Chi sono i terroristi suicidi di Marco Belpoliti #Guanda #libro #pointofview [#recensione]

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Chi sono i terroristi suicidi è libro di Marco Belpoliti edito da Guanda nel 2017. E’ una raccolta di articoli che indaga la nostra contemporaneità. Lo studioso offre spunti di riflessione in dieci saggi dedicati a più argomenti incrociati in un unico macro tema. Lo scopo è ragionare su una azione spettacolare di una forma di disperazione che porta a un’idea precisa di morte, ispirata da un principio di punizione.

Si tratta di una condanna auto-inflitta in forma collettiva. L’impianto è una struttura che trova risoluzione nell’azzeramento di alcuni simboli del mondo occidentale dove gli esseri umani sono solo una cornice consumata e senza valore di uno stagno, una specchio, riflesso, simbolo di ostentazione e vanità.

Moneta (mezzo statere) della serie del giuramento: testa di Giano bifronte e scena di giuramento Autore: Tipologia : Moneta, medaglione, medaglia Anno: 225-217 a. C. Materia e tecnica: Oro http://www.museicapitolini.org/

Il terrorista è un paranoico che ha perso il valore della speranza. È un anonimo con scarsa personalità, facilmente influenzabile, con un’età compresa tra i 18 e i 30 anni. Una persona che appartiene a una fascia economica medio – alta, studente di ingegneria, ossessionato dalla tecnica e formato in una cultura proveniente dai paesi del mondo islamico. È persona che ha tutto, ma che prova un grande senso di vuoto e il suo unico scopo è di imporsi con l’auto-annientamento nella costruzione di un mito in un atto di volgare scorrettezza. Il suo rifugio è in una ideologia maturata a seguito di ansie e aspettative altissime, fino a rendere la sua anima pietrificata, come se fosse cristallizzata in una eterna giovinezza. L’attentatore è mosso – di solito – da un senso di vergogna e umiliazione. Il gesto che compie è infantile e nocivo rispetto a chi è agli antipodi del suo patrimonio di conoscenze e questo lo disorienta e lo porta nelle mani di chi sa approfittare della sua incapacità fino a trasformarla in tragedia.

L’orchestrazione ha una regia di reclutamento che proviene dal marketing. Alla base esistono dei responsabili che selezionano – tramite social networki prescelti. Il loro identikit corrisponde alle caratteristiche elencate poco fa, ne conoscono tutti i movimenti, li adescano e in maniera subdola li portano nell’abisso delle loro intenzioni. L’influenza cui sono sottoposte le vittime è costruita in piccoli step. Si compiono con una terapia che continuerà in un percorso di manipolazione votato all’azzeramento della identità e della loro personalità.

In tutto questo la religione è uno strumento che diventa il capro espiatorio di una attività ingannevole che porta alla trasformazione del martire in vampiro. Avviene, in pratica, un cambio del paradigma che da testimone di vita lo trasforma in un angelo persecutore di morte.

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde - web

La sceneggiatura si compie nel gesto di condanna pubblica nella distruzione della piazza. Anonimi che ammazzano i loro simili in modo violento per costruire testimonianze immediate, visibili e condivisibili, offline e online, dove siamo responsabili, vittime e complici, nel vedere cosa è accaduto nelle città di New York, Londra, Nizza, Parigi, Bruxelles.

La comunicazione e l’informazione servono a diffondere loghi e iconografie (Branding Terror). In quei codici illusori sono costruiti dei traumi per immagini e la loro distribuzione su più piattaforme ha come obiettivo recare danno permanente sulla memoria degli innocenti che sarà documento fondamentale per chi studierà il futuro della storia e della sua interpretazione.

Si pensi solo a quanto materiale è stato prodotto dall’abbattimento delle Torri Gemelle dal 2001 in poi e al quantitativo di fake news e rivendicazioni di pari livello nella morte di Osama Bin Laden.

Quello che si evince in modo netto in Chi sono i Terroristi suicidi di Marco Belpoliti è l’innovazione. Negli anni a seguire essa sarà uno degli strumenti in grado di pilotare, condizionare e definire, nuovi limiti, confini e i comportamenti, tramite tecniche di ripresa e di fotografia nella sperimentazione che trae ispirazione dall’universo sportivo e nell’impiego di droni.

Marco Belpoliti, Chi sono i terroristi suicidi, Guanda, 2017 - ph. Amalia Temperini

Ho scelto di leggere il libro dopo aver ascoltato una intervista all’autore e ho pensato che il suo testo fosse connesso ai contenuti portanti avanti da Jerome Bruner quando parlava – alcuni anni fa – di società che passano dall’ego al we – go, nell’epoca del fallimento, tra inferno e creatività e non mi sbagliavo.

