1983 #serietv [#recensione]

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Quando ho iniziato a leggere alcuni saggisti polacchi mi sono accorta che guardavo il mondo da un solo versante, al quale mancava un pezzo, la sua zona speculare, quella a cui avevo affidato inconsciamente la mia gioventù. Ho scoperto questa serie grazie a un commento di Giuseppe Genna, lo scrittore ne parlava in mondo abbastanza impressionato sulla sua pagina Facebook alcuni mesi fa, così ho deciso di proseguire e ho scoperto che si tratta di una prima produzione Netflix che nasce da sceneggiatori polacchi.

1983 parla di Storia, quella con la S maiuscola, in chiave distopica. In quell’anno la Polonia fu segnata da un grande attentato che sconvolse l’intero paese al tempo sottoposto al controllo del metodo Comunista. La narrazione è ambientata venti anni dopo, nel 2003, dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e prende il via con un ragazzo – un figlio protetto della patria – attorno al quale si riveleranno numerose vicende con lo scorrere delle puntate.

Kajetan è il giovane protagonista, il prescelto laureato in giurisprudenza con uno dei massimi esponenti di quella materia. Il suo Maestro – diciamo così – colui che gli pone alla base discorsi sul valore etico della Legge e la rende vitale grazie alla conoscenza della Filosofia. Giustizia e Saggezza diventano assieme i perni su cui ruota l’interpretazione di un quesito: una fotografia che ritrae alcuni personaggi cruciali della vita sociale polacca da individuare, su cui si basa un enigma che potrebbe offrire una risposta a molti dubbi che da quel momento in poi ruotano attorno a un nuovo delitto: la morte del professore per opera di Pjotr, uno dei suoi migliori studenti.

Da qui la storia individuale si apre a una condizione collettiva con una serie di suicidi sempre più numerosi, fatta di martiri che si tolgono la vita per opera una superiorità visibile che lega Nazione e Religione a una via invisibile nella quale si muovono la Polizia e gruppi di Resistenza. La tecnologia è lo strumento che pilota, controlla e descrive ogni singolo movimento; gli archivi – reali e virtuali – sono oggetti – presenti e futuri – nei quali sono custoditi i destini di una intera popolazione.

In questa intercapedine di luce e buio sembra sussistere un corpo indefinito nell’amore che accade tramite una riscoperta che lega più personaggi coetanei a un trauma, una memoria lontana basata sull’idea di tradimento e sull’ambizione di padri e madri, di polacchi sempre pronti a essere qualcosa di più per cui è necessario sacrificarsi. Gli autori in maniera netta suggeriscono che questa popolazione è spinta verso una mania di grandezza che è la loro più grande croce da portare addosso senza mai arrivare a una verità autentica, perseguita da una struttura sottesa retta da fili di manipolazione che arrivano dagli Stati Uniti fino a Oriente.

Sarà davvero così?
Sono curiosa di attendere la seconda stagione.

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Banksy, dettaglio autodistruzione dell'opera Girl with a balloon, Sotheby’s, Londra, 2018

Matrigna – Teresa Ciabatti #solferino #libri [#recensione]

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Chi mi segue da anni è a conoscenza che a ogni nuova uscita dei libri di Teresa Ciabatti li pre-ordino senza pensarci due volte. Si tratta di una delle autrici contemporanee italiane che più mi ispirano. La sua letteratura ha una cifra stilistica inconfondibile, basata su un piglio nevrotico che è un fluire di parole che assorbono il lettore a un ritmo pazzesco, che va oltre ogni aspettativa. È stato così per Il mio paradiso è deserto (Rizzoli, 2013) ed è stato così per La più amata (Mondadori, 2017).

Matrigna (Solferino, 2018) è un testo inusuale per chi conosce la sua scrittura. È la storia di una madre – Carla – che ha due figli: uno maschio – Andrea – bellissimo e biondo-tinto e una femmina – Noemi – che naviga in un mare di rabbia repressa. La scrittrice trasforma il suo punto di vista, pagina per pagina, nello sguardo di una bambina impossibilitata ad accrescere la sua immagine, le cui aspettative si accavallano con quelle di chi proietta una storia basata su una finta disperazione, nella quale si rimane avvinghiati fino alla fine del libro.

Il romanzo ha finzione narrativa che si inserisce in contesti presi dalla realtà, provenienti dall’universo popolare della televisione; crea uno spazio di indagine sulla società contemporanea; esamina il falso mito di una madre perfetta; sfrutta i social network che alimentano l’immaginario come un cordone che narra qualcosa di irreale, ma che esiste, vediamo serpeggiare ogni giorno davanti ai nostri occhi, sulle nostre bacheche.

