Chiara Ferragni, Spora, il pubblico #donne #comunicazione #lavoro [#attualità]

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È passato circa un mese dalla visione del documentario di Elisa Amoruso su Chiara Ferragni. Le prime impressioni a caldo le ho postate sulla pagina instagram il giorno dopo l’uscita del film. Nel frattempo su scala nazionale è scaturita una feroce discussione che ha coinvolto altri comunicatori che stanno avendo successo per i loro modelli di business on-line.

Tutto è parte dall’articolo di Riccardo Luna su Repubblica del 19 settembre dove si afferma una grande verità: chi sottovaluta quello che accade nel mondo del web è molto indietro rispetto a ciò che sta avvenendo nelle nostre esistenze, questo non implica la svalutazione di ciò che c’era prima e neppure l’accettazione di quello che accade oggi, si tratta di un riflesso tra vecchio e nuovo mondo, di due codici linguistici che si incontrano e si fanno la guerra per una supremazia di sopravvivenza, come se non ci fosse più posto per nessuno da quando il reale e diventato virtuale.

Rimango dell’opinione che Chiara Ferragni e Spora (Veronica Benini) – l’altra donna citata nell’articolo – hanno creato realtà imprenditoriali femminili imponenti per il divenire, contrapposte e in dialogo. Sono d’accordo con chi dice che la capacità di queste due personalità web è nella stesura programmatica dei loro racconti e nell’uso delle tecnologie.

Seguo entrambe da diverso tempo, ho studiato comunicazione, mi piacciono i fenomeni in larga scala, le reazioni della critica, quelle del pubblico; ho lavorato a contatto coi visitatori di un museo per otto anni. Le persone sono una grande incognita, una cosa a parte, ingestibile; la gente è pronta a cambiare opinione e decretare il successo o l’insuccesso di una persona o di una cosa sulla base dell’andamento dei messaggio costruiti e comunicati in maniera più o meno forte. Questo dipende da chi li realizza, da esseri umani come noi, che scelgono una via che può risultare efficace nel migliore dei modi o un totale fallimento per la percezione altrui.
Nei due casi che riporto, il dato utile è nelle comunità che hanno contribuito al successo di donne di carattere. Persone che hanno scelto un luogo preciso dove connotarsi e contraddistinguersi; creare una rete che è un vero e proprio sistema. La prima, la più famosa su scala internazionale, si occupa di brand di lusso; la seconda, attraverso la sua personalità prorompente e rivoluzionaria ribalta l’approccio della Ferragni: aiuta chi vuole a curare una immagine, la propria idea imprenditoriale, insegna a come imporsi su mercati alternativi attraverso la motivazione. Si fanno pagare. Sono persone che lavorano in maniera indipendente, ognuno con il proprio metodo, supportate da chi crede in ciò che dicono, cioè scelgono di stare lì e sovvenzionare in qualche modo le attività di un messaggio che più gli appartiene.

L’unica differenza rispetto al passato è in chi è contrario a questo approccio, ciò si manifesta nei commenti e nelle reazioni. Chiose sotto gli occhi di tutti, scagliate in modo lapidario nella loro posta privata come se dietro ogni nostro schermo non ci fossero sensibilità a leggere, scrivere o progettare. Nel passato quanto era possibile farlo? Ci si affidava a un critico, si dava a lui il potere della nostra voce. Oggi siamo noi, nel bene e nel male, a stabilire dove e con chi stare nei limiti del rispetto dell’altro e pare difficile accettare il successo di chi ci riesce. Manifestare o rigettare la colpa della propria frustrazione è sport nazionale che ci rende complici e irresponsabili davanti a un comportamento che potrebbe cambiare con facilità per la gioia di molte delle persone on-line.

Quando penso al negativo, immagino un brand come la Coca-cola, un marchio storico e tradizionale che è sulle nostre tavole da fine Ottocento. Le loro strategie hanno modificato i nostri comportamenti a tavola tanto da sostituire l’acqua a questa bevanda frizzante. Dietro la loro idea esiste una ricerca, uno studio e persone che investono i loro tempo in una attività. Nessuno impone di bere questa bevanda, ma molti la acquistano. Che vorrà significare?

