La patata come regina del fake.

televisione, vita

Non sono momenti belli, ma scrivo perché penso che serva a qualcosa tirar fuori gli aspetti più spettrali della propria anima usando un po’ d’ironia e affilato sarcasmo.

Giorni fa ho preso di mira due pubblicità il cui tema verteva sullo sfruttamento dell’uomo come immagine ideale per due brand italiani di pasta (clicca).

Di pietanza in pietanza, passiamo – saltellando – verso la patata.

Qualcuno di voi già avrà avuto modo di vedere tempo fa come Amica Chips abbia realizzato un’escalation nel rampante sistema degli alimenti sfruttando quello che è l’espediente tra gli espedienti – chi potrà mai dimenticare il favoloso Rocco Siffredi, il viveur della pornografia mondiale, in una piscina, accerchiato a gruppi di persone, mentre si strafogava in un’orgia di gusto al ritmo di Daddy Cool di Boney M?

Ebbene, il sesso è cibo, ma in tempi di povertà troviamo l’eleganza nell’aspetto più croccante.

Non volevo crederci, ma ieri sera, quando mi sono trovata a fare i conti con LA patatina che ha rappresentato un must nella storia della mia vita, sono approdata nello sconforto più totale.

Ne ho mangiate di ogni tipo, ho superato la soglia dei sette anni diventando una fedele consumatrice senza nessuna remora, e nonostante qualche tradimento spietato, applicato consciamente, appoggiandomi alla scoppiettante Pringles, la San Carlo ha saputo sempre riportarmi a casa dopo lunghi ed estenuanti periodi di disorientamento, graziandomi con un pacchetto il cui tripudio di sapori esplode nell’incrocio tra lime e pepe rosa, rendendomi definitivamente devota e trattenendomi da ogni scappatella, fidelizzandomi al peccato di gola.

Ieri sera no; quel marchio ha sconvolto la visuale abbassandosi alla ricerca di un nuovo pubblico maschile, preparato, giovane, pronto a mirabolanti capriole, pur di gustare una patata arrogante, arrampicatrice disposta a sottometterlo e sottoporlo alla grande sfida, in cui coltelli e fiamme viaggiano alti e potenti nel centimetro quadro dello schermo.

 Chef Valbuzzi, il nuovo protagonista aitante di questo spot, spadella, arroventa, gioca e destreggia con sguardi ammiccanti, conoscendo segretamente tutti i dettagli della cucina, sfiorando tuberi spellati, affilati, ma più spessi, larghi e perfetti alla base, in circa 30 minuti di perfetta soddisfazione, raggiungendo il suo obiettivo, ma rimanendo sempre fedele alla tradizione.

Dopo tutto questo mi sento espiata: ho scontato la pena, abbandono il peccato capitale e mi rappacifico con la libertà e l’accettazione che anche i grandi possono cadere in fallo nonostante gli escamotage più sofisticati.

Se non ci fosse stato un personaggio così potente a rappresentare quel taglio, la pubblicità potrebbe essere stata letta in una chiave formalista e in una maniera del tutto semplice: con un uomo che deve arrivare a una donna, che sa bene come affilare le sue armi, le usa, ma trova sempre il modo di tornare a casa dove c’è l’origine, mammà, come modello ideale di femmina da dove sposare e (mai) tradire, nonostante la sfida.

Terraferma di Emanuele Crialese

cinema, cultura, film


Scrivo del film dopo averlo scoperto sulla piattaforma Sky on demand, la quale lo rende disponibile fino alla data del 12 settembre 2012.
La pellicola è un progetto che unisce fiction e non fiction in un tematica precisa: i clandestini, i migranti, gli immigrati, che sbarcano ogni giorno in Italia, a largo delle isole più anonime.
Persone costrette a compiere viaggi estenuanti, per fuggire da territori martoriati, ricchi di conflitti interni e governi dittatoriali e criminali.
Non si tratta di un lavoro di piagnistei e ridondanze, quello di Crialese è un creare scambio di emozioni in cui lo spettatore ripercorre, in maniera necessaria, la propria esistenza.

Protagonista assoluto della scena è Filippo, un ragazzo in età di formazione. Biondo, riccio, con gli occhi chiari e un viso segnato dal tempo. Un personaggio che ricorda Ninetto Davoli ai tempi delle intense regie di Pierpaolo Pasolini. La terra, è quella siciliana, in cui ogni giorno accadono situazioni di questo tipo, omesse dalla stampa nazionale e generalista.

E’ un’opera cinematografica in bilico, la cui centralità è posta nella scelta. La scelta, la costrizione all’essere fedele ancora al codice del mare (a ciò che si è), o a imposizioni normative e comportamentali dettate da autorità centrali. Turisti, clandestini, persone comuni i cui atteggiamenti sono il risultato effimero di qualcosa che è sopra di noi e che modifica le esistenze (il denaro, la pubblicità, l’immagine /Cash, marketing e branding image).

Mentre appuntavo i dettagli e i pensieri che mi colpivano di più, ho trovato: i tagli di luce di Caravaggio; una contrapposizione di logiche economiche che potrebbero ritrovarsi accostando Andy Warhol e Giulia Piscitelli; una lingua talmente intensa da riportarmi banalmente a Visconti e alla sua “Terra trema”, e in generale al neorealismo, letterario e filmico.

Il progetto del regista si slega dal non filmico è diventa documentario in un battesimo d’immagine, che mostra, agli occhi di Filippo, ma soprattutto ai nostri, la realtà dei fatti: il ritrovamento dei corpi sulla spiaggia di persone che lui stesso ha cercato di non aiutare; i pensieri egoistici di un ragazzino immaturo;  il cambio di pelle cui è sottoposto.

Lo sguardo è pilotato da un regista che si sveste, e si riappropria degli abiti da film maker, iniziando a usare una nuova grammatica, cambiando in stile, luci, posizioni di ripresa e coscienza, in breve frame dalla durata di pochi minuti.

La fine non la dico.

Ho pianto.

Bel cast.

Trailer:

Frasi:
“Lei sente l’odore delle tue mani. Lei è nata con le tue mani”.

“Ma io dico: è possibile che un pescatore muore di fame, quando è suo il mare?”.

“Noi non ci siamo sul mappamondo. Quest’isola è troppo piccola”.