La mafia uccide solo d’estate – Pif [Pierfrancesco Diliberto]

attualità, cinema, film, Studiare

Dopo un periodo di latitanza dalle sale cinematografiche sono tornata a sedermi in quei posti con vero piacere scegliendo di gustarmi il progetto di PIFPierfrancesco Diliberto – che ha esordito, poche settimane fa, con la sua prima opera, La mafia uccide solo d’estate.

Chi conosce la sua conduzione è coscio della potenza del suo linguaggio/montaggio. Il testimone, il programma condotto per MTV Italia è tra i più apprezzati dalla critica, tanto che Aldo Grasso gli ha dedicato diversi articoli sulle pagine del Corriere della Sera.

La prima regia di Pif è molto vicina a ciò che noi vediamo da qualche tempo in tv; la potenza di questo lavoro presentato al Torino Film Festival – e che ha vinto il premio del pubblico – è racchiusa nella dinamica storiografica raccontata da un punto di vista di un ragazzino che si fa uomo in una Palermo ancora attuale; che non dimentica le sue vittime; e che cerca sempre più di insegnare valore della legalità ai propri figli.

La mafia è alla base della struttura, sulla quale poggiano dimensioni private e pubbliche che s’incastonano in un gioco di sovrapposizioni che lasciano stupito lo spettatore che osserva tra lacrime e risate gli sviluppi della vita di Arturo – quel bambino, che a differenza dei suoi coetanei, prende come supereroe Giulio Andreotti.

Il paradosso dell’innocenza percuote la sensibilità di ogni animo puro. Sebbene i messaggi espressi dalla politica siano agli occhi di tutti un punto di riferimento; arriva ad un certo momento la fine della favola e la comprensione di alcuni meccanismi che ci portano lontanamente a scoprire il mondo dei grandi.

C’è una storia d’amore nata in maniera goffa, nella confusione dell’immagine della donna vista come vero oggetto del caos nella malavita siciliana degli anni settanta.

La trama si svolge incastonando i punti di riferimento ai nemici; a frasi semplici e incisive; agli occhi di chi vuole vedere il bello perché crede fortemente nel cammino di giustizia che ha intrapreso; all’ignoranza del gesto che uccide la sua stessa gente per giochi di ripicche in cui le trattative diventano troppo prioritarie rispetto al valore della vita di ogni singolo uomo.

Chi ha visto Il Divo di Paolo Sorrentino noterà come cambiano le dinamiche di racconto degli stessi eventi che ruotano a certa politica, ma noterà anche come il manifesto dei due stessi progetti nascondono e mostrano lo sguardo, tenendo conto di chi agisce nell’ombra – con le mani in posizione strategia, e chi, invece, osserva a cuor pulito come un piccolo saggio.

Stra – consigliato a tutti.

Via Castellana Bandiera – Emma Dante

cultura, film

Ho latitato alcuni giorni poiché non avevo grande ispirazione; ho provato a lanciare sulla pagina fan di facebook qualche argomento di discussione, ma ero la prima delusa dal qualunquismo della tematica.

Ricomincio da questo lavoro di Emma Dante presentato e premiato all’ultimo Festival del cinema di Venezia, arrivato dopo due mesi dell’uscita nella mia sala.

Via Castellana Bandiera si presenta come un progetto di forte spessore culturale, non solo perché racconta la diversità tra popoli, la potenza nell’accettare il dolore di una perdita e di una sessualità non condivisa per paura di un conflitto genitoriale, no: la pellicola è una testimonianza neorealista di resistenza e sfida di una o più donne verso una situazione dove l’uomo è posto al centro di un microcosmo con il suo bisogno di controllo, inettitudine, molto vicina agli scritti di Vitaliano Brancati – quelli che raccontano una Sicilia a noi lontana, ma che posta in questi termini, ancora viva e fin troppo presente.

Molte scene narrano spaccati di alcuni dei protagonisti, altre, invece, l’opposto, in un equilibrio tra ironia e serietà dove è difficile trattenere una risata, o al contrario, rimanere indifferenti.