La descrizione degli scenari fa affiorare alla mente le più famose storie di cronaca: da Emanuela Orlandi a Ylenia Carrisi, da Angela Celentano a Denise Pipitone, da Annamaria Franzoni a Sarah Scazzi, un universo – un déjà vu – costellato da bambine, ragazze, signore, le cui madri sono disperate e si presentano con una rappresentazione che serve a dare voce a un vuoto egoico, riempito da persone e spettatori che assistono in contemplazione – nelle vita vera e in quella virtuale – a un dramma il cui epilogo serve a inasprire il senso di solitudine in una litania che è una richiesta di ascolto disperato al mondo.


L‘attenzione per il libro si sviluppa in una rete di situazioni in grado di unire momenti che sono il prolungamento di una spaccatura legata a due mondi generazionali diversissimi, ma provenienti da un unico processo storico. Basti pensare a come sono proposte le signore di una certa età in televisione, ma anche come queste abbiano alimentato modelli competitivi su una stirpe di donne soffocate dalla monotonia, incalzate da una esistenza semplice. Il solo fatto di osservarle e ammirarle ha portato a una spirale di sogni lontani, a smanie trasmesse come stereotipi da imitare, da lasciare in eredità come marchio di approvazione per essere giudicate valide e accolte dalla società in grande stile. Noemi, figlia protagonista, si pone a margine rispetto a un genitore che si raggomitola in una eterna giovinezza: la nuova fase di governo basato sull’idea di adolescenza.

L’autrice cita Pavese, ripercorre una delle poesie più potenti. Anticipa un tema intoccabile: quello delle madri, sole, eccentriche, malinconiche, narcisiste e manipolatrici – finora oscurate dai suoi ultimi scritti – mogli sottomesse ai loro mariti: uomini di potere e padri di un universo piduista. I fratelli sono lontani o scompaiono; le bambine sono il simbolo di un’infanzia tradita, ancorate all’idea di eterno ritorno, vincolate da un senso di responsabilità, costrette a sacrificare un orsacchiotto da recuperare in un tunnel che è una memoria plagiata dall’autosabotaggio e dalla impossibilità di vivere per paura del giudizio.

Teresa Ciabatti, Matrigna, Solferino, 2018
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Chi sono i terroristi suicidi di Marco Belpoliti #Guanda #libro #pointofview [#recensione]

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Chi sono i terroristi suicidi è libro di Marco Belpoliti edito da Guanda nel 2017. E’ una raccolta di articoli che indaga la nostra contemporaneità. Lo studioso offre spunti di riflessione in dieci saggi dedicati a più argomenti incrociati in un unico macro tema. Lo scopo è ragionare su una azione spettacolare di una forma di disperazione che porta a un’idea precisa di morte, ispirata da un principio di punizione.

Si tratta di una condanna auto-inflitta in forma collettiva. L’impianto è una struttura che trova risoluzione nell’azzeramento di alcuni simboli del mondo occidentale dove gli esseri umani sono solo una cornice consumata e senza valore di uno stagno, una specchio, riflesso, simbolo di ostentazione e vanità.

Moneta (mezzo statere) della serie del giuramento: testa di Giano bifronte e scena di giuramento Autore: Tipologia : Moneta, medaglione, medaglia Anno: 225-217 a. C. Materia e tecnica: Oro http://www.museicapitolini.org/

Il terrorista è un paranoico che ha perso il valore della speranza. È un anonimo con scarsa personalità, facilmente influenzabile, con un’età compresa tra i 18 e i 30 anni. Una persona che appartiene a una fascia economica medio – alta, studente di ingegneria, ossessionato dalla tecnica e formato in una cultura proveniente dai paesi del mondo islamico. È persona che ha tutto, ma che prova un grande senso di vuoto e il suo unico scopo è di imporsi con l’auto-annientamento nella costruzione di un mito in un atto di volgare scorrettezza. Il suo rifugio è in una ideologia maturata a seguito di ansie e aspettative altissime, fino a rendere la sua anima pietrificata, come se fosse cristallizzata in una eterna giovinezza. L’attentatore è mosso – di solito – da un senso di vergogna e umiliazione. Il gesto che compie è infantile e nocivo rispetto a chi è agli antipodi del suo patrimonio di conoscenze e questo lo disorienta e lo porta nelle mani di chi sa approfittare della sua incapacità fino a trasformarla in tragedia.

L’orchestrazione ha una regia di reclutamento che proviene dal marketing. Alla base esistono dei responsabili che selezionano – tramite social networki prescelti. Il loro identikit corrisponde alle caratteristiche elencate poco fa, ne conoscono tutti i movimenti, li adescano e in maniera subdola li portano nell’abisso delle loro intenzioni. L’influenza cui sono sottoposte le vittime è costruita in piccoli step. Si compiono con una terapia che continuerà in un percorso di manipolazione votato all’azzeramento della identità e della loro personalità.

In tutto questo la religione è uno strumento che diventa il capro espiatorio di una attività ingannevole che porta alla trasformazione del martire in vampiro. Avviene, in pratica, un cambio del paradigma che da testimone di vita lo trasforma in un angelo persecutore di morte.

