Cy Twombly, The Rose Series, 2008 (web)

Cy Dear – Andrea Bettinetti #film [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cinema, collezionismo, costume, film, giovedì, recensioni arte, società, streaming, videoarte

Visto circa un mese fa, mi sono data del tempo per riflettere su questo artista statunitense famossissimo, vissuto fino al 2011 tra Italia e America e con l’attivo mostre in tutto il mondo. Si tratta di una produzione distribuita su SkyArte e NowTv che ha concorso a numerosi festival di cinema dedicati all’arte contemporanea la cui regia è a firma di Andrea Bettinetti.

Quello che si racconta è un viaggio intimo e di osservazione sulla vita di Cy Twombly, narrato per buona parte dalla figura di Nicola Del Roscio, presidente della Cy Twombly Foundation.

Il film non tralascia i momenti bui vissuti dall’artista, mette in evidenza certe asprezze affiorate nel momento in cui la Pop Art è arrivata in Italia alla Biennale di Venezia nel 1964 e la sua esplosione nel mondo grazie al supporto del gallerista Leo Castelli. Quanto avrebbe potuto il suo segno essere considerato pop? Molti delle sue passioni arrivavano dall’epica, dalla storia dell’arte antica e dalla letteratura.

Il quadro di Cy Dear è un percorso unico, di una personalità votata a sé e al suo fare. Interessante la differenza descritta tra il modo di lavorare e l’approccio personale nel paragone che si sviluppa con l’operato dell’amico Robert Rauschenberg.

Mi stupisce una cosa, come sia stata tralasciata la parte della sua vita dove è stato chiamato a essere crittologo per l’esercito americano, quanto un’attività di questo tipo potrebbe essere stata utile nello sviluppo del suo codice?

Cy Dear non risponde alla totalità del percorso creativo di Cy Twombly è una infarinatura generale, un ricordo che si fa testimonianza tra quelle persone che hanno collaborato e vissuto con lui, a stretto contatto, come fedeli e sinceri amici.

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Il complotto dell'arte - ph. Amalia Temperini

Il complotto dell’arte di Jean Baudrillard #libro #saggistica [#recensione]

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, collezionismo, comunicazione, costume, cultura, leggere, libri, marketing, mostre, pubblicità, recensioni arte, social media, società, spettacolo, Studiare, televisione

Dopo Andy Warhol qual è il destino delle arti contemporanee?

È l’unica domanda a cui cerco risposta dopo la lettura del testo di Jean Baudrillard, “Il complotto dell’arte” (SE – Abscondita, 2015).

Un volume che anticipa di circa trent’anni quello che stiamo vivendo adesso con i social network, le immagini e la sovrapproduzione di esse.

L’ironia ha ucciso la critica?
Cosa vuol dire leggere la realtà con gli occhi da europei e con una modalità di rappresentazione americana basata sul regime del simulacro?

Siamo passati dal potere di illusione a quello di disilussione, ma quanto di questo è cambiato con il concetto di idea, di sostituzione del sacro e con l’inserimento della realtà in quelle arti che raccontano il nostro tempo? Quanto il pubblico si sente in soggezione davanti a un meccanismo che è a tutti gli effetti è un dominio culturale?Perché l’arte dovrebbe essere considerata esclusiva? È solo presunzione? È abuso di potere?

L’autore solleva negli anni Novanta del XX secolo qualcosa che genera negli operatori di settore una reazione critica tanto da essere considerato per loro un feroce un traditore.

Io trovo il suo punto di vista geniale e coerente con la mia visione di mondo; questo mi fa sentire meno spaesata e più rassicurata rispetto al futuro.

La lettura è veloce, ma adatta a chi è abituato ad affrontare temi legati ai cambi di processi storici e culturali.

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Ivana Spinelli - Contropelo a cura di Claudio Musso contributi critici di Elisa Del Prete e Cecilia Canziani - Galleriapiù, Bologna - ph. Silvia Spadari

Ivana Spinelli. Contropelo – Gallleriapiú #Bologna #mostra [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, cultura, lavoro, mostre, recensioni arte, turismo, viaggi

La Gallleriapiù di Bologna ospita Contropelo, la seconda personale di Ivana Spinelli a cura di Claudio Musso fino al prossimo 28 marzo.

