Tu non sei i tuoi anni – Ernest Hemingway [#poesia]

amore, cultura, Donne, lavoro, poesia, salute e psicologia, vita

“Tu non sei i tuoi anni,
nè la taglia che indossi,
non sei il tuo peso

il colore dei tuoi capelli.
Non sei il tuo nome,

le fossette sulle tue guance,
sei tutti i libri che hai letto,
e tutte le parole che dici

sei la tua voce assonnata al mattino
e i sorrisi che provi a nascondere,
sei la dolcezza della tua risata
e ogni lacrima versata,
sei le canzoni urlate così forte,
quando sapevi di esser tutta sola,
sei anche i posti in cui sei stata
e il solo che davvero chiami casa,
sei tutto ciò in cui credi,
e le persone a cui vuoi bene,
sei le fotografie nella tua camera
e il futuro che dipingi.

Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.”

Tu non sei i tuoi anni – Ernest Hemingway

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Non voltarti, non voltarti mai indietro.

arte, artisti, cultura, poesia

Orfeo e Euridice

In piedi sui lastroni del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo si piegava nel vento impetuoso,
che sbatacchiava il suo cappotto, sollevava gomitoli di nebbia,
si rivoltava tra le foglie degli alberi. Le luci delle auto
a ogni soffio di nebbia si smorzavano.

Si fermò di fronte alle porte a vetri, incerto
se gli bastassero le forze per quest’ultima prova.

Ricordava le sue parole: “Tu sei buono”.
Non ci credeva poi tanto. I poeti lirici
hanno di solito, come sapeva, un cuore freddo.
E’ questa in fondo la loro condizione. La perfezione dell’arte
non si ottiene senza questa menomazione.
Soltanto il suo amore lo riscaldava, lo umanizzava.
Quando era con lei, aveva anche un’altra opinione di sé.
Non poteva deluderla ora, che era morta.

Spinse la porta. Percorse il labirinto dei corridoi. L’ascensore.
La luce livida non era luce, ma crepuscolo terreno.
Cani elettronici lo superavano senza un fruscìo.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento, all’ingiù.
Sognava. Aveva la sensazione di trovarsi nel Nulla.
Sotto migliaia di secoli raggelata,
su una traccia cinerea ove le generazioni arsero,
questo regno sembrava non avere né fondo né limite.

Lo circondavano volti di ombre in ressa.
Alcuni li riconobbe. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva forte la propria vita assieme con la sua colpa
ed ebbe paura di incontrare quelli a cui aveva fatto del male.
Ma loro avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti.

Per difendersi aveva la lira a nove corde,
nella quale portava la musica terrestre contro l’ abisso
che seppellisce ogni suono col silenzio.
La musica lo dominava. Era allora privo di volontà.
Si abbandonava alla dettatura della canzone, come rapito.
Come la sua lira, diventava solo uno strumento.
Finché non giunse al palazzo dei signori di quella terra.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli rinsecchiti,
nero di rami nudi e di fuscelli bitorzoluti,
ascoltava dal suo lugrubre trono di ametista.

Cantò il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
La fumante acqua della rosea alba.
I colori: cinabro, carminio,
terra di Siena, azzurro,
Il piacere di nuotare in mare vicino alle scogliere di marmo.
Banchettare sulla terrazza affacciata sul chiasso di un porto di pescatori.
Il sapore del vino, del sale, dell’olio, della senape, delle mandorle.
Il volo della rondine, del falco, dello stormo
di pellicani sopra la baia.
Il profumo del mazzo di lillà sotto la pioggia estiva.
Il fatto che aveva composto sempre parole contro la morte
e nessun dei suoi versi glorificava la ricerca del nulla.

Non so, disse la dea, se l’amavi,
ma sei venuto fin qui, per salvarla.
Ti sarà restituita. A una condizione però.
>Non ti è permesso parlare con lei. E nella strada del ritorno
voltarti, per vedere se ti stia dietro.

