LIBRIMMAGINARI VI EDIZIONE – 27 maggio #viterbo #savethedate

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Librimmaginari. Il segno inquieto, Festival del disegno e delle arti visive, manifesto - www.arciviterbo.it/librimmaginari
LIBRIMMAGINARI VI EDIZIONE*
Il segno inquieto
 
Un progetto di Arci Viterbo
 
Walden. La vibrazione selvatica
Mostra collettiva di disegno e illustrazione
A cura di Marcella Brancaforte e Marco Trulli
 
Inaugurazione
27 maggio ore 18.00
Biancovolta, Via delle Piagge 23 Viterbo

Dal 27 Maggio al 5 Giugno 2016

Artisti
Andreco, Marco Bernacchia, Zaelia Bishop, Lucilla Candeloro, Daniele Catalli, Luca Coclite, Massimo De Giovanni, Anke Feuchtenberger, Tothi Folisi, Magda Guidi, Simone Massi, Alex Raso, Stefano Ricci, Elisa Talentino, Violetta Valery

Continuando a riflettere sul disegno come territorio comune tra il mondo dell’illustrazione e quello dell’arte visiva, il nuovo progetto espositivo collettivo di Librimmaginari parte da un celebre libro della letteratura statunitense, capostipite di una serie di riflessioni sulla relazione tra uomo, ambiente e società: Walden. La vita nel bosco di Thoreau. Il concept della mostra è un viaggio nella terra selvatica (Wildnis) che ogni uomo ha in sé. Il bosco quindi come luogo dell’archetipo, passaggio verso una dimensione dell’inquietudine, della riconquista di una dimensione simbiotica con la natura, ed anche del suo lato oscuro e misterioso. “Il “Trattato del Ribelle” di Jünger ci restituisce un’immagine della foresta (che ritroviamo spesso anche nella mitologia e nelle fiabe europee, a testimonianza di quanto sia radicato nel nostro animo il simbolo del bosco), come luogo in cui l’uomo diviene sovrano di sé, ritrovando il contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del tempo.”
Ma il bosco è anche sinonimo di fuga dal reale, astrazione e diventa spazio ideale di nascondimento come strategia di rifugio, mimetizzazione nella natura. Il bosco come luogo immaginario e psichico, foresta di segni e storie nascoste che si dispiegano all’interno di una mostra pensata come una grande installazione composita.

Il bosco è l’origine di molte storie, attraversamenti e leggende. La mostra è un sentiero nel bosco, una immersione nel selvatico, un’ambientazione di interpretazioni possibili della relazione simbolica che lega l’uomo al bosco.

Orari di apertura
Dal martedì alla domenica dalle 17 alle 19.30

Un progetto promosso da
Arci Viterbo

Con il patrocinio di
Comune di Viterbo
Biblioteca Consorziale di Viterbo
Associazione AI  Autori di Immagini
In collaborazione con Liceo Artistico Statale “Francesco Orioli”
Realizzato nell’ambito de Il Maggio dei libri

Per informazioni
ufficiostampaarciviterbo@gmail.com
www.arciviterbo.it/librimmaginari

Qui tutto il programma dell’evento:
http://www.arciviterbo.it/librimmaginari/

*comunicato stampa

Human Need di Bruno Cerasi – Alviani ArtSpace (Pescara)

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Per rendervi partecipi dei miei progetti:

Human Needs
Mostra personale di Bruno Cerasi
Domenica 4 Agosto ore 21

Largo Gardone Riviera,
65129 Pescara (IT)

http://www.alviani-artspace.net/

La sparizione dell’arte – Jean Baudrillard

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Continua la linea di pensiero sulla saggistica, oggi è la giornata dedicata a una lettura del filosofo francese Jean Baudrillard.  Il testo scelto è La sparizione dell’arte, edito nel 2012 da Abscontida, inserito nella collana Miniature. La numero 92 è curata da Elio Grazioli, il quale chiarisce, nella postfazione, la provenienza dei testi inseriti nel piccolo volume. C’è da dire, infatti, che il libro è suddiviso in due parti distinte ma comuni. Pubblicati alla fine degli anni ottanta, i saggi, furono presentati in occasione di alcune conferenze in musei e luoghi di cultura in territorio statunitense.