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde - web

La sceneggiatura si compie nel gesto di condanna pubblica nella distruzione della piazza. Anonimi che ammazzano i loro simili in modo violento per costruire testimonianze immediate, visibili e condivisibili, offline e online, dove siamo responsabili, vittime e complici, nel vedere cosa è accaduto nelle città di New York, Londra, Nizza, Parigi, Bruxelles.

La comunicazione e l’informazione servono a diffondere loghi e iconografie (Branding Terror). In quei codici illusori sono costruiti dei traumi per immagini e la loro distribuzione su più piattaforme ha come obiettivo recare danno permanente sulla memoria degli innocenti che sarà documento fondamentale per chi studierà il futuro della storia e della sua interpretazione.

Si pensi solo a quanto materiale è stato prodotto dall’abbattimento delle Torri Gemelle dal 2001 in poi e al quantitativo di fake news e rivendicazioni di pari livello nella morte di Osama Bin Laden.

Quello che si evince in modo netto in Chi sono i Terroristi suicidi di Marco Belpoliti è l’innovazione. Negli anni a seguire essa sarà uno degli strumenti in grado di pilotare, condizionare e definire, nuovi limiti, confini e i comportamenti, tramite tecniche di ripresa e di fotografia nella sperimentazione che trae ispirazione dall’universo sportivo e nell’impiego di droni.

Marco Belpoliti, Chi sono i terroristi suicidi, Guanda, 2017 - ph. Amalia Temperini

Ho scelto di leggere il libro dopo aver ascoltato una intervista all’autore e ho pensato che il suo testo fosse connesso ai contenuti portanti avanti da Jerome Bruner quando parlava – alcuni anni fa – di società che passano dall’ego al we – go, nell’epoca del fallimento, tra inferno e creatività e non mi sbagliavo.

Riflettendoci su, anzi, mi viene da aggiungere che a Occidente si vive lo stesso disorientamento. Ho lavorato nel campo dell’arte contemporanea per otto anni prima di passare a un nuovo settore. Ho incontrato molti artisti, alcuni dei quali non hanno osato immergersi nella propria crisi personale per scarso coraggio; incapaci di affrontare – per vigliaccheria – i propri problemi nell’assumersi delle responsabilità e rigettando le proprie colpe sugli altri convinti di rimanere eterni ragazzi in fuga salvi dal giudizio della propria coscienza. Alcuni di loro sono ridotti alla medesima condizione riportata da Belpoliti e definita come “melancolia megalomania dell’inumano.

Spesso sono provenienti dell’est Europa arrivati in Italia negli anni ’80; cresciuti in questa nazione; accomunati dal disconoscimento per la propria radice.

Si comportano come dei senza patria che rifiutano i legami con la terra che li ospita nonostante le possibilità di accoglienza a loro concesse.

Persone molto fortunate che hanno dei conflitti interiori troppo invalidanti che li portano a solitudine estrema, alla perversione, alla ossessione, all’autolesionismo, all’essere dipendenti da alcol e dai social network, al rifiuto di un ascolto autentico e a rinnegare la famiglia di origine. Individui che trovano rifugio nella radicalizzazione ideologica e con la scusa di disconoscere il proprio padre firmano una denuncia che è raccontata in modo inconscio nella realizzazione di opere d’arte. Traditi, quindi, dall’errore delle proprie azioni nella verità dei loro lavori.

Si tratta meccanismi proiettivi che li rendono uguali a ciò che vogliono rigettare e nei quali rimangono intrappolati e incatenati come moderni Prometeo divorati dalle aquile.

Bulloz, Jacques-Ernest — Cosimo. Promethée. Strasbourg — insieme- http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/scheda.v2.jsp?tipo_scheda=OA&id=15708&titolo=Piero%20di%20Lorenzo,%20Prometeo%20anima%20l%27uomo%20col%20fuoco%20rubato%20agli%20dei,%20Pandora%20ed%20Epimeteo,%20Prometeo%20ruba%20il%20fuoco%20dal%20carro%20del%20sole,%20Prometeo%20incatenato%20da%20Mercurio,%20Supplizio%20di%20Prometeo&locale=en&decorator=layout_resp&apply=true

Non vedo differenze tra questo racconto personale e quello riportato da Belpoliti. Hanno in comune una componente esistenziale che denuncia la medesima condizione di abbandono.

La vittima (terrorista/artista) è incapace di reagire alla propria oppressione come se fosse un organismo cosciente di vedere tutto, ma completamente cieco davanti a un problema. La sua sfida è tra la scelta di rimanere zombie ancorato alla propria bara oppure lasciarsi gettare in pasto a chi è peggio di loro, nella totale inconsapevolezza, senza sapere che è uno spreco che li renderà pedine di un gioco al massacro dove non stabiliranno mai le regole e dove nell’utopia dell’uguaglianza la loro aspirazione è irrevocabilmente castrata.

