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Stig Dagerman #libri #iperborea #pointofview [#recensione]

cultura, giovedì, leggere, libri, poesia

L’incontro con la lettura di Stig Dagerman nasce casualmente grazie a una chiacchierata scambiata su facebook dove una cara amica mi introduceva a Iperborea, una casa editrice italiana e indipendente con sede a Milano, fino a quel momento sconosciuta. Tra le cose più interessanti che ho trovato sul loro sito: la specializzazione in letteratura nordeuropea, la possibilità di avere conoscenze su corsi di lingua scandinava e i formati dei libri del tutto particolari con una grafica che rimanda piccole opere d’arte pittoriche.

Ho scelto Stig Dagerman dopo aver consultato il catalogo dei loro autori. Incisivo è stato il rimando a Albert Camus e Franz Kafka. Di questi ultimi ho pensato al sentimento di straniamento, e sulla base di questa sensazione ho fatto miei Il nostro bisogno di consolazione (1991) e Perché i bambini devono ubbidire?  (2013). Testi brevi, intensi, radicali, la cui base è dotata di un senso di durezza autentico. Riflessioni educative di uno scrittore poeta anarchico, morto suicida all’età di 31 anni, cresciuto coi nonni, tradito dai suoi genitori, venuto su in un momento storico che vedeva l’ascesa dei totalitarismi più bui d’Europa. Una persona che in un racconto intitolato Il serpente (1945) faceva esprimere al suo personaggio di punta anticipazioni su momenti che dovevano ancora arrivare:

La tragedia dell’uomo contemporaneo è che non osa più avere paura. Questo è pericoloso, perché ne deriva che grado a grado sarà costretto a smettere di pensare“.

Stig Dagerman Il nostro bisogno di consolazione (1991), Perché i bambini devono ubbidire? (2013) Iperborea, Milano ph. Amalia Temperini

 

Il nostro bisogno di consolazione si apre con l’ultima poesia lasciata prima della sua morte. Cinica, difficile da accettare, un moto aspro, dichiarato e denunciato (Attenti al cane, 1954). L’intero testo è pervaso da riflessioni che mettono al centro il tempo, unità di misura che gestisce la ripetizione e la produzione nella ricerca/conflitto nel riconoscimento di diritti e doveri, pubblici e privati.

Perché i bambini devono ubbidire? è, invece, una raccolta di racconti dove l’argomento cardine è il giudizio. Apre a una riflessione verso se stessi e gli altri. Pone il prossimo in relazione alle nostre esistenze, un capro espiatorio per difendere l’immaturità intrinseca dell’essere umani. L’attenzione principale è sul verbo dovere, servile per eccellenza, nel quale si cresce invischiati e dal quale è difficile districarsi in tutta la fase di avvicinamento a un’età adulta. Tra le parti più belle, il volo che compie nel momento in cui lega Swift a Kafka, per comprendere armonia e libertà.

 

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Stig Dagerman

Il nostro bisogno di consolazione (1991)
http://amzn.to/2E2xWER
Perché i bambini devono ubbidire? (2013)
http://amzn.to/2EjpzrY

Iperborea, Milano
www.iperborea.com

I bari, Caravaggio.

arte, arte contemporanea, artisti, cultura

“Troppe carte, troppe mani, e un coltello alla cintola”.
“Voglio scoprire il padrone della mano guantata.”
“E’ un uomo che vive di espedienti, ha i guanti rotti ed è l’ideatore della truffa”.
“E’ lui il cattivo genio, quello che sta derubando l’innocente”.

“La vittoria del disonesto su chi crede all’onestà”.
Un giovane perderà tutti i suoi soldi, l’altro, prima o poi, la libertà“.

 

Sorgente: Caravaggio ‘I bari’ – Rai Arte

 

Rent a car in my name.
Chi  semina vendetta, citando fortuna, ha già dimostrato qual è la via della sua volontà.

E’ il 29 novembre 2015.
Indosso una felpa grigia che mi hanno regalato tanto tempo fa.
Il sole fuori brilla.
Il passaggio è su un’altra città, quella crollata, è abbandonata a se stessa con la menzogna di chi ha promesso finti accordi,
ma oggi avrà luce, si accontenterà.
Al pari di sguardo è difficile raccogliere il segnale.

La giustizia esiste su tutte le cose.

