Bonding, Netflix, 2019

Bonding #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, Donne, giovedì, lavoro, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, streaming, vita

Così, mi sono sparata questa serie velocissima in poco tempo, in una mezza serata di fine aprile mentre fuori pioveva. Certo è che sembro fissata con le tematiche di sessualità, ma è solo un caso se dopo l’audiolibro di Francesco Muzzopappa della scorsa settimana mi trovo a parlare di un argomento tanto affine.

Bonding racconta la società odierna fatta di ragazzi costretti a difendere la propria natura attraverso l’uso di una maschera. Quale migliore identità se non quella del sesso (nella sua condizione di sadomasochismo) che è la chiave di lettura di questo narcisismo moderno e dilagante?

Due amici si sono voluti bene, in un momento cruciale della loro esistenza si sono amati e persi all’improvviso, ritrovati con una versione nuova della loro vita per sottomettere chi voleva fare di loro un misero brandello di anime sgualcite.

La visione non stupisce per il tema che affronta: parlare oggi di desiderio e potere è talmente tanto noioso che chi guarda questa serie con la ricerca di quella scoperta ne rimarrà quasi certo deluso. A dire la verità non so neppure quanto sia adatta a ragazzi e adulti, non si capisce a quale genere di pubblico parla, ma sono sicura che in alcuni momenti il bisogno di amare è così leggero che passa in secondo piano rispetto a tutto il resto. Si ride molto, questo è certo! Le dinamiche che si instaurano sono simpatiche quanto tragiche. La scena dei lottatori travestiti da pinguini è molto esilarante.

Bonding è una seria adatta a chi vuole passare del tempo in tranquillità, a chi è conscio che i desideri inespressi portano a fare cazzate nei momenti in cui ci si sente più soli e dipendenti, in quelle disperazioni reali che portano a ricercare solo cavolate di questo tipo per sentirsi meno vuoti e più pieni, ma poi di che?

Bonding_cover, Netflix, 2019

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Baby di Andrea De Sica, Netflix, 2018

Baby di Andrea De Sica #netflix #serietv [#recensioni]

attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, giovedì, gossip, politica, rumors, salute e psicologia, Serie tv, social media, società, streaming

Mi trovo ad aver visto una serie tv italiana che racconta i suoi tempi, capace di mostrare il senso di dispersione che provano gli adolescenti.

Baby di Andrea De Sica e Anna Negri narra la storia di un gruppo di ragazzi benestanti. Modelli che sembrano essere ispirati ai protagonisti dei film di Sofia Coppola. Un mondo americano ambientato a Roma nord – tra gli upper class – in famiglie dove figli e genitori esistono come comunità, ma appaiono come individui slegati e sgretolati l’un l’altro nella realtà.

Il racconto è una fuga, rappresenta una rottura da uno schema differente rispetto al mondo anni Novanta, quando era ancora possibile scappare da parenti opprimenti, per un’ideale, un amore, il bisogno di indipendenza; mostra una esasperazione che arriva dall’assenza, un vuoto insopportabile tra le pareti domestiche riempito dalla spettacolarizzazione del proprio vissuto.

Quello che si vede in questa serie è uno spaccato dove gli strumenti di comunicazione invadono – notte e giorno – la percezione della realtà. La dimostrazione è nella estensione della propria immagine che deve essere – sempre e comunque – potente; permetta all’osservatore di corrodere il proprio sguardo nello spiare chi si ama, gli amici, semplici sconosciuti, per inventarsi un’altra vita, felice e possibile.

Pensiamo anche a noi, a come le informazioni fornite sui nostri social siano in grado di innescare nell’altro dei meccanismi di proiezione che costruiscono alibi e pregiudizi amplificati rispetto ai reali contesti cui sono ambientati. Ad esempio, in Baby un gioco sessuale tra due coetanei che si riprendono con uno smartphone diventa oggetto di vessazione psicologica quando è mostrato in pubblico, a tradimento, in una festa tra compagni di scuola spietati e corrosi dal cinismo, incuranti della sofferenza che vive una delle protagoniste presenti, attaccata da quegli atteggiamenti che rientrano a pieno titolo nella tematica della revenge porn.

