Invidia

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Sono a metà di un libro che ho iniziato ieri sera. L’autore è uno psicologo e psicoanalista la cui attenzione è posta nei centri della psicospiritualità. Devo ammettere che mi trovo in apprensione poiché mette nella condizione di dover responsabilizzare la mia individualità al meglio, sottoponendo all’attenzione fatti o pensieri che non volevo accettare neppure a me stessa, poiché farlocchi o stupidi, ma a questo punto necessari per riabilitarsi. Sebbene abbia come tutti paura di vivere situazioni, e spesso rimanga bloccata dal terrore di affrontare certi temi di vita, pensieri e alterazioni momentanee, mi butto. Rischio in modo costante sulla mia quotidianità, soprattutto nei giorni in cui sento che bisogna compiere passi per essere persone migliori. In questa categoria non mi situo certo come la paladina della difesa dell’universo. Cerco di preservare le azioni affinché tenda a non distruggermi poiché supportata dagli altri.

Quando parlo di supporto, è ovvio che mi collochi nella condizione di espormi a fattori esterni, che vivo ora per ora con le persone con le quali condivido una quotidianità del reale.

Seppur subiamo condizionamenti costanti nella regolarità nelle nostre azioni, mettere al centro il rispetto verso se stessi, e negare in maniera costruttiva quello che gli altri vogliono attribuirti, è sempre un esercizio terapeutico di grande lucidità e neutralità. Sono sempre stata una persona onesta e franca, non mi curo di stare lì a manipolare pensieri e azioni delle persone. Mi siedo, ascolto, recupero pezzettini dei vissuti e mi faccio un’idea. Non esiste una persona uguale all’altra, ci sono dei tratti comuni e ognuno merita attenzione in misura differenze secondo il grado di empatia, simpatia, antipatia o amore che suscita.

La grazia che mi contraddistingue in questo, la confermo poiché conscia del rispetto che ho dell’altro, ma anche di chi, in questi anni, ho visto risvegliarsi da un lungo sonno, ammorbato nei meandri di non so quale idea idilliaca di mondo.

Credo che il valore della realtà sia nella capacità di essere forti e sinceri. Incazzarsi davanti alle situazioni che deturpano il nostro essere umani; saper chiedere scusa all’occorrenza per poter ristabilire un ordine è una delle basi del perdono. Il proprio perdono. Spesso accusiamo l’altro di essere il danno delle nostra azioni, ma siamo sempre noi a compiere delle scelte, a muoverci secondo delle volontà, a spingerci verso una cosa che si vuole veramente. Ci costruiamo alibi e fantasmi per nascondere i nostri disagi, ma quanto può durare una fase di questo tipo? Ci si deresponsabilizza scaricando le colpe sugli altri quando invece bisogna solo mettersi nella posizione di reintegrare noi nell’esatto momento che stiamo vivendo.

In tutto questo ci sono scuse e scuse, atteggiamenti postivi o distruttivi, negativi e positivi che non è facile cambiare, poiché l’altro non è pronto e non vuole trasformarsi.

E’ in quell’esatto momento che è tempo di andare e dire, defilarsi, per rimanere integri con la propria coscienza. Per capire che da quella situazione non c’è più forma di vita utile per poter crescere assieme.

Tanti anni fa avevo una cara amica con la quale ho condiviso molto della mia infanzia e adolescenza. Primeggiava in tutto, era la più brava di tutti, eccelleva in tutte le cose che faceva; la stimavo tantissimo, tanto che il suo contatto mi metteva sempre voglia di fare e capire, studiare soprattutto. La guardavo con ammirazione senza un briciolo di invidia, perché era lei nella sua unicità, come io sono oggi nella mia autenticità.

Non ho mai provato invidia. Rabbia sì, tanta; fastidio derivante dalla mancanza di autostima in certe situazioni, anche, ma rivalità mai. Forse in ambito professionale la concorrenza gioca a volte dei brutti scherzi, ma quando si hanno dei piedi ben piantati, è difficile uscirne distrutti. E anche se fosse, amen, sono comunque un essere umano dotato di fragilità e consapevolezze, pronto a ripartire per nuove mete.

Tornando al discorso di prima, mi sono accorta che lei era molto sola, seppure uscisse, facesse mille lavori e attività, il suo stato d’animo era completamente a pezzi; più aveva relazioni, più ne usciva devastata e non mi spiegavo i motivi.

Fino a quando ho scoperto una cosa spaventosa: era gelosa di me. Era un continuo relazionarsi a me, al mio modo naturale di fare e agire, al fatto che – proprio perché buffona, pronta a ridere, vitale senza troppi pensieri – la facessi irrigidire.

Più volte ho cercato di chiarire, di supportarla e invitarla ad andare da un’analista. Non mi ha mai ascoltato. Abbiamo chiuso la nostra amicizia quando io non cedevo ai suoi giochi, quando si è permessa di immettere nei suoi discorsi questioni altre solo per difendersi da non so quale paura.

Nel giro di pochi anni ha vissuto situazioni di delirio e subito un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio). Addirittura mentre lei aggrediva per strada una persona di passaggio, io ero nella mia città, sentivo delle urla assurde di una ragazza, ma non pensavo potesse essere lei che stessa dando di matto. E’ stata ricoverata d’urgenza quel pomeriggio stesso, ma prima ancora che facesse questo atto, era andata a comprare un libro di fiabe per me, che mi è stato portato da un’altra mia amica a casa la sera stessa.

Devo ammettere che non ho provato niente, se non un forte senso di pietà e compassione, ma non sono tornata indietro. Non si è fidata di me, e io non potevo più tornare indietro, non sarebbe stato giusto nei suoi confronti come nei miei. Sarei stata un alibi per non farle affrontare di petto i suoi disagi. Io che per prima l’ho messa di fronte a questo, davanti a una soluzione, non potevo più tornare indietro.

Ho capito che la verità è davvero la manica dell’odio, poiché arriva alla coscienza, quella più profonda del tuo interlocutore, quella che non gli permette di dormire la notte. Il suo regalo – il libro di fiabe – ne è stata la prova.

In questi anni mi ha scritto lettere, cercato in tutti i modi. L’ho anche incontrata e ho visto la sua faccia di stupore quando la salutavo con calore, come se lei non si sapesse spiegare il perché di quei saluti sani quando sapeva che lei mi aveva fatto del male.

Io ho scelto di allontanarmi per il mio rispetto. Oggi posso dire che l’aver compiuto quell’atto mi è servito per gestire altre milioni di situazioni, ma non significa che io non soffra, tutt’altro, da queste forti crisi ho capito come trasformarmi ed essere migliore.

Il fatto è che i rapporti stanno a zero.

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Il fatto è che i rapporti stanno a zero. Sì, ho scelto questo titolo stamattina poiché penso che sia un attimo importante ragionare su certe dinamiche che si instaurano nella vita, senza starci a pensare troppo, quando le cose sono belle e corrono via come un soffio di vento.  Non so cosa sia successo alle nostre reali esigenze, ma cio’ che mi spaventa è la povertà d’animo che si nasconde dietro una falsa timidezza, quella mascherata da non so quale alone per dimostrare che invece si è furbi e disinteressati, almeno a quelle condizioni in cui si coltivano cose belle e forti. La mestizia è una cosa volgarissima che consuma ogni nostro singolo giorno, dal momento in cui ci alziamo fino a quando non andiamo a dormire, siamo bombardati da non so quale dinamica intellettiva superiore, che indica quale strada dobbiamo intraprendere affinché le nostre necessità siano indirizzate a salvare il mondo, stabilire il PIL, far ragionare lo Spread e altre puttanate che all’uomo comune non incuriosiscono minimamente. Nessuno è più capace di aprire la propria porta per accettare l’incanto, che non è fatto di scambio di beni materiali. Il mio è tuo, il tuo è mio, ma quando è tuo: è tutto mio. Questa è la verità, ma dove è scritta? A volte mostrarsi per cio’ che si è, è bello e catartico, ma non porta a niente, se l’altro è preso dalle sue esigenze. La regola base di tutti i rapporti è una: se vedi amore, vai, altrimenti rimani con l’appeso in mano – e per appeso intendo proprio un pacco di stupidità che si fonda dietro il proprio egocentrismo e narcisismo mistificatore che caratterizza la sacra corona dell’augello. Spesse volte si rincorrono i sogni, perché si è visto qualcosa per la quale era meritevole provarci, tuffarsi, catapultarsi e respirare, ma molto spesso per paura, per mancanza di audacia, per chissà quali situazioni, rimaniamo affossati nelle nostre convinzioni pensando che si stia invadendo lo spazio dell’altro, o per chissà cosa e bla bla bla. Le donne sono eterne romantiche, come gli uomini, ma il punto è uno: i rapporti umani stanno a zero, lo ribadisco. In tutto questo sclero, che sto costruendo in una digitazione folle, mi rendo conto di alcune cose. Molto spesso le donne sono additate come quelle che si costruiscono castelli in aria, si fanno i film mentali e altre stronzate di questo tipo e cazzate così. Penso un’altra cosa: se una donna compie questi atti di questo tipo, lo fa perché dall’altra parte ha visto un segnale nel quale valeva la pena di buttarsi. In questo momento, non mi sto esprimendo per quelle donne che sono stracciamutande: pallose e non indipendenti alla ricerca di qualche protuberanza, mi esprimo per quelle che sanno cosa vogliono, hanno un piano compiuto di scelte radicali, non si nascondo e vanno avanti a testa alta nonostante i loro mille difetti, anche quelli evidenti nell’altro, perché comunque il gioco vale sempre la candela.  Benché ci siano certi segnali, essi possono essere ambigui e non chiari. Io penso che un uomo, adulto, capace di gestire la sua vita sia in grado di riconoscere le cose belle, ma spesso si è impossibilitati a compiere le azioni poiché dietro le proprie spalle c’è un vissuto (la mamma, l’ex, l’attuale compagna) che non può essere abbandonato, poiché legato come forma di scambio dal quale ci si sente riconoscenti. Il punto è che per affrontare le cose belle occorre coraggio, e questo coraggio le donne lo hanno. Spesso la strumentalizzazione passa attraverso dei giochetti disonesti, soprattutto ai tempi dei socialnetwork. Il punto è sempre uno: digitale o non digitale se una cosa la vuoi te la prendi, altrimenti con trasparenza ammetti e dici: non mi sta bene, ognuno per la sua strada. Tanto in qualsiasi condizioni si è, si sta male, allora tanto vale la verità. Io penso che ognuno di noi, di questo trascinarsi le cose, persone e inutilità varie, non ci faccia niente, allora tanto vale essere onesti. Onesti con se stessi, senza l’accumulo di condizioni che reprimono la propria essenza e la facciano maturare in forme che in realtà non corrispondono alla nostra vera identità.

Due cose sono importanti: la capacità di distinguere il bene dal male e l’adesso, altrimenti i rapporti stanno a zero.

discerniménto s. m. [der. di discernere]. – Il discernere con i sensi o con l’intelletto: ddei coloriddel vero dal falso. Più spesso, la facoltà e l’esercizio del discernere, cioè del distinguere il bene e il male, e per estens. giudizio, criterio:avere l’età del d.; persona di moltodi sottile d.; mostrare poco d.; procedere,agireparlare con d., senza discernimento.