Dead to me – Amiche per la morte #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, vita

Non è che sia appassionata di serie tv che ruotano attorno al tema della morte, ma alla fine ho ceduto alla pubblicità che ritrovavo puntualmente sotto i miei occhi ad ogni canale streaming.

Dead to me – Amiche per la morte è una storia carina di due donne che si trovano ad essere amiche per il trauma comune della mancanza di qualcuno a loro caro. Jen è una donna smarrita per la perdita il marito in un incidente, June è un’artista dai tratti hippie sfruttata da un gallerista che la usa per i suoi loschi fini. La loro amicizia nasce da un gruppo di volontari che si uniscono per elaborare i loro lutti.

Le dinamiche ruotano attorno a delle vicende intricate ma la risposta su quello che accadrà è chiara fin dall’inizio. Ad arricchire lo scenario la complicità, una suocera narcisista, dei figli che combattono per accettare la perdita del padre, la ricerca di una mustang del 1966. Il finale lascia in sospeso lo spettatore in attesa di una prossima stagione.

Ps: ma poi sarà vero che due donne, seppure tradite da loro stesse, trovano sempre una via comune per riprendere in mano la loro precedente confidenza?

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The End of the F***ing World, Netflix, 2017

The end of f***ing world #serietv [#recensione]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società

Scoperta da un suggerimento, ho seguito l’istinto per la bastarda parolaccia nascosta nel titolo. Ho fatto bene a fidarmi, i maledetti spioni del web hanno capito dai loro algoritmi che questo tipo di prodotto mi interessava molto.

Ironica e grottesca, The end Of f***ing world è una serie che lascia la necessità di seguirla. La storia è di due ragazzini che vivono la loro età in maniera maledetta, con mille paure nascoste, e più che essere loro i veri protagonisti, lo è il disagio dei genitori, di padri e madri assenti e scostanti.

Di questa prima parte andata in onda su Netflix, in molti dei commenti trovati sul web, si dichiara che il loro esempio non è da seguire. In effetti, i due hanno gravi disturbi relazionali e in tutto questo si trovano a fuggire e innamorarsi l’uno dell’altra in una spirale nevrotica senza fine.

In certi momenti l’esasperazione raccontata sembra ispirata alla biografia ufficiale di Jim Morrison e Pamela Courson, con la differenza che tra i miti della musica e i due giovani attori a ribaltare la matrice comune è il senso di famiglia.

The End of the F***ing World, Netflix, 2017

Quello che voglio dire è che prima, negli anni 60′ e 70, si fuggiva per incapacità di sorreggere la presenza assidua di chi pretendeva che si fosse un modello unico, assoluto e inimitabile per la società, mentre adesso, in una generazione diversa, si scappa dalla mancanza di carattere di chi dovrebbe dare esempi e regole, ma nell’uno e nell’altro caso gli adolescenti rimangono e sono il capro espiatorio da inseguire e distruggere. Lo scopo di rivendicare la propria esistenza mancata per tutelarsi dall’impossibilità di ammettere i propri fallimenti in età adulta.

Perché da grandi si diventa così cazzoni?

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Niente.

vita

In data 24 maggio voglio dire solo una cosa: senza la propria volontà, gli altri possono anche pronunciare centomila parole ma niente cambierà. È una cosa ovvia, stupida e breve. Magari un messaggio promozionale alla banalità, ma è una verità non attraversata dalla ipocrisia. Quando uno svende la propria dignità per credere di arrivare chissà dove, non ha più senso avere dei riscontri o un contatti con chi non vede la vita a questa maniera. Stasera sono un po’ amareggiata; molto delusa. Non sempre si puo’ parlare di viaggi, cinema o arte. A volte le parole si usano per riassemblare il proprio essere. Può sembrare nulla, ma è importantissimo come il valore delle parole pronunciate ad alta voce. Oggi sembra tutto sottovalutato. C’è una dispersione di senso senza precedenti; non è questione di nichilismo o azzeramento voluto da chissà quali regole la società impone; ci si svende l’anima al miglior offerente per un sogno di gloria sperando che il trionfo verso chissà quale mira sia la migliore soluzione per arrivare chissà dove. Ho messo di nuovo un punto in questa giornata; tutelare la mia dignità  vale più di ogni cosa al mondo. Le umiliazioni che ho subito per indifferenza o mancata risposta troveranno valore nel tempo. Senza rivendicazione. Ora vado a leggere un po’, anche con qualche difficoltà di concentrazione.  Buonanotte.

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Il Giovane Favoloso – M. Martone [Film]

cinema, cultura, film

Ieri sera sono stata al cinema a vedere Il giovane favoloso di Mario Martone.

Sebbene il film sia concentrato sulla figura di Giacomo Leopardi, l’ho trovato molto approssimativo, non completo, non esaustivo e vuoto.
Non un lavoro il cui climax rapiva e stimolava, quanto più una macchinosa costruzione casuale di elementi collocati come lanciati a caso nelle scene e nelle singole inquadrature.

Scarso. Come l’intera recitazione.
Ragionando in termini di fotografia e ritmo autoriale lo stile è da sceneggiato Rai.
Zero identificazione, zero coinvolgimento, zero accrescimento e riflessione per lo spettatore.

Una bassezza compositiva retorica vomitata in modo misero, come la scelta della  colonna sonora inappropriata pronta a far apparire il poeta come un adolescente/adulto (odierno) incompreso e succube degli eventi, costruito su una struttura malinconica che non c’era, non si avvertiva e non portava da nessuna parte, se non a uno sfrontato cinismo misto a ilarità.