Un percorso che porta l’attenzione verso la società Gilanica alla cui base era posta una visione matrilineare, un sistema di discendenza femminile diffusa nel neolitico, nell’antica Europa, che riconosceva un equilibrio tra donne e uomini.

La mostra rientra in un progetto di ricerca più ampio che ruota attorno al “linguaggio della Dea“, sviluppato attorno agli studi dell’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas.

Ivana Spinelli studia da sempre i rapporti tra il corpo e il linguaggio in un discorso legato ai conflitti che si innescano nelle relazioni sociali e politiche. In questo caso l’artista cerca di approfondire, capire, riprogettare e guardare quel codice in un’ottica contemporanea; esamina quegli espedienti iconici del passato, di una comunità, attraverso forme di comunicazione basate anche odierno uso di algoritmi.

La Dea, segno che guarda e resta v^v^v (2017) è l’unico lavoro che mi ha colpito. Si tratta di una pianta di ficus in uno stato di quiescenza – di momentanea inattività – unità a un boa di piume rosa. 

Il rimando al mondo femminile è forte. Esiste un accenno velato all’impegno LGBT. Una pianta che ha una radice posta al contrario e dietro, rispetto al suo simbolo frontale rosa, collocato come una memoria, sulla responsabilità, nel presente. 


Ivana Spinelli – Contropelo
a cura di Claudio Musso

contributi critici:
 Elisa Del Prete  Cecilia Canziani
www.drosteeffectmag.com

Galleriapiù
Via del Porto, 48 a/b 
40123 Bologna BO

Fino al 18/03/20

Grazie mille a Silvia Spadari

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Francesco Bonami - Post. l'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilita sociale, Feltrinelli, 2019 - ph. Amalia Temperini

Post – Francesco Bonami #arte #libri [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, cultura, leggere, libri, marketing, mostre, pubblicità, recensioni arte, social media, Studiare, vita

Post. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità sociale (Feltrinelli, 2019) è un titolo che trae spunto da un famosissimo saggio di Walter Benjamin del 1936. È proprio agli inizi del secolo scorso che si parlava di perdita dell’aura, di cinema, fotografia, teatro, collegati a un processo che a noi oggi, in epoca immersiva, sembra una questione passata.

Francesco Bonami mette in evidenza alcuni passaggi legati alla contemporaneità e alla sua ripetizione. Il ruolo dei social network sulla fruizione di chi le opere le crea, dei lavori che vediamo, l’idea di perdita del sacro. Lo scenario descritto è più o meno questo: gli artisti bruciano, le opere si annullano nell’immediato, gli user comandano e tutto il resto è l’arredo di una narrazione basata sulle nostre storie semi-autentiche pubblicate sui social network alle quali manca una obiezione.

Anche su questo post si può mettere un mi piace, ma quanto può essere ambiguo nella interpretazione di chi lo riceve e quali sono le intenzioni di chi lo pubblica?

Un argomento che ricorda molte serie TV viste nell’ultimo anno dove l’oggetto del discorso è posto in secondo piano quasi a comparsa; ciò che è accaduto a Bugo con Morgan all’ultimo Festival di Sanremo dove il brano originale è vinto da una condivisione diffusa su queste pagine tramite immagini ironiche che ne hanno amplificato un contenuto scorretto.

In questo suo ultimo libro, il critico e curatore, evidenzia un altro dato: il rapporto che abbiamo con la noia.

A questo punto verrebbe da chiedere: dopo Andy Warhol quanto il concetto di noia è diventato espanso nel pubblico?e quanto la qualità dei contenuti incide sulla nostra esperienza di esseri umani in un’epoca che ormai può essere definita on-life?

La lettura è veloce, simpatica e adatta a chi ha poca dimestichezza con le arti contemporanee.

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le realtà ordinarie, bologna

Le realtà ordinarie a cura di Davide Ferri – Palazzo De’ Toschi – Bologna #mostra [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, eventi, giovedì, lavoro, mostre, recensioni arte, società, turismo, viaggi, vita

Le realtà ordinarie è una mostra collettiva a cura di Davide Ferri che si tiene a Palazzo De’ Toschi – Salone della Banca di Bologna – fino al prossimo 23 febbraio.

