Perfetti sconosciuti – Paolo Genovese #film

cinema, film

Qualcuno giorni fa mi ha chiesto cosa pensavo del film di Paolo Genovese, Perfetti Sconosciuti, distribuito nel 2016 e ancora oggi al cinema. Ho così preferito sostituire mega produzioni straniere per dare importanza a qualcosa di italiano, per il quale, di solito, prediligo l’attesa della diffusione televisiva.

Inizialmente Perfetti Sconosciuti mi ha ricordato Carnage di Roman Polanky e In nome del Figlio di Francesca Archibugi (anche nella sua versione originale francese). Colpa dei grandi amici, delle abbuffate, dei tavoli, dei libri piazzati ovunque, degli argomenti legati alla politica. Per la prima volta, in questo contesto, non mi è sembrato di trovare questa diatriba. La centralità finalmente si è spostata su altro, qualcosa di più contemporaneo.

Tutto da nasce da un gioco, ma realmente si muove con esso?

Seppur nata come commedia, con momenti esilaranti, il film ha una centralità ricca di cinismo, brutture e meschinità tanto da sfiorare il drammatico con incisività. Su questo dato mi ha ricordato la sensazione che provai quando vidi L’ultimo capodanno di Marco Risi  negli anni ’90.

Ho apprezzato la scrittura e il modo in cui si è rilevato nella sua fine, i meccanismi di intreccio che hanno permesso allo spettatore di rimanere attento e vigile sui personaggi fino alla fine. Più che la tematica dell’omosessualità, e della sua retorica, cui penso in Italia sia maestro Ferzan Opzetek, il cuore del problema sia stato impiantato nell’uso delle nuove tecnologie (cellulari, app, social).

In certi passaggi l’impronta del moralismo poteva essere alleggerita. Alcuni dialoghi potevano omessi, soprattutto alla fine, poiché il disagio degli attori e le intuizioni di montaggio bastavano a ricucire le dinamiche, a far capire quanta solitudine sia ammanta l’esistenza.

Non ho trovato la solita dedizione a una formazione, alla crescita di personaggi, ai riti di iniziazione o di passaggio all’età adulta, quanto una centralità focalizzata sull’odierno, su un blocco emotivo diretto, tangibile percepibile dentro e fuori dal cinema: un voler dire ma non fare, rinunciare, per immaturità e incapacità. Non so se per vigliaccheria o tutela, ma questa condizione stabile di tradimento è sfiancante, e sono d’accordo con chi mi ha fatto riflettere su questo punto, forse è una costante talmente tanto abusata nella realtà, che siamo stanchi di trovarla in sequenze dialogiche così nette al cinema.
Il cast perlopiù romano ha stancato.
Trovo sempre al top Giuseppe Battiston, mi piace molto Alba Rohrwacher, ho apprezzato Anna Foglietta – relegata spesso a ruoli che la mettono in un piano inferiore rispetto a quello che potrebbe offrire se sviluppasse di più la sua componente drammatica. Senza spoilerare, aggiungo: se il ruolo di Kasia Smutniak fosse emerso, allora sarebbe stata davvero una stronza psicologa spietata e manipolatrice.

Ognuno di noi ha davvero tre vite? 
Ci penso ancora un po’, così da avvalorare il segreto nel sottotitolo.

Teaser:

 

Locandina:

perfettisconosciuti

 

La patata come regina del fake.

televisione, vita

Non sono momenti belli, ma scrivo perché penso che serva a qualcosa tirar fuori gli aspetti più spettrali della propria anima usando un po’ d’ironia e affilato sarcasmo.

Giorni fa ho preso di mira due pubblicità il cui tema verteva sullo sfruttamento dell’uomo come immagine ideale per due brand italiani di pasta (clicca).

Di pietanza in pietanza, passiamo – saltellando – verso la patata.

Qualcuno di voi già avrà avuto modo di vedere tempo fa come Amica Chips abbia realizzato un’escalation nel rampante sistema degli alimenti sfruttando quello che è l’espediente tra gli espedienti – chi potrà mai dimenticare il favoloso Rocco Siffredi, il viveur della pornografia mondiale, in una piscina, accerchiato a gruppi di persone, mentre si strafogava in un’orgia di gusto al ritmo di Daddy Cool di Boney M?

Ebbene, il sesso è cibo, ma in tempi di povertà troviamo l’eleganza nell’aspetto più croccante.

Non volevo crederci, ma ieri sera, quando mi sono trovata a fare i conti con LA patatina che ha rappresentato un must nella storia della mia vita, sono approdata nello sconforto più totale.

Ne ho mangiate di ogni tipo, ho superato la soglia dei sette anni diventando una fedele consumatrice senza nessuna remora, e nonostante qualche tradimento spietato, applicato consciamente, appoggiandomi alla scoppiettante Pringles, la San Carlo ha saputo sempre riportarmi a casa dopo lunghi ed estenuanti periodi di disorientamento, graziandomi con un pacchetto il cui tripudio di sapori esplode nell’incrocio tra lime e pepe rosa, rendendomi definitivamente devota e trattenendomi da ogni scappatella, fidelizzandomi al peccato di gola.

Ieri sera no; quel marchio ha sconvolto la visuale abbassandosi alla ricerca di un nuovo pubblico maschile, preparato, giovane, pronto a mirabolanti capriole, pur di gustare una patata arrogante, arrampicatrice disposta a sottometterlo e sottoporlo alla grande sfida, in cui coltelli e fiamme viaggiano alti e potenti nel centimetro quadro dello schermo.

 Chef Valbuzzi, il nuovo protagonista aitante di questo spot, spadella, arroventa, gioca e destreggia con sguardi ammiccanti, conoscendo segretamente tutti i dettagli della cucina, sfiorando tuberi spellati, affilati, ma più spessi, larghi e perfetti alla base, in circa 30 minuti di perfetta soddisfazione, raggiungendo il suo obiettivo, ma rimanendo sempre fedele alla tradizione.

Dopo tutto questo mi sento espiata: ho scontato la pena, abbandono il peccato capitale e mi rappacifico con la libertà e l’accettazione che anche i grandi possono cadere in fallo nonostante gli escamotage più sofisticati.

Se non ci fosse stato un personaggio così potente a rappresentare quel taglio, la pubblicità potrebbe essere stata letta in una chiave formalista e in una maniera del tutto semplice: con un uomo che deve arrivare a una donna, che sa bene come affilare le sue armi, le usa, ma trova sempre il modo di tornare a casa dove c’è l’origine, mammà, come modello ideale di femmina da dove sposare e (mai) tradire, nonostante la sfida.