 

Un giorno qualunque, appunti in sezione, frasi degli altri – nero e matita.

cultura, poesia, vita

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Rotterdam, Kunsthal + Krištof Kintera

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, cultura, fotografia, mostre, viaggi

Quando ho scelto di andare a Rotterdam non ho pianificato nulla, a scatola chiusa ho stabilito delle tappe per gestire meglio il tempo.

Sarà colpa delle architetture scintillanti e innovative; sarà stato l’immenso mega schermo pubblicitario all’uscita della stazione centrale, ma qualcosa non mi ha convinto umanamente.
Mi sento di dire che non la sceglierei per la vita, anzi, mi dedicherei proprio ad altre città dei Paesi Bassi più tipiche e accoglienti.

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Non ho approfondito nulla su Erasmo da Rotterdam, forse è questo l’unico rimpianto che ho. Né tracciato vie, cose, case e itinerari. E’ probabile ci siano dei percorsi dedicati che mi avrebbero fatto capire in meglio le sue intenzioni, quelle contro la chiesa cattolica che scrisse nel cinquecento nel suo famoso testo Elogio della follia.

Tra gli obiettivi futuri ho pianificato un ritorno da quelle parti: voglio vedere con tutte le mie forze Utrecht e Leida, più che la capitale Amsterdam.

La parte del porto vecchio è la più annoverata sulle guide – anche un signore arrivato in soccorso, mentre cercavo di interpretare la mappa della città, mi ha consigliato di farci un salto. Purtroppo ero di fretta e nel pomeriggio dovevo essere a L’Aia, non conoscendo tempi e distanze mi sono fidata del giudizio di alcuni amici che vivono a Delft, concentrandomi sulla parte della stazione di Blaak.

Proprio in quel frammento di Rotterdam gli architetti si sono sbizzarriti a più non posso producendo strutture divertenti e del tutto inaspettate. Penso alla Centraal Biblioteek a forma di nave da crociera oppure al megamatitone con affianco abizioni/uffici cubici ormai simbolo della città.

Sempre nella stessa zona si trova il Markt Hall – il mercato coperto più grande d’Europa – realizzato dallo studio olandese MVDR.
E’ una struttura a ferro di cavallo che ha al suo interno anche uffici e appartamenti.

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Ho pensato molto all’effetto che potesse fare di notte, pare che col buio si possano ammirare i frutti realizzati da alcuni artisti contemporanei di cui, ahimé, non ho approfondito i nomi. La visione offre una sorta di chiave tridimensionale già nelle ore di luce, figuriamoci di sera.

Ho capito che il quartiere riqualificato dei musei è di una ficata assoluta.
Sono arrivata alla Kunsthal accolta dal suono della musica di un jukebox pubblico e da una signora francese entusiasta della propagazione di note nell’aria.

La reazione degli altri, quando diventa contagiosa, permette di vivere esperienze entusiasmati!

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E’ stata la mia prima volta in uno spazio di questo tipo, e già sento già il bisogno di tornarci. Ho visionato tante cose, tra queste, ho scelto gli ambienti dedicati all’artista tedesco Parra (1976).

Ho riso di gusto tra provocazione e attenzione. Le sue immagini erano elaborate in un linguaggio ricco di commistioni tecniche e stilistiche incentrate tutto sul filone della Post – Pop Art e distribuite su buona parte delle pareti di alcune sale centrali (http://byparra.com).

Questo video è una sua collaborazione che poteva essere ascoltata e visionata lì, in cui i disegni proposti sono suoi.
Da ciò che ho capito lui è frequentatore assiduo delle scene underground di mezza Europa, anche se sono rimasta con un dubbio atroce fino alla fine: capire cioé se si trattasse di una retrospettiva o meno.
Non avevo a disposizione il materiale informativo tradotto in lingua inglese e questo è stato un peccato.

Vorrei soffermarmi sul cuore che mi è esploso a contatto con l’allestimento di Krištof Kintera. Artista nato a Praga, in Repubblica Ceca, nel 1973.

L’impianto dell’intera esposizione si struttura in molti spazi compresi scenari e viottoli di sicurezza. Il suo modo di lavorare, seppur fastidioso – poiché ricco di dinamiche fin troppo trite per noi occidentali – lancia un segnale di allarme sulla condizione di spaesamento generato dalla crisi, gettando un occhio sul passato recente.

Your light is my life è il titolo della mostra e richiama un’opera precisa custodita nel contesto. Nelle foto è possibile vedere come essa sia un intreccio assurdo di cavi e lampade il cui dialogo cresce in una elaborazione di significati molteplici. L’illuminazione improvvisa, che spegne l’intero ambiente, si concentra nella volontà di innalzamento spirituale.

Attraversare questo racconto vuol dire essere in un vero campo di sterminio – e non esagero quando dico così.
Kintera esaspera tutte le nostre componenti contemporanee e le porta ad uno stato di risveglio con azioni traumatiche e traumatizzanti.

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Succede proprio in Revolution [Revolutie], 2005. L’ultimo lavoro di cui voglio parlare.
Realizzato in poliuretano e abiti comuni da ragazzino, l’artista gioca in una azione a stilistica originata da cortocircuiti elettrici che si alimentano in determinati momenti della visita. Purtroppo ho solo uno scatto disponibile, dal quale si puo’ osservare qualcosa e immaginare.
L’intenzione è rappresentare l’autodistruzione, farla avviare percettivamente in chi guarda. L’osservatore  si trova condizionato e immobilizzato da una vera paralisi emozionale guidata dai colpi di testa che il bambino compie contro il muro.

L’opera assorbe i fatti storici, li ripensa e manda un segnale lampante sullo stordimento che ha subito la popolazione cecoslovacca durante i fatti del 1989, quando Praga fu attraversata dai movimenti della Velvet Revolution – la Rivoluzione di Velluto – che contribuì alla suddivione del paese in due tronconi (Repubblica Ceca e Slovacchia) nella fase del governo governo Havel.

L’obiettivo dell’artista è di fare un punto sulla disgregazione di quei sogni promessi dal cambiamento di un governo democratico su base repubblicana.

E’ parte della serie Talkmen [Pratende Manntjus], 1999 – 2003.

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Se siete da quelle parti l’esposizione è aperta fino al 7 giugno prossimo.

http://www.kunsthal.nl/
http://www.kristofkintera.com/

Cose che capitano ai vivi.

arte, arte contemporanea, attualità, vita

Poi a un certo punto ti alzi una mattina all’alba e dici a te stessa: “vado a farmi un giro a Roma. E’ ora di andare a vedere un po’ di Street Art!”

Parti e vai, senza troppi problemi, in una giornata di sole spettacolare.

A questo punto penso di avere qualcuno che mi protegga seriamente e vuole bene assai, perché sull’ostiense, ieri, tra questi murales che vedete fotografati e allegati a questo messaggio – mentre attraversavo la strada correttamente sulle strisce pedonali – sono stata travolta da un motorino sotto l’occhio vigile di 150 mila testimoni a dir poco increduli su quanto stava avvenendo.

Ero al solito con una cara amica, anch’essa viva, testimone concreta delle mie disavventure, che insultava a tutta manetta quel coglione che si è fermato solo alla fine della strada, per farmi un cenno del cazzo consolatorio, con la mano, dopo che ha visto che stavo bene.

Se avessi fatto un passo in più sarei morta stramazzata a terra, senza logica, nel giusto di una azione civile.

A lui posso solo dire: non ti auguro di incappare in un demente come te.
Altro è uno spreco inutile di energie.

Ho perso un anello, ho dolori articolari in vari punti. E’ tutto accaduto sotto un ponte dove sono dislocati questi lavori, tra i quali raffiguranti Antonio Grasmi (Intellettuale), Shelley (Poeta).

Sarebbe stata una bella morte, onestamente. Un po’ lontana dalle persone alle quali voglio veramente bene e che meritano ogni giorno il mio rispetto.

Poi del resto sarebbe troppo bello stabilire dove voler morire e come.

Sono viva, magari qualcuno mi voleva morta, ma ahimé non mi hanno voluto. Che devo fa? Si vede che devo ancora stare qui a scassare le coscienze della gggente!

Per le mirabolanti disavventure di Amalia Temperini oggi è (potrebbe essere) tutto!
Buon sabato!

Invidia

vita

Sono a metà di un libro che ho iniziato ieri sera. L’autore è uno psicologo e psicoanalista la cui attenzione è posta nei centri della psicospiritualità. Devo ammettere che mi trovo in apprensione poiché mette nella condizione di dover responsabilizzare la mia individualità al meglio, sottoponendo all’attenzione fatti o pensieri che non volevo accettare neppure a me stessa, poiché farlocchi o stupidi, ma a questo punto necessari per riabilitarsi. Sebbene abbia come tutti paura di vivere situazioni, e spesso rimanga bloccata dal terrore di affrontare certi temi di vita, pensieri e alterazioni momentanee, mi butto. Rischio in modo costante sulla mia quotidianità, soprattutto nei giorni in cui sento che bisogna compiere passi per essere persone migliori. In questa categoria non mi situo certo come la paladina della difesa dell’universo. Cerco di preservare le azioni affinché tenda a non distruggermi poiché supportata dagli altri.

Quando parlo di supporto, è ovvio che mi collochi nella condizione di espormi a fattori esterni, che vivo ora per ora con le persone con le quali condivido una quotidianità del reale.

Seppur subiamo condizionamenti costanti nella regolarità nelle nostre azioni, mettere al centro il rispetto verso se stessi, e negare in maniera costruttiva quello che gli altri vogliono attribuirti, è sempre un esercizio terapeutico di grande lucidità e neutralità. Sono sempre stata una persona onesta e franca, non mi curo di stare lì a manipolare pensieri e azioni delle persone. Mi siedo, ascolto, recupero pezzettini dei vissuti e mi faccio un’idea. Non esiste una persona uguale all’altra, ci sono dei tratti comuni e ognuno merita attenzione in misura differenze secondo il grado di empatia, simpatia, antipatia o amore che suscita.

La grazia che mi contraddistingue in questo, la confermo poiché conscia del rispetto che ho dell’altro, ma anche di chi, in questi anni, ho visto risvegliarsi da un lungo sonno, ammorbato nei meandri di non so quale idea idilliaca di mondo.

Credo che il valore della realtà sia nella capacità di essere forti e sinceri. Incazzarsi davanti alle situazioni che deturpano il nostro essere umani; saper chiedere scusa all’occorrenza per poter ristabilire un ordine è una delle basi del perdono. Il proprio perdono. Spesso accusiamo l’altro di essere il danno delle nostra azioni, ma siamo sempre noi a compiere delle scelte, a muoverci secondo delle volontà, a spingerci verso una cosa che si vuole veramente. Ci costruiamo alibi e fantasmi per nascondere i nostri disagi, ma quanto può durare una fase di questo tipo? Ci si deresponsabilizza scaricando le colpe sugli altri quando invece bisogna solo mettersi nella posizione di reintegrare noi nell’esatto momento che stiamo vivendo.

In tutto questo ci sono scuse e scuse, atteggiamenti postivi o distruttivi, negativi e positivi che non è facile cambiare, poiché l’altro non è pronto e non vuole trasformarsi.

E’ in quell’esatto momento che è tempo di andare e dire, defilarsi, per rimanere integri con la propria coscienza. Per capire che da quella situazione non c’è più forma di vita utile per poter crescere assieme.

Tanti anni fa avevo una cara amica con la quale ho condiviso molto della mia infanzia e adolescenza. Primeggiava in tutto, era la più brava di tutti, eccelleva in tutte le cose che faceva; la stimavo tantissimo, tanto che il suo contatto mi metteva sempre voglia di fare e capire, studiare soprattutto. La guardavo con ammirazione senza un briciolo di invidia, perché era lei nella sua unicità, come io sono oggi nella mia autenticità.

Non ho mai provato invidia. Rabbia sì, tanta; fastidio derivante dalla mancanza di autostima in certe situazioni, anche, ma rivalità mai. Forse in ambito professionale la concorrenza gioca a volte dei brutti scherzi, ma quando si hanno dei piedi ben piantati, è difficile uscirne distrutti. E anche se fosse, amen, sono comunque un essere umano dotato di fragilità e consapevolezze, pronto a ripartire per nuove mete.

Tornando al discorso di prima, mi sono accorta che lei era molto sola, seppure uscisse, facesse mille lavori e attività, il suo stato d’animo era completamente a pezzi; più aveva relazioni, più ne usciva devastata e non mi spiegavo i motivi.

Fino a quando ho scoperto una cosa spaventosa: era gelosa di me. Era un continuo relazionarsi a me, al mio modo naturale di fare e agire, al fatto che – proprio perché buffona, pronta a ridere, vitale senza troppi pensieri – la facessi irrigidire.

Più volte ho cercato di chiarire, di supportarla e invitarla ad andare da un’analista. Non mi ha mai ascoltato. Abbiamo chiuso la nostra amicizia quando io non cedevo ai suoi giochi, quando si è permessa di immettere nei suoi discorsi questioni altre solo per difendersi da non so quale paura.

Nel giro di pochi anni ha vissuto situazioni di delirio e subito un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio). Addirittura mentre lei aggrediva per strada una persona di passaggio, io ero nella mia città, sentivo delle urla assurde di una ragazza, ma non pensavo potesse essere lei che stessa dando di matto. E’ stata ricoverata d’urgenza quel pomeriggio stesso, ma prima ancora che facesse questo atto, era andata a comprare un libro di fiabe per me, che mi è stato portato da un’altra mia amica a casa la sera stessa.

Devo ammettere che non ho provato niente, se non un forte senso di pietà e compassione, ma non sono tornata indietro. Non si è fidata di me, e io non potevo più tornare indietro, non sarebbe stato giusto nei suoi confronti come nei miei. Sarei stata un alibi per non farle affrontare di petto i suoi disagi. Io che per prima l’ho messa di fronte a questo, davanti a una soluzione, non potevo più tornare indietro.

Ho capito che la verità è davvero la manica dell’odio, poiché arriva alla coscienza, quella più profonda del tuo interlocutore, quella che non gli permette di dormire la notte. Il suo regalo – il libro di fiabe – ne è stata la prova.

In questi anni mi ha scritto lettere, cercato in tutti i modi. L’ho anche incontrata e ho visto la sua faccia di stupore quando la salutavo con calore, come se lei non si sapesse spiegare il perché di quei saluti sani quando sapeva che lei mi aveva fatto del male.

Io ho scelto di allontanarmi per il mio rispetto. Oggi posso dire che l’aver compiuto quell’atto mi è servito per gestire altre milioni di situazioni, ma non significa che io non soffra, tutt’altro, da queste forti crisi ho capito come trasformarmi ed essere migliore.

La signora nel furgone – Alan Bennett

cultura, leggere, libri

L’offerta di cinema alternativo ieri sera era riservata a Reality, il film di Matteo Garrone uscito nei mesi scorsi, di cui vi ho parlato già (clicca).

Così, intorpidita dal calore del camino, ho deciso di spegnere le luci alte attorno a me, accendere quelle piccole e farmi una tisana calda alla liquirizia e camomilla per dedicarmi a un nuovo libro.

Anche in questo caso si tratta di uno scrittore recensito poche settimane fa (clicca).

Alan Bennett è un autore inglese che pubblica nel 1989 un mini racconto di ottantanove pagine per Adelphi, intitolato La signora nel furgone.

Sebbene chi lo avesse letto mi ha dato qualche indizio e giudizio, ho voluto constatare con i miei occhi la veridicità di queste affermazioni.

E’ triste: è innegabile. E’ la storia di un’anziana signora ospitata dallo stesso autore sotto casa sua; è una barbona di cui nessuno conosce la vita; disturbata da tutti; che vive all’interno di uno spazio ristretto, senza ottenere nessun sussidio dallo stato, in totale miseria. L’autore, non rilevando inizialmente che fosse lui stesso il narratore, ci fa conoscere la protagonista dalla sua finestra attraverso una sorta di diario che reca date, cose fatte e situazioni che hanno dello squallido per chi ha la fortuna di avere tutto.

La scrittura è teatrale, e sono ancora convinta che se lo avessi letto o visto rappresentato in lingua originale, sarei morta dal ridere.

In italiano perde la forza del suo humour. Immaginate una donna cattolicissima che ha battute sferzanti verso chi le rivolge la parola, che non si abbatte mai, al costo di apparire pazza.

Il quadro finale mostra chi sia lei realmente, ma ci si diverte nello scoprirla così com’è, proprio per questo.

Consigliato; non impegnativo, di lettura e scrittura semplice.

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Dio vive a San Pietroburgo di Tom Bissell

leggere

Sei racconti ben scritti, ma di una noia che supera di brutto il testo della canzone più conosciuta di Franco Califano.

Credo di non comprare più i suoi libri.