Riflettendoci su, anzi, mi viene da aggiungere che a Occidente si vive lo stesso disorientamento. Ho lavorato nel campo dell’arte contemporanea per otto anni prima di passare a un nuovo settore. Ho incontrato molti artisti, alcuni dei quali non hanno osato immergersi nella propria crisi personale per scarso coraggio; incapaci di affrontare – per vigliaccheria – i propri problemi nell’assumersi delle responsabilità e rigettando le proprie colpe sugli altri convinti di rimanere eterni ragazzi in fuga salvi dal giudizio della propria coscienza. Alcuni di loro sono ridotti alla medesima condizione riportata da Belpoliti e definita come “melancolia megalomania dell’inumano.

Spesso sono provenienti dell’est Europa arrivati in Italia negli anni ’80; cresciuti in questa nazione; accomunati dal disconoscimento per la propria radice.

Si comportano come dei senza patria che rifiutano i legami con la terra che li ospita nonostante le possibilità di accoglienza a loro concesse.

Persone molto fortunate che hanno dei conflitti interiori troppo invalidanti che li portano a solitudine estrema, alla perversione, alla ossessione, all’autolesionismo, all’essere dipendenti da alcol e dai social network, al rifiuto di un ascolto autentico e a rinnegare la famiglia di origine. Individui che trovano rifugio nella radicalizzazione ideologica e con la scusa di disconoscere il proprio padre firmano una denuncia che è raccontata in modo inconscio nella realizzazione di opere d’arte. Traditi, quindi, dall’errore delle proprie azioni nella verità dei loro lavori.

Si tratta meccanismi proiettivi che li rendono uguali a ciò che vogliono rigettare e nei quali rimangono intrappolati e incatenati come moderni Prometeo divorati dalle aquile.

Bulloz, Jacques-Ernest — Cosimo. Promethée. Strasbourg — insieme- http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/scheda.v2.jsp?tipo_scheda=OA&id=15708&titolo=Piero%20di%20Lorenzo,%20Prometeo%20anima%20l%27uomo%20col%20fuoco%20rubato%20agli%20dei,%20Pandora%20ed%20Epimeteo,%20Prometeo%20ruba%20il%20fuoco%20dal%20carro%20del%20sole,%20Prometeo%20incatenato%20da%20Mercurio,%20Supplizio%20di%20Prometeo&locale=en&decorator=layout_resp&apply=true

Non vedo differenze tra questo racconto personale e quello riportato da Belpoliti. Hanno in comune una componente esistenziale che denuncia la medesima condizione di abbandono.

La vittima (terrorista/artista) è incapace di reagire alla propria oppressione come se fosse un organismo cosciente di vedere tutto, ma completamente cieco davanti a un problema. La sua sfida è tra la scelta di rimanere zombie ancorato alla propria bara oppure lasciarsi gettare in pasto a chi è peggio di loro, nella totale inconsapevolezza, senza sapere che è uno spreco che li renderà pedine di un gioco al massacro dove non stabiliranno mai le regole e dove nell’utopia dell’uguaglianza la loro aspirazione è irrevocabilmente castrata.

Karpov contro Kasparov Fonte: https://www.rsi.ch

La riflessione che mi contorce il cervello è come si fa a rimanere indifferenti alla vita, alle occasioni, alle piccole cose e ai segni che ogni giorno ci arrivano. Allora mi arrabbio davanti alla mia impotenza di essere umano ed è la spinta che sale per poter fare di più, per inseguire i sogni e reagire a quella trappola che ci hanno teso come generazione. Non penso a me, ma ai figli dei miei amici che meritano il doppio delle possibilità che ho avuto io. Il mio unico dovere è lasciare un posto al mondo che sia migliore di quello che ho ereditato.

Il libro di Marco Belpoliti è una analisi lucida che ci fa sentire meno soli davanti a un indefinito che al momento ha ancora molte cose inspiegate. Chi ha attraversato con le proprie mani gli eventi generati dal narcisismo patologico perverso sa di cosa parla l’autore e alla fine della lettura si sente in pace come Ulisse al rientro a Itaca, quando poggia i piedi nella sua casa, dopo le sue enormi battaglie.

 

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Caterina Venturini, L'anno Breve (Rizzoli, 2016) - immagine presa dal web

L’anno breve di Caterina Venturini #rizzoli #book #libri #letture [#recensione]

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Dopo il terremoto ero un terreno fertile pronto ad accogliere nuove cose, vive. Ho deciso di intraprendere la lettura di un libro che avevo da tempo comprato, sfogliato, ma da sempre indecisa nell’affrontarlo. Le cose ti chiamano; così nasce l’incontro con L’anno breve di Caterina Venturini (Rizzoli, 2016). Un romanzo importante, completo da ogni punto di vista. Un testo che abbraccia temi contemporanei che sembrano non far parte della nostra vita, dettagli che omettiamo per paura, la vera importanza, per incapacità o volontà.