Karpov contro Kasparov Fonte: https://www.rsi.ch

La riflessione che mi contorce il cervello è come si fa a rimanere indifferenti alla vita, alle occasioni, alle piccole cose e ai segni che ogni giorno ci arrivano. Allora mi arrabbio davanti alla mia impotenza di essere umano ed è la spinta che sale per poter fare di più, per inseguire i sogni e reagire a quella trappola che ci hanno teso come generazione. Non penso a me, ma ai figli dei miei amici che meritano il doppio delle possibilità che ho avuto io. Il mio unico dovere è lasciare un posto al mondo che sia migliore di quello che ho ereditato.

Il libro di Marco Belpoliti è una analisi lucida che ci fa sentire meno soli davanti a un indefinito che al momento ha ancora molte cose inspiegate. Chi ha attraversato con le proprie mani gli eventi generati dal narcisismo patologico perverso sa di cosa parla l’autore e alla fine della lettura si sente in pace come Ulisse al rientro a Itaca, quando poggia i piedi nella sua casa, dopo le sue enormi battaglie.

 

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Politica, #fakenews e #community [#attualità]

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Il Corriere della Sera riporta una notizia importante per il mondo della comunicazione. Si tratta di un articolo firmato da Martina Pennisi intitolato: Così Facebook segnalerà le fake news durante le elezioni. Si legge che la campagna elettorale italiana sarà monitorata da alcuni organi superiori che medieranno e controlleranno i toni e la qualità delle notizie dedicate agli utenti. Si aggiunge che questi supervisori si attiveranno al massimo nel contribuire a un dibattito di qualità con la cancellazione di identità e notizie false. Le indagini hanno il dovere di risalire alle fonti di distribuzione e ridurre la loro visibilità. Si tratta di una sperimentazione effettuata in altri Stati che ha sollevato dibattiti e inchieste tutt’ora in corso in molti paesi del mondo.

Sono dati che emergono anche dall’incontro in streaming avuto al Quirinale domenica 28 gennaio. Un appuntamento che ha visto protagonisti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alcuni creators emersi della rete.

Si immagini un nonno che dialoga con dei nipoti. Una persona nata nel 1941 che parla a dei giovani quasi adulti arrivati quarant’anni dopo. Chi ha vissuto in una comunità reale e sperimenta assieme a dei ragazzi la community virtuale.

Lo schermo televisivo è entrato nelle nostre case nel 1954. Fino a pochi anni fa l’interazione coi telespettatori era scarsa. La TV è passata da generalista a multicanale. Questo ha favorito la possibilità di scegliere in contenuti più adatti alla propria persona. Con Internet nel 1997 si sono ampliate le possibilità, e con Youtube, dal 2005, si è innescato un sistema di approcci che ha posto al centro una stretta relazione tra persona comune e utente comune.

Sulla base di questa unione di immedesimazioni sono cambiate le regole del mercato nella vendita di prodotti e sullo sviluppo di figure professionali mirate. Il web 2.0 è stato uno strumento che ha ridotto il potere a chi prima costruiva in modo unico e esclusivo il valore di una marca. Per questo motivo si è passati dai testimonial nella pubblicità (Mike Bongiorno – Grappa Bocchino / Nino Manfredi – Lavazza /Pippo Baudo – Caffè Kimbo) a una moltitudine influencer sul web. (Chiara Ferragni – The Blond Salad/ The Jackal / Fatto in casa da Benedetta / Clio – Clio Make-up).

In quest’ottica il Presidente Mattarella ha accolto i giovani professionisti e ha ascoltato le loro richieste sulla necessità di un regolamento che sia valido per tutti. Importante per creare assieme una rassicurazione nella condivisione dei contenuti per il rispetto degli interlocutori.

In un modo differente, legato a due ambiti diversi (Facebook – Quirinale), si arriva ad argomenti comuni su cui riflettere. Si può dire che si sta manifestando un bisogno che è una richiesta di sicurezza?In effetti, se ci si sofferma a pensare a come si monitorano gli episodi di bullismo legati alla politica e nei confronti di chi ha trovato un mestiere in una via alternativa, si rimane amareggiati. Esiste davvero l’invidia per chi è riuscito a farcela o tutto questo odio è paura, senso di smarrimento e solitudine?

Da quando ho tolto Facebook ho notato che le relazioni importanti sono rimaste le stesse di sempre negli anni. Instagram è noioso perché ho necessità di leggere più che di ragionare per immagini. Amo Twitter perché più veloce. Per tutti questi motivi ho da anni un blog nato da Splinder ed emigrato su WordPress dal 2012.

Quale è il vostro rapporto coi social network e internet? È possibile, secondo voi, stabilire una linea educativa che permetta di unire due mondi paralleli legati alla nostra e unica vita senza fare del male a chi magari esprime solo una posizione su vari argomenti?

Mi piacerebbe soffermarmi a leggere un vostro commento, grazie. 💕

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[#niente]

musica

Sono diverse settimane che ho lasciato il blog si riposasse dalle sue attività. Mi trovo a riflettere su molte cose.