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Piigs di Adriano Cutraro, Federico Grego, Mirko Melchiorre #documentario [#recensione]

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Ho visto questo film in una domenica pomeriggio distratta, una di quelle dove si è catapultati sul letto quando fuori ci sono centomila gradi di caldo africano che strappano la pelle dal viso.

Piigs è un documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre uscito lo scorso anno. Parla dei quei meccanismi politici e finanziari che hanno generato la grande crisi economica che ha stravolto il mondo dal 2007 in poi. Minuti che focalizzano quei paesi dell’Unione Europea che hanno il più grande deficit pubblico, racchiusi in un acronimo che è una lista di Stati membri considerati dalle più grandi testate economiche come veri e propri maiali (Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo). Si tratta di una rete di persone etichettate e umiliate da strategie di comunicazione che delimitano con cinismo il buonsenso e la normale convivenza tra pari, come se nulla fosse.

In tutta la sua durata si è di fronte a una situazione che mette luce agli occhi dello spettatore due realtà: la storia della cooperativa “Il pungiglione” – che si occupa del reinserimento di persone con problematiche sociali – e la finanza mondiale – il macro tema che regola i rapporti tra cittadini, imprese e politica, ogni giorno.

Il lavoro sembra dimostrare come la Comunità Europea -meccanismo che garantisce libera circolazione di merci, persone e capitali – sia sulla soglia dell’implosione.

Il quadro che ne esce è oltremodo disastroso e i motivi sono diversi. I cittadini europei hanno un grande dislivello educativo fin dalla loro unificazione. Popolazioni le cui culture sono maturate in momenti differenti nel corso della storia e mai di pari passo alle tecnologie e ai cambiamenti sociali. Per mettere riparo a questa condizione il modello di recupero cavalcato è stato quello americano. Si è messa a confronto l’azione compiuta da Barack Obama negli Stati Uniti e la nostra, del vecchio continente. L’esito è stata la mancanza totale di coordinamento nell’eurozona causata da una manovra imitata e non adatta alle nostre esigenze e con un risultato fallimentare che ha rafforzato solo lo stato di menzogna.

Uno dei dati più allarmanti è come le nostre singole costituzioni, sebbene siano nate sotto l’auspicio di ottimi principi, una volta istituito il Trattato di Lisbona nel 2007, esse siano state depotenziate nella loro autonomia proprio da quest’ultimo documento.

La regia ripercorre i momenti più salienti della politica italiana, da Berlusconi a Monti, le lacrime di Elsa Fornero, le dichiarazioni di Matteo Renzi, la Francia, la Germania, il contesto greco con l’opposizione e i loro referendum, Mario Draghi, e tutte quelle situazioni dove gli esercizi di diritto individuale sono confluiti in occasioni di rivolta alle istituzioni centrali, incluso l’anno della Brexit e il rafforzamento dei populismi.

Il documentario apre riflessioni su più fronti. La sua peculiarità è offrire occasioni per porsi delle domande mirate. Ad esempio, una di quelle più semplici è questa: nel caso di una maggiore privatizzazione degli enti pubblici le fasce più deboli come potrebbero ottenere una garanzia sui servizi minimi?

È disponibile su Rai play, il link è in basso. Qualcuno di voi lo ha visto? Sono curiosa dei vostri commenti.

Piigs di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre (2017) - Img_web

Piigs di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre(2017)
Guarda il documentario su RaiPlay

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I Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

#IMigrati – Il documentario #società #comunitaXXIVluglio #tg2dossier [#recensione]

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Attendevo questo documentario da diverso tempo, non sapevo come fosse stato costruito, ma i lavori diretti da Francesco Paolucci, giornalista, videomaker, sono di una persona che sta cercando vie utili per una ricostruzione. Da anni si impegna, scava nella materia filmica, slanci per riedificare una condizione frammentata sulla sua città, L’Aquila, che conosce in modo approfondito, che si fa portavoce di una rottura storica, fenditura italiana da risanare.

Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci Assieme a un team di persone straordinarie ha realizzato I Migrati (TG2Dossier, Rai 2, sabato 25 febbraio ore, 23.50). Una storia che focalizza l’attenzione su volti, presta orecchio, ruba dialoghi impensabili di confronto dove ci si corregge a assieme in discussioni piene di fiducia e motivazione.

Benito, Barbara, Gianluca e Giovanni partono, sondano la curiosità, attraversano la scoperta in un percorso che abbraccia il Centro Italia, mostrano da disabili una pratica educativa in un approccio che rafforza la visione sulle periferie. Luoghi inascoltati, esempi virtuosi di possibilità dove la durezza verso uno straniero è ancora da comprendere, smussare, fare propria nell’attraversamento della difficoltà. Insistono, incrociano migranti e operatori, motivano, si arrabbiano: affrontano la conoscenza mettendosi in gioco al pari in una diversità. Si muovono da protagonisti coi loro nomi, cognomi. Iniziano a lavorare con gli strumenti propri del giornalismo (macchina fotografica, videocamere, penna e blocchetto), sviluppano la professione da reporter in un diario fatto di immagini, raccontano squarci di un Paese che non rinuncia, coopera, integra e completa, accoglie chi è in fuga da una terra di appartenenza e continua a guardare lontano.

I Migrati è un lavoro che tenta di ridefinire significati, riconsiderare i termini applicati alle diversità, etichette di ogni natura, dare una responsabilità a chi ha visto, e vede, una contrapposizione nelle fragilità di chi, impossibilitato, tenta di scavalcare un muro, una struttura mentale resa difficile da chi ha abilità nel riconoscere e fare, vivere le normali condizioni di benessere.

Benito è un nome che ha una eco strana nella memoria italiana, ma questo Benito della Comunità XXIV Luglio – handicappati e non di L’Aquila insegna che sapendo chi si è, dove si è, cosa si vuole, attraverso la natura, il ricordo del contatto, in pace, nel silenzio di un viaggio, si puo’ riprendere un discorso a distanza di quarant’anni. Basta immergersi, almeno provare a bagnarsi i piedi per essere noi, gli stessi che per lungo tempo abbiamo mantenuto fede a una origine, a un ricordo di amici fatto di esperienze mai abbandonate, ponti di salvataggio. II Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

Il documentario è un terreno fertile, prepara alle volontà, si mette al servizio dell’incontro alla ricerca di una identità, risveglia le coscienze. Nella visione si è testimoni di una indagine sociale dove si concedono opportunità, possibilità. È un reale che abbraccia l’autentico senza indugio.
La narrazione è dotata di un forte spirito di osservazione, molti silenzi, attimi in cui si assiste a una apertura: la tenacia dell’accoglienza sull’abbandono della paura. La questione, l’intera nostra storia, una risposta di cui tutti avevamo bisogno.

 

 

I Migrati - il documentario (manifesto) - diretto da Francesco Paolucci

 

Per chi volesse vederlo:
Raiplay – TG2 Dossier TG2 Dossier – I Migrati Disabili e stranieri, due fragilità che si incontrano e il racconto diventa un piccolo miracolo narrativo. Questi gli ingredienti di I Migrati, lo speciale di Tg2 Dossier, diretto da Francesco Paolucci

 