Ida Ragone è una insegnante che a un certo punto della sua carriera decide di accogliere la sua maturità. Lo fa intraprendendo un percorso duro, di sacrificio, nel quale attraversa la sua esistenza grazie all’aiuto di giovani studenti, bambini, malati terminali, in un reparto di ospedale di una Roma raccontata in frammenti di passaggio. La protagonista ripercorre la sua esistenza grazie a loro aiuto, rivivendo le sue fasi di crisi, facendo la somma degli accadimenti legati al suo mondo: nei rimossi, nell’insostenibile capacità di prendere in mano le cose e chiudere capitoli. Capitoli che prendono vita soprattutto grazie alle scelte letterarie che sottopone ai suoi studenti. Si tratta di una letteratura selezionata, mirata, che restituisce dignità alla sua funzione primaria: quella di essere oggetto di riflessione e critica verso se stessi, il proprio tempo, in una dimensione di immedesimazione nella costruzione della propria coscienza, nel rifiuto, più che una conoscenza impartita, inculcata, in un’aula di una qualunque scuola, di una università o  tra le mura di una casa che sfrutta lo strumento del sapere per creare distinzioni, muri, tra un noi e un voi, senza avvertire l’urgenza e la sussistenza di un principio di ribellione.

La storia raccoglie e scandaglia la vita in sequenze narrative organizzate in stagioni, anni, persone, malattie, casi, pensieri che si rincorrono l’un l’altro in capitoli brevi, quasi dei tagli di riflessione che cambiano identità secondo un flusso scostante, incasinato di movimenti e connessioni; attimi cruciali, traumi, pronti a far cambiar strada poiché mostrano la crudeltà della verità e dell’ammissione.

La Storia, intesa come periodo e contesto, invece, è parte integrante che narra la crisi e il fallimento di un ideale; la scusa, la giustificazione, nella quale ci si rinchiude per non guardare oltre, quello che si sta vivendo in una situazione che da pubblica diventa privata. Nascondere la vera realtà, iniziare ad avvertire il disagio, la frustrazione di una ferita narcisistica che si vuole sanare a tutti i costi, ma che condiziona consciamente o inconsciamente ogni singolo passo.

L’anno breve è un libro sulla scelta e sul tradimento, il ritorno; la caduta e la risalita, la morte di una ideologia, sulla menzogna, sulla vergogna del non essere adatti, sempre pronti; l’amicizia, sull’invidia, il cinismo, sul senso di colpa, l’abbandono del proprio controllo, la cura e la gratitudine. Gli altri. E’ un volume fatto per associazioni più che immagini. Sancisce una fine, mostra un risultato di un cammino. Ha una struttura circolare che dice: nasciamo da un punto, torniamo a quel punto, cambiando prospettiva di sguardo, lottando tra personaggi.

 

<<Ma lo sa che sto Jacopòrtis comincia a piacermi?>>
<<Perché?>>
<<Perché ce l’ha con tutti.>>
<<Ah.>>
<<L’unica cosa che vorrei dirgli a Jacopo è: non pensare che se tu ti ammazzi, loro cambiano […] >>


Caterina Venturini, L'anno Breve (Rizzoli, 2016) - immagine presa dal web

“L’estate non comincia mai nella torre”.

ll narcismo

vita

Negli ultimi tempi faccio altro che incontrare narcisisti. Di solito si presentano come gli uomini più sicuri del mondo, capaci di essere i più valorosi scudieri di questa esistenza. A distanza di mesi, dopo vari sotterfugi e condizioni di cui loro non si rendono conto in modo chiaro, si rilevano nella loro essenza. La loro capacità di gestire le relazioni è pari a una strategia di un giocatore di scacchi, in attesa della mossa giusta che faccia cadere l’avversario. Sono un’appassionata di psicologia, ho sempre avuto tale predisposizione da bambina e mi rimane facile sentire le persone immedesimandomi in chiave empatica. Considero tale punto di vista molto rischioso, poiché spesso le donne quando entrano in contatto con soggetti di questo tipo tendono ad assumere una visione da crocerossina malefica. Non ho capito ancora se ciò dipende dalla scarsa autostima che si ha si sé o da dinamiche inquadrate dagli affetti turbati che ci si porta dietro nella costruzione dei quadri familiari dall’età dell’infanzia, di fatto è un’ammissione sbagliata che non aiuta la ricerca di un amore sano e costruttivo, in tutte le sue forme più complete. Così com’è sbagliata la visione del narcisista.