Che fare dopo l’orgia?
Dire che sia la domanda che mi ha colpito di più, è poco; non mi sono mai posta il problema, non solo perché non avventurata in queste faccendevoli attività, ma soprattutto perché tale sfrontatezza, sebbene possa appartenermi verbalmente, mi lascia indifferente su altri ambiti per eccessi e ingarbugliamenti vari.

Posta in un’ottica culturale la questione è abbastanza efficace, rende l’idea, e specifica la chiave di lettura di Baudrillard in corrispondenza a un’altra domanda, che depauperata dalla sua precedente significazione, arriva a essere più semplice e chiara: quale sarà il destino dell’arte?

La sua teoria nasce da alcune riflessioni compiute piu’ di un secolo fa da Baudelaire e arrivano alla progettazione artistica di Andy Warhol. L’arte deve divenire come una merce; assumere tutte le caratteristiche associate a essa; triplicarne i significati ed esporsi alla vendita. La sua liquidità serve a superare il suo stato d’immobilità collegato a un valore la cui unicità è nel guadagno. L’arte, quindi, deve diventare una specie di macchina distruttiva in grado di macinare tutto ciò che ha attorno, rendendosi mostruosamente splendida rispetto alla merce.

Non siamo lontani dalla visione feticcia di Clair, cui vi ho parlato nel post precedente, ma siamo addirittura oltre, poiché l’arte, arrivando a certi punti, supera il suo stato distruttivo, arrivando alla sparizione, al suo vanishing point, al grado xerox della cultura.
A rendere bene l’idea arriva un preciso riferimento.
Durante e dopo la guerra fredda sono arrivati nel mercato mondiale nuovi aggeggi definiti da Marshall McLuhan “medium freddi”, il cui l’apice massimo è confluito nell’uso della televisione. In pratica quest’ultimo marchingegno placava la visione di quegli avvenimenti storici che stavano mutando le sorti del mondo. Attraverso questo mezzo accade che tutto s’iperrealizza, si satellizza e rimane sospeso e immobile, creando una sorta di equilibrio simbolico fatto perlopiù – oggi – di terrore. Quello che vuole dire è che tutto annulla il tutto (L’immaginazione è morta per overdose di immagini), e sebbene ci siano stati periodi in cui i fatti artistici abbiano acquisito grande valore di sperimentazione (Klee, Kandiskij, Mondrian), da questo momento in poi, quello che accade è una dilagante esasperazione del senso, portandolo al suo annientamento, diventando gesto ansioso o selvaggio (Jackson Pollock).

Oggi ci troviamo di fronte a una finzione, a quello che avviene dopo l’orgia. La modernità, attraverso la sua estenuante concezione di libera circolazione di merci, mezzi, persone e capitali, non ha generato continuità, ma una successiva reazione a catena in un’amplificazione del vuoto. Quello che accade dopo queste massicce penetrazioni è che l’ovvio è portato avanti, trascinato in attesa che cambino le cose, facendo finta che, superata una certa soglia, tutto possa ancora essere considerato normale, continuando a emulare in una condizione temporale indefinita e costante, alla cui base è posta l’estetica.

E’ paradossale sapere che se si esce dagli schemi di linguaggio i significati associati al termine “estetica”, corrispondono a “uniformazione” e “standardizzazione”, non a eastetica – intesa come dimensione di sensibilità e di capacità del sentire -, ma anzi, ci si avvicina, a una condizione di protesi a supporto di qualcosa che non è altro che illusione; una sparizione che amplifica un uso della produzione di creatività senza arrivare da nessuna parte, ma che genera parallelamente nuovi stadi di simulazione. La soluzione deve essere ricercata in uno strappo, un cambiamento vivo, non in un processo di accumulazione, cui siamo interessati da troppo tempo.
Quello che mi è sembrato di capire è che, sulla base del pensiero dello studioso, il processo di aggregazione di ricordi, produce un effetto di rimozione più che di creatività, portando noi stessi – come l’arte – a una condizione di riciclo, più che di fioritura.
N
on siamo più interessati al segreto o alla seduzione ma a processo di mummificazione, in cui le immagini diventano parte di una ciclicità senza fine.