Qualcuno ricorderà Carrie, il film tratto dal libro di Stephen King. La protagonista veniva presa in giro, incoronata reginetta, pronta a ballo della scuola, con il più bello di tutti, allo stesso tempo, sottoposta a uno scherzo atroce: sangue di maiale versato su quello che per lei era un gesto di importanza che le attribuiva un valore dentro un sistema che fino a quel momento le negava la possibilità di una identità vera e libera, oppressa dalla figura della madre e da un corpo inadatto a chi per lei aveva importanza.

Queste due forme differenti di fare cinema sono microtraumi visivi che in Carrie – nel suo genere horror – si trasforma nel potere telecinetico di una forza distruttiva che faceva esplodere tutto, qui – in Baby – al contrario: rifugiarsi in una realtà parallela – una vita segreta – dettata dall’assenza di responsabilità di persone di cui fidarsi.

La consiglio?
Non saprei.  Chi di voi ha avuto modo di seguirla?

Baby di Andrea De Sica, Netflix, 2018 (Locandina)

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Masters of Sex [serie tv]

attualità, televisione

Di solito non guardo le serie Tv perché non voglio affezionarmi a quel meccanismo che intrappola le abitudini attraverso la ripetizione nell’attesa di un appuntamento.

Certo è un pensiero stupido, poiché se dovessi ragionare su tutti quelli che consumano questo “mondo mediatico”, sarei costretta ad appellarmi al quinto emendamento, fuggire da ogni paese e tapparmi dentro chissà qualche buco affinché io non possa essere scovata.

Cio’ che apprezzo di questa viscerale e circoscritta panacea di autori è l’uso del linguaggio che riescono a pensare, elaborare e costruire. Non parlo di produzioni nostrane, sono poche quelle ho seguito e trovato appassionanti, e forse qualcuno di voi ricorderà qualche mia recensione sui lavori di Ivan Cotroneo.

Leggevo su questa pagina – clicca – come Sandrone Danzieri racconta il suo modo rapportarsi alle situazioni e al lavoro. Quello che mi ha spinto a comprendere il testo è stato il titolo dell’articolo: “Le serie tv stanno cambiando la letteratura”.

Ho subito pensato ad alcuni esami universitari dedicati ai cambiamenti degli scenari culturali (letterari) europei dall’Ottocento in poi, e mi sono chiesta se questa osservazione fosse giusta. In realtà, oltre a esserlo – dico giusta – ritengo sia una questione posta troppo in ritardo rispetto ai tempi che stiamo vivendo.

Torno all’incipit di questo stesso testo, e dico subito che da anaffettiva televisiva quale sono, ho visto, per alcune coincidenze malsane (pubblicità e buzz di ogni tipo + mix con giornata libera da lavoro), una produzione americana degna di nota e intitolata Masters of sex, mandata in onda proprio nelle serate estive.

Molti degli appassionati sanno già di cosa sto parlando.

E’ andata in onda su Sky Atlantic HD ogni lunedì sera attorno alle 21. Il titolo gioca un ruolo nella costruzione dei significati dacché ha in sé il cognome del protagonista e la tematica di riferimento. Sebbene il sesso sia la chiave che ruota attorno a tutto il ragionamento, esso è presente, ma non in una soluzione cui si possa pensare.

Siamo negli Stati Uniti attorno agli anni ’50 e uno scienziato/professore universitario/dottore, non troppo vecchio, decide di muoversi con una ricerca dedicata alla scoperta del corpo femminile, partendo dal ruolo dell’orgasmo come differenza sostanziale tra un uomo e una donna.

La concatenazione di eventi elaborati, sebbene sia strutturata in scene che mostrano spesso copule e riproduzioni con misurazioni e strumenti di vario tipo per testare le reazioni anatomiche, è ben relazionata alle dinamiche personali che si instaurano tra i protagonisti.

Triadi amorose, intrecci, gelosie, omosessualità, guidano le mirabolanti aspirazioni dell’attrice femminile di riferimento – Lizzy Caplan – nelle vesti di Virginia Johnson, e di Michael Sheen, interprete di William Mastersl’impenetrabile specialista che nella cui vita ha ottenuto i più grandi successi grazie al suo genio professionale.

Alla base della costruzione del climax c’è un impianto drammatico basato sulla storia individuale di ogni singolo personaggio.

L’indagine portata avanti dai due studiosi è realmente arrivata al suo termine e ha cambiato le sorti della ricerca sulla fisiologia medica.