Da Settembre ho avviato un percorso di messa in discussione. Ho abbastanza tempo. Ho intrapreso una collaborazione con una multinazionale francese. Un settore lontano dal mondo dell’arte, da tutto cio’ che è educazione, in realtà. Un campo che mi permette di cambiare il punto di vista su molte cose, che conquisto ogni giorno grazie alle esperienze maturate in questi anni come metodo e disciplina personale, con la collaborazione di persone che guardano all’odierno con onestà e semplicità, non a una settorialità del “devo”, applicato per un risultato fatto di immagini effimere costruite sull’idea di sé pensando di poterla far bere agli altri.

Apprezzo l’essere costruttivi. Il silenzio di scrittura arriva proprio come silenzio dell’anima, una condizione di riflessione che ristabilisce un ritmo che segue le fila di qualcosa che è incalcolabile, la vita e la sua apparente velocità, con il proprio passo.

Leggo molto, chi mi vuole seguire trova alcuni miei momenti su Instagram o Facebook del blog.

 

 

In  che minuto questi due pezzi si accomunano?

 

Lunedì 6 febbraio, Presa diretta #popolarità #televisione #riflessione [#web]

cultura, giovedì, salute e psicologia, televisione, vita

Lunedì 6 febbraio ho avuto modo di vedere la puntata di Presa diretta su Rai 3 dedicata in due momenti al tema del web e delle tecnologie. L’uso e l’abuso commerciale, i pro e i contro di un mondo parallelo dove ci si trova a introiettare e proiettare le nostre cose, paure, felicità, esasperazioni che riflettono l’immagine di una società che non tollera più nulla, soprattutto la sofferenza. Una parte di persone si rifugia in meccanismi rischiosi di protezione, scegliendo di stare dalla parte del divertimento più sfrenato o nella paranoia più totale, secondo il tipo di solitudine che si vuole adottare. (Raiplay)

Nel post [#Silenzio] scritto alcuni giorni fa riflettevo, aprivo un primo sfogo su questo argomento: sul fastidio che ho quando sono sui social network. Un esempio è la soglia di tolleranza che supera il limite quando avverto che per esistere bisogna dimostrare di essere sempre al top, pronti, darsi un tono, magari attraverso l’uso smoderato della fotografia o di un video. Dimostrare al mondo che schiacciando le opinioni degli altri con sospetto o inganno si merita di avere più valore, come se non ci fosse posto per tutti nel fare una riflessione utile, da condividere, senza l’intromissione dell’impostura.

L’asfissia modellata in certe situazioni è estenuante, rende me insofferente perché il condizionamento involontario che si subisce fornisce elementi in più alla vita, strati non utili a un normale decorso, come se noi tutti non uscissimo per fare la spesa, non lavorassimo, non avessimo contatti con gli altri esseri umani, ci scordassimo di una normalità fatta di aria, acqua, terra, fuoco, perché siamo – secondo il nostro punto di vista – diversi, nel piantarsi su facebook (nella vita e sul web in genere) per solo fatto di apparire, comparire o postare. È come se ci stessimo creando – o fossimo creati – un mito, una situazione esatta: quella in cui permettiamo al nostro io – vero e autentico – di essere un’altra entità, e abbandonarci, annullarci, col nostro nome e cognome, all’inesistente. Questa non è una delle componenti della letteratura? di quegli autori che forgiano un personaggio che si presenterà come indimenticabile e segnerà, magari, l’identità di un libro o di un film per lungo tempo, nella storia, la nostra memoria? Perché dovrei immergermi nella vita del mio vicino e trovare un riscontro assurdo nella realtà mentre getta la spazzatura al mio stesso orario?

Presa diretta ha realizzato un focus concentrandosi sugli adolescenti autolesionisti, a esempi positivi di ricostruzione di una identità, ai centri attivi in Italia per tutelare la propria natura di essere umano, lontano dalla rete, con l’aiuto di persone che offrono ascolto per riprendere in mano quello che abbiamo scordato: che internet è uno strumento, e che la storia di ognuno di noi è unica perché ci contraddistingue dagli altri, perché nulla puo’ essere controllato o calcolato, se non il fatto di essere nati in un momento X e vivere.

Sono d’accordo quando si mette l’accento sui ragazzi che in un modo o nell’altro cercano una via di sfogo, una libera formazione, un’attenzione; un modo per comunicare la ribellione, un disagio a cui va data la possibilità di risoluzione. Esiste, e deve esistere, un’alternativa per non guardare cio’ che fa male, ma non è l’unica possibilità. Non lo è se questo esula da tutto, non vale se si sostituisce la paura di affrontarsi, non vale se è quella che serve a immergersi per conoscersi, se si costringe se stessi al rifiuto del non guardarsi nel profondo convinti di punire gli altri col silenzio o l’anonimato trasformato in presenza fisica.

