La sparizione dell’arte – Jean Baudrillard

Continua la linea di pensiero sulla saggistica, oggi è la giornata dedicata a una lettura del filosofo francese Jean Baudrillard.  Il testo scelto è La sparizione dell’arte, edito nel 2012 da Abscontida, inserito nella collana Miniature. La numero 92 è curata da Elio Grazioli, il quale chiarisce, nella postfazione, la provenienza dei testi inseriti nel piccolo volume. C’è da dire, infatti, che il libro è suddiviso in due parti distinte ma comuni. Pubblicati alla fine degli anni ottanta, i saggi, furono presentati in occasione di alcune conferenze in musei e luoghi di cultura in territorio statunitense.

Che fare dopo l’orgia?
Dire che sia la domanda che mi ha colpito di più, è poco; non mi sono mai posta il problema, non solo perché non avventurata in queste faccendevoli attività, ma soprattutto perché tale sfrontatezza, sebbene possa appartenermi verbalmente, mi lascia indifferente su altri ambiti per eccessi e ingarbugliamenti vari.

Posta in un’ottica culturale la questione è abbastanza efficace, rende l’idea, e specifica la chiave di lettura di Baudrillard in corrispondenza a un’altra domanda, che depauperata dalla sua precedente significazione, arriva a essere più semplice e chiara: quale sarà il destino dell’arte?

La sua teoria nasce da alcune riflessioni compiute piu’ di un secolo fa da Baudelaire e arrivano alla progettazione artistica di Andy Warhol. L’arte deve divenire come una merce; assumere tutte le caratteristiche associate a essa; triplicarne i significati ed esporsi alla vendita. La sua liquidità serve a superare il suo stato d’immobilità collegato a un valore la cui unicità è nel guadagno. L’arte, quindi, deve diventare una specie di macchina distruttiva in grado di macinare tutto ciò che ha attorno, rendendosi mostruosamente splendida rispetto alla merce.

Non siamo lontani dalla visione feticcia di Clair, cui vi ho parlato nel post precedente, ma siamo addirittura oltre, poiché l’arte, arrivando a certi punti, supera il suo stato distruttivo, arrivando alla sparizione, al suo vanishing point, al grado xerox della cultura.
A rendere bene l’idea arriva un preciso riferimento.
Durante e dopo la guerra fredda sono arrivati nel mercato mondiale nuovi aggeggi definiti da Marshall McLuhan “medium freddi”, il cui l’apice massimo è confluito nell’uso della televisione. In pratica quest’ultimo marchingegno placava la visione di quegli avvenimenti storici che stavano mutando le sorti del mondo. Attraverso questo mezzo accade che tutto s’iperrealizza, si satellizza e rimane sospeso e immobile, creando una sorta di equilibrio simbolico fatto perlopiù – oggi – di terrore. Quello che vuole dire è che tutto annulla il tutto (L’immaginazione è morta per overdose di immagini), e sebbene ci siano stati periodi in cui i fatti artistici abbiano acquisito grande valore di sperimentazione (Klee, Kandiskij, Mondrian), da questo momento in poi, quello che accade è una dilagante esasperazione del senso, portandolo al suo annientamento, diventando gesto ansioso o selvaggio (Jackson Pollock).

Oggi ci troviamo di fronte a una finzione, a quello che avviene dopo l’orgia. La modernità, attraverso la sua estenuante concezione di libera circolazione di merci, mezzi, persone e capitali, non ha generato continuità, ma una successiva reazione a catena in un’amplificazione del vuoto. Quello che accade dopo queste massicce penetrazioni è che l’ovvio è portato avanti, trascinato in attesa che cambino le cose, facendo finta che, superata una certa soglia, tutto possa ancora essere considerato normale, continuando a emulare in una condizione temporale indefinita e costante, alla cui base è posta l’estetica.

E’ paradossale sapere che se si esce dagli schemi di linguaggio i significati associati al termine “estetica”, corrispondono a “uniformazione” e “standardizzazione”, non a eastetica – intesa come dimensione di sensibilità e di capacità del sentire -, ma anzi, ci si avvicina, a una condizione di protesi a supporto di qualcosa che non è altro che illusione; una sparizione che amplifica un uso della produzione di creatività senza arrivare da nessuna parte, ma che genera parallelamente nuovi stadi di simulazione. La soluzione deve essere ricercata in uno strappo, un cambiamento vivo, non in un processo di accumulazione, cui siamo interessati da troppo tempo.
Quello che mi è sembrato di capire è che, sulla base del pensiero dello studioso, il processo di aggregazione di ricordi, produce un effetto di rimozione più che di creatività, portando noi stessi – come l’arte – a una condizione di riciclo, più che di fioritura.
N
on siamo più interessati al segreto o alla seduzione ma a processo di mummificazione, in cui le immagini diventano parte di una ciclicità senza fine.

Quando tutto è estetico, niente è piu’ bello né brutto, e l’arte stessa sparisce

I media, l’informatica e i video, in tutto questo, hanno contributo a trasformare lo status dell’arte, rendendo ognuno di noi capace di diventare maestro, e autorizzandolo a poter dire o fare qualcosa con il solo uso di uno strumento senza una base opportuna, pronta realmente all’edificazione di un’efficace innovazione linguistica e visiva.

L’arte, per contro, ha reagito minimizzandosi, simulando la sparizione.

L’arte è travestita dall’idea. L’idea è travestita dall’arte (dove possiamo ritrovare la nostra idea del transessuale: l’arte <<travelo>> è l’arte attraversata dall’idea, dai segni vuoti dell’arte“.

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19 pensieri su “La sparizione dell’arte – Jean Baudrillard

  1. Se tutto può diventare arte, l’arte scompare. Adoro l’arte del ‘900, ma anche io di fronte a certi sviluppi resto interdetto: basta definire la vacca in formaldeide di Hirsch o il Papa sotto al meteorite di Cattelan come arte, solo perché loro dicono che ‘è arte’ e si sono appoggiati a galleristi e critici paraventi che assicurano ‘è arte, se non la capisci, problema tuo’? In questo modo si va a sbattere puntualmente contro il famoso episodio di Sordi e la moglie alla Biennale di Venezia (quello si, autentico pezzo d’arte nel suo derisorio dire che ‘il re è nudo’). Forse sarebbe il caso di tornare all’arte figurativa, in questo senso ormai da qualche decennio il fumetto ha preso il sopravvento come mezzo di sviluppo di ‘immagini comprensibili’… solo che, specie in Italia, guai a parlare del fumetto come arte… Duchamp si poteva capire, il concetto era rivoluzionario perché nuovo… ma invece di essere solo una ‘tappa’ è diventato l’archetipo, il principio assoluto: tutto può diventare arte, però appunto, così l’arte la si sotterra, o peggio, come è puntualmente successo, la si fa diventare business…

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    1. La tua domanda se la pongono in molti, quella relativa a Hirst e Cattelan.
      In che senso “è arte, se non la capisci, problema tuo?” questa potrebbe essere anche posta in un rapporto tra cinema e teatro, no?
      Sono stata per tre anni – e spero lo sarò di nuovo – guida d’arte contemporanea presso una fondazione importante qui in Abruzzo. Il mio obiettivo è proprio di mediare tra l’opera e la persona, ovviamente se c’è volontà e richiesta di quest’ultima nel volersi aprire a questa forma culturale, diciamo così, diversa, dalla quale, purtroppo, emerge il lato commerciale come posto in prima linea rispetto a mille questioni.
      Quando citi Damian Hirst, devi però pensare una cosa: non si sta parlando di un artistuncolo qualunque, ma di uno che ha capito come funzionano le regole di mercato e le ha fatte proprie. Lui nasce in un periodo importante di scambio, quando cioè il mercato da NY si è spostato a Londra, nel momento in cui Saatchi si è liberato della grossa collezione che possedeva, legata perlopiù alla Transavanguardia (quest’ultima italiana e pensata da Achille Bonito Oliva). Saatchi, oltre che essere un gallerista, è un noto pubblicitario (Saatchi&Saatichi). Non si può negare quindi che dietro non ci sia una logica commerciale, ma neppure dire che ciò che Hirst fa non è arte. Lui esce da una delle migliori scuole al mondo (la Goldsmith) ed è bravissimo nel riproporre la canonicità artistica, la sua via però è un’altra: quella di ricercare la morte nei suoi progetti. Non è questione di problemi conoscitivi, quindi, ma di predisposizione e accettazione di canoni stilistici diversi; soprattutto perchè contemporanei, non ancora assimilati o studiati.
      E chi non ti permette di arrivare a questo, per te se che sei un semplice visitatore, è uno che non ha capito nulla del sistema.

