The end of f***ing world stagione 2 , netflix

The End of F***ing World – 2 stagione #TEOTFW [#recensione]

amore, costume, cultura, Donne, film, giovedì, musica, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, televisione, vita

Avevo già parlato lo scorso anno di questa serie perché mi era piaciuta molto. Il racconto è l’acerbo di una rabbia sincera pilotata da due ragazzi, figli di genitori egoisti, irresponsabili, trovati a vivere una esperienza devastante.

Così la seconda stagione di The End of F***ing World riprende dalla fine della prima parte, narrata dalla maturità di quello che è accaduto a James e ad Alley, i due protagonisti della vicenda. Si tratta di una situazione che evolve nella ammissione di un fallimento, da errori che comportano il non affrontare le paure o il coraggio di trovarsi a espiare la propria vita in una azione che è avvenuta all’insaputa di tutti per legittima difesa.

Questa nuova parte ha come tema la vendetta di chi non vuole vedere, da parte di chi riconosce che l’unica traccia di amore che aveva fatto penetrare in sé è ciò che gli aveva occultato la vista. Bonnie è una ragazza molto brava e ben educata, con una madre che la ha programmata a essere una macchina da guerra più che una donna in grado di conoscere e gestire le proprie emozioni. La sua storia si intreccia a quella di James ed Alley con una ricerca spietata che la condurrà a stalkerizzarli in mezzo ai boschi di un paese indefinito e nascosto nel nulla del mondo.

La colonna sonora rimane sempre una delle cose più potenti del progetto. Per chi volesse capire cosa ho detto per la prima parte della serie questo link.

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manifesto, stati generali arte contemporanea abruzzo ph. Amalia Temperini

Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo #artecontemporanea #abaq [#cultura]

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Ieri ho partecipato come pubblico osservatore agli Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo, voluti dai professori dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, Maurizio Coccia e Silvano Manganaro.

Il mio ascolto è stato riservato a quello curato da Lucia Zappacosta, operatrice e direttrice dell’Alviani Art Space di Pescara. I minuti sono volati e molti sono stati i contribuiti utili su cui riflettere e ripartire, da oggi. Mi riferisco a un argomento emerso dai punti di vista di Lucio Rosato e Matteo Fato. Parlavano di architettura e di ritratto, ma anche di una attenzione sulla cura della identità di presentazione degli artisti nella creazione di un portfolio utile alla loro professionalità. Questa necessità di cura, mi ha fatto molto riflettere; ritengo che sia una attenzione che per forza di cose ci trasporta nel parallelo mondo del web e di nuovo medioevo. Mi spiego meglio, questo incontro è avvenuto alla morte di due figure cardine del mondo dell’arte abruzzese: Cesare Manzo ed Ettore Spalletti, la fine e parallelamente l’inizio di un nuovo periodo che ingloba nel 2019 due realtà: quella del reale e quella del virtuale. I mondi che abitiamo. Nuove possibilità di esistenza, anche economica, da chi l’arte la crea, di chi la produce e per chi se ne nutre. Sì è parlato molto di proiezione, un tema che rientra in una visione legata proprio a un dato periodo ormai lontano, novecentesco, consumato e terminato. Cosa manca all’Abruzzo? Una immagine. Una immagine contemporanea e fluida, che sappia restituire quello che è accaduto ieri a L’Aquila, con quella proliferazione di idee, critica e continui stimoli, dibattiti, validi nella realtà, quanto nella virtualità.

Perché è vero che gli operatori decisivi possono creare una rete e risultati economici, ma senza l’aiuto di un centro che arriva da altre persone – l’ipotetico pubblico consapevole di chi è e di chi siamo – ogni lavoro è svolto a metà, l’economia non si smuove e non rigenera un mercato di risorse.

Come può avvenire questo nuovo rinnovamento?

Allo stato attuale i problemi maggiori sono legati alla Comunicazione, al come si divulga, e una Formazione inadeguata, cioè non calibrata al tipo del periodo che stiamo vivendo; sul come questa regione in ambito di contemporaneo può essere raccontata in una narrazione continua e non solo nei periodi estivi quando la programmazione è rivolta al turista.

Ma chi è il turista oggi? E come si può parlare di questa figura in epoca di performance? E come può tornare utile questa condizione per attrarre, creare mobilità, spostare l’attenzione su tutto il territorio?