Se io che sono un utente comune apro una qualsiasi pagina social mi accorgo del numero di adulti maggiore rispetto a gruppi di ragazzini, sono io che devo chiedermi i motivi per i quali esiste questa assenza. Loro cambiano strategia, devono trovare nuove vie di irruzione per essere scorretti per farsi beccare, perché vogliono essere visti e abbracciati con questo giochino. In molti casi rimango stupita dall’immaturità che un individuo di età avanzata ostenta senza rendersi conto, dei modi incontrollati che si hanno nel mostrarsi senza ricordare che il figlio è sulla sua lista amici, e magari frequentano gli stessi posti (bar, discoteche) o si sentono dei loro amici ai quali confidare tutto. A volte provo un profondo senso di umiliazione, e penso che questa estenuante presenza sia un impedimento di espressione, una sorta di superamento di una zona rossa, minata già da altri fattori ambientali, vissuti fuori dal contesto casalingo. Si ha una tendenza a giustificare qualsiasi cosa e si impongono regole senza averle applicate per primi sulla propria pelle, offrendo un esempio che in pratica si traduce in mancanza di coerenza. In un passaggio del programma c’è un padre alla fiera del videogame che racconta di come il figlio, un bambino di 4-5 anni, sia per circa quattro ore davanti a una consolle. Possibile che non ci siano alternative di gioco? un contatto diretto? un freno?
Se io voglio un gelato e mi madre mi gonfia offrendone 14 di tutti i tipi ogni volta che pronuncio quella parola, anzi, prima che addirittura io la vada a pensare, mi ha fatto vincere un capriccio e io l’ho schiacciata nel suo ruolo guida. Da bambino ho vinto, ma da padre o madre e da maestro siamo sicuri? Mi sembra che tutto questo sia il presupposto derivante dalla condizione di benessere che ci siamo costruiti osservando modelli di comportamento non legati alla nostra tradizione, per tirare in ballo un argomento a caso. L’illusione di essere medio borghesi quando siamo in un paese a caratterizzazione contadina. La mia indole è votata alle sane litigate fatte con l’amichetto dell’asilo incontrato al parco, a quel bambino che all’improvviso diventa mio fedele spalando la sabbia sulla spiaggia perché bisogna scoprire un tesoro nascosto, oppure prendere con lui un pokemon assieme in pubblica piazza. Mi sembra che in molti casi abbiamo scordato di come il contatto con la natura sia fonte primaria di relazione, dimenticato di quanto sia fondamentale la presa di posizione nel portare a termine un compito. Sembra tutto cristallizzato e immobile.

Agisco.

flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele #recensione

arte, arte contemporanea, artisti, mostre, recensioni arte, turismo, viaggi

E’ così che ci si affeziona ai luoghi, si va per conoscere cose nuove,  incontrare persone lontane dai vernissage, che hanno qualcosa da raccontare, che vada al di fuori del sistema dell’arte.

V.AR.CO - verdiartecontemporanea - official logoMartedì 3 maggio sono stata a L’Aquila, avevo voglia di andare a trovare i ragazzi di V.AR.CO – verdiartecontemporanea (Andrea Panarelli, Paola Marulli, Sara Cavallo). Il loro impegno sta costruendo un microsistema culturale fiorente, intelligente, dinamico, in un contesto impraticabile da ogni punto di vista. Una città terremotata, che combatte per risanarsi, che ha una necessità costante di stimoli e contaminazioni esterne.
V.AR.CO spinge a una apertura che è la sua crepa, e trae da lì la sua forza, in una luce che già alla sua terza mostra permette di delineare un profilo vincente, beneaugurante, a tutela di ogni professionista che abbia una autentica vocazione rivolta a fare di questo mestiere un percorso onesto, chiaro e convinto.


Locandina - Flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele (manifesto)Flow. Flew. Flaw
è la prima mostra personale di Giovanni Paolo Fedele (Pescara, 1993), a cura di Alberta Romano – una giovane storica dell’arte pescarese, membro attivo di T-space a Milano.
Il progetto ha un’idea semplice ma allo stesso tempo complessa, reticolata e articolata. Ci si trova di fronte a un vero e proprio meccanismo di concatenazioni che abbraccia performance, installazione site-specific, racconto scientifico e fantastico, focalizzato nella centralità dei rapporti umani, estetico, studiato nelle sue diverse angolazioni, prospettive e gradazioni. Si parte da uno scritto, Aequilibrium, sviluppato dall’artista – il motore teorico di tutto – che trasforma l’ambiente in una viva e ramificata sospensione, con nodi e sentieri precisi, che invogliano a una conoscenza, a qualcosa sempre più da approfondire.