      Ti porto avanti col ragionamento.
      Pensa al dadaismo, credi che al tempo era visto bene?

      Il rapporto di Hirst e Saatchi nasce come movimento quando sorge lo Young British Artist attorno alla fine degli anni 90. Dal quale, tra l’altro, sono emersi diversi artisti famosi (i fratelli Chapman, ad esempio).

      La storia ci parla dei primi del novecento, narrandoci la commistione di gruppi artistici sorti a Parigi. L’unica differenza è che se prima a capo c’era un artista poeta (ad esempio André Breton per il Surrealismo o Marinetti per il Futurismo), negli anni novanta ci tocca tragicamente un business man o un noto pubblicitario, che pongono tra l’altro la comunicazione come primo elemento di diffusione e di costruzione dell’immagine (un brand).

      Se tu vedi un’opera di Mimmo Paladino, che è anche un figurativo, avresti gli stessi problemi, te lo assicuro.

      Il discorso del fumetto è diverso, nasce in contesti diversi. Note Gallerie espongono opere di Pazienza. Diciamo che lì il rapporto è quasi simile a quello che c’è tra il cinema di finzione e i documentari (i secondi nettamente sottovalutati).

      Non condanno Cattelan che, a parer mio, compie sempre atti di pregevole intelligenza. Il suo problema, se vogliamo definirlo così, è che sà dove andare a puntare per far scatenare l’irritabilità di molti. Come ben sai, accendere i fuochi è sempre estremamente facile, soprattutto se si gioca al ricambio con lo scandalo.

      Dipende come uno vuole portare il proprio progetto avanti.
      Per entrare nel giro dell’arte contemporanea bisogna accettare certe logiche, purtroppo, questo è il tema del dramma principale.

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      1. Grazie per la lunga ed esaustiva risposta: alcune cose sebbene a livello intuitivo le avevo presenti anche io… Sul ‘è arte, se non la capisci’… Intendevo proprio il problema che poi esponi tu: quello della mediazione, perché a una persona comune una ‘vacca in formaldeide’ (scusa se riprendo l’esempio, ma secondo me quella è una trovata assolutamente geniale… ;-)), sembrerà sempre una mucca sezionata sotto vetro, e la reazione è spesso quella del: se non lo capite evitate; per questo è assolutamente necessaria una mediazione, come dici anche tu… Ho apprezzato la lunga spiegazione; intendiamoci, non condanno certi artisti, ma come sottolinei anche tu, il ‘nodo’ è proprio il ruolo assunto dal business e dalla pubblicità… che secondo me tra l’altro guidano l’arte sempre più verso gesti provocatori fini a sé stessi (citerei pure la rana crocifissa di qualche tempo fa), con l’unico fine di ‘far parlare’, che vero la reale comunicazione di concetti, emozioni, punti di vista…

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      2. Ti ringrazio, temevo mi fossi espressa in maniera troppo complessa.

        Braudillard, si esprime in termini di “look”, insomma, già perchè è di moda è superato. Arrivano poi solo le esasperazioni che inducono al kitsch.

        Hirst c’è, è un dato di fatto. Il problema è di chi investe e crede in lui – soprattutto perchè, “Mother and child divided” – l’opera del nome della mucca che dici tu, e altre sue opere, stanno marcendo e hanno questo alto rischio di deperibilità.
        Quindi altro problema che sorge è: come salvaguardare l’arte contemporanea? oppure, come agire in merito a operazioni di restauro?

        Come vedi è piu’ complicato rispetto a una risposta ben piu’ scontata del “questo non è arte”, “lo potevo fare anche io” o “non la capisco” 😉

        il mio consiglio è di osservare sempre il titolo e capire come lavora l’artista con la sua idea di base. Inoltre ricorda una cosa, se uno ha qualcosa da dire, non c’è strategia mediatica che tenga, arriva l’idea o il progetto. il resto è fuffa. 😉

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