Breve e concisa, senza troppe motivazioni, penso che un prodotto di questo tipo sia adatto solo a un pubblico televisivo annoiato.

Trailer:

Arrivando al Quo [Aldo Grasso, Al fil di rete, 08.10.12 pt. 2]

quotidiani

Poco fa ho espresso il mio pensiero su un articolo edito dal Corriere della sera, scritto da Aldo Grasso. Sono stata un po’ frettolosa nel dare un’opinione, così decido di redimermi e vedere di cosa esattamente si tratta.

Tutto parte da qui, e giunge qua.

Voglio così approfondire il punto di vista fornendo a me quelli che sono gli elementi principali della fiction Mediaset, per capire la ragione del suo eccessivo successo.

Da fonti non verificate, scopro che “L’onore e il Rispetto” è alla sua terza serie e che la storia è quella dei Fortebracci (cognome di amletica memoria?).

Una famiglia del sud siciliano anni ‘50, decide di andare al nord, per ottenere un gradito riscatto sociale, ma alcuni cugini scagnozzi, nonostante i favori prestati, vogliono una percentuale di pizzo sulle attività del nuovo negozio dei due congiunti Ersilia e Pasquale.
(fonte)

Questo è la sinossi della prima serie che nel corso degli anni ha raggiunto numeri stellari, vicini addirittura a quella su Totò Riina, “Il capo dei capi”.

Il titolo lascia immaginare molti significati. Personalmente credo che “L’onore e il rispetto” abbia in sé un codice preciso, ancorato a qualcosa che ha un’accezione comportale negativa. Già la sua colonna sonora allude al ricattatorio e sospettoso,  e al minuto 2.18 di questo frame, si ha un assaggio del do ut des populista, semplicistico, inutile e fin troppo televisivo, per essere considerato vicino alla realtà.

E’ una fiction; è tutto falso; è scritta da degli autori cui è richiesto un prodotto di bassa lega che vada ad accontentare consumatori non particolarmente preparati, non abituati a distinguere la realtà dalla fantasia – mi dico, e ripeto.

Se tutto però assumesse e influenzasse in maniera negativa chi lo guarda?
A me viene da pensare male, soprattutto perché gli ascolti sono premiati da un pubblico femminile, maturo e adolescenziale, del sud.

Voglio credere che non ci si accontenti così facilmente. Allora immagino donne, alcune delle quali super impegnate, che osservano distrattamente programmi di questo tipo perché intensamente perse nelle loro attività professionali. Giusto per dedicarsi a qualcosa che vada a sciacquare i loro pensieri, dopo un’intensa giornata di lavoro.

Così, certe volte, accade anche che la mia fantasia supera la realtà, e cerca soluzioni alternative al degrado propinatoci.

“Pazzi per la spesa”? decisamente no.

cultura

Ieri pomeriggio, dopo aver registrato il programma, non facendo nulla di particolare, e lasciando da parte lo studio, decido finalmente di accendere la tv per vedere su Real Time,  Pazzi per la spesa.

Avevo sentito diverse persone esaltate esprimersi a suo favore, ma non avrei mai immaginato fosse un format così deturpante per l’animo umano.

In breve: si tratta di donne maniaco – compulsive collezioniste inferocite di tagliandi  pieni di prodotti in sconto. I buoni –  trovati su riviste, quotidiani, giornali, volantini – diventano un oggetto di sfogo, talmente invasivo, da predisporre l’intera famiglia, a una sorta di guerra casalinga, per la gestione e l’amministrazione di una futura spesa, che si aggira attorno ai 1000 dollari, che in realtà non verranno mai sborsati.

La signora tipica all’acquisto, ha una bella quadratura americana: pienotta, vestita in magliette dai colori sparati, fuseaux (o leggins – visto che ora è di moda così), e scarpe da ginnastica bianche. Una perla identificativa, quest’ultima, per individuare la classica massaia derelitta a vivere in periferie ricche di mega centri commerciali, in aree dove regna il vuoto cosmico, in una porzione di territorio statunitense, sconosciuto anche ai più feroci collezionisti di cartine del Touring club.

L’acquisto – non acquisto – di quintali di carta igienica, acqua aromatizzata o cioccolata dai gusti più impensabili, è in realtà un modo, per queste laconiche mogli, di ridurre (o credere) i loro reali problemi di vita, per eclissarli in un’esistenza basata sui beni di consumo, custoditi in maniera spregevolmente organizzata, nelle loro dispense.

La sensazione più angosciante che si prova nell’osservare tutto questo, è data dalla preparazione di  feste a tema “coupon”, in cui tutti partecipano a giochi dedicati alla visione di “coupon”, con l’obiettivo di ottenere in cambio “coupon”e divertirsi insieme a scoprire la validità della durata del “coupon”.

In definitiva, gli amici invitati sono costretti a subire una schizzo-paranoide dal baffo rotante, canino marcio, e figli spersonalizzati a forza di essere ridotti a macchine logistiche, da madri che abusano psicologicamente di loro, ogni giorno, con questi metodi.

Pazzi per la spesa è per me un racconto viscido della realtà, non basata sulla tv del dolore, ma una mercificazione acuta e becera di esso, che passa attraverso l’esaltazione delle manie altrui, affiché emergano sociotipi simili e vincolanti agli altri, al fine di indirizzarli a questi sistemi morbosi e tendenzialmente invasivi del consumismo.

Poveri coloro che non partecipano alla cena del signore?
No.