Tu non sei i tuoi anni – Ernest Hemingway [#poesia]

amore, cultura, Donne, lavoro, poesia, salute e psicologia, vita

“Tu non sei i tuoi anni,
nè la taglia che indossi,
non sei il tuo peso

il colore dei tuoi capelli.
Non sei il tuo nome,

le fossette sulle tue guance,
sei tutti i libri che hai letto,
e tutte le parole che dici

sei la tua voce assonnata al mattino
e i sorrisi che provi a nascondere,
sei la dolcezza della tua risata
e ogni lacrima versata,
sei le canzoni urlate così forte,
quando sapevi di esser tutta sola,
sei anche i posti in cui sei stata
e il solo che davvero chiami casa,
sei tutto ciò in cui credi,
e le persone a cui vuoi bene,
sei le fotografie nella tua camera
e il futuro che dipingi.

Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.”

Tu non sei i tuoi anni – Ernest Hemingway

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Invincibile estate – Albert Camus [#poesia]

amore, cultura, giovedì, poesia, vita

Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore
che mi spinge subito indietro.

Invincibile estate di Albert Camus
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Alessandro Amato – Sotto i nostri piedi, giovedì 25 maggio, Empatia Bar & Libri – Teramo #codicedizioni #terremoto [#presentazione]

comunicazione, CS, cultura, eventi, leggere, letteratura, libri

Empatia Bar & Libri e Terapia Lampo
sono liete di invitarvi

giovedì 25 maggio ore 18.00

all’incontro con
Alessandro Amato
autore di Sotto i nostri piedi
(Codice edizioni, 2016)

intervengono
l’autore
e Andrea Sangiovanni,
storico e insegnante di Storia Contemporanea e Storia dei media
all’Università degli Studi di Teramo

 

Dopo ogni terremoto c’è sempre qualcuno che lo aveva previsto: i Maya, la zia Santuzza, il cane del vicino. I previsori non si fidano della scienza, ma credono che i rospi scappino prima dei terremoti, che la Nato e le trivelle possano scatenarli, che gli scienziati sappiano prevederli ma non lo dicano perché odiano vincere i premi Nobel. Per orientarsi in questo groviglio di scienza e pseudoscienza, “Sotto i nostri piedi” ci accompagna in un viaggio attraverso la storia dei terremoti e dei tentativi di prevederli, costellata da pochi acuti e tanti fallimenti. Storie di scienziati e filosofi (da Aristotele a Kant), di terremoti e terremotati (dalla Cina alla Russia, dalla California all’Aquila), di bizzarre teorie e personaggi pittoreschi. Fino ai più recenti passi avanti compiuti dalla ricerca sismologica, che se non consentono ancora la previsione dei terremoti ci offrono però la conoscenza e gli strumenti per una fondamentale riduzione del rischio.

 


Alessandro Amato
, geologo e sismologo, è dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). È stato direttore del Centro Nazionale Terremoti e membro della Commissione Grandi Rischi. Ha coordinato e partecipato a numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali, pubblicando articoli sulle maggiori riviste scientifiche del settore. Da qualche anno si occupa di comunicazione della scienza, anche sui social media.

Andrea Sangiovanni, storico, insegna Storia Contemporanea e Storia dei Media all’Università degli studi di Teramo. Si occupa di di mass media nella storia dell’Italia repubblicana, con particolare attenzione ai processi di costruzione delle culture politiche e degli immaginari collettivi.

Pagina facebook della presentazione

Alessandro Amato - Sotto i nostri piedi, 25 maggio, Empatia Bar & Libri - Teramo

 

*Comunicato stampa

 

Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate, olio su tela (82x114 cm), 1885, Museo Van Gogh di Amsterdam (web)

Fontamara – Ignazio Silone #libri #mondadori #pointofview [#recensioni]

attualità, cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri, politica, quotidiani, Studiare, viaggi

Quando ero adolescente avevo il vizio maledetto lasciarmi pilotare nei gusti da artisti che stimavo. Si creava una concatenazione di acquisti impressionante che collegava libri e musica per la maggior parte dei casi ispirata dall’incontro/scontro di copertine e testi.

Quella stessa magia è arrivata con Ignazio Silone, accaduta mentre visionavo un video curato da Francesco Paolucci intitolato Sulle tracce di Fontamara. La sua regia offre un’immagine equilibrata ai sentieri descritti dall’autore nel 1930. Ha raccontato, in breve – secondo il mio punto di vista – caratteristiche di un Abruzzo che ha un potenziale enorme nella costruzione di valore turistico. Un’apertura integrata che vira alla accoglienza sotto un’altra chiave interpretativa: la conoscenza letteraria. Ha messo al centro le risorse naturali della montagna, la sua gente, partendo da possibilità alternative che possono offrire risvolti nella creazione di percorsi, servizi e strutture, mantenendo inalterata l’identità del racconto e quello della sua terra.