Prima di andare a scoprire – sapere in realtà chi fosse Giovanni – ho deciso di spulciare il suo profilo professionale e valutare se quest’ultima ricerca fosse coerente con quelle sviluppate in precedenza, fili, insomma, che lo connettessero alla sua filosofia odierna; ebbene, non ho trovato solo questo, ma costanti germinali che si uniscono ai vecchi lavori, opere tracciate, designate in temi precisi: individualismo, sfida, disorientamento, protezione e fiducia. Giovanni viaggia tra il bisogno di perfezione e la ricerca del desiderio, ma con questi due aspetti combatte pur di non perdere le fragilità delle sue linee guida.
Flow. flew. flaw. di Giovanni Paolo Fedele, dettaglio mostra. Photo Credit: Ela Bialkowska - OKNOstudio Photography

Piedi a terra, sguardo in alto, protezione verso i condizionamenti, Giovanni Paolo Fedele sospinge la sua ricerca all’errore, lasciandosi plasmare (anche) da una letteratura mirata e costruttiva – ad esempio, assieme a me, si è parlato a lungo del Puer Aeternus di James Hillmann. In quello che vuole, l’artista cerca di trasmettere quanto lui si esponga all’altro, tramite gli oggetti, le cose e la gente, negli incontri, negli scambi, pur di provare sentimenti ed emozioni proprie e pertinenti (forza, umiliazione, senso di impotenza, volontà, fallimento), in tutto questo, lui, continua a guardare aldilà: un oltre che lo incoraggia alla stasi dell’equilibrio.

Photo Credit: Ela Bialkowska - OKNOstudio Photography

Per scelta personale rifuggo dalla performance, ma in questa condizione, e in tali movimenti di linguaggio, posso dire di aver attraversato, con la vivacità dei miei stessi occhi, due corpi fondersi silenziosamente in uno sguardo, in totale armonia, che entravano in simbiosi nell’esatto momento in cui ero concentrata a capire dove volessero arrivare mentre erano agganciati sulla loro potenza di essere umani vivi e in pieno contatto. Tutto, assieme alla straordinaria comprensione e dinamicità della mente, della concentrazione, di come ognuno di noi ha la tendenza a crollare o cedere per un dettaglio che a conti fatti rappresenta il niente, quel focalizzarsi sulla perfezione che fa precipitare l’intero apparato nella sua mancanza di presenza, quando si perde la visione d’orizzonte dell’altro con l’altro.

Marina-Abramovic-Rest-Energy-with-Ulay-1980.-Courtesy-the-Artist-and-Lisson-Gallery (presa dal web)Gli incontri che ho visto – e che Giovanni cerca di raggiungere, offrendosi, donandosi, con la sua pacata tranquillità – sono legami che rimandano a un immaginario artistico importante – imponente – per chi è del settore (Marina Abramovic – Ulay), ma in Flow. Flew. Flaw non c’è fagocitazione, non c’è narcisismo, quanto rispetto viscerale di accoglienza, distanza di attesa e meditazione, congiunzione e fusione.

Ho avuto la possibilità di osservare tre processi in azione (una ragazza, una donna e un ragazzo), e nel momento in cui sono arrivata all’incontro, erano presenti anche gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila con la loro docente e artista Bruna Esposito. Insieme, in religioso silenzio, osservavamo e mettevano in pratica lezioni pratiche di riflessione in un processo e perfezionamento artistico fuori dal contesto di un’aula di studio.

Questo scambio è stato per me un continuo dichiarare il proprio abbandono con valore poetico di resistenza e impagabile resilienza.

Una performance, replicabile, mantenuta attiva fino al 6 maggio, tutti i pomeriggi, con Giovanni Paolo Fedele che ha assicurato la sua presenza per una settimana, e che ha garantito a V.AR.CO un punto a suo favore: un passo ulteriore nella fase di ricostruzione della città, della propria credibilità, attraverso una zona franca, di produzione e creazione utile, accessibile, di grande professionalità.

Per il fotoracconto della mia esperienza:

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Informazioni utili:

Flow. flew. flaw.  di Giovanni Paolo Fedele
a cura di Alberta Romano
Fino al 27 maggio
Venerdì, sabato e domenica dalle 17 alle 20
@ V. AR.CO – verdiartecontemporanea –
Via Verdi 6/8, L’Aquila
www.v-ar-co.com

Ingresso gratuito

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Photo Credit:
Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography

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Scambio utile, avanzamento, crescita.

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Ho conosciuto le opere di Tommaso Pincio quando frequentavo i corsi di letteratura all’università. Il mio docente fu il critico, giornalista, Gabriele Pedullà. In quel periodo insegnava a Teramo, in facoltà, il valore della letteratura resistenziale italiana.
Quegli anni, nei corsi, furono davvero intesi, nei quali andare a lezione voleva dire arricchirsi umanamente, da forti contrasti, idee rivendicate, prendendo i libri in mano, sottolineandoli, portando la propria tesi, la propria unicità di interpretazione e dirla, affermandola.
In quegli anni ho trovato gli amici dell’età adulta, persone che con me hanno condiviso, e condividono, da 10 anni, le vicissitudini importanti della vita tra risate e pianti, rotture, bambini e matrimoni.
Con quel professore, tra i tanti scambi fatti, un giorno, gli chiesi di suggerirmi stimoli letterari, e mi fu consigliato Tommaso Pincio, un autore che non avevo mai sentito nominare.
Un’amore dell’altro mondo, fu il primo testo, poi scelsi La ragazza che non era lei, oggi, Panorama.
Quest’ultimo arriva nel 2015, e per me è stata una svolta terapeutica.