Fukushima – A Nuclerar Story #film #inchiesta

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Come si è capito la crisi col cinema nella stagione 2016 è aperta, non ho voglia di fare ragionamenti che rimangono sospesi nella mia testa e non avere risposte concrete, diciamo che in questo momento apprezzo più la visione tv casuale quando mi siedo e faccio zapping dalla poltrona. Proprio due giorni fa mi è capitato di vedere un documentario di Matteo Gagliardi intitolato Fukushima – A Nuclerar Story, un lavoro dedicato al terremoto del 2011 avvenuto in Giappone. Una inchiesta a tutti gli effetti, durata tre anni, che vede analizzare il meccanismo che si è innescato nella mente dei protagonisti giapponesi dopo l’accadimento dello tsunami. Quello che mi ha colpito di più è stato il coraggio e la volontà del protagonista giornalista Pio D’Emilia che ha scelto di rimanere lì, in quella nazione, e affrontare la situazione proprio perché chiamato dalla sua stessa professione.
Sebbene l’intera produzione ha un impianto romanzato – lo story telling è marcato dal montaggio e l’uso dei fumetti rafforza la dinamica di narrazione – quello che ne viene fuori è il principio giornalistico di indagine, l’approfondimento, non dissimile da certi lungometraggi dedicati alle guerre (Walzer con Bashir, 2008, di Ari Folman) Per questo, il connubio è perfetto per far capire cosa si è innescato dopo tutti quegli accadimenti, come il Giappone si sia trasformato in un paese del dubbio, di paura e sospetto, per via di molte delle verità nascoste dei funzionari pubblici e privati; non sono quindi tralasciati i contesti di analisi politica e l’osservazione del momento nell’atteggiamento assunto dalla comunicazione mediatica. In sostanza, non è una azione rivolta al passato, ma all’osservazione dei danni sui movimenti rivolti al futuro. Il dato rilevante arriva dai rischi che quelle radiazioni possano generare dopo diversi anni dall’accaduto. Il dubbio, la catastrofe, che possa rimanere e inquinare alte aree in maniera più invasiva.

Lo consiglio, buona visione!

Trailer:

fukushima - locandina

Alpini, L’Aquila 2015 – Alpino DOCumentary

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Fa quasi strano vedere una jeep – associata spesso al disagio, al controllo, all’inutilità di non so quale paura – posta così, in piccole inquadrature che vogliono raccontare tanto e guardare oltre.
In questi frame puliti è raccontata la voglia di vita attraverso tagli e componimenti visivi che si nutrono di poche melodie musicali, parte della nostra tradizione, in cui vuoi o non vuoi ci ritroviamo rassicurati e a casa, ogni volta.
Personalmente mi ha emozionato molto, forse più di tutto il resto fin qui narrato.
Non so che cosa siano stati questi giorni per gli aquilani, mi auguro una riscoperta di fratellanza per loro stessi. Un guardarsi in faccia e riscoprirsi per cio’ che sono in tutto il loro orgoglio, per rimettersi in moto più di prima.

Aggiungo che ammiro tantissimo il lavoro di testimonianza e monitoraggio che Francesco Paolucci – assieme ad altri volenterosi – compie da sempre, su L’Aquila, nonostante tutto. Perché di forze così – ironico-reazionarie – ne abbiamo proprio bisogno.

Per seguire i teaser di Alpino DOCumentary: QUI
http://www.francescopaolucci.it/
Il suo canale ufficiale di Youtube
Il suo lungometraggio uscito in autunno 2014: http://www.lamanonelcappello.it/

Resoconti artistici, letterari e culinari.

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Sono giorni che cerco di trovare un argomento interessante di cui parlare sul blog, se non altro per sbloccarmi da un’apatia da trapasso che rallenta ogni facoltà mentale. Dovrei raggiungere alcuni aspetti che ritengo importanti superando alcune fasi che mi hanno riguardato. Sono sempre più convinta dell’autenticità di ogni atto che compio, e credo sia molto scomodo per gli altri ascoltarmi, ma rimango sempre ferma sulle mie posizioni portando avanti le scelte di vita che ho intrapreso a costo di sembrare sfigata, irriverente e fastidiosa, soprattutto a chi non vuole più interessarsi.

Questo post è un mix di elementi che ho trattato nelle ultime settimane. Una forma di contaminazione culturale che confluirà nella segnalazione di alcune cose utili e futili per la nostra esistenza, offrendole in dono con un pacco di interconnessi sfoghi liberatori.

Inizio con una recensione su una mostra curata da una giovane curatrice teramana e intitolata Deborderline. Clicca qui per leggere.
Si tratta di un articolo che ha visto prima della sua pubblicazione mille e mille seguiti professionali, che voglio dire: neppure Chruščëv ha avuto tanti problemi nel dover effettuare un discorso ai tempi della sua resa.