Far sapere a chi vive qui e vuole arrivare qui, che esistono possibilità di vedere offerte culturali in tutto il periodo dell’anno è stato uno degli spostamenti di visione utili alla riflessione. In questo Paola Capata ha vinto, una donna forte della sua esperienza di gallerista, imprenditrice abituata al risultato. Lei osserva con curiosità i fatti di questa regione, ha proposto una sorta di ombrello: un segno, una forma, una immagine chiara di un arnese che ha una impugnatura che ieri abbiamo stretto un po’ tutti mentre Giacinto Di Pietrantonio, critico e curatore, con ironia e sagacia, anche politica, ha definito la linea dei colori da adottare.

Io, donna [#riflessione]

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Sono alcuni giorni che rifletto sulla mia condizione di donna; accade molto spesso che mi confronto con una mia cara amica su questo tema. Entrambe ci troviamo a leggere dei libri che trattano argomenti dedicati alla maternità o di figure femminili sottomesse alla visione del mondo maschile/patriarcale. Ci siamo ritrovate a dover ammettere che una delle questioni che ci devasta come genere è quello del condizionamento sociale.

Esiste un problema di fondo, che è dilagante, secondo il quale se non sei madre o senti la necessità di essere moglie, sei considerata per molti una persona problematica o incapace di avere delle relazioni: perché è impossibile non volere dei figli o è impossibile non sposarsi quando l’età avanza e il tempo scorre inesorabile come una trappola. Questo tipo di commenti – che ritengo sprezzanti – sono spesso lanciati dalle donne, e per mio conto, affermo che imbestialisce le relazioni portandole al collasso e a una forte sottovalutazione della presenza di violenza psicologica che può esserci stata dietro ogni singola nostra singola storia.

Mi auguro di riuscire, nelle prossime settimane, a parlare su queste pagine di alcune letture che sto portando avanti. Si tratta di vari generi letterari che mi hanno risucchiata e sui quali sto aprendo gli occhi in maniera molto acuta. Tra quelli più interessanti e difficili esiste un volume dedicato agli scandali in Vaticano. Si tratta di una inchiesta di un sociologo francese che per quattro anni ha intervistato sacerdoti, prelati e alte cariche della Chiesa cattolica di tutto il mondo. Il suo punto di vista è una indagine che si basa sulla omofobia e sulla corruzione interne a quel sistema. Ogni volta che lo apro, ho sempre questa domanda fissa nella testa ed è legata alla spiritualità e alla immagine cui siamo sottoposti da una vita: cosa hanno in comune con me, donna, Gesù Cristo e la sua figura? come cambia la nostra percezione se sappiamo che quella che hanno scelto di farci guardare ad ogni angolo su ogni muro, delle nostre case, uffici e istituzioni è una rappresentazione di un uomo durissima e violenta?

Il suo è messaggio potentissimo e unico, ma in che modo è utile alla mia persona? in cosa mi rappresenta oggi? L’unica motivazione che riesco a darmi è la possibilità di non arrivare a quel tipo brutalità e di trascinare la mia croce personale fino al punto di fermarmi un attimo prima, scegliere di non soffrire come ha vissuto lui, in una esistenza che ha rivoluzionato il mondo della religiosità, ai suoi tempi, tanto da segnare ancora i nostri giorni.

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#Festa

cultura, musica

The secret inside of you
run boy run! This race is a prophecy
run boy run! And disappear in the trees

 

 

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Quando siete felici fateci caso – Kurt Vonnegut #audiolibro #libri [#recensione]

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Anche in questo caso, come quello della scorsa settimana dedicato ad Alan Bennett, ho ascoltato un artista che questo blog ha recensito un po’ di tempo fa. Non molti amano Kurt Vonnegut, scrittore americano diretto e incisivo, lontano dalle solite romanzate che stracciano l’anima fino a ridurla in brandelli e adatto a chi è abituato a ritmi veloci come quelli giornalistici.

Quando siete felici fateci caso è un audiolibro ha una durata di circa 3 ore ed è una raccolta di interventi che l’autore ha proposto agli studenti delle più prestigiose università americane durante varie cerimonie di laurea. Discorsi che più che incoraggiare sfruttano questa occasione per compiere delle denunce motivate a scardinare il pensiero critico di chi si trova, da quel giorno in poi, a conoscere una realtà completamente nuova da cui ricominciare ad avere responsabilità.

Quello che accade ascoltando la lettura a cura di Edorardo Siravo è capire ancora una volta quanto Vonnegut fosse interessato al concetto di comunità. Il suo punto di vista mostra quanto il valore attorno al proprio vissuto sia centrale rispetto a tutto il resto. Racconta di come è fondamentale la messa in discussione delle dichiarazioni degli uomini di scienza, religione e di tutto quello che è delineato a incidere sui singoli individui in relazione ai comportamenti degli altri.

Più volte torna, come custode, il tema biblico del Discordo della montagna, ma anche le lezioni dei suoi veri maestri, la rinuncia, l’impossibilità di ottenere una laurea in antropologia dopo il rientro dalla Seconda Guerra Mondiale, la sua capacità di affermare la vita senza nascondere le tragedie familiari, la messa in discussione dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America e tutto quello che è già manifesto in  Mattatoio n. 5 e Uomo senza patria, i due libri che di cui ho parlato diversi anni fa, agli albori del blog.

Non mi sento di dire che è uno dei suoi testi che mi ha colpito di più, ha rafforzato l’idea coerente che ho della sua filosofia di vita.

Quando siete felici, fateci caso: Edizione (molto) ampliata – Kurt Vonnegut
Letto da Edoardo Siravo
Storieside, 2018 | Minimum Fax, 2017
https://amzn.to/2UxvYrK

 

Quando siete felici, fateci caso: Edizione (molto) ampliata - Kurt Vonnegut, Minimum Fax, 2017 - Storyside, Storytel -ph. Amalia Temperini

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La sovrana lettrice – Alan Bennett #audiolibro #libri [#recensione]

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Così anche questa settimana mi sono ritrovata ad ascoltare un audiolibro. Si tratta di uno scrittore che ho già letto un paio di volte e di cui scordo prontamente i suoi libri nel giro del breve periodo.  Lui è Alan Bennett, autore e sceneggiatore britannico conosciuto per la sua satira e questo blog ne ha parlato alcuni anni fa nelle recensioni di Nudi e Crudi e de La signora col furgone.

La sovrana lettrice è una ascolto di circa 3 ore, molto leggero e abbastanza contemporaneo; ha come protagonista la regina Elisabetta II d’Inghilterra in questa occasione interpretata da Paola Cortellesi che presta la sua voce di attrice per Emons Edizioni.

copertina_alan_bennet

La regina è la protagonista, la servitù non la riconosce più; la nuova passione per la letteratura accade per caso grazie a uno sguattero che si ritrova a essere d’improvviso il suo servitore di fiducia. Lui è un ragazzo di poche pretese, abbastanza unico nel suo genere, affannato cultore di scrittori gay.

La regina si rende conto che la sua vita è passata tra estenuanti viaggi e l’esercizio delle funzioni, mai dedicata a una vera riflessione su se stessa, mai a una scelta che concentrata sui suoi tempi e alle sue reali necessità. Inizia così a conoscere molti autori che aveva incontrato dal vivo e si rende che è meglio entrare solo a contatto coi loro libri.

Quello che esce fuori da questa esperienza di lettura è l’attenzione che lo scrittore pone nei confronti del movimento. Alan Bennett cerca di far capire, attraverso scene ironiche ed esilaranti, che la lettura è una bolla egoistica che ci sottrae da numerose situazioni.  E a pensarci è vero, nel senso che è un atto intimo, chiuso, dove l’immobilità regna e frena l’azione delle emozioni. A me accade molto spesso: quando qualcosa mi piace davvero quello che senso è contraddittorio: vorrei muovermi ma sono intrappolata. La sovrana lettrice è stato un giusto compromesso: mentre ascoltavo, ho piazzato le cuffiette alle orecchie e sono andata al parco con il cane in queste giornate primaverili di sole intensissimo.

                                                  La sovrana lettrice – Alan Bennett
                                               Adelphi, 2011 | Emons Edizioni, 2017

                                                                 Libro | Audiolibro
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Heidi di Francesco Muzzopappa, Fazi Editore, 2018

Heidi di Francesco Muzzopappa #audiolibro #libri [#recensione]

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Ho provato per alcuni mesi; alla fine sono riuscita a terminare il mio primo audiolibro su Storytel. All’inizio la questione è stata molto difficile, ho scelto dei libri complessi con i quali ho dei conflitti aperti da diversi anni; ho tentato di immaginare che forse, in quest’occasione, avrei potuto terminare quegli autori di super classici famosissimi se solo li avessi divorati con un’attenzione differente rispetto alla lettura, ma anche in questo caso, prontamente abbandonati per sfinimento.

Ho deciso di dedicare tempo a scrittori contemporanei da me sconosciuti, tuffandomi in un ascolto fresco, leggero e ironico. Mi sono chiesta quale copertina incrociava di più il mio sguardo in questo periodo ed è venuta fuori  Heidi di Francesco Muzzopappa.

Quello che mi ha attirato di più è stata la simpatia che nutro per il cartone animato:  il titolo riporta a mia nonna, la quale all’età di 93 anni suonati continua a seguire tutte le puntate su Youtube della bambina dalle guanciotte rosse venuta dalla montagna.

Nell’audiolibro, Heidi è una donna caotica, si occupa di selezionare persone per una grande agenzia di casting; lei è figlia di un famoso ex critico letterario del Corriere della sera ormai lasciato a compiere le sue gesta impossibili in una casa di riposo. Si è in una Milano contemporanea dove si ha difficoltà a trovare forme relazionali importanti e dove la protagonista vive ancorata a un passato legato agli anni Novanta, quando i Take That erano in auge nelle classifiche di tutto il mondo.

La relazione tra padre e figlia è inesistente, lontana per un discorso generazionale, professionale, ma ulteriormente aggravata dalla malattia di un genitore che dialoga con figure provenienti dai libri, in fissa con autori che hanno costruito la letteratura mondiale. Il divertimento raggiunge punte spettacolari quando la disperazione porta Heidi a ricorrere all’adozione di un intruglio acquistato sul deep web. Lo scopo è  ottenere una serie di trasmissioni da proporre alla sua impresa e soddisfare l’ego del suo capo narciso, con il massimo della creatività, maturata all’apice di una feroce disperazione.

In tutta questa vicenda, sarà fatale l’arrivo di Peter – un ragazzo che metterà a soqquadro qualsiasi atteggiamento adottato da Heidi.

La storia è romantica e simpatica, mette allegria ed è basata sul perdono.

Heidi – Francesco Muzzopappa
Fazi Editore, 2018
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per Storytel la 
 lettura è di Tamara Fagnocchi

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#fixit

arte, lavoro, musica, vita

Sono da poco rientrata in Abruzzo, avevo in mente di scrivere alcuni articoli, ma le idee sono tante e per sbrogliarle tutte occorre del tempo, per questo le lascio trasparire su blocchi di quaderni reali su cui lavorare.

In fissa questo mese:
A day in the life, The Beatles

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Remastered)
The Beatles
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CREDIT: ICON FILM DISTRIBUTION

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn #film [#recensione]

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Dopo Hill House ho scelto di vedere The Neon Demon, un lavoro di Nicolas Winding Refn uscito nel 2016. Si tratta di un film incentrato sul concetto di bellezza dove si incontrano alcuni elementi miscelati che vogliono far apparire questo film geniale da un punto di vista estetico, ma che risulta deludente al termine della sua visione.

La storia è quella di una ragazzina americana di 16 anni che si trasferisce dalla periferia della Georgia a Los Angeles, per una serie di casi fortuiti entra in una delle trame del sistema moda. La sua è una semplicità regale e casta, ha coscienza del suo potere, ma è preda ideale di un meccanismo chiuso dove regnano sadomasochismo, saffismo, pedofilia e necrofilia. Il progetto affronta l’invidia femminile fino a portarla a una condizione di cannibalismo. La violenza è gratuita.

Dal punto di vista della composizione, la fotografia ha molti rimandi ad artisti contemporanei (Man Ray, Vanessa Beecroft, James Turrell, David La Chapelle) e la musica elettronica in alcuni punti del montaggio aiuta a rafforzare una dimensione di scoperta, spaesamento e caos.

Il progetto non porta a niente: zero profondità, zero ricerca. Una solita storia da vita adolescenziale dove si tenta di giocare con i diavoletti che fanno i dispetti agli angioletti. Il film è stato incasellato nella etichetta di genere horror, ma in realtà è una condizione che si avvicina al fetish con qualche macchia splatter, ma senza troppe pretese.

Banalità a pacchi.

neon demon

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016)
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#pause

cultura, musica

Intervallo.

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Autostrada A24, GranSasso e Monti della Laga (versante teramano), maggio 2018, ph. Amalia Temperini

#Summer

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È arrivata l’estate e come ogni anno entro in standby durante questi periodi. Ho deciso di rallentare un po’ il ritmo settimanale di scrittura degli articoli. Cercherò di vivere quello che mi attraversa in questi mesi e tornare con molta più carica nelle prossime settimane. Mi trovate quasi giornalmente su Instagram o sulla pagina fan di Facebook del blog.

Statemi bene.

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Terry Notary e Claes Bang in "The Square" di Ruben Östlund, la settimana del biotopo. Pressbild - img taken form - https://www.metro.se/artikel/biotoppen-the-square-ny-etta-xt

The Square di Ruben Östlund #film #arte #società [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cinema, collezionismo, comunicazione, concerti, costume, cultura, danza, film, fotografia, giovedì, gossip, marketing, mostre, musica, Narcisismo, recensioni arte, religione, rumors, salute e psicologia, social media, società, spettacolo, spiritualità, videoarte, vita

The Square è un prodotto diretto da Ruben Östlund vincitore dell’ultimo Festilval di Cannes, in Francia. Il film sottopone lo spettatore a una realtà fin troppo conosciuta, costruita in un progetto che racconta il vecchio in una linea continua di argomentazioni incastonate sul potere dei soldi e la perdita del proprio valore umano.

La trama nel suo primo livello racconta la solitudine di un curatore sulla quarantina che dirige un museo di arte contemporanea. Un uomo davanti a un cancello chiuso e un muro di cumuli di immondizia da oltrepassare, metafora di una coscienza vuota, nutrita di collaborazioni e relazioni adolescenziali. L’ego di Christian (Caes Bang) è talmente smisurato che può permettersi di creare condizioni al limite dell’imbecillità, senza alcun senso di responsabilità nei confronti di se stesso, dei visitatori, dei dipendenti e degli anziani finanziatori. Le persone più care che ha attorno sono costrette a subire le traiettorie che lo trattengono fino all’errore, quando è chiamato a risolvere quel conflitto con un bambino che chiede giustizia per un torto subito. A innescare il processo di verità un progetto di comunicazione e marketing affidato a un ufficio stampa esterno alla istituzione contattato per la promozione dell’opera The Square di Lola Arrias, artista e sociologa argentina che ha posto le basi per un lavoro relazionale dedicato all’ascolto e alla fiducia.

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

La piazza, il quadrato, è un monitor posto a terra. Una luce fluorescente che illumina una porzione di sanpietrini che si sgretolano come pixel. Si tratta di un elemento che evidenzia un isolamento. Un processo che allo stato attuale delle cose designa l’annichilimento di un essere umano su un qualsiasi social network – o strumento tecnologico – una volta finitoci dentro ingannato dalla perfezione apparente di un reclutamento sbrilluccicoso di matrice squadrista.

Questo dato è rimarcato anche da una frase pronunciata da Cate Blanchett in Manifesto di Julian Rosefeldt del quale ho parlato due settimane fa su questo blog (Trailer minuto: 1.08).

Lo scopo di The Square è mostrare alcune dinamiche che rivelano il sontuoso mondo dell’arte che dovrebbe parlare di oggi. In realtà è una dimensione dove si è di fronte a un perbenismo suicida che raccoglie quintali di ipocrisia di un sistema chiuso. A evidenziarlo una situazione in cui prende corpo la locuzione latina Homo Homini Lupus nella sequenza designata da Ruben Östlund dove l’artista scaccia un suo collega per un puro atto di sopraffazione egoistica. La scena è costruita in una sala sontuosa dove accade di tutto; chi dovrebbe intervenire a ristabilire l’ordine rimane seduto a bocca aperta a gustarsi l’istinto che ammazza l’impotenza della vanità.

La figura geometrica che si ripete nell’intera visione – nelle più dichiarate forme – richiama alla memoria il Cubo Invisibile di Gino De Dominics del 1969, i Concentric Square di Frank Stella del 1966, il Filtro e Rete di Francesco Lo Savio del 1962; in realtà è un labirinto junghiano di ossessioni eccellenti che sfiancano e immobilizzano gli atti e i pensieri di Christian il direttore.

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

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La pellicola è una
gigantesca opera minimalista: impersonale e svuotata di sentimenti e significati. È una intercapedine narrativa in cui non esiste soluzione e dove per 120 minuti si denuncia in chiave sovversiva – ironica e grottesca – una crisi generazionale dovuta alla mancanza di figure di saggezza e di protezione, che sono i simboli dell’esistenza, punti di riferimento, chiavi di maturità e consapevolezza, sui propri fallimenti.Colonna sonora pazzesca.

Chi lo ha visto? e che reazione avete avuto?

The Square di Ruben Östlund (2017)

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Manifesto di Julian Rosefeldt (2015)
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