 

 

Fontamara (Mondadori, 1949) è un testo che ho letto quando ero ragazzina. Avevo dimenticato il suo contenuto. Dopo la visione ho sentito la necessità di sfogliarlo di nuovo. Nella mente era rimasta una brutta etichettatura di quei protagonisti cafoni che oggi sento miei nella più totale radicalità. Ripercorrere le pagine ha significato trovare una rassicurazione, e permesso di riscoprire cose rimosse o mai memorizzate .

Ignazio Silone è nato qui, in provincia di L’Aquila, dove ha perso i suoi genitori nel terremoto del 1915, costretto a una vita che lo ha messo a dura prova. Ha partecipato alle lotte contadine e operaie. Ha ricoperto importanti cariche nel Partito Socialista e in quello Comunista. E’ stato costretto a fuggire in Svizzera per salvarsi dalla polizia di regime. Il suo impegno politico ha visto un ripensamento quando lo Stalinismo conquistava consensi e potere. Da quel momento ha abbandonato il partito e trasformato la sua percezione delle cose in una forza che si è riversata nella letteratura attraverso la denuncia in un’azione dal grande valore morale.

Fontamara è il simbolo del suo percorso; un testo che ha avuto un enorme successo, tradotto e distribuito in più lingue nei paesi più poveri del terzo mondo. La sua storia nasce da una finzione-testimonianza quando si presentano alla porta dell’autore tre fontamaresi che raccontano, a loro modo, quello che era accaduto in questa porzione di territorio abruzzese. Persone che rappresentano tutto e tutti, senza confini, perché fame, tempo, sopruso e menzogna, non hanno linee tracciate, non si schierano solo nella adesione a una bandiera, non si comprendono se gli strumenti del dialogare non sono gli stessi, della medesima portata, tra in chi ha vissuto determinate esperienze e chi le ha solo ascoltate senza attraversarle in prima persona.

Silone è portavoce di un popolo che conosce, che gli appartiene, del quale comprende le sfumature linguistiche e che osserva da lontano grazie alla memoria. Ha un quadro chiaro della Storia e dei suoi accadimenti, rende i villani protagonisti per la prima volta nella letteratura italiana e dichiara:

Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna, che della città, è ora un termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”.

Nel 1930 è scritta una bomba ad orologeria che irrompe e mostra il potere della lotta tra pari, una guerra tra chi si dichiara di appartenere a una divisa e chi, tra ignoranza e presa in giro, si salva nella fratellanza nonostante la piega degli eventi e dei torti subiti. Ogni singolo frammento è dotato di uno spazio di riflessione che trattiene il lettore saldo alla fedeltà della pagina. La stesura in prima persona trasporta in dinamiche che iniziano dall’analfabetismo all’imbroglio, passano per la giustizia, la religione, l’egoismo, la connivenza tra poteri e individui.

Oggi è il 18 maggio 2017. Nel 2009 è iniziata una frammentazione spaventosa del Centro Italia che ha visto in 8 anni incrementare ed estendere una crepa che ha abbracciato più regioni vicine, quasi fraterne seppur diverse tra loro per mille peculiarità. Una redistribuzione geopolitica spaventosa, nel cuore della prima grande crisi economica del ventunesimo secolo.

Che cosa hanno in comune tutte queste storie?
Che significato ha un libro come Fontamara nella nostra contemporaneità?

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989 ph. Amalia Temperini

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989
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Stig Dagerman #libri #iperborea #pointofview [#recensione]

cultura, giovedì, leggere, libri, poesia

L’incontro con la lettura di Stig Dagerman nasce casualmente grazie a una chiacchierata scambiata su facebook dove una cara amica mi introduceva a Iperborea, una casa editrice italiana e indipendente con sede a Milano, fino a quel momento sconosciuta. Tra le cose più interessanti che ho trovato sul loro sito: la specializzazione in letteratura nordeuropea, la possibilità di avere conoscenze su corsi di lingua scandinava e i formati dei libri del tutto particolari con una grafica che rimanda piccole opere d’arte pittoriche.

Ho scelto Stig Dagerman dopo aver consultato il catalogo dei loro autori. Incisivo è stato il rimando a Albert Camus e Franz Kafka. Di questi ultimi ho pensato al sentimento di straniamento, e sulla base di questa sensazione ho fatto miei Il nostro bisogno di consolazione (1991) e Perché i bambini devono ubbidire?  (2013). Testi brevi, intensi, radicali, la cui base è dotata di un senso di durezza autentico. Riflessioni educative di uno scrittore poeta anarchico, morto suicida all’età di 31 anni, cresciuto coi nonni, tradito dai suoi genitori, venuto su in un momento storico che vedeva l’ascesa dei totalitarismi più bui d’Europa. Una persona che in un racconto intitolato Il serpente (1945) faceva esprimere al suo personaggio di punta anticipazioni su momenti che dovevano ancora arrivare:

La tragedia dell’uomo contemporaneo è che non osa più avere paura. Questo è pericoloso, perché ne deriva che grado a grado sarà costretto a smettere di pensare“.