In queste settimane ho letto molti forum, mi sono accorta di quanto tale predisposizione sia una patologia poco conosciuta in Italia. Di solito, chi soffre di questa malattia manipola e sfrutta le persone a proprio piacimento come prolungamento del proprio essere, ma mentre l’altro (la vittima) procede, va avanti, apre porte, elabora e progredisce, il narcisista approfitta di tutti questi passaggi per prosciugare la propria vittima e soddisfare il suo progetto di azione con buone maniere e cortesia. Egli proietta sé nell’altro, come fosse uno specchio, ne assorbe le energie, lo riduce a un essere immobilizzato, lo distrugge nell’intimo e lo condiziona fino a diventare una macchina esecutrice completamente svuotata del proprio essere.

In alcuni casi le vittime di questi abusi (fisici, ma soprattutto psicologici) tendono a calcificarsi, pietrificarsi nelle emozioni, non escludendo dal proprio corpo l’avanzamento di forme tumorali.

Prendo sempre queste tematiche da internet con le pinze poiché le relazioni tra terapeuti e pazienti devono nascere nel campo di analisi nel reale. Il contatto visivo è centrale nell’accettazione e nella elaborazione del proprio disagio.

Purtroppo ci penso, poiché, come esistono le somatizzazioni (mal di schiena, afonia e situazioni improvvise inspiegabili), ci sono anche altre forme di manifestazione di richiamo in cui il corpo ci spedisce segnali precisi che non si possono sottovalutare e valutare adeguatamente senza il sostegno di un professionista. Il nostro fisico e la nostra mente vanno sempre di pari passo.

Basta leggere la costruzione del mito di Eco e Narciso per capire che fine faranno entrambi, serve per capire quanto sia disfattista la tendenza di chi non è capace di mettere freno a un malessere riconoscibile dal quale non si vuole uscire. Ed è raro che si possa venir fuori da questa condizione, soprattutto nell’avanzare dell’età.

Ho sempre la tendenza a vedere il lato buono di chi ruota attorno a me, penso che ognuno di noi abbia dei valori solidi che fanno la differenza, ma quando la questione diventa pericolosa, per la tutela del proprio equilibrio interiore, bisogna interrompere immediatamente qualsiasi forma di incontro, affinché la gabbia non sia serrata definitivamente e portata verso la distruzione, anche se questo è l’individuo che si pensa di amare più di tutte le cose al mondo.

Proprio pochi minuti fa, mentre cercavo di terminare un lavoro da consegnare a breve, avevo la tv accesa. Si parlava di collezionismo e di come certe forme di protezione, blocco, assorbimento, servano a preservare la propria solitudine per non cadere in una forma ufficiale di depressione.

E quando il narcisista è anche collezionista? L’uso strumentale di un soggetto per loro è assorbire l’energia per saziare l’ego. Un ego incapace di nutrirsi con la propria sostanza, inadatto a entrare in crisi e nutrirsi di essa per diventare un uomo (anche donna) rinnovato e più forte, capace di arrivare alle proprie mete senza mettersi sulla schiena di nessuno.

La cosa più interessante del discorso è che in tutto questo loro sono sofferenti poiché riconoscono i propri limiti e incapacità di azioni. Spesso sono persone invidiose, rancorose e aggressive. Bugiarde, soprattutto, con chi ha visto in loro i loro lati oscuri e ha tesi una mano per sostenerli. Secondo vari autori è sbagliato correre in soccorso di tali persone poiché l’unica cosa che potrebbe supportarli è la loro scelta di voler cambiare concretamente. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e quando si ha una personalità borderline, dai tratti immaturi e adolescenziali, il ricorso alla menzogna a se stessi (e agli altri) e all’ordine del giorno. Fanno prima a trovare nuove prede che affrontare i propri problemi. In qualsiasi condizione sono solo i terapeuti a poterli sostenere, noi siamo solo coscienti e incapaci di saper gestire tali condizioni poiché mancano strumenti precisi. Dobbiamo solo preservare la nostra identità, rimanere fedeli alla propria autenticità e alle persone che riconoscono le nostre qualità in maniera lampante.

Il gioco di un narcisista perverso è anche quello di infangare il prescelto con qualsiasi mezzo a disposizione, per questo bisogna difendersi e non raccogliere nulla di ciò che è detto e affibbiato poiché loro sono mossi da spirito di vendetta.

Se volete fare una ricerca su internet le parole chiave sono:

Egocentrismo
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Narcisismo patologico
Narcisismo patologico con tendenze paranoiche
Narcisismo patologico perverso con tendenze paranoidi
Vittime di uomini con disturbo narcisismo patologico perverso.