Nei tre libri citati, c’è un filo conduttore che lega i personaggi principali. Una inerzia, una incapacità di muoversi, di rimanere intrappolati tra l’incazzato e l’inespresso, andati sempre di pari passo con cio’ che stavo io vivendo realmente nella mia vita. Non si tratta di una inettitudine alla Cesare Pavese, ma piuttosto una cosa indescrivibile animata da un profondo sentimento, alienante, ma talmente potente, da rimanerne intrappolati. I suoi personaggi sono bloccati da qualcosa di viscerale, di più profondo, dai quali è sempre difficile scovarne la vera natura.
A volte vorrei contattare Pincio e chiedergli se per cortesia possa far venir fuori questa potenza, acclararla. Vorrei proprio urlargli contro: “li faccia uscire, li facci andare, li spinga fuori a vivere!” . Poi mi fermo. Metto faccine buffe seguendo i suoi movimenti di status su facebook, rido, perché alla fine è giusto così.

Sabato Panorama ha vinto il SinbadPremio Internazionale degli editori indipendenti.
Sono stata molto felice. Mi ha molto emozionato la dichiarazione di Nicola Lagioa, come anche la reazione buffa della stessa Teresa Ciabatti. Ancor di più, mi hanno colpito le parole espresse dallo stesso autore nei ringraziamenti che ha postato ieri sera, sul suo social personale. Quello che traspare dal suo essere è una forza di grande coerenza.
Io non so se sia così, ma voglio crederlo, perché mi rassicura e illumina ogni volta che entro in contatto con le sue parole.

Un letto rifatto appena dopo il risveglio è il loro ambiente ideale. Lasciandolo in disordine, cuscini e lenzuola perdono l’umidità accumulata nella  notte, gli acari si disidratano e muoiono. I contatti di Ottavio Tondi con Ligeia Tissot non andarono oltre la corrispondenza digitale, i messaggi più o meno lunghi scambiati su Panorama, in quei quattro anni, acari a parte. Fu una corrispondenza a tal punto intensa e ricca di reciproche rivelazioni che l’aggettivo “intimo” riferito al loro rapporto non suona fuori luogo, malgrado nei toni che entrambi usavano non si scorgono mai, se non per brevi periodi e in maniera comunque ambigua, gli accenti di una vera intimità. D’altra parte, considerate le tante cose che lei gli diceva di sé e le tante foto che lei gli spediva assieme ai messaggi e la miriade di oggetti che lei lasciava sul letto sfatto e che lui inventariava con metodo ossessivo, Tondi riteneva di conoscere quella ragazza meglio di chiunque altro o comunque abbastanza bene da indurlo a dare per verosimile questa sua fantasia: che sarebbe bastato un nonnulla, un incontro o poco più, perché il loro rapporto virtuale sfociasse in ciò che biblicamente si intende con intimità. Tondi restò a lungo persuaso che questo nonnulla fosse una possibilità nell’ordine delle cose, uno sviluppo pressoché inevitabile della loro corrispondenza, una logica conclusione che solo il caso, anzi no, lui stesso aveva impedito.
Da dove traesse un simile convincimento è un mistero. Nella realtà, Tondi non impedì alcunché. A parte un paio di battute e un vago accenno a una sua venuta a Roma, Ligeia non gli propose mai di incontrarsi né manifestò concretamente un simile desiderio. Lui non fu da meno. Non propose nulla, non manifestò niente. Il solo effettivo ostacolo che si frappose all’eventualità di un appuntamento fu la totale mancanza di iniziativa, peraltro espressione tipica dell’inazione propria di tutti quegli individui marginali che, come lui, amavano leggere, ma che in lui acquistava un risalto emblematico, essendo lui non un lettore qualunque, ma l’epitome, l’incarnazione di una passione già rara in passato e oggi del tutto scomparsa.
Se di molte persone, al semplice guardarle in faccia, si può dire che finiranno male, qualcosa di non molto diverso era possibile dedurre dallo speciale talento di Tondi nel non incidere sulle cose, per restare assente, inerte in ogni circostanza, a meno che non ci fosse in ballo la lettura di un libro. Da una persona così era folle aspettarsi sviluppi diversi da una deriva irrefrenata degli eventi.”

Queste parole sono parte di uno stralcio pubblicato su Minima&Moralia, dal quale ho tratto alcuni passaggi, ma su questo link c’è altro.

Tommaso Pincio, Panorama, NN Editore,  2015

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che poi, oltre al titolo, mi piaceva molto l’immagine!