Vi segnalo anche i ragazzi di Minimal Cinema.
Loro hanno lavorato su un documentario dedicato alla figura dell’artista americano Anton Perich. Si tratta di alcuni trailer che si trovano Qui.
Il progetto completo visto il 13 maggio, evidenzia una realtà parallela completamente diversa e sconosciuta sul periodo d’oro dell’arte negli Stati Uniti all’epoca di Andy Warhol.
Siamo tutti vittime accondiscendenti di un meccanismo che fagocita e corrode. Siamo figli di una logica di delirio lanciata e amplificata dal re della pop art in maniera sempre più esponenziale. La capacità degli autori è stata di trovare la giusta distanza nella descrizione di un personaggio che ha saputo gestire la sua ossessione, carpendone dinamiche, e frequentando quegli ambienti con un grande distacco di osservazione, restituendo una lettura amplificata della sua identità nel proprio codice linguistico.
E’ una produzione che guarda e indaga le cose in una chiave consapevole e nostalgica.
Vi consiglio di approfondire.

Ho terminato il volume Le Pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane di Tomaso Montanari (Minimumfax, 2013). Chi conosce lo studioso è cosciente del fatto che i suoi piccoli volumi racchiudono denunce su denunce su condizioni legate allo stato della cultura in Italia e sulla posizione a margine che viene assegnata agli storici dell’arte. Lo scritto non tralascia i casi noti di cronaca culturale evidenziati dagli organi di stampa, ma ne narra con attenzione le dinamiche non conosciute dal grande pubblico. Loda chi, meritatamente, ha denunciato e tutelato il patrimonio da atti di sciacallaggio e deturpazione per meri fini personali. E’ un volume piccolo e intenso, che si sofferma sulla potenza del marketing emozionale come strumento di distruzione di massa, ma che narra come L’Aquila terremotata sia un simbolo di una incresciosa situazione che sembra non voler mutare dalle volontà politiche.

Ho assistito alla inaugurazione della personale di Mario Vespasiani curata da Lucia Zappacosta presso l’Alviani ArtSpace di Pescara, domenica scorsa (clicca).

Non ho visto nessun film che mi potesse colpire tanto da scriverci qualcosa di meritevole.

 Ho ripreso a cucinare.
L’ultima creazione sono stati gli Gnocchetti di pesce allo zafferano.
Una ricetta inventata al volo e con pochissimi ingredienti: gnocchi di patate, zafferano, tre asparagi, tre zucchine, un mix di pesci di vario tipo (totani, calamari, panocchie, gamberi, mazzancolle, vongole ecc.), prezzemolo, aglio e cipolla, pepe e sale quanto basta.

Se volete una descrizione più dettagliata commentatemi – anche se la modalità di preparazione è a intuitiva già dalla lettura dei singoli ingredienti.

Ci stiamo a leggere!

 

Via Castellana Bandiera – Emma Dante

cultura, film

Ho latitato alcuni giorni poiché non avevo grande ispirazione; ho provato a lanciare sulla pagina fan di facebook qualche argomento di discussione, ma ero la prima delusa dal qualunquismo della tematica.

Ricomincio da questo lavoro di Emma Dante presentato e premiato all’ultimo Festival del cinema di Venezia, arrivato dopo due mesi dell’uscita nella mia sala.

Via Castellana Bandiera si presenta come un progetto di forte spessore culturale, non solo perché racconta la diversità tra popoli, la potenza nell’accettare il dolore di una perdita e di una sessualità non condivisa per paura di un conflitto genitoriale, no: la pellicola è una testimonianza neorealista di resistenza e sfida di una o più donne verso una situazione dove l’uomo è posto al centro di un microcosmo con il suo bisogno di controllo, inettitudine, molto vicina agli scritti di Vitaliano Brancati – quelli che raccontano una Sicilia a noi lontana, ma che posta in questi termini, ancora viva e fin troppo presente.