Il dato interessante di tutta la serie è la costituzione dei ruoli femminili, molto attuali, di sfida.
Penso che l’intero progetto sia dedicato a quel target di riferimento, di genere, poiché è inevitabile affezionarsi al personaggio di punta qual è quello della psicologa Johnson.

In Italia fino a oggi è stata trasmessa solo la prima serie: all’estero sono molto avanti.

Sono proprio curiosa di sapere come evolveranno le dinamiche, poiché dentro questo scorrere di trame, gli intrecci intercorrono in maniera più fitta e intricata, sviluppati, tra l’altro, senza ricorrere a montaggio fantascientifico pieno di effetti e dinamicità varie.
A ogni puntata si è susseguito un crescendo non legato a un linguaggio televisivo, quanto più cinematografico. Ha rafforzarne la qualità e l’intelligenza descrittiva, si trova anche la narrazione, la scelta dell’uso della fotografia e la bravura del cast.

Personalmente apre a delle riflessioni molto attuali.

Serie consigliata.

Sigla, teaser e canale ufficiale:

Locandina:

Alcuni scatti dell’artista Erwin Olaf:

Tutte le info su: Sky Cinema Atlantic HD

La vita di Adele – Abdellatif Kechiche #film [#recensione]

cinema, cultura, film

Ieri sera ho visto il film di Abdellatif Kechiche, La vita di Adele.

Mi limiterò a scrivere quanto di più concreto possa esserci, poiché ritengo che buona parte del lavoro sia una forzatura strozzata su uno studio dedicato all’esistenza umana, racchiusa in una farsa giovanilistica costruita a mozziconi bruciacchiati e spenti per paura di essere scoperti dalla mamma in una fase nevrastenica della propria vita.

Non so quanti di voi lo abbiamo visto. Di sicuro qualcuno perplesso ci sarà. Quello che rimane di questa storia confusa, assente, straniante e non identificativa è il nitrito impellente di quei quattro maschi arrapati e nascosti in una sala cinematografica non pienissima, accecati dal potere di due fighe che copulano senza passare attraverso i filtri virtuali di lobstertube o youporn, in più scene, per tutta la durata del film.

La trama è incentrata sul senso di vuoto provato da Adele, una ragazza di 18 – 19 anni che si appresta a conoscere la sua identità, un po’ troppo tardi rispetto alla media dei ragazzi dei nostri giorni. E’ una donna con una grande confusione in testa, che ha una famiglia annoiata, e che ha con un ragazzo che vorrebbe amarla nel senso più puro del termine, ma che lei silura nel giro di poche battute.

Forse sono un po’ troppo frettolosa nel giudizio, ma la produzione, seppur abbia vinto Cannes 2013, non dona a intensità e nessun tipo di trasporto.

Mi rendo conto sempre più di quanto il cinema francese contemporaneo stia generando alle mie posizioni personali noie su noie. I silenzi, il trancio netto delle scene, i collegamenti che bisogna fare per riempire tutti gli spazi temporali lasciati dai registi, mi lasciano troppo perplessa, non convincendomi affatto.

Di questo, poi, non c’è evoluzione e comprensione nella dimensione che voglia prendere la sceneggiatura. Mi rimane difficile stabilire se si tratta di una critica alle posizioni della società, alla élite culturali, al ruolo del sistema arte, oppure se c’è altro: una sfida alla semplicità o alla rassegnazione sul proprio vissuto.

Non basta imbandire una tavola ricca di riferimenti senza sceglierne uno netto, che sappia guidare il punto di vista. Sembra fare surf su una tavola di compensato. E questo lavoro, sebbene abbia fatto scalpore per la rilevanza saffica in vista per troppi minuti, non ha niente, non appone elementi positivi al superamento di certe criticità in merito alla lotta che portano avanti gli omosessuali nel riconoscimento e nella tutela della propria appartenenza di genere.

C’entra Sartre? In che modo?

È citato il suo testo L’esistenzialismo è un umanismo e mi sembra di capire che la lettura debba partire da qui, e che buona parte della giuria, nel momento in cui ha assegnato il premio, sia stata convinto da uno di questi rimandi.

Mi chiedo però se sia giusto lasciare il pubblico così in sospeso. Non mi ritengo una cretina qualunque, non una di quelle che passano la vita a chiedersi chi e cosa ci sia dietro il significato del film di Sorrentino, La grande bellezza, o a polemizzare sulla futura uscita del progetto di Lars Von Trier, Nymphomaniac, ma sono sicura che su questi ultimi due progetti il simbolismo scenico abbia una presa di posizione che ponga lo spettatore in una chiave precisa nella interpretazione del lavoro.