Ed Ermes portò Euridice.
Il suo volto non era quello di sempre, completamente grigio,
le palpebre abbassate, e, al di sotto, l’ombra delle ciglia.
Avanzava rigidamente, guidata dalla mano
del suo accompagnatore. Di pronunciare il suo nome
aveva una gran voglia, di risvegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo di aver accettato la condizione.

Si mossero. Prima lui, e dietro, ma non subito,
lo scalpiccio dei sandali del dio e il leggero calpestio
delle gambe di lei strette dal vestito come da un velo funebre.
Il ripido sentiero sotto la montagna fosforeggiava
nelle tenebre, come le pareti di un tunnel.
Si fermava e ascoltava. Ma anche loro
si arrestavano, l’eco si affievoliva.
Quando riprendeva il cammino, allora si sentiva il loro duplice passo,
a tratti gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Nella sua fede aumentò il dubbio
e si avvinghiò a lui come una fredda edera.
Incapace di piangere, pianse sulla perdita
dell’umana speranza nella resurrezione dei morti.
Perché adesso era come un qualsiasi mortale,
la sua lira taceva e nel suo sogno era senza difesa.
Sapeva che doveva aver fede e non ne era capace.
Così rimase per quello che sembrò un tempo interminabile
contando i suoi passi nel torpore semicosciente.
Albeggiava. Apparve un anfratto roccioso
sotto l’occhio luminoso dell’uscita sotterranea.
E avvenne ciò che aveva intuito. Quando voltò la testa,
dietro di lui sul sentiero non c’era nessuno.

Sole. E cielo, e là le nuvole.
Soltanto ora esplose dentro di lui il grido: Euridice!
Come farò a vivere senza di te, o mio conforto.
Ma l’erba profumava, ronzavano basse le api.
E si addormentò, con la guancia sulla tiepida terra.

di Czesław Miłosz
Trad. Francesco M.Cataluccio

 

Enrico_Scuri_-_Euridice_recedes_into_the_Underworld

Poesia

leggere, libri, Studiare

Diverso tempo fa, durante le lezioni di storia moderna e contemporanea, il mio professore all’università diceva una cosa bellissima che mi ha sempre suscitato curiosità:  le tre grandi religioni monoteiste (ebraismo, islamismo e cristianesimo) non sono tanto diverse tra loro. Egli le definitiva cugine.
Così, quando frequentavo assiduamente le librerie, decisi di comprare una copia del Corano.
Non so dare una motivazione giusta o valida a quell’atto, di certo oggi è stato strano leggere la Bibbia, aprire le Lamentazioni, risalire a Sion (monte su cui fu costruita Gerusalemme) e avere la necessità di andare a trovare quel testo (Corano) nella mia piccola biblioteca personale casalinga.

Inizialmente non sapevo dove fosse, e mentre spostavo i libri in ogni dove nella disperata ricerca, mi è capitato a tiro un piccolo volume di Aldo Nove, Addio mio Novecento (Einaudi, 2014).
Da lì, questa poesia:

L’esplosione della storia

Unghie e palazzi e stelle, 
non quelle non quelle non quelle
ma altre fontane,
millenni forse, oppure settimane
Un’esplosione rallentata
arcata
di ossa, la fossa
Le tele,
le vele le vele le vele
un freddo come fosse l’Occidente
se niente, 
Cosa dice la gente
che dice, 

Beatrice?

Mi è piaciuta la negazione, ma anche il ritmo delle parti in rima.

Un giorno qualunque, appunti in sezione, frasi degli altri – nero e matita.

cultura, poesia, vita

20150620_093512

Due suggerimenti per la ricerca dei propri equilibri.

leggere, libri, Studiare, vita

Da qualche tempo non parlo di libri; oggi non scriverò lunghe recensioni, ma darò alcuni consigli di letture leggere per stabilire una nuova dimensione all’anima.

Il primo, è una raccolta intitolata Poesie Zen a cura di Lucien Stryk e Tarakashi Ikemoto la cui introduzione italiana è stata affidata alla scrittrice Rossana Campo. Il contenuto è ricco di haiku giapponesi e cinesi del quale non posso fare più a meno, ma la chiave di tutto è racchiusa sulle istruzioni poste nelle pagine iniziali, poiché evidenziano il valore intrinseco delle soluzioni che potremmo applicare ai nostri problemi, cambiando solo il punto di vista alle cose.

Sotto gli alberi di ciliegio
non vi sono
stranieri.”

Il secondo testo, è un vero e proprio compendio per creare a una catarsi naturale.
Manuale di pulizia di un monaco buddhista. Spazziamo via la polvere e le nubi dall’anima è un volume di Keisuke Matsumoto che aiuta a trovare un equilibrio nuovo per la propria esistenza ricominciando dalle faccende di tutti i giorni, con regole  condizioni che scoprirete non lontane dalle cose che raccomandano ogni giorno le vostre mamme e nonne, che io ho scoperto in tutta felicità mentre ero in famiglia nella stagione di raccolta olive, tra una chiacchiera e l’altra.

anche le pagine di un libro che abbiamo sfogliato e sfogliato e si sono rovinate, si possono riparare. Si può, infatti, rimediare a un po’ di deterioramento con il nastro adesivo; per sistemare la rilegatura, invece, è necessario recarsi in legatoria.”
..

Lucien Stryk e Tarakashi Ikemoto, Poesie Zen, New Compton, 2010

Keisuke Matsumoto, Manuale di pulizia di un monaco buddhista. Spazziamo via la polvere e le nubi dall’anima, Antonio Valliardi Editore, 2012.

Consigli lungo la lettura musica per eserciti Tai chi.

 Tanta armonia a tutti!

Giovani Ribelli. Kill Your Darlings – John Krokidas

cinema, cultura, film

Ieri sera avevo due scelte: quella di vedere un film che faceva ridere, l’altra, invece, di gettarmi sulla considerazione di un trailer non pompato, confuso, e non di certo accattivante da portarmi a sedere in una sala cinematografica. Ho scelto proprio questa seconda possibilità dando fiducia al mio buonsenso, gettandomi nelle braccia della regia di John Krokidas, che per 104 minuti mi ha lasciata sospesa in un mondo fatto di musica, scrittura, fedeltà al proprio essere, incisività, sfida e il delirio dei vent’anni.

Giovani Ribelli – Kill Your Darlings è un lavoro sulla Beat Generation in cui emerge la figura di Allen Ginsberg (Daniel Radcliffe), colui che ha portato la letteratura americana a dei massimi livelli nella nostra contemporaneità.

La trama è costruita attraverso un fil rouge retto da una storia vera. Si è nella fase precedente ai grandi successi della beat, nel pieno della seconda guerra mondiale, quando molti di loro erano ancora studenti universitari che usavano la poesia come arma di sfogo, fuga e sperimentazione in un sistema accademico e familiare rigido e disastrato.

La concatenazione delle loro intimità viene fuori con un montaggio semplice, lineare, che usa degli espedienti che si sposano in modo perfetto con una colonna sonora da delirio. Ed è proprio il ritmo dell’improvvisazione jazzistica a costruire ed elaborare dei segmenti mentali nello spettatore, tanto da trasportarlo in una dimensione di codici lontana, che pare valida ancora oggi per un’iniziazione che conduce alla scoperta della durezza dell’età adulta.

Nella sceneggiatura sono inserite tutte le caratterizzazioni emerse dalle singole identità che hanno contraddistinto le personalità di questo “movimento”: il modo ossessivo di scrittura di Ginsberg, il cut – up e la pazzia di William Burroughs, ma anche il segno indistinguibile di un Jack Kerouac sbronzo, predestinato al lungo viaggio, che lo ha portato a scrivere On the road/Sulla strada, attorno ai primi anni cinquanta.

Questo lavoro non è pensato, a parer mio, per restituire una dimensione individuale degli scrittori, ma per incentrare il richiamo nella forza del gruppo. In questo allora si ha un’emulazione che riporta al film L’attimo fuggente, soprattutto nell’atto di salire su un tavolo e sfidare l’istituzione, ma anche al continuo rimando alle poesie di Walt Whitman.

L’atto di innalzarsi, attaccare e opporsi alle rigide regole della Columbia University è compiuto da Lucien Carr, in più disastrato, chi ha subito vere e proprio violenze fisiche dal suo angelo custode David.

Di base l’intreccio mette in chiaro alcuni nodi cruciali della società americana di quel tempo: uno su tutti l’accettazione degli omosessuali. L’intero valore è racchiuso nella poesia che si completa nell’atto della scelta, la stessa che porta a una rottura nel momento in cui termina la guerra, e si è davvero al punto di svolta.

Per capire cos’è stato tutto questo, però, consiglio anche la visione di Pull My Daisy di Robert Frank e la lettura di On the road (Kerouac), Il pasto nudo (Burroughs) e Howl (Ginsberg).

“Harry Potter” non è più lui da questo momento in poi si è smarcato alla grande.

Buona visione!

Teaser:

http://www.allenginsberg.org/

Peter Orlovsky and Allen Ginsberg in Lee Forest’s room, Hotel de Londres, Paris, December 1957

Peter Orlovsky è il poeta russo divenuto compagno di Ginsberg, mi chiedo se in qualche modo la sua somiglianza con Carr abbia inciso in qualche modo nella scelta del poeta nel suo ultimo compagno – anche se qui sfociamo nel gossip.

Pasolini: un delitto italiano di Marco Tullio Giordana

arte contemporanea, cinema, cultura, film, libri

Scrivo col filtro dell’inverno; sono seduta vicino alla finestra, nevica e sono contenta.

Pasolini: un delitto italiano è il docu – film di Marco Tullio Giordana uscito nel 1995, di cui esiste anche un omonimo libro.

E’ un lavoro complesso; del resto riflette tutta la storia costruita, letta e narrata da giornali, studi e notizie, dedicati all’assassinio di Pierpaolo Pasolini, avvenuto il 2 novembre 1975.

Il regista, assieme ai suoi sceneggiatori, costruisce una pluralità di punti di vista. Compie un’indagine che non ha il compito di stabilire chi ha commesso quell’efferato delitto, ma piuttosto far comprendere come siano accaduti quegli eventi, seguendo una pista che terminerà in una in maniera troppo buia, senza nessun ulteriore ricerca, nel rispetto di una personalità imponente e prorompente della Cultura italiana.

Mi hanno colpito gli sguardi nei primi piani e gli accostamenti dati a essi, assieme alla delicatezza della narrazione.

Due scene sono importanti per capire quanta verità ci sia dietro l’immenso patrimonio filmico pasoliniano, che si riflette – e contraddistingue – anche nel lavoro di Giordana, con echi scenografici di rimando ad Accattone, La Ricotta e Uccellacci e uccellini – opere che raramente passano nelle nostre tv, a orari accessibili.

Come dicevo, gli sguardi messi a confronto, e incrociati nel fluire della visione, sono dell’attore di Pino Peluso – il presunto killer – e Pasolini; della mamma del primo e della cugina del secondo.

Primissimi piani a occhi che si abbassano e mentono, con risposta a una non paura, fedeltà a ciò che si è, per appartenenza e rispetto dell’altro, aprendosi a verità e confronto; fissando la controparte.

Non aggiungo altro; è giusto così. Ognuno credo debba farsi un’idea scrutando con i propri occhi l’intera vicenda.

Vi racconto però un aneddoto della mia vita che mi ha colpito andando al Maxxi di Roma nell’aprile scorso.

Camminando tra i diversi piani, arrivo una stanza buia dove c’era una macchina che d’improvviso puntava i fari nel vuoto; la fisso cercando di carpire qualcosa di familiare – catturava troppo la mia attenzione per rimanere indifferente. Non trovando altre informazioni vado oltre; entro in un’altra sala; esco e scopro che la didascalia del lavoro precedente era dietro una tenda, non visibile con facilità ai visitatori. Leggo il titolo: Alfa Romeo GT veloce; rimango pietrificata.

Elisabetta Benassi crea una riproduzione della macchina dell’assassinio del poeta; anche quei fari dichiaravano di voler far luce ancora una volta su questa storia.

Consiglio di vedere entrambe le cose, se ne avete occasione.

Link a youtube per il film completo ->  clicca