Quando tutto è estetico, niente è piu’ bello né brutto, e l’arte stessa sparisce

I media, l’informatica e i video, in tutto questo, hanno contributo a trasformare lo status dell’arte, rendendo ognuno di noi capace di diventare maestro, e autorizzandolo a poter dire o fare qualcosa con il solo uso di uno strumento senza una base opportuna, pronta realmente all’edificazione di un’efficace innovazione linguistica e visiva.

L’arte, per contro, ha reagito minimizzandosi, simulando la sparizione.

L’arte è travestita dall’idea. L’idea è travestita dall’arte (dove possiamo ritrovare la nostra idea del transessuale: l’arte <<travelo>> è l’arte attraversata dall’idea, dai segni vuoti dell’arte“.

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Candy Chang: Before I die I want to…

arte contemporanea, cultura

Prima di morire voglio fare tante cose; la più necessaria è raggiungere un equilibrio; la seconda  è ottenere un fuoristrada che mi faccia viaggiare senza le dipendenze di un uomo; libera, e con la forza del mio lavoro, quello che sto contribuendo a costruire giorno per giorno; senza sputarmi in faccia; portando avanti ciò che sono, assieme ai miei ideali; soffrendo come ogni altra persona; cadendo e rialzandomi come ho sempre fatto.
Mi basta; non sono poi così tanto esigente; mi basta la concretezza delle cose e di chi la pensa come me;  basta non spaventarsi e rimanere fedeli a ciò che si è.

Venuto al mondo – Sergio Castellitto

cinema

Il lunedì sera ho scoperto essere gioviale per scoperchiare la forma d’ilarità che tralascio durante la settimana. Di nuovo cinema; di nuovo un film di cui mi pento amaramente di aver speso 6 euro.

Il lavoro è stato scelto dopo aver visto una lista di titoli altrettanto improbabili. Non sono amante di Margaret Mazzantinila Margherita Buy della letteratura italiana – poiché ritengo che la sua scrittura sia aspra, troppo fredda e distaccata – per non dire anche un po’ noiosa.

Non ti muovere”, l’opera letteraria che divenne lungometraggio precedente a questo, diversi anni fa, fu accettabile nelle mani del marito – regista Sergio Castellitto.
Mi sono fatta così coraggio, vagliando e sperando che anche stavolta avesse fatto un miracolo.

Venuto al mondo è uscito pochi giorni fa nelle sale; il trend vuole che il tema in voga in Italia tra gli sceneggiatori sia l’incapacità femminile di procreare; così si ruota, in tutta la sua durata – due ore circa – attorno alla disgrazia di una donna che vuole caparbiamente un figlio da dare al suo compagno.

Il protagonista è Emile Hirsch – l’attore selvaggio di Into the wild – nelle vesti di Diego; qui fotografo americano che arriva da non so dove, che ha avuto un’infanzia a pezzi, distrutta da un padre violento. Diego conosce Penelope Cruz (Gemma) mentre lei sta facendo un viaggio a Sarajevo per motivi di studio. Una donna impegnata nella ricerca universitaria vicina al mondo dell’arte.
Adnan Haskovic (Gojco) è l’amico fedele dei due, chi testimonierà le vicende tessendo le fila di una dura ricostruzione, e custode di una verità scomoda che non verrà rivelata all’interessato Pietro (Castellitto junior) – prole presunta dei due volenterosi citati sopra.

Le location scelte sono Roma e Sarajevo. In un tempo che oscilla tra il presente e il passato. E’ un viaggio continuo di flash-back  banali dal punto di vista del montaggio, ma che permettono al film di reggere l’aspettativa degli astanti.

La maggior parte delle scene si svolge nel 1992, nel pieno della guerra in Bosnia e durante l’assedio di Sarajevo, in un passato ben definito, che ha visto una sconsiderata violenza su donne bosniache musulmane per volontà di Slobodan Milošević; oggi condannato di crimini contro l’umanità e di operazioni di pulizia etnica; morto nel 2006.