In La vita di Adele non c’è una messa in crisi costruttiva, non c’è evoluzione del personaggio, non c’è rassegnazione. Esiste solo un’immobilità in entrata e in uscita che si sviluppa in due piani di ripresa che danzano tra posizioni oniriche, non approfondite, e scorci di realtà con riprese fatte a mano confusamente su inquadrature precise (la bocca, il modo di mangiare, dormire e nuotare).

Il secondo personaggio, quello funzionale alla figura della protagonista, è Emma. L’artista fricchettona che si dedica amaramente alla purezza di questa ragazzetta, troppo lontana dalla semplicità di un mondo normale, arrabbiata sul fatto che alcuni collezionisti potrebbero considerarla o no nel giro.

Tutto l’infinito culturale che sarebbe potuto nascere da questa pellicola rimane fossilizzato in nicchie racchiuse in classi di controllo delle quali io mi sono rotta solo le scatole.

Lo consiglio, ma solo per incazzarvi e trovare, assieme a me, una ragione alle mille tonalità di blu presenti.

 

La vita di Adele – Abdellatif Kechiche
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Fashion victim

arte, artisti, cultura, fotografia, vita

La sparizione dell’arte – Jean Baudrillard

arte, arte contemporanea, attualità, cultura, leggere, libri, televisione

Continua la linea di pensiero sulla saggistica, oggi è la giornata dedicata a una lettura del filosofo francese Jean Baudrillard.  Il testo scelto è La sparizione dell’arte, edito nel 2012 da Abscontida, inserito nella collana Miniature. La numero 92 è curata da Elio Grazioli, il quale chiarisce, nella postfazione, la provenienza dei testi inseriti nel piccolo volume. C’è da dire, infatti, che il libro è suddiviso in due parti distinte ma comuni. Pubblicati alla fine degli anni ottanta, i saggi, furono presentati in occasione di alcune conferenze in musei e luoghi di cultura in territorio statunitense.

Che fare dopo l’orgia?
Dire che sia la domanda che mi ha colpito di più, è poco; non mi sono mai posta il problema, non solo perché non avventurata in queste faccendevoli attività, ma soprattutto perché tale sfrontatezza, sebbene possa appartenermi verbalmente, mi lascia indifferente su altri ambiti per eccessi e ingarbugliamenti vari.

Posta in un’ottica culturale la questione è abbastanza efficace, rende l’idea, e specifica la chiave di lettura di Baudrillard in corrispondenza a un’altra domanda, che depauperata dalla sua precedente significazione, arriva a essere più semplice e chiara: quale sarà il destino dell’arte?

La sua teoria nasce da alcune riflessioni compiute piu’ di un secolo fa da Baudelaire e arrivano alla progettazione artistica di Andy Warhol. L’arte deve divenire come una merce; assumere tutte le caratteristiche associate a essa; triplicarne i significati ed esporsi alla vendita. La sua liquidità serve a superare il suo stato d’immobilità collegato a un valore la cui unicità è nel guadagno. L’arte, quindi, deve diventare una specie di macchina distruttiva in grado di macinare tutto ciò che ha attorno, rendendosi mostruosamente splendida rispetto alla merce.

Non siamo lontani dalla visione feticcia di Clair, cui vi ho parlato nel post precedente, ma siamo addirittura oltre, poiché l’arte, arrivando a certi punti, supera il suo stato distruttivo, arrivando alla sparizione, al suo vanishing point, al grado xerox della cultura.
A rendere bene l’idea arriva un preciso riferimento.
Durante e dopo la guerra fredda sono arrivati nel mercato mondiale nuovi aggeggi definiti da Marshall McLuhan “medium freddi”, il cui l’apice massimo è confluito nell’uso della televisione. In pratica quest’ultimo marchingegno placava la visione di quegli avvenimenti storici che stavano mutando le sorti del mondo. Attraverso questo mezzo accade che tutto s’iperrealizza, si satellizza e rimane sospeso e immobile, creando una sorta di equilibrio simbolico fatto perlopiù – oggi – di terrore. Quello che vuole dire è che tutto annulla il tutto (L’immaginazione è morta per overdose di immagini), e sebbene ci siano stati periodi in cui i fatti artistici abbiano acquisito grande valore di sperimentazione (Klee, Kandiskij, Mondrian), da questo momento in poi, quello che accade è una dilagante esasperazione del senso, portandolo al suo annientamento, diventando gesto ansioso o selvaggio (Jackson Pollock).