La trama si sviluppa nella via che dà titolo al film: un angolo di mondo in cui vite e segreti non accettati  si trovano di fronte a un bivio. Samira è l’anziana signora proveniente dalla Piana degli Albanesi; Rosa, invece, è una donna scappata dalla sua terra d’origine per problemi familiari.

Tra gli elementi centrali racchiusi con una sottile efficacia c’è il tema della morte, che ricorre spesse volte in forme differenti con proverbiale rispetto, e tagli di camera che incidono su alcune sequenze in una versione molto vicina alla testimonianza documentaria più che di finzione cinematografica.

Mi sono chiesta se questa produzione avesse qualcosa di autobiografico giacché la stessa regista Emma Dante è Rosa, l’interprete e seconda protagonista, ma ho scelto di non approfondire poiché sono talmente le tante chiavi interpretative che sarebbe quasi inutile affrontare il discorso.

Piuttosto aggiungo che non ho la luce a casa, sono senza batteria al portatile, sto scrivendo questa recensione sulla mia agendina personale, vicino alla finestra, dove ininterrottamente piove da ore, con il camino acceso dietro di me.

Via Castellana Bandiera è così: come il calore che arriva alle tue spalle mentre cerchi di elaborare pensieri sensati. Una volta visto, lo porti addosso come una tua pagina di diario che racconterai pubblicamente, nella forma che più preferisci, attraverso l’emozione giusta.

Consigliato.

Arrivando al Quo [Aldo Grasso, Al fil di rete, 08.10.12 pt. 2]

quotidiani

Poco fa ho espresso il mio pensiero su un articolo edito dal Corriere della sera, scritto da Aldo Grasso. Sono stata un po’ frettolosa nel dare un’opinione, così decido di redimermi e vedere di cosa esattamente si tratta.

Tutto parte da qui, e giunge qua.

Voglio così approfondire il punto di vista fornendo a me quelli che sono gli elementi principali della fiction Mediaset, per capire la ragione del suo eccessivo successo.

Da fonti non verificate, scopro che “L’onore e il Rispetto” è alla sua terza serie e che la storia è quella dei Fortebracci (cognome di amletica memoria?).

Una famiglia del sud siciliano anni ‘50, decide di andare al nord, per ottenere un gradito riscatto sociale, ma alcuni cugini scagnozzi, nonostante i favori prestati, vogliono una percentuale di pizzo sulle attività del nuovo negozio dei due congiunti Ersilia e Pasquale.
(fonte)

Questo è la sinossi della prima serie che nel corso degli anni ha raggiunto numeri stellari, vicini addirittura a quella su Totò Riina, “Il capo dei capi”.

Il titolo lascia immaginare molti significati. Personalmente credo che “L’onore e il rispetto” abbia in sé un codice preciso, ancorato a qualcosa che ha un’accezione comportale negativa. Già la sua colonna sonora allude al ricattatorio e sospettoso,  e al minuto 2.18 di questo frame, si ha un assaggio del do ut des populista, semplicistico, inutile e fin troppo televisivo, per essere considerato vicino alla realtà.

E’ una fiction; è tutto falso; è scritta da degli autori cui è richiesto un prodotto di bassa lega che vada ad accontentare consumatori non particolarmente preparati, non abituati a distinguere la realtà dalla fantasia – mi dico, e ripeto.

Se tutto però assumesse e influenzasse in maniera negativa chi lo guarda?
A me viene da pensare male, soprattutto perché gli ascolti sono premiati da un pubblico femminile, maturo e adolescenziale, del sud.

Voglio credere che non ci si accontenti così facilmente. Allora immagino donne, alcune delle quali super impegnate, che osservano distrattamente programmi di questo tipo perché intensamente perse nelle loro attività professionali. Giusto per dedicarsi a qualcosa che vada a sciacquare i loro pensieri, dopo un’intensa giornata di lavoro.

Così, certe volte, accade anche che la mia fantasia supera la realtà, e cerca soluzioni alternative al degrado propinatoci.