Ivana Spinelli - Contropelo a cura di Claudio Musso contributi critici di Elisa Del Prete e Cecilia Canziani - Galleriapiù, Bologna - ph. Silvia Spadari

Ivana Spinelli. Contropelo – Gallleriapiú #Bologna #mostra [#recensione]

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La Gallleriapiù di Bologna ospita Contropelo, la seconda personale di Ivana Spinelli a cura di Claudio Musso fino al prossimo 28 marzo.

Un percorso che porta l’attenzione verso la società Gilanica alla cui base era posta una visione matrilineare, un sistema di discendenza femminile diffusa nel neolitico, nell’antica Europa, che riconosceva un equilibrio tra donne e uomini.

La mostra rientra in un progetto di ricerca più ampio che ruota attorno al “linguaggio della Dea“, sviluppato attorno agli studi dell’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas.

Ivana Spinelli studia da sempre i rapporti tra il corpo e il linguaggio in un discorso legato ai conflitti che si innescano nelle relazioni sociali e politiche. In questo caso l’artista cerca di approfondire, capire, riprogettare e guardare quel codice in un’ottica contemporanea; esamina quegli espedienti iconici del passato, di una comunità, attraverso forme di comunicazione basate anche odierno uso di algoritmi.

La Dea, segno che guarda e resta v^v^v (2017) è l’unico lavoro che mi ha colpito. Si tratta di una pianta di ficus in uno stato di quiescenza – di momentanea inattività – unità a un boa di piume rosa. 

Il rimando al mondo femminile è forte. Esiste un accenno velato all’impegno LGBT. Una pianta che ha una radice posta al contrario e dietro, rispetto al suo simbolo frontale rosa, collocato come una memoria, sulla responsabilità, nel presente. 


Ivana Spinelli – Contropelo
a cura di Claudio Musso

contributi critici:
 Elisa Del Prete  Cecilia Canziani
www.drosteeffectmag.com

Galleriapiù
Via del Porto, 48 a/b 
40123 Bologna BO

Fino al 18/03/20

Grazie mille a Silvia Spadari

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le realtà ordinarie, bologna

Le realtà ordinarie a cura di Davide Ferri – Palazzo De’ Toschi – Bologna #mostra [#recensione]

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Le realtà ordinarie è una mostra collettiva a cura di Davide Ferri che si tiene a Palazzo De’ Toschi – Salone della Banca di Bologna – fino al prossimo 23 febbraio.

Lo scopo è indagare la rappresentazione dell’ordinario in una modalità di lettura che parte da opere ibride verso frammenti e piccoli accadimenti della vita quotidiana, mosse da una serie di domande poste agli artisti: è possibile per loro l’abbandono al piacere della pittura pura e cosa comporta questa scelta adesso?

I lavori che mi hanno colpito sono:
Il fiore di Anna di Luca Bertolo. L’artista rappresenta, in una grande dimensione, una natura morta, un disegno in origine realizzato dalla figlia; sovverte l’ordine di un foglio normalissimo quadrettato e ne restituisce una immagine monumentale e sincera, di qualcosa che tutto a un tratto non è più un semplice gesto infantile, ma una elevazione poetica che genera stupore e meraviglia.

Andrew Grassie propone un’opera pittorica di piccole dimensioni. Accettare che fosse un dipinto e non una fotografia è stata la parte più difficile. Secondo quanto afferma il curatore, l’artista è specializzato nel raccontare spazi marginali come magazzini, ingressi o uffici di musei e gallerie.

Riccardo Baruzzi – del quale non ho trovato la didascalia – realizza Colonne, un lavoro del 2019 che presenta una ripetizione di un vaso di fiori di un’autrice sconosciuta trovato per caso. È proposto su diversi supporti che si alternano e cercano di bilanciare pitture replicate che passano in secondo piano rispetto ai materiali usati per sorreggerli. Che sia questa sorta di installazione ad avere davvero valore?

Verrebbe da chiedere se e quanto questo percorso abbia a che fare con il tempo, ma anche capire quanto l’attenzione dei visitatori oggi è spostata su aspetti secondari rispetto alla proposta totale di fruizione di un’opera.

Le realtà ordinarie
a cura di Davide Ferri

Palazzo De’ Toschi – Salone Banca di Bologna
Piazza Minghetti 4/D, Bologna

Fino al 23.02.2020

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Arte fiera 2016 + Set up + Art City #artefiera #bologna

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Dopo alcuni giorni di pausa presi dal blog per dedicarmi alla vita reale, professionale, riprendo la stesura di queste pagine con tutta l’influenza arrivata a causa del freddo di Bologna di sabato scorso. Tra mattina e pomeriggio, prima di riprendere il treno per tornare in Abruzzo, ho vagato un po’ per la città ed è così che la stanchezza mista a stress si è andata a farsi benedire direttamente nel mio corpo tra una risata e l’altra.

L’edizione 2016 di Arte Fiera non mi ha entusiasmato tanto, ormai sono diversi anni che frequento e trovo sempre più spaesata. Non c’è nulla che mi susciti vera emozione, niente che rapisce o mi induca a fermare per circa un minuto. Ho notato alcuni cambi, ad esempio, uno su tutti il fatto che la Galleria Continua di San Gimignano sia entrata ufficialmente nei padiglioni dei grandi collezionisti – fino allo scorso anno era nell’area delle medie gallerie. Il suo mercato è crescente, la sua credibilità anche, e le sue sedi ormai sono dislocate in molti centri importanti del mondo. Sul fronte delle vendite credo la rassicurazione sia sempre in questa zona, anche se le dichiarazioni rilasciate da molti galleristi lamentano la presenza di una scarsa qualità di selezione tra gli artisti. Quest’anno tra i principali protagonisti (nel senso quelli che ho trovato più esposti) ci sono Augusto Bonalumi (spazialismo) seguito da Getulio Alviani (optical).

Tantissima arte astratta e informale, tante cose noiose viste e riviste da riconoscere a centro metri di distanza. Ho apprezzato molto Aaron Demetz, Walter Moroder, alcuni lavori di Giuseppe Uncini che non conoscevo, gli scatti di Armin Linke e tanti fotografi tunisini e iraniani scovati in Officina dell’immagine, Milano (Farah Khelil, Gohar Gashti), Raphaél Denis.

Molte le critiche che l’edizione si è portata addosso, alcune credo siano legittime (clicca). In città, per Art City, sono stata in Pinacoteca Nazionale e al MaMbo – Museo d’Arte Moderna dove erano dislocate opere della collezione in una mostra intitolata Arte Fiera 40. Lo sguardo delle gallerie sulla grande arte italiana. Per me, in questo contesto, vince  la prima sede con un lavoro grandioso di Mario Schifano intitolato Geometrico (Instagram). Per quanto riguarda la seconda struttura (MAMbo), al suo interno prevedeva diverse esposizioni, quella che mi ha colpito di più è stata Officina Pasolini. Emozionante, narrata come fossimo in un viaggio nella vita di Pier Paolo Pasolini, pensata come percorso che confluiva in un intreccio strepitoso tra letture, gli scritti e i suoi film. Qui gli scatti realizzati da Dino Pedriali mi hanno lasciata totalmente incantata.

A Palazzo De’ Toschi, invece, la terza tappa del progetto La Camera. Sulla Materialità della fotografia a cura di Simone Menegoi (le prime due avute al MAN di Nuoro e alla Extra City Kunsthal di Anversa in Belgio).  Si tratta di una mostra che terminerà il 28 febbraio in cui si indaga il rapporto tra scultura e fotografia. Il livello di ricerca era molto alto. Ladies and Gentleman, Andy Warhol 4.0 (1975 -2016), invece, in Galleria Cavour  ha ripercorso la storia della mostra avuta per la prima volta a Ferrara, a Palazzo dei Diamanti nel 1975, il cui tema era quello degli scatti dedicati al tema del travestimento, argomento ancora attuale su cui si può ancora riflettere all’alba dei nuovi strumenti di comunicazione attualmente in uso. (Instagram)

Per quanto riguarda Set Up Art Fair (la fiera indipendente dedicata al mercato degli artisti giovani), venerdì,  attorno alle 20, non aveva tanto flusso di persone. E’ la mia seconda volta all’evento, lo scorso anno c’era molta più gente in visita. Mi trovo molto d’accordo con quanto dichiara la redazione di Artribune (clicca).  A volte, nella visita, la sensazione è stata quella di essere all’interno di uno studio di tatuatori in cui tema della morte dominava sulla vita. Possibile che gli artisti giovani, per buona parte, non riescano a scavare dentro se stessi? Le gallerie straniere che avevo appuntato in precedenza, quest’anno le ho trovate giù di corda (Barcel – One)

Gossip: Ho incrociato Luca Beatrice.
Recentemente ho parlato di lui citando alcuni articoli nel blog. Mi ha fatto molto piacere, soprattutto perché pensavo se la tirasse di brutto, invece, mi è parsa una persona tranquilla che vagava negli spazi come me, e dove, in alcuni casi, ci siamo incrociati sorridendoci con gli occhi perché avevamo lo stesso passo di osservazione in entrata e uscita dalle sale.

Al prossimo anno?
Vedremo!

http://www.artefiera.it/
http://www.setupcontemporaryart.com/2016/
http://www.pinacotecabologna.beniculturali.it/
http://www.mambo-bologna.org/
http://www.galleriacavour.net/
http://www.bancadibologna.it/
Brigitte March Niedermair. Horizon

Merda d’artista, in due.

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In totale velocità sono qui a parlarvi di due libri acquistati ad Arte Fiera 2015. Si tratta di volumi che presentano differenti tagli, non hanno nessuna pretesa e raccontano l’arte in maniera pulita e semplice.

Breve storia della Merda d’arista (Skirà, 2014) è curato da Flaminio Gualdoni. Lo studioso spiega minuziosamente la struttura dell’opera, mettendo in evidenza le componenti visive e di provocazione strutturate dall’intelligenza dall’artista Piero Manzoni (1933 – 1963). Lo fa nella maniera più utile rivolgendosi a chi ama questi settori, poiché scende nei dettagli narrando questioni legislative sollevate attorno ai dibatti dell’arte contemporanea dei primi anni ’60. L’opera Merda d’artista è datata 1961. E’ uno dei capisaldi dell’arte contemporanea italiana, composta da colui che, assieme ad altri, proprio in quel periodo, ha contribuito a un cambiamento di scenario linguistico avvenuto nelle arti dopo la seconda guerra mondiale. Piero Manzoni ha creato un mito assoluto su un oggetto semplice, come quello di una scatoletta di comune utilizzo, donandolo di un potere artistico derivante da azioni d’impianto dadaista e concettuale (prendendo con le pinze questi due termini finali usati al di fuori di un discorso prettamente accademico).
Il segreto dell’azione compiuta è nella ironia di aver saputo eseguire una comunicazione netta da permettere a un solo oggetto di essere opera d’arte il cui valore è nella produzione di una firma e nel contenuto dichiarato e non verificato al suo interno. Un unico pensiero e un unico approccio. Scegliere tra venerazione o distruzione. In sostanza, un cortocircuito di idee e connessioni talmente immediato da non saperlo gestire nella sua forma, che ne crea o ne annienta il valore, secondo il gesto che si decide di attuare. L’autore (Manzoni) ci permette di capire che la risposta è nel dubbio, non nella spiegazione dettagliata o nella ricerca di motivazioni dell’atto.

merda

Piero Manzoni di Fausto Gilberti (Corraini Edizioni, 2015) ha lo stesso impianto del precedente descritto, cioè racconta la storia di un successo artistico, ma le sue intenzioni hanno un impianto educativo il cui segreto è della diffusione della conoscenza. Giliberti sembra non arrivare a spiegare lo spessore scientifico di cui – a volte – si è costretti a nutrirci affinché tutti siano al pari della competenza attraverso il tecnicismo, piuttosto, egli rende accessibile la comprensione di un’opera rivoluzionaria del panorama artistico mondiale in tutta creatività.
La tecnica è il fumetto, affiancato da testi brevi di facile consultazione in italiano e in inglese.

Dello stesso autore e casa editrice ho anche in possesso L’orco che mangiava i bambini (2014), una fiaba non fiaba adatta a tutte le età.

Gilberti
Buona lettura!

ArteFiera, 25 gennaio 2014

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, eventi, mostre

Sono di ritorno da ArteFiera di Bologna, la mostra – mercato dedicata all’arte moderna e contemporanea. Oltre la quantità d’informazioni che devo ancora metabolizzare, capire, esternare, mi ricordo cosa ho espresso in merito allo stesso incontro, lo scorso anno.
Qui il link al mio vecchio articolo, del quale – in buona parte – potrei ancora essere d’accordo.

Quest’anno l’occhio è stato molto meno infastidito: ho cercato di carpire l’essenza della nuova edizione ragionando essenzialmente sul mio vissuto e sulle mie percezioni. Catturando quanto c’era d’assorbire, tralasciando l’inutilità, affacciandomi solo su determinate aree, per comprendere se qualcosa mi avrebbe rapito in tutta velocità, riducendo a quantità di stress in maniera esponenziale, guadagnandoci in salute.

Il motivo che mi ha spinto a salire alla fiera è stato di scoprire cosa e come Mia Art Fair si fosse occupata dell’area fotografica. Sono andata veramente con la voglia di compiere una ricerca che mi permettesse di avere un quadro più limpido su quel campo aperto, ancora troppo da esplorare, punto che potrebbe essere di svolta per segnare l’ascesa di alcuni giovani artisti.

Anche lì ho avuto molto da ridire. Credo che l’apice massimo del rifiuto lo abbia avuto nel momento in cui mi sono trovata uno scatto di Henri Cartier – Bresson che immortalava un’elegantissima Marylin Monroe.

Per quanto riguarda il fronte italiano non posso tralasciare la capacità stilistica di Silvia Camporesi. I suoi pezzi sono un  blocco temporale che si estrania da tutto il resto, con un linguaggio rivolto a un’attenzione concentrata sempre più su tecnica e lirismo.

Non posso omettere lo scatto di Luigi Presicce tratto dalla performance Tradurre l’incanto agli uccelli della Galleria Bianconi. Come del resto non posso tralasciare il frame di Regina José Galindo tratto del progetto Piedra ospitato alla Galleria Poleschi / Pisani.

Sono rimasta  soddisfatta all’attenzione riservata all’arte russa e asiatica, ma anche alle selezioni effettuate dalla Collezione Maramotti. Aggiungo a ciò, gli artisti d’impegno della Galleria Continua di San Gimignano e lo spazio organizzato dalla Pari&Dispari Project di Reggio Emilia.

Mi spiace molto per Emilio Isgrò. Credo sia uno dei grandissimi sottovalutati della storia dell’arte italiana contemporanea. La sua opera è una scultura di una vergine sovrastata dagli scarafaggi, di forte impatto per l’intensità della litania che era ripetuta con un’amplificazione posta in alto e che fungeva da coscienza critica verso tutti noi.

La cosa che mi ha annoiato davvero è il collezionismo: diventato sempre più piatto, scontato e senza margine di respiro.
Pochi pezzi meritevoli in grado di innescare un cambiamento nella quotidianità della bellezza.

In ultimo, vorrei segnalare l’opera di Piotr Hanzelewicz, lontana da tutto il casino degli stand, posta in un angolo della rivista Mu6. Il progetto lo trovate sul suo spazio dedicato in wordpress cliccando qui: http://quasiuneuro.wordpress.com/

Ho percepito questo lavoro come una sorta di costellazione visiva di disegni che si componevano assieme l’un l’altro in un sistema molto fragile.
Ogni foglio può essere considerato come un planisfero visivo i cui tratti sono organizzati in cerchi che segnano i confini di un caos controllato, mentre il colore che straborda  in macchie ai margini, come rifiuto a una logica di ridimensionamento  che si innesca per reazione.

E’ stata impressionante la percezione che ho avuto nell’impatto. Io stessa mi sono meravigliata: alle mani ho avuto un prurito che mi ricordava il legame che abbiamo noi con le monetine quando il nostro essere, la nostra acidità, entra in contatto con il nichel di cui è composta una moneta.

Sul blog lascio solo alcune foto. Potete trovare tutti gli scatti sull’album del mio Fb cliccando QUI

D a f n e from alessandro BRIGHETTI on Vimeo.

Adel Abidin “Ping pong” (Clip) (2009) from El-Sphere on Vimeo.

Fedor Marchushevic