Sebbene questo non sia l’incipit che ci viene fornito, è giusto mettere in chiaro certe cose.

L’intreccio è abbastanza complesso, contornato da una prima parte smielata, zuccherosa, da far venire voglia di vomitare in maniera spudorata nelle mutande del tuo vicino posto nella poltrona accanto; mentre nella seconda le scene prendono più vigore, ma solo in determinati punti: quelli cruciali dove si capiscono dinamiche precise che verranno svelate alla fine.

Ho trovato la scelta della colonna sonora pietosa.

Il rimando a Kurt Cobain – prima su una maglietta, poi su un manifesto di Never Mind, infine in un sacrario montato ad hoc da un emulatore povero di David LaChapelle – è banale e inutile; perché va bé che eravamo negli anni ’90; va bé che può essere un mito di una generazione, ma messo così, a cavolo, è apparso come personaggio inflazionato proveniente da un sistema musicale frastornato e disperato, che appesantiva, tra l’altro, la narrazione in maniera volgare.

La fotografia tocca solo in alcuni punti livelli eccelsi di stile.

Il migliore attore è senza dubbio Luca De Filippo – figlio di Eduardo – che compare pochissimo ma in scene necessarie.

Penelope Cruz tornasse ai film di Almodòvar;
Hirsch lo vogliamo solo nei film americani;
Filippo Castellitto mi ricorda tanto Silvio Muccino ai suoi primi isterismi, ed è la fotocopiasputata di Margaret e Sergio – senza cognomi per la regola del volemose bbbene.
Castellitto Senior, invece, è lo scemo di turno maturo che si è sobbarcato il peso di una situazione imbarazzante.

Il mio parere definitivo è questo.

Credo sia una pellicola adatta più alla tv che a una sala cinematografica – il suo montaggio è fatto appositamente per incastonare spot pubblicitari.
Ha quella dose di melassa giusta che fa sciogliere le donne di mezza età che dipendono da un uomo che le maltratta e per  ragazzine disperate in attesa di un sms stronzo che non arriverà mai.

Il titolo e l’idea del libro non solo male, ma la resa restituitaci è pietosa.
Non posso commentare la parte letteraria poiché non ho intenzione di leggerla, ma spero emerga a tutti,  che Pietro, in realtà, è il figlio frutto di un amore non voluto; della mercificazione di un corpo; di una terra usurpata e dilaniata dalla violenza.

Bocciato.

Trailer:

Locandina:

Lo specchio della realtà.

arte contemporanea

Una delle mie altre passioni è l’arte contemporanea.
Bisogna solo lasciarsi guidare dal video e capire che emozione si è provata vedendolo.
La mia reazione è ansiogena.

Astashova – Mirror

Le ceneri di Angela di Frank McCourt

leggere

Romanzo dello scrittore di origine irlandese Frank McCourt, Le Ceneri di Angela, è stato pubblicato nel 1996 e approdato in Italia grazie alla casa editrice Adelphi, l’anno seguente.

Avevo il libro da diversi periodi, mi era stato regalato da due cari amici per il compleanno. Ogni volta cercavo di scorrere qualche frase, ma un certo rifiuto non mi permetteva di andare avanti. Siccome esiste un tempo per tutto, mi sono occupata di altro, e quando è arrivato quello giusto, ho preso coscienza di quanto mi ero sbagliata nel giudicare frettolosamente la sua tristezza.

Si tratta dell’autobiografia romanzata dell’autore, che racconta la sua esistenza in una chiave talmente dignitosa, da uscirne alla fine della lettura sollevati e rafforzati.