Stig Dagerman Il nostro bisogno di consolazione (1991), Perché i bambini devono ubbidire? (2013) Iperborea, Milano ph. Amalia Temperini

 

Il nostro bisogno di consolazione si apre con l’ultima poesia lasciata prima della sua morte. Cinica, difficile da accettare, un moto aspro, dichiarato e denunciato (Attenti al cane, 1954). L’intero testo è pervaso da riflessioni che mettono al centro il tempo, unità di misura che gestisce la ripetizione e la produzione nella ricerca/conflitto nel riconoscimento di diritti e doveri, pubblici e privati.

Perché i bambini devono ubbidire? è, invece, una raccolta di racconti dove l’argomento cardine è il giudizio. Apre a una riflessione verso se stessi e gli altri. Pone il prossimo in relazione alle nostre esistenze, un capro espiatorio per difendere l’immaturità intrinseca dell’essere umani. L’attenzione principale è sul verbo dovere, servile per eccellenza, nel quale si cresce invischiati e dal quale è difficile districarsi in tutta la fase di avvicinamento a un’età adulta. Tra le parti più belle, il volo che compie nel momento in cui lega Swift a Kafka, per comprendere armonia e libertà.

 

dagerman_web

 

Stig Dagerman

Il nostro bisogno di consolazione (1991)
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Perché i bambini devono ubbidire? (2013)
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Iperborea, Milano
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L’ARMINUTA DI DONATELLA DI PIETRANTONIO, SABATO 25 MARZO, EMPATIA BAR & LIBRI – TERAMO (presentazione) ph. Amalia Temperini

L’Arminuta, Donatella Di Pietrantonio #libri #einaudi #pointofview [#recensione]

cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri

Poche settimane fa sono stata invitata dai librai di Empatia di Teramo alla presentazione del libro L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017).  Ho colto l’occasione per acquistarlo direttamente mentre l’autrice ne parlava davanti a una folta folla che la ascoltava con viva sincerità.

Non si tratta di un romanzo facile: è duro, ha una scrittura scolpita, come la lenta narrazione iniziale, che spicca in un secondo momento il volo nella maturità di osservazione della protagonista: una ragazzina che vive negli anni ’70 in una regione in cui la linguaidentità e appartenenza – rappresenta un divario, la lotta, il rifiuto del proprio Sé. Una resistenza che rallenta di molto la progressione in lettura, tanto si spinge L’arminuta a non accettare la sua nuova dimensione di vissuto.

Il tema è quello del dono: io figlia sono destinata a un’altra persona, cresco con chi credo sia il mio punto di forza per poi scoprire, al ritorno, che tutto cambia, rovescia, ribalta secondo un ordine preciso, ristabilito attraverso un trauma che predispone i valori alle priorità.

Il senso trova la sua misura nell’autentico, in quello ci che procrea, che seppur tradisce, difende e recupera la via nonostante la mancanza di strumenti culturali. Elementi che concedono possibilità in più, aperture, riflessioni sviluppate da una verità unica se modellata sulla propria esperienza.

Fogli intrisi di rabbia, dolore e umiliazione, incestuosità, elementi che cambiano le cose quando l’anima si risveglia nel giusto, in quel passo necessario incalcolabile che la vita impone, quando la maturità diventa protagonista e permette di distinguere gli egoismi dalla natura umana nel trovare un coraggio, quando il tutto si compie attraverso una rinascita armonica delle volontà.

Lo stile scavato, rudimentale, graffiante, trasporta chi legge nel cuore di un dialetto aspro, quello della sopravvivenza, della velocità di un percorso territoriale che segna un disorientamento, le differenze, le opposizioni che si contraddistinguono specularmente in due sorelle che imparano a conoscersi e ribellarsi, ognuno a suo modo in due mondi distanti, magici, rituali, complementari e complici, racchiusi in un viatico distribuito tra mare e montagna in una terra madre e matrigna: l’Abruzzo.

 

Pi lu mal chi ti’ tu, ji la midicin ni lli tinghe – ha confessato senza colpa.
Ha sollevato la mano, guardandola nella sua impotenza,
poi l’ha riportata giù a quel che poteva dare, una ruvida carezza”

 

 

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi, 2017
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Grazia Toderi e Orhan Pamuk Words and Stars (Conversazione), 2013-2017 cinque proiezioni video, loop, sonoro-min

Grazia Toderi e Orhan Pamuk “Words and Stars”, fino al 2 luglio 2017, MART – Rovereto #arte #mostre [#currentexhibition]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, eventi, letteratura, mostre, poesia, turismo, viaggi


GRAZIA TODERI E ORHAN PAMUK
WORDS AND STARS

A cura di Gianfranco Maraniello

 Mart, Rovereto

fino al 2 luglio 2017

 

Dopo quattro anni di conversazioni, incontri, corrispondenza, il Mart di Rovereto presenta l’atteso progetto dell’artista Grazia Toderi e dello scrittore Orhan Pamuk.