Molte scene narrano spaccati di alcuni dei protagonisti, altre, invece, l’opposto, in un equilibrio tra ironia e serietà dove è difficile trattenere una risata, o al contrario, rimanere indifferenti.

La trama si sviluppa nella via che dà titolo al film: un angolo di mondo in cui vite e segreti non accettati  si trovano di fronte a un bivio. Samira è l’anziana signora proveniente dalla Piana degli Albanesi; Rosa, invece, è una donna scappata dalla sua terra d’origine per problemi familiari.

Tra gli elementi centrali racchiusi con una sottile efficacia c’è il tema della morte, che ricorre spesse volte in forme differenti con proverbiale rispetto, e tagli di camera che incidono su alcune sequenze in una versione molto vicina alla testimonianza documentaria più che di finzione cinematografica.

Mi sono chiesta se questa produzione avesse qualcosa di autobiografico giacché la stessa regista Emma Dante è Rosa, l’interprete e seconda protagonista, ma ho scelto di non approfondire poiché sono talmente le tante chiavi interpretative che sarebbe quasi inutile affrontare il discorso.

Piuttosto aggiungo che non ho la luce a casa, sono senza batteria al portatile, sto scrivendo questa recensione sulla mia agendina personale, vicino alla finestra, dove ininterrottamente piove da ore, con il camino acceso dietro di me.

Via Castellana Bandiera è così: come il calore che arriva alle tue spalle mentre cerchi di elaborare pensieri sensati. Una volta visto, lo porti addosso come una tua pagina di diario che racconterai pubblicamente, nella forma che più preferisci, attraverso l’emozione giusta.

Consigliato.

Il Sacro GRA – Gianfranco Rosi

cultura, film, vita

Ci sono alcune cose nella tua vita che cambiano in maniera repentina senza una giustificazione motivata, una tra tutte: l’aumento del prezzo del biglietto delle serate di alternativa cinema che da 4,50 passa a 5 euro.

Ho atteso diverso tempo per vedere Il Sacro GRA di Francesco Rosi, vincitore dell’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Finalmente ci sono riuscita, e aggiungo che il progetto mi è piaciuto molto per minimalismo ed essenzialità.

Il lavoro è un documentario che testimonia il microcosmo che ruota attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma. Non una storia banale, ma una rete che aggancia aspetti di un’area che tutti noi sottovalutiamo, poiché concentrati nell’attesa di dover approdare in quella Capitale plasmata da mille riferimenti cinematografici, secoli di storia e forzature televisive.

L’elaborazione filmica nasconde una forte riflessione sul tempo, e il linguaggio adottato è quello di un’osservazione che non vuole indugiare troppo, che si rende concreto nella ripetizioni di alcune sequenze, mostrando personaggi soli e al limite del surreale. I protagonisti, sebbene non abbiano identità da grandi attori, assumono nel corso di tutta la visione una struttura limpida, senza la storpiatura o la rottura di un ciak forzato.

La percezione che si ha è di una narrazione vissuta senza il minimo sforzo, poiché è tutto rivelato ai nostri occhi, come se di punto in bianco scorgessimo una tenda e scoprissimo un mondo che è sempre stato lì, ma che guardiamo per la prima volta denudandoci da tutta quell’indifferenza che ci aveva contraddistinto fino a quel momento.

Forse questa è la chiave di lettura adottata dal regista nella sua fluidità dei novantatré minuti. Forse è questo il mio punto di vista su una visione che consiglio a tutti, senza troppo impegno, senza troppe attese e senza troppe disattenzioni.

 

 

Non so perché mi è tornato in mente Tokyo Ga di Wim Wenders.

8 marzo: rispetto e ritrovamenti

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Girlfriend in a Coma – Emmott/Piras

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Volevo portarvi alla luce una situazione spiacevole che ha come oggetto una censura applicata al documentario Girlfriend in a coma, bandito dalle sale del MaXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo), pochi giorni fa.

