersi nei nostri video in un’eco visiva a dir poco post-moderna.

E’ inutile prenderci in giro; se qualcuno vuole investire in qualità può farlo ancora in Italia; checché se ne dica, la bomba esplosa attraverso il canale Sky Uno HD ogni giovedì alle 21.10 ha portato i suoi frutti e ne porterà altri. La gente è interessata e protagonista; partecipa e giudica attivamente, sentendosi importante; in più può dire la sua in maniera costruttiva ed edificante rivolgendosi direttamente agli interessati (giudici e cantanti).

Io voto sì a X factor e no a Valsoia; m’immedesimo nello spettatore non votante, e confido in chi permetterà a Chiara Galiazzo di vincere, per farmi risentire, guidando, quel suo timbro evocativo e unico, che si quantifica nelle sue note alte; perché è elegante, femmina – e anche un tantinino nevrotica.

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