Baby di Andrea De Sica, Netflix, 2018

Baby di Andrea De Sica #netflix #serietv [#recensioni]

attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, giovedì, gossip, politica, rumors, salute e psicologia, Serie tv, social media, società, streaming

Mi trovo ad aver visto una serie tv italiana che racconta i suoi tempi, capace di mostrare il senso di dispersione che provano gli adolescenti.

Baby di Andrea De Sica e Anna Negri narra la storia di un gruppo di ragazzi benestanti. Modelli che sembrano essere ispirati ai protagonisti dei film di Sofia Coppola. Un mondo americano ambientato a Roma nord – tra gli upper class – in famiglie dove figli e genitori esistono come comunità, ma appaiono come individui slegati e sgretolati l’un l’altro nella realtà.

Il racconto è una fuga, rappresenta una rottura da uno schema differente rispetto al mondo anni Novanta, quando era ancora possibile scappare da parenti opprimenti, per un’ideale, un amore, il bisogno di indipendenza; mostra una esasperazione che arriva dall’assenza, un vuoto insopportabile tra le pareti domestiche riempito dalla spettacolarizzazione del proprio vissuto.

Quello che si vede in questa serie è uno spaccato dove gli strumenti di comunicazione invadono – notte e giorno – la percezione della realtà. La dimostrazione è nella estensione della propria immagine che deve essere – sempre e comunque – potente; permetta all’osservatore di corrodere il proprio sguardo nello spiare chi si ama, gli amici, semplici sconosciuti, per inventarsi un’altra vita, felice e possibile.

Pensiamo anche a noi, a come le informazioni fornite sui nostri social siano in grado di innescare nell’altro dei meccanismi di proiezione che costruiscono alibi e pregiudizi amplificati rispetto ai reali contesti cui sono ambientati. Ad esempio, in Baby un gioco sessuale tra due coetanei che si riprendono con uno smartphone diventa oggetto di vessazione psicologica quando è mostrato in pubblico, a tradimento, in una festa tra compagni di scuola spietati e corrosi dal cinismo, incuranti della sofferenza che vive una delle protagoniste presenti, attaccata da quegli atteggiamenti che rientrano a pieno titolo nella tematica della revenge porn.

Qualcuno ricorderà Carrie, il film tratto dal libro di Stephen King. La protagonista veniva presa in giro, incoronata reginetta, pronta a ballo della scuola, con il più bello di tutti, allo stesso tempo, sottoposta a uno scherzo atroce: sangue di maiale versato su quello che per lei era un gesto di importanza che le attribuiva un valore dentro un sistema che fino a quel momento le negava la possibilità di una identità vera e libera, oppressa dalla figura della madre e da un corpo inadatto a chi per lei aveva importanza.

Queste due forme differenti di fare cinema sono microtraumi visivi che in Carrie – nel suo genere horror – si trasforma nel potere telecinetico di una forza distruttiva che faceva esplodere tutto, qui – in Baby – al contrario: rifugiarsi in una realtà parallela – una vita segreta – dettata dall’assenza di responsabilità di persone di cui fidarsi.

La consiglio?
Non saprei.  Chi di voi ha avuto modo di seguirla?

Baby di Andrea De Sica, Netflix, 2018 (Locandina)

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Il filo nascosto/Phantom Thread di Paul Thomas Anderson - immagine presa dal web

Il filo nascosto / Phantom Thread di Paul Thomas Anderson #film [#recensione]

amore, arte, artisti, attualità, cinema, costume, cultura, Donne, film, fotografia, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, società, vita

La visione di questo film mi è stata suggerita in una chiacchierata tra amici. Tutti avevano la frenesia di vederlo in maniera famelica mentre io ho confuso addirittura il regista, tanto da chiedermi, una volta uscita dal cinema, come mai Wes Anderson avesse mutato il suo modo di fare in maniera radicale.

Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson è la storia di un famoso stilista che concentra il suo lavoro nell’ossessione e nella ripetizione delle sue attività. Al suo fianco la sorella, donna stabile della sua vita, dopo la madre, una lunga schiera di muse ispiratrici e amanti facoltose. A sconvolgere le carte una giovane cameriera dai capelli rossi, agile nell’anticipare la modalità dei comportamenti del protagonista, pronta a cambiare, in silenzio, le carte da gioco.

Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) e Alma (Vicky Krieps) si incontrano in un ristorante. La loro conoscenza avviene di fronte a una finestra che offre luce dal mare in un’area lontana dalla città. Iniziano un intreccio che scivola via nell’infinito della cucitura. Uno strappo che non è un amore ritmato da una grande e lirica passione, ma una gara tra personalità narcisistiche che hanno volontà di superare se stesse senza annientamento. La sfida è ardua e liberarsi dai fantasmi del passato è scavare nella profondità dell’esistenza altrui senza permettere agli altri di capire l’astuzia applicata. Alma è forte, sa chi è, non rinuncia a sé, a ciò che è. Comprende i punti deboli del suo amante e li disintegra. In silenzio sfida il tempo, l’ordine e le intere categorie di controllo. Stabilisce una linea chiara e segmenta la dipendenza, la sua forza, con uno stacco netto, un veleno iniettato nelle fragilità di Reynolds – l’uomo, il migliore, il vero bisognoso di attenzione: l’artista che necessità di spezzare un modello di madre icona unica che lo intrappola nella maledizione fino a impedirgli di vivere il presente.

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Se si volesse stabilire la natura di Alma, la sua identità potrebbe accostarsi al fiore dell’amarillide. Una pianta splendente, dai colori vivaci, dritta e fiera nel suo lungo stelo, timida e composta, capace di eseguire il peggiore dei malefici attraverso un veleno che è tra i più potenti se iniettato nel cuore e nell’anima di una persona.

Paul Thomas Anderson affronta la profonda disarmonia che regna sovrana nella nostra contemporaneità e supera i modelli trasmessi da Lars Von Trier (Le onde del destino), David Fincher (Gone Girl) e Sex and City (Mr Big) per restituire l’eleganza di un racconto la cui trama ha un ordito raffinatissimo modellato con minuzia sui due attori chiamati a nutrire la scena. Il film distoglie dal solito cliché delle coppie maledette e conclude con saggezza una relazione basata sulla verità senza la costruzione di un eterno mito del ritorno. L’intero progetto, per questo, oltrepassa l’utopia e la sua volontà è nell’abbattere un passato melanconico grazie a quell’errore incalcolabile che avviene a ristabilire un ritmo dedicato all’esistenza, risvegliarla nella semplicità, con cura e delicatezza, nell’inciampo al piede di un tavolo in una giornata qualunque, in quella ferita che è ben più profonda del colpo osservato.

Chi lo ha visto cosa ne pensa del film?

locandina

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