E’ un romanzo di formazione e educazione dove il protagonista Frankie nasce da un accoppiamento infelice tra la madre Angela e il padre nord irlandese alcolizzato, con scarsa voglia di lavorare e insufficiente volontà di mandare avanti una famiglia che, nel corso degli anni, sarà decimata da morti su morti. E’anche un testo di riscatto, per una vita vissuta in totale povertà, dopo il ritorno in Irlanda, nella costante ricerca di una casa che superi la definizione dispregiativa di latrina.
Francis è un ragazzino che prende porte in faccia da tutti, è maltrattato e considerato poveraccio per via delle vesti e dei comportamenti che ha. La sua unica salvezza è lo studio, assieme a una forte spiritualità, in un’Irlanda così cattolica, da non riuscire a vedere le reali necessità di chi è povero e ha tutte le carte in regola per ottenere un’esistenza migliore. 

Ci sono pagine in cui è difficile staccarsi, dove leggere di uno schiaffo, significa sentirlo addosso come un graffio. Ce ne sono altre dove l’unica voglia è piangere. Sostenere le lacrime di un protagonista che non ha commesso nessun peccato infernale, ma che è costretto a confessarsi segretamente dopo una sbronza ottenuta la sera prima del compimento dei suoi sedici anni, dopo una vita così difficile, porta il lettore in una sorta di catarsi individuale.

Sebbene il mio pensiero non renda giustizia alla potenza delle parole di McCourt, io consiglio di leggerlo, e magari ottenere assieme a lui, quella forza di ricominciare, dove i propri genitori hanno fallito.

Frack McCourt ha ottenuto il premio Pulitzer nel 1997.

(Clicca qui)

“Pazzi per la spesa”? decisamente no.

cultura

Ieri pomeriggio, dopo aver registrato il programma, non facendo nulla di particolare, e lasciando da parte lo studio, decido finalmente di accendere la tv per vedere su Real Time,  Pazzi per la spesa.

Avevo sentito diverse persone esaltate esprimersi a suo favore, ma non avrei mai immaginato fosse un format così deturpante per l’animo umano.

In breve: si tratta di donne maniaco – compulsive collezioniste inferocite di tagliandi  pieni di prodotti in sconto. I buoni –  trovati su riviste, quotidiani, giornali, volantini – diventano un oggetto di sfogo, talmente invasivo, da predisporre l’intera famiglia, a una sorta di guerra casalinga, per la gestione e l’amministrazione di una futura spesa, che si aggira attorno ai 1000 dollari, che in realtà non verranno mai sborsati.

La signora tipica all’acquisto, ha una bella quadratura americana: pienotta, vestita in magliette dai colori sparati, fuseaux (o leggins – visto che ora è di moda così), e scarpe da ginnastica bianche. Una perla identificativa, quest’ultima, per individuare la classica massaia derelitta a vivere in periferie ricche di mega centri commerciali, in aree dove regna il vuoto cosmico, in una porzione di territorio statunitense, sconosciuto anche ai più feroci collezionisti di cartine del Touring club.

L’acquisto – non acquisto – di quintali di carta igienica, acqua aromatizzata o cioccolata dai gusti più impensabili, è in realtà un modo, per queste laconiche mogli, di ridurre (o credere) i loro reali problemi di vita, per eclissarli in un’esistenza basata sui beni di consumo, custoditi in maniera spregevolmente organizzata, nelle loro dispense.

La sensazione più angosciante che si prova nell’osservare tutto questo, è data dalla preparazione di  feste a tema “coupon”, in cui tutti partecipano a giochi dedicati alla visione di “coupon”, con l’obiettivo di ottenere in cambio “coupon”e divertirsi insieme a scoprire la validità della durata del “coupon”.

In definitiva, gli amici invitati sono costretti a subire una schizzo-paranoide dal baffo rotante, canino marcio, e figli spersonalizzati a forza di essere ridotti a macchine logistiche, da madri che abusano psicologicamente di loro, ogni giorno, con questi metodi.

Pazzi per la spesa è per me un racconto viscido della realtà, non basata sulla tv del dolore, ma una mercificazione acuta e becera di esso, che passa attraverso l’esaltazione delle manie altrui, affiché emergano sociotipi simili e vincolanti agli altri, al fine di indirizzarli a questi sistemi morbosi e tendenzialmente invasivi del consumismo.

Poveri coloro che non partecipano alla cena del signore?
No.