Words and Stars (2013-2017) è intreccio tra arte e letteratura, tra visivo e narrativo. Dal 2 aprile, a cura di Gianfranco Maraniello

 

Leggere il cielo è forse stato il primo atto con cui
l’essere umano si è interrogato sulla propria esistenza.

João Fernandz

Preludio

Nel 2009, in cerca di suggestioni per il Museo dell’Innocenza di Istanbul, il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, durante una visita alla Biennale di Venezia si imbatte nell’opera Orbite Rosse di Grazia Toderi, tra le maggiori artiste internazionali, già premiata con il Leone d’oro nel 1999.

Colpito dall’opera, ne scrive un significativo elogio su “la Repubblica”, in cui dichiara: “Mi ha invaso una sensazione di infinito”.

IL PROGETTO

Il progetto Words and Stars nasce nel 2013, quando lo scrittore turco decide di invitare l’artista italiana a ideare insieme un’opera d’arte per il Museo dell’innocenza, da lui creato ad Istanbul.

L’esito di questo eccezionale sodalizio artistico, dopo quattro anni di lavoro, conversazioni, incontri e intenso scambio di corrispondenza tra i due autori, ha portato alla realizzazione di una trilogia costituita da un “monologo”, un “dialogo” e una “conversazione” –  per un totale di otto proiezioni video – che sono adesso presentate al Mart, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Inoltre, nel novembre 2016, il progetto aveva visto nascere un’opera realizzata specificamente per lo spazio della cupola di un Planetario e un piccolo ma raffinato intervento installativo, presentati rispettivamente presso il Museo d’Arte Antica di Palazzo Madama e il Planetario di Torino, a cura di Guido Curto e Clelia Arnaldi di Balme.

I video di Grazia Toderi e le parole di Orhan Pamuk insieme hanno costruito cosmogonie e mappe, immaginarie e reali, sullo sfondo di galassie luminose e delle luci di Istanbul.

LA MOSTRA

Cominciano con questa frase gli appunti di Grazia Toderi contenuti nel catalogo della mostra: “Ho scelto di proiettare video perché la loro materia è luce che viaggia e che appare quando le faccio incontrare una superficie, e anche perché possono essere trasmessi contemporaneamente in tutto il mondo”.

Sembra farle eco nel suo testo in catalogo Orhan Pamuk: “Mi considero un romanziere visivo […] Scriviamo romanzi per comunicare al lettore le immagini che ci ossessionano”.

Sugli otto schermi delle tre grandi video installazioni si ibridano scrittura e immagine, si uniscono parole e luci, si amplificano e riecheggiano suoni lontani. Un “monologo” si sviluppa in un “dialogo”, che a sua volta si trasforma in una “conversazione”. L’esperienza si trasforma da personale in universale.

Nella penombra la grande mostra risulta immersiva, incanta lo spettatore e lo conduce in una dimensione sensoriale. I tempi e le posture della fruizione superano il flusso delle immagini e conducono all’interno di un ritmo universale e ciclico.

Le frasi di Orhan Pamuk abitano i paesaggi di Grazia Toderi. Immagini e parole si sovrappongono, creando mutevoli mappe sideree e terrestri insieme. Le luci della città di Istanbul si trasformano continuamente in costellazioni di terra e di cielo.

Un universo identificabile ma misterioso, delimitato ma infinito, reale e fantastico è attraversato da proposizioni e interrogativi che appaiono e si dissolvono.

Grazia Toderi e Orhan Pamuk foto di Antonio ManiscalcoIn Words and Stars le parole di Orhan Pamuk riprendono e sviluppano la trama de Il Museo dell’innocenza, romanzo scritto dallo scrittore turco nel 2008, a cui è seguita la creazione del museo vero e proprio a Istanbul nel 2012. I due protagonisti, che vivono un amore contrastato, tornano bambini ponendosi domande esistenziali: possono i nostri pensieri essere confrontati a lontane stelle in movimento? Esiste un collegamento visivo tra i paesaggi della nostra mente e il cielo sopra alle città?

 

Tanto il planisfero, strumento tradizionale per la rappresentazione delle mappature celesti e terresti, quanto gli occhi, con i quali osserviamo il mondo e catturiamo le immagini della nostra cosmologia personale, sono fonti di ispirazione per Grazia Toderi. In ogni video le luci, in trasformazione continua, appaiono iscritte in grandi dischi, come orbite di monocoli o binocoli.

Dalla scrittura, definita da Toderi “involontario ritratto segreto”, si passa alla “grafia della terra” segnata da fiumi, mari, acqua, terra, luci e scie luminose, che nell’opera di trasformano in costellazioni senza confini.

La mostra contiene contrasti: intimità e pluralità, immensità e pulviscolo, universo senza domande e grandi questioni esistenziali. Le ricerche di entrambi gli autori si ibridano in un progetto che è ancestrale come il mondo e che interroga il futuro.

Senza uno sviluppo narrativo, in un anello temporale che è un ciclo infinito e continuo, le parole di Orhan Pamuk, scritte da grafie sconosciute, dialogano con le immagini di Grazia Toderi. Una Istanbul che può apparire o svanire nell’atmosfera. Città oggi più che mai simbolo di costanti contraddizioni e scissioni, ma anche luogo brulicante e vitale di incontri e intrecci tra mondi, tempi e culture talvolta distanti, talvolta coincidenti.

Dall’uno si passa all’altro in una variazione continua: il Monologo diventa Dialogo che si trasforma in Conversazione, le grafie crescono e si moltiplicano, il tempo delle rotazioni delle immagini cambia, le relazioni si fanno via via più complesse.

Dimensioni e colori diversi: più piccolo il Monologo, sul quale la proiezione in bianco e nero è luce originaria. Blu e turchese i colori della doppia proiezione ad angolo, Dialogo, illuminata da luci fredde e metalliche. Rosso, infine, il colore dominante nella Conversazione, proiettata su cinque grandissimi schermi a formare uno spazio pentagonale. In corrispondenza con lo spettro luminoso, i colori informano sulla vicinanza o lontananza delle stelle: il blu dell’astro in movimento verso la terra o il rosso dell’allontanamento, o il bianco e nero della pura luce che non può essere colore perché incontra solo se stessa.

In un continuo gioco di rimandi senza tempo, tra filosofia, domande ancestrali, proiezioni, scrittura, mappe mentali e geografie dell’anima, nell’arte contemporanea di Toderi e Pamuk riecheggia la storia.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Electa con testi di João Fernandes, Gianfranco Maraniello, Orhan Pamuk e Grazia Toderi.

 

Grazia Toderi

Nata a Padova nel 1963, dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna si trasferisce nel 1992 a Milano. Dal 2005 vive tra Milano e Torino. Ha partecipato a mostre collettive e a rassegne importanti come la Biennale di Venezia, nel 1993, 1999 (tra le vincitrici del Leone d’Oro) e 2009, le Biennali di Istanbul (1997), Sydney (1998), Pusan (2000 e 2002), Pontevedra (2004) e New Orleans (2011). Tra le mostre personali in musei pubblici segnaliamo: Castello di Rivoli (1998), Museo Serralves, Oporto (2010), Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington D.C. (2011), Maxxi, Roma (2012), John Curtin University Gallery, Perth (2013), MIT Museum, Boston (2016).

Orhan Pamuk

Nato nel 1952 a Istanbul, nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. In Italia ha pubblicato con Einaudi tutte le sue opere, tra cui Il mio nome è rosso (2001), Neve (2004), Istanbul (2006), Il Museo dell’innocenza (2009), Il Signor Cevdet e i suoi figli (2011), L’innocenza degli oggetti (2012) e La stranezza che ho nella testa (2015), La donna dai capelli rossi (2016). Le storie di Pamuk indagano l’anima malinconica della sua città natale alla scoperta di nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture. Ha fondato a Istanbul un vero e proprio museo che accoglie gli oggetti accumulati da Kemal, protagonista de Il Museo dell’innocenza, a memoria della sua ossessione amorosa per la giovane Fusun.


INFO

GRAZIA TODERI E ORHAN PAMUK
WORDS AND STARS

A cura di Gianfranco Maraniello

Mart, Rovereto
2 aprile 2017 ― 2 luglio 2017

MART ROVERETO
Corso Bettini 43, 38068
Rovereto (TN)
T 0464 438887
Numero verde 800 397760
http://www.mart.trento.it/
info@mart.trento.it

Susanna Sara Mandice | Ufficio stampa
s.mandice@mart.tn.it
press@mart.tn.it
T +39 0464 454124
T +39 334 6333148

 

 *Comunicato stampa

 

L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, sabato 25 marzo, Empatia Bar & Libri – Teramo #romanzo #einaudi [#Presentazione]

attualità, comunicazione, CS, cultura, Donne, lavoro, leggere, letteratura, libri, salute e psicologia, turismo, viaggi

Empatia Bar & Libri
è lieta di invitarvi

sabato 25 marzo ore 11.00

all’incontro con
Donatella Di Pietrantonio
autrice di
L’arminuta (Einaudi, 2017)

intervengono l’autrice e Angela Rastelli [editor Eianudi]

Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta.

 L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio, sabato 25 marzo, Empatia Bar & Libri - Teramo (manifesto , locandina)

Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche piú care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi.

Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017)
interventi dell’autrice e di Angela Rastelli [editor Eianudi]

Sabato 25 marzo ore 11.30

Empatia Bar & Libri
via G. Milli, 4
64100 – Teramo

Per saperne di più sul libro: Einaudi

Donatella Di Pietrantonio è nata e ha trascorso l’infanzia ad Arsita, un paesino della provincia di Teramo, e vive a Penne. Scrive dall’età di nove anni racconti, fiabe, poesie e un romanzo, questo. Nella vita fa la dentista per bambini. Il suo primo romanzo è Mia madre è un fiume (elliot, 2011). Con Bella mia (elliot, 2014) ha partecipato al Premio Strega. Nel 2017 pubblica con Einaudi L’Arminuta.Angela Rastelli è editor della narrativa italiana presso Einaudi.

*Comunicato stampa

Sue Lyon and James Mason in Lolita directed by Stanley Kubrick, 1962 (web)

Lolita? Jerry Saltz e Nabakov #associazioni #libri #streetart #fotografia #arte[#riflessione]

arte, arte contemporanea, cultura, giovedì, recensioni arte

Questa settimana non volevo scrivere nulla. Qualcosa è scattato quando ho visto la foto di Jerry Saltz – il famoso critico d’arte americano – sulla sua pagina facebook.

Jerry Saltz, Ninth Ave. Chelsea NYC.

Un aborto. Non un parto. Ho immediatamente associato Lolita, libro dell’autore russo Vladimir Nabakov (Mondadori, 1959). Questa connessione è partita pensando a come lo scrittore abbia sviluppato una trama in inglese e in un secondo momento sia stata tradotta da lui stesso nella sua lingua madre. Non ho guardato alla pornografia dell’atto di presunta denuncia streetart sulla contemporaneità dei fatti politici, quanto alle ragioni che ci sono dietro un volume che ha generato negli anni della sua uscita scandalo e fama a un creatore già di suo affermato. Ho ripercorso lo stile allusivo e affabulatorio in una eleganza mai espressamente diretta, fastidiosa tanto vera. Ho ripensato a come quel testo raccontava questa sorta di anomalia endemica dell’inseguimento che c’è tra paesi della vecchia Europa rispetto a quella gioventù americana, fresca, frivola, apparentemente leggera che oggi non c’è più (o forse è solo esasperata, ramificata e amplificata in tutto il mondo).

Nella posa realizzata da un artista a me sconosciuto ho visto ritratti due adulti in un gesto che potrebbe essere considerato offensivo, se non fosse che lo stereotipo dell’omosessualità calcato racchiude l’idea di un film commerciale degli anni novanta (I Gemelli, con Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito). Non una briciola che prenda ispirazione da Humbert Humbert impoverito dalla voracità di un desiderio sconosciuto verso una ragazzina.

Chissà come oggi, lui, Nabakov, appassionato sviluppatore di cruciverba, tratterebbe questo grande enigma sul presente? Penso che la letteratura sia ancora uno strumento vivo, capace di fermare chi legge un attimo prima, rispetto all’immagine (cinematografica/fotografica/pittorica), che proietta immediatamente a un dopo, grazie a quell’istante.

Paul Strand, Blind, 1916 (web)

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LIBRIMMAGINARI VI EDIZIONE – 27 maggio #viterbo #savethedate

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, CS, cultura, eventi, libri, mostre, turismo, viaggi

Librimmaginari. Il segno inquieto, Festival del disegno e delle arti visive, manifesto - www.arciviterbo.it/librimmaginari
LIBRIMMAGINARI VI EDIZIONE*
Il segno inquieto
 
Un progetto di Arci Viterbo
 
Walden. La vibrazione selvatica
Mostra collettiva di disegno e illustrazione
A cura di Marcella Brancaforte e Marco Trulli
 
Inaugurazione
27 maggio ore 18.00
Biancovolta, Via delle Piagge 23 Viterbo

Dal 27 Maggio al 5 Giugno 2016

Artisti
Andreco, Marco Bernacchia, Zaelia Bishop, Lucilla Candeloro, Daniele Catalli, Luca Coclite, Massimo De Giovanni, Anke Feuchtenberger, Tothi Folisi, Magda Guidi, Simone Massi, Alex Raso, Stefano Ricci, Elisa Talentino, Violetta Valery

Continuando a riflettere sul disegno come territorio comune tra il mondo dell’illustrazione e quello dell’arte visiva, il nuovo progetto espositivo collettivo di Librimmaginari parte da un celebre libro della letteratura statunitense, capostipite di una serie di riflessioni sulla relazione tra uomo, ambiente e società: Walden. La vita nel bosco di Thoreau. Il concept della mostra è un viaggio nella terra selvatica (Wildnis) che ogni uomo ha in sé. Il bosco quindi come luogo dell’archetipo, passaggio verso una dimensione dell’inquietudine, della riconquista di una dimensione simbiotica con la natura, ed anche del suo lato oscuro e misterioso. “Il “Trattato del Ribelle” di Jünger ci restituisce un’immagine della foresta (che ritroviamo spesso anche nella mitologia e nelle fiabe europee, a testimonianza di quanto sia radicato nel nostro animo il simbolo del bosco), come luogo in cui l’uomo diviene sovrano di sé, ritrovando il contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del tempo.”
Ma il bosco è anche sinonimo di fuga dal reale, astrazione e diventa spazio ideale di nascondimento come strategia di rifugio, mimetizzazione nella natura. Il bosco come luogo immaginario e psichico, foresta di segni e storie nascoste che si dispiegano all’interno di una mostra pensata come una grande installazione composita.

Il bosco è l’origine di molte storie, attraversamenti e leggende. La mostra è un sentiero nel bosco, una immersione nel selvatico, un’ambientazione di interpretazioni possibili della relazione simbolica che lega l’uomo al bosco.

Orari di apertura
Dal martedì alla domenica dalle 17 alle 19.30

Un progetto promosso da
Arci Viterbo

Con il patrocinio di
Comune di Viterbo
Biblioteca Consorziale di Viterbo
Associazione AI  Autori di Immagini
In collaborazione con Liceo Artistico Statale “Francesco Orioli”
Realizzato nell’ambito de Il Maggio dei libri

Per informazioni
ufficiostampaarciviterbo@gmail.com
www.arciviterbo.it/librimmaginari

Qui tutto il programma dell’evento:
http://www.arciviterbo.it/librimmaginari/

*comunicato stampa

Non voltarti, non voltarti mai indietro.

arte, artisti, cultura, poesia

Orfeo e Euridice

In piedi sui lastroni del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo si piegava nel vento impetuoso,
che sbatacchiava il suo cappotto, sollevava gomitoli di nebbia,
si rivoltava tra le foglie degli alberi. Le luci delle auto
a ogni soffio di nebbia si smorzavano.

Si fermò di fronte alle porte a vetri, incerto
se gli bastassero le forze per quest’ultima prova.

Ricordava le sue parole: “Tu sei buono”.
Non ci credeva poi tanto. I poeti lirici
hanno di solito, come sapeva, un cuore freddo.
E’ questa in fondo la loro condizione. La perfezione dell’arte
non si ottiene senza questa menomazione.
Soltanto il suo amore lo riscaldava, lo umanizzava.
Quando era con lei, aveva anche un’altra opinione di sé.
Non poteva deluderla ora, che era morta.

Spinse la porta. Percorse il labirinto dei corridoi. L’ascensore.
La luce livida non era luce, ma crepuscolo terreno.
Cani elettronici lo superavano senza un fruscìo.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento, all’ingiù.
Sognava. Aveva la sensazione di trovarsi nel Nulla.
Sotto migliaia di secoli raggelata,
su una traccia cinerea ove le generazioni arsero,
questo regno sembrava non avere né fondo né limite.

Lo circondavano volti di ombre in ressa.
Alcuni li riconobbe. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva forte la propria vita assieme con la sua colpa
ed ebbe paura di incontrare quelli a cui aveva fatto del male.
Ma loro avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti.

Per difendersi aveva la lira a nove corde,
nella quale portava la musica terrestre contro l’ abisso
che seppellisce ogni suono col silenzio.
La musica lo dominava. Era allora privo di volontà.
Si abbandonava alla dettatura della canzone, come rapito.
Come la sua lira, diventava solo uno strumento.
Finché non giunse al palazzo dei signori di quella terra.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli rinsecchiti,
nero di rami nudi e di fuscelli bitorzoluti,
ascoltava dal suo lugrubre trono di ametista.

Cantò il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
La fumante acqua della rosea alba.
I colori: cinabro, carminio,
terra di Siena, azzurro,
Il piacere di nuotare in mare vicino alle scogliere di marmo.
Banchettare sulla terrazza affacciata sul chiasso di un porto di pescatori.
Il sapore del vino, del sale, dell’olio, della senape, delle mandorle.
Il volo della rondine, del falco, dello stormo
di pellicani sopra la baia.
Il profumo del mazzo di lillà sotto la pioggia estiva.
Il fatto che aveva composto sempre parole contro la morte
e nessun dei suoi versi glorificava la ricerca del nulla.

Non so, disse la dea, se l’amavi,
ma sei venuto fin qui, per salvarla.
Ti sarà restituita. A una condizione però.
>Non ti è permesso parlare con lei. E nella strada del ritorno
voltarti, per vedere se ti stia dietro.

Ed Ermes portò Euridice.
Il suo volto non era quello di sempre, completamente grigio,
le palpebre abbassate, e, al di sotto, l’ombra delle ciglia.
Avanzava rigidamente, guidata dalla mano
del suo accompagnatore. Di pronunciare il suo nome
aveva una gran voglia, di risvegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo di aver accettato la condizione.

Si mossero. Prima lui, e dietro, ma non subito,
lo scalpiccio dei sandali del dio e il leggero calpestio
delle gambe di lei strette dal vestito come da un velo funebre.
Il ripido sentiero sotto la montagna fosforeggiava
nelle tenebre, come le pareti di un tunnel.
Si fermava e ascoltava. Ma anche loro
si arrestavano, l’eco si affievoliva.
Quando riprendeva il cammino, allora si sentiva il loro duplice passo,
a tratti gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Nella sua fede aumentò il dubbio
e si avvinghiò a lui come una fredda edera.
Incapace di piangere, pianse sulla perdita
dell’umana speranza nella resurrezione dei morti.
Perché adesso era come un qualsiasi mortale,
la sua lira taceva e nel suo sogno era senza difesa.
Sapeva che doveva aver fede e non ne era capace.
Così rimase per quello che sembrò un tempo interminabile
contando i suoi passi nel torpore semicosciente.
Albeggiava. Apparve un anfratto roccioso
sotto l’occhio luminoso dell’uscita sotterranea.
E avvenne ciò che aveva intuito. Quando voltò la testa,
dietro di lui sul sentiero non c’era nessuno.

Sole. E cielo, e là le nuvole.
Soltanto ora esplose dentro di lui il grido: Euridice!
Come farò a vivere senza di te, o mio conforto.
Ma l’erba profumava, ronzavano basse le api.
E si addormentò, con la guancia sulla tiepida terra.

di Czesław Miłosz
Trad. Francesco M.Cataluccio

 

Enrico_Scuri_-_Euridice_recedes_into_the_Underworld

La resistenza del maschio – E. Bucciarelli #libri

cultura, Donne, leggere, letteratura, libri

Sono giorni in cui sembra scoppiata una primavera, non solo perché è un febbraio anomalo, ma ho sentito dentro me un risveglio, un superamento di qualcosa di cui ero consapevole ma non riuscivo a rendere reale. Ho messo a posto diverse cose, fatto il punto della mia esperienza curricolare, avviato fasi di ricerca con coraggio, più leggerezza, senza sentire il carico di un dovere la cui spinta non era dettata dalla mia volontà, ma da qualcosa che arrivava da un esterno indefinito. Mi auguro sia stata l’ammissione di un conflitto, o la semplice necessità di un dire, che sento più vero e nudo, a portarmi alla lettura del romanzo di Elisabetta Bucciarelli, La resistenza del maschio (NN Editore, 2015), che mi ha fatto stare meglio.

Divorato in meno di cinque ore con una passione sfrenata verso una scrittura da un ritmo pulito ed essenziale, il testo permette di viaggiare in un sistema psicologico che conosco e che da tempo rincorro per approfondire e conoscere con più profondità. La storia narra di un uomo di successo, professore e curatore di arte, sposato con una vita piena di impegni, ma incapace di prendere posizioni importanti all’interno di un contesto di una vita normale. Tutto è calcolato, tutto è funzionale, tutto è enumerato e in lista. Da A si precede dritto a B senza che tra le due rette ci possa essere una valutazione per una ipotetica intersezione, interruzione o sospensione. A cambiare la situazione un incidente, un terremoto sulla propria esistenza, che mostrerà un impatto su un mondo diverso, più libero.
Lo stile dell’autrice è matematico, lineare e logico, razionale e lucido. L’assorbimento alla lettura è totale e si sviluppa in tempo un impazzito dai fatti meditati, pensati, in una catena congiunta e in apparenza disgiunta. Ci si sente immersi in una fiction visiva, più che un libro, un resoconto composto da porte che si aprono e chiudono in varchi che non si omettono, e neppure abbandonano, perché non si riesce a smettere di ricercare quell’interruttore rivolto a una luce che non porterà mai allo spegnimento di una routine del desiderio. Ogni segmento offerto in lettura ha un filo incisivo che guida alla conoscenza di altri personaggi, non secondari, ma neppure protagonisti, i cui tratti caratteriali non sono mai mostrati con rimpianto o freddezza. A volte si percepisce rabbia, ma l’andamento è condotto per permettere alla lettura la ricerca di una distanza analitica per la comprensione dei fatti. In un secondo momento ci si trova all’interno di uno studio medico dove tre donne sono in stallo, in una attesa che arrivi il loro dottore in ritardo. Esse confessano e raccontano, ognuno a suo modo, il regolare disagio che provano con gli uomini che frequentano, o che hanno sposato; parlano del più o del meno, della propria storia con persone sconosciute, facendo emergere situazioni contraddittorie e assurde, ed è qui che si manifesta il climax, il cuore della narrazione. E’ in questa sezione/seduta in cui le donne sono unite da un bivio comune di distanza e scelta, in una area di passaggio, mentre decidono di lasciarsi andare nell’accettazione delle proprie frustrazioni/solitudini sentimentali.

Gli argomenti trattati sono diversi: il narcisismo maschile, l’incapacità di relazionarsi all’altro, la fecondazione come condizione e ricorrente in tutti le discussioni di attualità, e il tradimento, sfiorato in modo intelligente e narrato con un espediente che passa attraverso lo scambio di un profumo.

Lo consiglio vivamente.

La resistenza del Maschio, Elisabetta Bucciarelli (NN Editore, 2015)

La resistenza del maschio, Elisabetta Bucciarelli (NN Editore, 2015)

“Non ci sono più progenitori da uccidere, neppure padri contro cui combattere. L’arte lo sta dicendo chiaramente, è visibile, incontrovertibile, nessuna ribellione, nessuna lotta in corso. In cambio c’è la possibilità di una solitudine esasperata, senza possesso, senza perdita. “

L’autrice ne parla qui e qui (programma in due parti).