Il film, di e con Bill Emmott (ex direttore dell’Economist di Londra), realizzato con l’aiuto di Annalisa Piras (film – maker e corrispondente della rivista Espresso), racconta gli ultimi anni dell’Italia, e di come, a causa di un certo fare politico,  abbia avuto il nostro paese, un declino micidiale, tanto da indurla a uno stato di immobilità totale.

Non è una novità che certi documenti scomodi vengano accantonati o censurati. Ricordiamoci che questa campagna elettorale voleva bloccare talk show di approfondimento politico o spostare addirittura le serate del Festival di Sanremo.

Lascio qui il trailer in modo che possiate capire, assieme al sito ufficiale, e ad altri link per farvi da soli un’idea, o per magari intervenire a supporto.

Sito ufficiale: clicca

La Repubblica: clicca
La Stampa: clicca (articolo firmato da Emmott)
Il Corriere della sera: clicca

Il Fatto quotidiano: clicca
Il Sole 24ore: clicca
Artribune: clicca

Fiducia

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The Doors: When you’re Strange – Tom DiCillio.

cinema

When you’re strange, canzone che dà il titolo al docu-film sui Doors, non aggiunge quasi nulla a quello che già conosciamo della famosa band americana vissuta tra la metà degli anni ’60 e i primi anni ’70.

La cosa che preme dire è che il doppiaggio in italiano eseguito da Morgan è osceno e inascoltabile. Marco Castoldi non è un mestierante del cinema, continuasse a fare il musicista, che ci piace tanto così.

La costruzione del senso del viaggio, e dall’inserimento ossessivo di un fiammifero che torna e ritorna nel corso dell’intero lavoro, è un modo abusato e ripetitivo per creare una metafora sulla breve vita di qualcuno; in questo caso di Jim Morrison che – ricordiamo – è morto a ventisette anni in condizioni sconosciute a Parigi, dove è stato seppellito al cimitero Père Lachaise, nel 1971, dopo essersi allontanato dagli Stati Uniti, per ritrovare un attimo la tranquillità che aveva perso a causa dell’alcol, droghe e numerosi contenziosi aperti per atti osceni in luogo pubblico e altre situazioni di furore baldanzoso.
bla bla bla.

Alcune immagini sono tratte dal Live in Europe 1969; altre costruzioni invece prese dallo scritto ufficiale Nessuno uscirà vivo di qui. La sconvolgente biografia di Jim Morrison di Jerry Hopkins e Daniel Sugarman (Rockbooks, Gammalibri, 1981) .

Tom DiCillo in The doors: When you’re strange –  uscito nel 2010–  non inserisce Pamela Courson (la donna amata da Jim) in maniera vistosa. Quando compare è quasi di una scassa palle pronta a rovinare il sogno del mondo doorsiano con  fissazioni eccessive verso la tutela dell’uomo che ama.

Ho osservato tutto con molto distacco; devo dire che il documentario in alcuni punti sfiora l’eleganza assoluta sulle note di The End – conosciuta come colonna sonora di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola; per essere stato uno dei testi più scandalosi d’America per due frasette enfatiche  poste verso la coda del pezzo della durata di 10 minuti, che dicevano “papi, voglio ucciderti, mamy, voglio scoparti” ( “Father, i want to kill you; Mother, I want to Fuck You”).
Un brano che compare per mostrare, nei colpi finali, la pazzia di Charles Manson, l’uccisione di Martin Luther King e quella Ted Kennedy, in un excursus sulla storia contemporanea che ci sta sempre bene per rinvigorire il furore patriottico.
Un lavoro in cui compare la canonica triade Hendrix – Joplin – Morrison: morti tutti in giovane età.

Va visto più della pellicola di Oliver Stone  (The Doors), uscita a venti anni dalla morte di Morrison e interpretato da un degno Val Kilmer e da un’orripilante Meg Rayn.

La resa finale è accettabile per chi conosce ben poco del gruppo.
Piacevole per rispolverare la storia della propria cultura musicale.

Niente di nuovo all’orizzonte, insomma, bocciato.

Trailer: