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[#silenzio]

salute e psicologia, spiritualità, vita

Ci sono molte cose di cui avrei voluto parlare. Ho un post in sospeso che avevo iniziato a scrivere in seguito alle giornate d’inferno vissute in Abruzzo nei giorni scorsi. Non si tratta di un lamento sui fatti nefasti dell’hotel di Rigopiano, di tutte le problematiche non evidenziate dalla stampa nazionale di una regione avvolta nel manto dell’oscurità della neve, del terremoto, della mancanza di luce elettrica per lungo tempo, dell’isolamento dalle linee telefoniche fisse e mobili, di strade distrutte, di menti controllate, sprofondate nell’ansia dilagante. La situazione è stata questa, lo è ancora in molti casi, perché i residui del condizionamento sono ancora troppo evidenti. Non so cosa accadrà, giochiamo a tentoni, cerchiamo normalità: una tregua.

Ho letto lettere di amici di una intensità unica, un risveglio della propria appartenenza che non sentivo da tempo, di paesi che non vengono mai fuori perché la provincia è costantemente declassata, ignorata da noi stessi. Ho ritrovato una ricchezza dietro l’altra che ho visto e abbracciato, messa a margine per lungo tempo in favore di chissà quale evoluzione, quale servizio insostituibile per ottenere futilità.
Mi sono stupita di come anche io mi fossi scordata di posti frequentati da una vita, messi da parte per guardare chissà chi. Ho scoperto e rafforzato, grazie a questo disastro, che molte persone non sono diverse da me, e che in fondo, come nelle migliori pubblicità, cerchiamo tutti la stessa cosa: la fiducia della convivialità.
Fiducia che molto spesso arriva da estranei che non rientrano nelle tue solite cerchie.

Mi sono resa conto di quanto i social siano sprofondati nella paranoia più totale, di come ne faccio parte. Mi chiedo costantemente cosa ci faccio in una rete irrisolta di sconosciuti. Luoghi in cui oltre a incasellare la propria frustrazione all’interno di uno di status, si è sottoposti a un processo pubblico continuo, dove se non sei capace di dare una informazione che non sia certificata da una fonte scientifica o da una notizia di presa da una rivista di risalto, la tua credibilità di essere umano passa in secondo piano rispetto a tutto, anche agli anni di studio sudato, onesto, perché arriva sempre qualcuno ad apporre l’accento, la sapienza del perbenismo, costruito in lista, un metodo collettivo di risoluzione.

Mi sono sempre chiesta come sia possibile resistere dentro questo carnaio. Mi sono messa sempre nei panni di chi non ha gli strumenti per poter difendere la propria autostima. Ne esce dilaniato, sviscerato, manipolato fino all’ossessione perché oltre all’impostura di un mi piace, subentra il meccanismo paranoico del pettegolezzo strutturato da chissà quale frase scritta senza valore, su cui l’altro inizia a creare castelli di chissà quale natura. Testi su cui è raro trovare un briciolo di empatia che vada oltre il proprio naso.

Non offro più possibilità a chi non vuole prestare orecchio, a chi si affida alla maldicenza sussurrata, a chi non ha costruito il suo percorso senza la volontà di essere se stesso, ma assemblando comunità basate sul chiacchiericcio.

Esistono tempi giusti per tutte le cose, compreso il web, dove tutti urlano, ma nessuno parla guardandoti dritto negli occhi, in cui l’interpretazione racchiude sempre l’ambivalenza del doppio gioco per riscattarsi dal mondo. Un mondo, il noi, l’espediente, il capro espiatorio per non guardare in faccia le realtà del proprio nucleo familiare da cui parte il vero problema.

Il blog continuerà la sua solita programmazione di vernissage e segnalazioni.
In questo momento io decido di restare in silenzio.

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Resoconti artistici, letterari e culinari.

arte, arte contemporanea, artisti, cucina, cultura, eventi, leggere, libri, vita

Sono giorni che cerco di trovare un argomento interessante di cui parlare sul blog, se non altro per sbloccarmi da un’apatia da trapasso che rallenta ogni facoltà mentale. Dovrei raggiungere alcuni aspetti che ritengo importanti superando alcune fasi che mi hanno riguardato. Sono sempre più convinta dell’autenticità di ogni atto che compio, e credo sia molto scomodo per gli altri ascoltarmi, ma rimango sempre ferma sulle mie posizioni portando avanti le scelte di vita che ho intrapreso a costo di sembrare sfigata, irriverente e fastidiosa, soprattutto a chi non vuole più interessarsi.

Questo post è un mix di elementi che ho trattato nelle ultime settimane. Una forma di contaminazione culturale che confluirà nella segnalazione di alcune cose utili e futili per la nostra esistenza, offrendole in dono con un pacco di interconnessi sfoghi liberatori.

Inizio con una recensione su una mostra curata da una giovane curatrice teramana e intitolata Deborderline. Clicca qui per leggere.
Si tratta di un articolo che ha visto prima della sua pubblicazione mille e mille seguiti professionali, che voglio dire: neppure Chruščëv ha avuto tanti problemi nel dover effettuare un discorso ai tempi della sua resa.

Vi segnalo anche i ragazzi di Minimal Cinema.
Loro hanno lavorato su un documentario dedicato alla figura dell’artista americano Anton Perich. Si tratta di alcuni trailer che si trovano Qui.
Il progetto completo visto il 13 maggio, evidenzia una realtà parallela completamente diversa e sconosciuta sul periodo d’oro dell’arte negli Stati Uniti all’epoca di Andy Warhol.
Siamo tutti vittime accondiscendenti di un meccanismo che fagocita e corrode. Siamo figli di una logica di delirio lanciata e amplificata dal re della pop art in maniera sempre più esponenziale. La capacità degli autori è stata di trovare la giusta distanza nella descrizione di un personaggio che ha saputo gestire la sua ossessione, carpendone dinamiche, e frequentando quegli ambienti con un grande distacco di osservazione, restituendo una lettura amplificata della sua identità nel proprio codice linguistico.
E’ una produzione che guarda e indaga le cose in una chiave consapevole e nostalgica.
Vi consiglio di approfondire.

Ho terminato il volume Le Pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane di Tomaso Montanari (Minimumfax, 2013). Chi conosce lo studioso è cosciente del fatto che i suoi piccoli volumi racchiudono denunce su denunce su condizioni legate allo stato della cultura in Italia e sulla posizione a margine che viene assegnata agli storici dell’arte. Lo scritto non tralascia i casi noti di cronaca culturale evidenziati dagli organi di stampa, ma ne narra con attenzione le dinamiche non conosciute dal grande pubblico. Loda chi, meritatamente, ha denunciato e tutelato il patrimonio da atti di sciacallaggio e deturpazione per meri fini personali. E’ un volume piccolo e intenso, che si sofferma sulla potenza del marketing emozionale come strumento di distruzione di massa, ma che narra come L’Aquila terremotata sia un simbolo di una incresciosa situazione che sembra non voler mutare dalle volontà politiche.

Ho assistito alla inaugurazione della personale di Mario Vespasiani curata da Lucia Zappacosta presso l’Alviani ArtSpace di Pescara, domenica scorsa (clicca).

Non ho visto nessun film che mi potesse colpire tanto da scriverci qualcosa di meritevole.

 Ho ripreso a cucinare.
L’ultima creazione sono stati gli Gnocchetti di pesce allo zafferano.
Una ricetta inventata al volo e con pochissimi ingredienti: gnocchi di patate, zafferano, tre asparagi, tre zucchine, un mix di pesci di vario tipo (totani, calamari, panocchie, gamberi, mazzancolle, vongole ecc.), prezzemolo, aglio e cipolla, pepe e sale quanto basta.

Se volete una descrizione più dettagliata commentatemi – anche se la modalità di preparazione è a intuitiva già dalla lettura dei singoli ingredienti.

Ci stiamo a leggere!

 

Imposture: riflessioni digitate ad alta voce.

rumors, vita

Torno a scrivere sul blog dopo giornate intense dedicate a un progetto cui abbiamo creduto molto, che ha ottenuto buon riscontro la sera della sua inaugurazione. Non ne voglio ancora parlare poiché ricerco ancora l’equilibrio giusto. Il distacco che permetta di essere analitica e valida nella osservazione di una macchina complessa e intricata quella quale di una mostra.

Sono state settimane intense di ricambio, gestito dalla intensità di parole e incontri.
Questo è quanto.

Superata la fase del boom, esploso in quell’attimo di stanchezza dove tutto sembra commistionarsi in elementi che si completano e distaccano per eccessi e difetti vari, si passa ad altro, sentendosi diversi. Non so se più forti, di certo oculati e proiettati verso un futuro possibile, cui voglio ancora credere, almeno nella mia incoscienza, per ritrovare e donare senso vivo alle cose.

Nel cammino, poi, si incrociano persone e genti di vario tipo di cui ci si inizia a fidare anche un po’, con tutta la leggerezza del caso, poiché il valore umano – almeno per me – è un nutrirsi ancora valido.

Anche in questa situazione non spiegherò il perché e il per come. Nel percorso ho incrociato una persona che sembrava fare la differenza. Un soggetto che potesse realmente capire che esistono ancora visioni progettuali e momenti sacrosanti da condividere, per un senso di responsabilità, di partecipazione e condivisione comune.

Così ci si apre ai punti di vista e ci si rende fedeli alle idee, alle posizioni, in uno scambio ricco di elementi che si costruiscono giorno per giorno in fiume di parole e scrittura vivo nel tempo, nella sua durata, attimo per attimo, senza chiedere nulla e senza aspettarsi nulla, se non la lealtà e la fedeltà, la coerenza, su quanto si sta affermando, nonostante la lontananza territoriale.

Poi subentra l’impostura. Ci si risveglia dai sogni e si sgranano gli occhi. Pensando che sia impossibile che, ancora una volta, nel giro di pochi mesi, tu possa aver intravisto, in chi non vuole vedere, qualcosa di buono e valido. Ci si sente spogliati a forza, da chi si smaschera con atti banali spiccioli e piccolissimi.

L’impostore è un ciarlatano che raggira con doppi fini pensando che l’altro sia tanto idiota da non far due conti filati. Non ricordo chi, ma consultando un libro sfogliato di recente, affermava che la forma più grande di controllo degli individui è il sapere. La conoscenza, più di ogni altra forma culturale e sociale, è l’elemento di distacco che crea una lobby a sé stante, di scherno e raggiro.

Usciamo quindi da quello schema della commedia umana, dove la società ricca al potere è al controllo di tutto, ridendo e perculando il povero mediocre che arriva dalla provincia pronto a lasciarsi manipolare, e si subentra in una condizione di straniamento intellettuale feroce e invasivo, quando l’interlocutore sembra giocare con le tue stesse armi, avendole lui sporche di pigmenti impuri.

Sono una persona molto istintiva, inquadro il soggetto al primo colpo. Difficile scapparmi, con uno sguardo fulmino e sego, senza l’aiuto di una conversazione. Arrivo al punto. E quando tutto questo viene a mancare, nonostante che in alcuni momenti ci si è riconosciuti, inizia a manifestarsi quel senso di impellenza e fastidio che ti divora le membra, ti corrode il cervello, ti porta alla concretezza agendo d’istinto, come un abile scorpione.

Sono una persona pragmatica che trova nello sviluppo dell’atto l’incisività di una azione netta e radicale. Quando m’incazzo non passo per il via, attraverso il fiume nonostante le sue sponde siano alte 50 m dal suo livello base, raccolgo con me i pezzi di terra necessari, assorbiti nell’arrampicata della corsa, custodendoli nell’incavo delle dita, tra le unghie, come testimonianza e resistenza. Questa resistenza.

Rivendicare il proprio essere è un gesto politico.  Una mia cara amica mi parlava di gesto politico, m’insegna ciò che tutti abbiamo scordato. Ancora una volta, senza passare dagli intermediari, sono andata al cuore della questione. Usando la mia fermezza aggressiva per porre al muro le spalle di chi si è permesso di giostrarmi.

Ebbene, ci sono finita di nuovo. Devo dire che il colpo che ho attutito è stato meno forte del solito. Ormai sembro allenata a subire attacchi di vario tipo e manipolazioni per secondi fini.  Mi rimane addosso la sensazione di schifo, ma potrebbe bastare – almeno per oggi – una buona doccia calda, in attesa di risposte e fatti che vadano ad acclarare le posizioni assunte.

Perché delle risposte devono essere date.

Tentativi gommosi: irresponsabilità culinaria

cucina, vita

Io ci ho provato, ma devo ammettere che compiere una prova così azzardata è stato un atto non di certo entusiasmante.
Il dolce che ho fatto poco fa, è figlio di una ricetta sgraziata trovata su internet. Sapete quelle veloci dove tutti si entusiasmano e complimentano per la bontà e per la riuscita?

Ecco. Io non sono per niente felice.
Lo ero prima di tagliare te la ciambella – il colore prometteva bene, il profumo altrettanto.
Poi, improvvisamente, qualcosa è diventato gommoso.

Mi chiedo allora se sia stato un errore generare una perdita d’ingredienti corrispondenti a una mattanza di questo tipo. Così propongo qui il dosaggio; lo scrivo passo per passo, perché davvero non mi capacito.

Irresponsabilità culinaria.

Ingredienti

yogurt bianco 3 vasetti (io avevo 2 a limone e 1 alla banana)
4 cucchiai di zucchero,
11 cucchiai di farina,
1 cucchiaio di miele
1 bustina lievito per dolci

Procedimento:

Immettere tutti gli elementi amalgamandoli, uno per uno, per bene.

Infornare a 200° fino a quando la ciambella non raggiunge doratura (io ho lasciato circa 20 minuti, ma secondo me non bastava).

Fatemi sapere se viene bene, cioè soffice e non umido all’interno, tanto da sembrare un mattone compatto al momento dell’assaggio, come il mio!

 Fatemi sapere!

 

Tanti auguri!

televisione, vita

Prima di lasciarvi per le feste voglio dire che cliccando qui e qui avete la possibilità di leggere i miei ultimi due articoli dedicati a Masterpiece, il nuovo talent di Rai 3 dedicato alla scrittura.

Buon Natale a tutti e felice anno nuovo.
Amalia

La patata come regina del fake.

televisione, vita

Non sono momenti belli, ma scrivo perché penso che serva a qualcosa tirar fuori gli aspetti più spettrali della propria anima usando un po’ d’ironia e affilato sarcasmo.

Giorni fa ho preso di mira due pubblicità il cui tema verteva sullo sfruttamento dell’uomo come immagine ideale per due brand italiani di pasta (clicca).

Di pietanza in pietanza, passiamo – saltellando – verso la patata.

Qualcuno di voi già avrà avuto modo di vedere tempo fa come Amica Chips abbia realizzato un’escalation nel rampante sistema degli alimenti sfruttando quello che è l’espediente tra gli espedienti – chi potrà mai dimenticare il favoloso Rocco Siffredi, il viveur della pornografia mondiale, in una piscina, accerchiato a gruppi di persone, mentre si strafogava in un’orgia di gusto al ritmo di Daddy Cool di Boney M?

Ebbene, il sesso è cibo, ma in tempi di povertà troviamo l’eleganza nell’aspetto più croccante.

Non volevo crederci, ma ieri sera, quando mi sono trovata a fare i conti con LA patatina che ha rappresentato un must nella storia della mia vita, sono approdata nello sconforto più totale.

Ne ho mangiate di ogni tipo, ho superato la soglia dei sette anni diventando una fedele consumatrice senza nessuna remora, e nonostante qualche tradimento spietato, applicato consciamente, appoggiandomi alla scoppiettante Pringles, la San Carlo ha saputo sempre riportarmi a casa dopo lunghi ed estenuanti periodi di disorientamento, graziandomi con un pacchetto il cui tripudio di sapori esplode nell’incrocio tra lime e pepe rosa, rendendomi definitivamente devota e trattenendomi da ogni scappatella, fidelizzandomi al peccato di gola.

Ieri sera no; quel marchio ha sconvolto la visuale abbassandosi alla ricerca di un nuovo pubblico maschile, preparato, giovane, pronto a mirabolanti capriole, pur di gustare una patata arrogante, arrampicatrice disposta a sottometterlo e sottoporlo alla grande sfida, in cui coltelli e fiamme viaggiano alti e potenti nel centimetro quadro dello schermo.

 Chef Valbuzzi, il nuovo protagonista aitante di questo spot, spadella, arroventa, gioca e destreggia con sguardi ammiccanti, conoscendo segretamente tutti i dettagli della cucina, sfiorando tuberi spellati, affilati, ma più spessi, larghi e perfetti alla base, in circa 30 minuti di perfetta soddisfazione, raggiungendo il suo obiettivo, ma rimanendo sempre fedele alla tradizione.

Dopo tutto questo mi sento espiata: ho scontato la pena, abbandono il peccato capitale e mi rappacifico con la libertà e l’accettazione che anche i grandi possono cadere in fallo nonostante gli escamotage più sofisticati.

Se non ci fosse stato un personaggio così potente a rappresentare quel taglio, la pubblicità potrebbe essere stata letta in una chiave formalista e in una maniera del tutto semplice: con un uomo che deve arrivare a una donna, che sa bene come affilare le sue armi, le usa, ma trova sempre il modo di tornare a casa dove c’è l’origine, mammà, come modello ideale di femmina da dove sposare e (mai) tradire, nonostante la sfida.

La mela

tecnologia, vita

Non sono una consumatrice di mele. Le ho viste brillare su ogni tipo di bancone; ci ho smanettato coi guanti per vedere se presentavano qualche tipo di livido, ma poi mi sono fermata lì – perché si sa – fuori stagione, sono troppo care. A un certo momento, però, i frutti li ho iniziati a trovare ovunque, anche fuori dal periodo di maturazione; ne trovi di ogni tipo e colore, di ogni estrazione e dimensione, addirittura sistemate nei posti più impensabili.

Della mela la cosa che apprezzo di più è il morso. L’esperimento di rappresentare in singolo gesto, la banalità di un atto che racchiude storie religiose, di fiabe incantate e di piaceri peccaminosi che creano dipendenza. Un morso che cambia la vita, insomma, ma anche un morso che produce assuefazione a chi ne diventa principale consumatore.

A me le mele piacciono bucate, coi quei vermi che ti permettono ancora di esclamare: “oddio, che schifo!” – nel momento in cui hai dato una dentata, osservando l’ospite indiscreto che scava.

Sarà mica l’unico e l’ultimo frutto al mondo che dobbiamo ancora e ancora assaporare?

Be different.

Amerene NonFabbriCate.

ricette, vita

Mi piaceva troppo la mia foto per non parlavi di questo dessert delicato, usato per molte decorazioni di dolci, risparmiando molti denari, non acquistando prodotti di marca noti e famosi.

Le amerene NonFabbriCate.

Ingredienti:

3 – 4 kg di amarene (possibilmente regalate dai vostri vicini)
2 kg di zucchero

Strumenti:
Vasetti in vetro +  tappi

Procedimento:

Prendente i vasetti e iniziate a versare le amarene. Solitamente io li riempio a metà, poi mi regolo di conseguenza con lo zucchero. Con il quantitavo che vi ho segnalato dovrebbero venire fuori circa 10 – 12 contenitori a media e piccola grandezza.
Una volta fatto questo, lasciare al sole per circa 40 giorni, girando di tanto in tanto.

Finito il tempo, cambiate i tappi mettendone i nuovi, e riponete tutto nella vostra dispensa.

Buon dessert!

Le ragazze prima di una sfilata

fotografia, vita