Oggi ci troviamo di fronte a una finzione, a quello che avviene dopo l’orgia. La modernità, attraverso la sua estenuante concezione di libera circolazione di merci, mezzi, persone e capitali, non ha generato continuità, ma una successiva reazione a catena in un’amplificazione del vuoto. Quello che accade dopo queste massicce penetrazioni è che l’ovvio è portato avanti, trascinato in attesa che cambino le cose, facendo finta che, superata una certa soglia, tutto possa ancora essere considerato normale, continuando a emulare in una condizione temporale indefinita e costante, alla cui base è posta l’estetica.

E’ paradossale sapere che se si esce dagli schemi di linguaggio i significati associati al termine “estetica”, corrispondono a “uniformazione” e “standardizzazione”, non a eastetica – intesa come dimensione di sensibilità e di capacità del sentire -, ma anzi, ci si avvicina, a una condizione di protesi a supporto di qualcosa che non è altro che illusione; una sparizione che amplifica un uso della produzione di creatività senza arrivare da nessuna parte, ma che genera parallelamente nuovi stadi di simulazione. La soluzione deve essere ricercata in uno strappo, un cambiamento vivo, non in un processo di accumulazione, cui siamo interessati da troppo tempo.
Quello che mi è sembrato di capire è che, sulla base del pensiero dello studioso, il processo di aggregazione di ricordi, produce un effetto di rimozione più che di creatività, portando noi stessi – come l’arte – a una condizione di riciclo, più che di fioritura.
N
on siamo più interessati al segreto o alla seduzione ma a processo di mummificazione, in cui le immagini diventano parte di una ciclicità senza fine.

Quando tutto è estetico, niente è piu’ bello né brutto, e l’arte stessa sparisce

I media, l’informatica e i video, in tutto questo, hanno contributo a trasformare lo status dell’arte, rendendo ognuno di noi capace di diventare maestro, e autorizzandolo a poter dire o fare qualcosa con il solo uso di uno strumento senza una base opportuna, pronta realmente all’edificazione di un’efficace innovazione linguistica e visiva.

L’arte, per contro, ha reagito minimizzandosi, simulando la sparizione.

L’arte è travestita dall’idea. L’idea è travestita dall’arte (dove possiamo ritrovare la nostra idea del transessuale: l’arte <<travelo>> è l’arte attraversata dall’idea, dai segni vuoti dell’arte“.

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Oppio dei popoli

leggere

Lotta di classe di Ascanio Celestini

Oggi voglio parlare di un libro appena finito. Non mi ero mai cimentata in un’opera scritta di Ascanio Celestini, lo conoscevo per i programmi di Serena Dandini, per i lavori teatrali e per il cinema, e devo confessarvi che è stata una vera scoperta.

“Lotta di classe” ha un titolo particolare, che fa subito pensare alla rivoluzione. L’illusione di una qualcosa che possa partire dal basso e che vada a modificare le esistenze di tutti, in un’unione centripeta e politica di matrice marxista. E’ un volume strutturato in quattro capitoli brevi, ognuno pensato per quattro protagonisti specifici (Salvatore, Marinella, Nicola, Patrizia).
Personalmente ho immaginato l’intreccio come fossimo stati coinvolti all’interno di una seduta di terapia psicologica, dove mi trovavo a spiare e completare con la mia fantasia, ogni soggetto che racconta il proprio punto di vista sull’idea che si è fatto dell’altro. Celestini usa le pagine per descrivere uno spazio abitato, la frequentazione degli stessi ambienti, s’intromette nei loro vissuti, fa parlare le figure di spicco attraverso i loro flussi di coscienza, abbinando anche dialoghi in terza persona. Insomma, costruisce dei castelli in aria, vagando di situazioni, e in altrettante fin troppo reali per la nostra contemporaneità.

Frase: “Abbiamo continuato a morirci addosso per una decina di giorni”

Giudico questo libro positivo, non sedizioso o fazioso.
Consigliato a chi ama la scrittura diretta e che strappa risate amare e a mezza bocca.


Non mi era mai successo di leggere un libro e ritrovarmi a vivere in un giro di pagina un’immagine completamente filmica.