Lo scopo è indagare la rappresentazione dell’ordinario in una modalità di lettura che parte da opere ibride verso frammenti e piccoli accadimenti della vita quotidiana, mosse da una serie di domande poste agli artisti: è possibile per loro l’abbandono al piacere della pittura pura e cosa comporta questa scelta adesso?

I lavori che mi hanno colpito sono:
Il fiore di Anna di Luca Bertolo. L’artista rappresenta, in una grande dimensione, una natura morta, un disegno in origine realizzato dalla figlia; sovverte l’ordine di un foglio normalissimo quadrettato e ne restituisce una immagine monumentale e sincera, di qualcosa che tutto a un tratto non è più un semplice gesto infantile, ma una elevazione poetica che genera stupore e meraviglia.

Andrew Grassie propone un’opera pittorica di piccole dimensioni. Accettare che fosse un dipinto e non una fotografia è stata la parte più difficile. Secondo quanto afferma il curatore, l’artista è specializzato nel raccontare spazi marginali come magazzini, ingressi o uffici di musei e gallerie.

Riccardo Baruzzi – del quale non ho trovato la didascalia – realizza Colonne, un lavoro del 2019 che presenta una ripetizione di un vaso di fiori di un’autrice sconosciuta trovato per caso. È proposto su diversi supporti che si alternano e cercano di bilanciare pitture replicate che passano in secondo piano rispetto ai materiali usati per sorreggerli. Che sia questa sorta di installazione ad avere davvero valore?

Verrebbe da chiedere se e quanto questo percorso abbia a che fare con il tempo, ma anche capire quanto l’attenzione dei visitatori oggi è spostata su aspetti secondari rispetto alla proposta totale di fruizione di un’opera.

Le realtà ordinarie
a cura di Davide Ferri

Palazzo De’ Toschi – Salone Banca di Bologna
Piazza Minghetti 4/D, Bologna

Fino al 23.02.2020

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Camerlengo. Affidare la comunità – Abbazia di Propezzano – Teramo #mostre [#recensioni]

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Lo scenario dell’Abbazia di Santa Maria di Propezzano di sera, nel chiostro, prima delle feste natalizie, rimane uno dei più belli che si hanno nella provincia di Teramo, in Abruzzo. Si tratta di uno luogo storico e religioso di epoca medievale, di derivazione benedettina, che questa volta apre le porte a una mostra di arte contemporanea a cura di Giorgio D’orazio dal titolo: “Camerlengo, affidare la comunità“.

È l’incontro di due fratelli che si interrogano nel loro fare artistico. Uno scambio di tecniche e stili che porta l’uno a spingersi a favore dell’altro nel rappresentarsi al meglio, con la costrizione di scardinare la propria e personale ricerca altrui.

Chi non conosce i Camerlengo – Simone e Lorenzo – ha bisogno di sapere che si hanno di fronte due artisti contrapposti tra loro nei linguaggi e nei caratteri. Il primo è l’estensione, la fiducia massima, l’apertura del segno pittorico. Il secondo è il controllo, la compressione, la programmaticità fatta persona che adotta come mezzo espressivo la scultura.

Il dato interessante di questo processo è il bilanciamento che hanno dovuto trovare nello spingersi all’allestimento, un compromesso caldo e accogliente, pensato per orari notturni e invernali, con forti accenti poveritisti e minimali.

Io ho scelto di guardare in un secondo momento i titoli delle opere e capire chi avesse fatto cosa e come, quali i lavori realizzati assieme per non plagiare il mio punto di vista critico. La prima impressione è di aver visto una personale, cioè un qualcosa che è un’idea di mostra venuta fuori da un’unica individualità, ma è stato più. Lo testimonia l’ascolto che ho prestato alla difficoltà di Lorenzo nel raccontare come abbia spinto se stesso a scardinare il proprio ego nell’essere l’estensione di un qualcosa che è frutto di una stessa madre, con una individualità completamente diversa dalla sua, rappresentata dall’ala del fratello.

Quello che ne viene fuori è un gioco di specchi. Un moto di equilibri costruiti per farsi acchiappare e rincorrere come se i due fossero piccoli ribelli ricercati. A narrarlo è la presenza dei loro ritratti (fotografici) dove si presentano simili nelle posture, nei lividi, ma diversi nei connotati.

Chi ha picchiato chi? O chi ha cercato di massacrare entrambi e con quale complicità? Che ruolo ha il pubblico nel guardarli? Di fondo propongono una dissimulazione che si compie nell’operato compiuto fino a oggi, senza quella paura di mostrarsi nelle loro ammaccature e nei loro lividi.

Cosa vuol dire avere contatto diretto con l’altro in un tempo in cui non ci si guarda più in faccia e lo sguardo è posto altrove?

In questo processo in due simpatici farabutti dell’arte abruzzese hanno
plasmato qualcosa che è solo loro, celata nella loro complicità che raggiunge in alcuni casi punte di estrema poesia, ma il problema di fondo che pone questa mostra è il dialogo che esiste tra vero e verosimiglianza, tra gesto di creazione e quello di imitazione che partono da una stessa radice.

Quale sarà il prossimo attentato?

Camerlengo, affidare la comunità
a cura di Giorgio D’orazio

Simone Camerlengo
Lorenzo Kamerlengo

Abbazzia di Propezzano
Morro d’oro, Teramo

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manifesto, stati generali arte contemporanea abruzzo ph. Amalia Temperini

Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo #artecontemporanea #abaq [#cultura]

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Ieri ho partecipato come pubblico osservatore agli Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo, voluti dai professori dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, Maurizio Coccia e Silvano Manganaro.

Il mio ascolto è stato riservato a quello curato da Lucia Zappacosta, operatrice e direttrice dell’Alviani Art Space di Pescara. I minuti sono volati e molti sono stati i contribuiti utili su cui riflettere e ripartire, da oggi. Mi riferisco a un argomento emerso dai punti di vista di Lucio Rosato e Matteo Fato. Parlavano di architettura e di ritratto, ma anche di una attenzione sulla cura della identità di presentazione degli artisti nella creazione di un portfolio utile alla loro professionalità. Questa necessità di cura, mi ha fatto molto riflettere; ritengo che sia una attenzione che per forza di cose ci trasporta nel parallelo mondo del web e di nuovo medioevo. Mi spiego meglio, questo incontro è avvenuto alla morte di due figure cardine del mondo dell’arte abruzzese: Cesare Manzo ed Ettore Spalletti, la fine e parallelamente l’inizio di un nuovo periodo che ingloba nel 2019 due realtà: quella del reale e quella del virtuale. I mondi che abitiamo. Nuove possibilità di esistenza, anche economica, da chi l’arte la crea, di chi la produce e per chi se ne nutre. Sì è parlato molto di proiezione, un tema che rientra in una visione legata proprio a un dato periodo ormai lontano, novecentesco, consumato e terminato. Cosa manca all’Abruzzo? Una immagine. Una immagine contemporanea e fluida, che sappia restituire quello che è accaduto ieri a L’Aquila, con quella proliferazione di idee, critica e continui stimoli, dibattiti, validi nella realtà, quanto nella virtualità.

Perché è vero che gli operatori decisivi possono creare una rete e risultati economici, ma senza l’aiuto di un centro che arriva da altre persone – l’ipotetico pubblico consapevole di chi è e di chi siamo – ogni lavoro è svolto a metà, l’economia non si smuove e non rigenera un mercato di risorse.

Come può avvenire questo nuovo rinnovamento?

Allo stato attuale i problemi maggiori sono legati alla Comunicazione, al come si divulga, e una Formazione inadeguata, cioè non calibrata al tipo del periodo che stiamo vivendo; sul come questa regione in ambito di contemporaneo può essere raccontata in una narrazione continua e non solo nei periodi estivi quando la programmazione è rivolta al turista.

Ma chi è il turista oggi? E come si può parlare di questa figura in epoca di performance? E come può tornare utile questa condizione per attrarre, creare mobilità, spostare l’attenzione su tutto il territorio?

Far sapere a chi vive qui e vuole arrivare qui, che esistono possibilità di vedere offerte culturali in tutto il periodo dell’anno è stato uno degli spostamenti di visione utili alla riflessione. In questo Paola Capata ha vinto, una donna forte della sua esperienza di gallerista, imprenditrice abituata al risultato. Lei osserva con curiosità i fatti di questa regione, ha proposto una sorta di ombrello: un segno, una forma, una immagine chiara di un arnese che ha una impugnatura che ieri abbiamo stretto un po’ tutti mentre Giacinto Di Pietrantonio, critico e curatore, con ironia e sagacia, anche politica, ha definito la linea dei colori da adottare.

The #FlorenceExperiment a Palazzo Strozzi #Firenze #mostre [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cinema, collezionismo, costume, cultura, eventi, film, filosofia, lavoro, mostre, natura, politica, recensioni arte, società, tecnologia, turismo, viaggi, videoarte, vita

Eccomi qui a parlare del mio ultimo viaggio fuori dalle cinta abruzzesi. Questa volta ho deciso di fare un salto in Toscana per visitare alcune mostre che avevo pianificato da tempo e alle quali riserverò due momenti differenti sulle pagine di questo blog.

La prima di cui voglio parlare è The Florence Experiment a cura di Arturo Galasino, un progetto dell’artista – scienziato belga Carsten Höller in collaborazione con il fondatore della neurobiologia vegetale Stefano Mancuso. Si tratta di un’opera site specific realizzata per Palazzo Strozzi a Firenze. Un esperimento che crea una relazione tra l’essere umano e le piante dove il pubblico è chiamato a partecipare con viva sincerità alla ricerca.

L’azione si sviluppa in due momenti. Il primo prevede due grandi scivoli in acciaio e policarbonato alti 20 metri che attraversano il cortile dello stabile. Alcune persone – 500 ogni settimana – sono scelte in maniera casuale e coinvolte in uno studio pensato con un team di ricercatori che analizza le molecole emesse da noi esseri umani a contatto con una piantina di fagiolo da portare in custodia nel flusso di discesa verso il piano terra, da consegnare nei laboratori sotterranei del museo.

Ai piani bassi – nella Strozzina – l’attenzione è sulla mancanza di illuminazione e sulla presenza di alcuni box che anticipano l’esperienza successiva. I visitatori sono invitati a entrare in due speciali aree cinematografiche che proiettano sequenze di film horror e scene comiche.

La finalità è generare, catturare e trasmettere, composti chimici capaci di influenzare la crescita di piante di Glicine poste sulla facciata esterna del palazzo. Il sistema di aerazione è un meccanismo costituito da condotti di aspirazione che recepiscono le sostanze rilasciate dalle nostre reazioni chimiche esercitate durante l’intero processo di osservazione delle pellicole. Lo scopo è comprendere come le emozioni umane influiscono sulla viva intelligenza dei vegetali.

Una volta terminato il percorso si supera la condizione letteraria della famosa favola inglese di Jack che lancia i semini magici dalla finestra che generano un enorme pianta su cui salire per rubare l’abbondanza a un gigante cattivone ed egoista, si vive un ambiente asettico che concentra l’attenzione nel ribaltamento di una situazione che si presenta come un’analisi sulla vita stessa. La natura è sottoposta allo stesso circuito dell’uomo in una struttura che ha forti rimandi a un’elica di DNA, che si riorganizza e rigenera al passo dei tempi, nella forma e nelle cellule senza occuparsi di quegli aspetti di intermediazione economica che regolano i rapporti di tutti i giorni concentrati su un’idea di possesso e di dominio.

Gli scenari di riflessione che si aprono allora sono molteplici. Il primo è nel connubio tra arte e scienza, sui concetti di coscienza ed ecologia nel raggiungimento di una consapevolezza nella relazione che esiste e coesiste tra persona e natura; il secondo è un discorso di metodo, su come si esercita una verifica sul funzionamento e il comportamento di alcuni elementi che compongono gli organismi, le cellule, le molecole, nei vari ecosistemi presenti in ambiente; il terzo è un dilemma: il cinema, che interviene con l’immagine a generare uno shock (trauma o risata), che influenza con la sua componente onirica la scelta dei nostri comportamenti, ha per noi la stessa misura di indagine che si sviluppa in uno laboratorio scientifico? Siamo noi l’oggetto sfuggente da analizzare al vetrino in un processo fotosintetico generato da una luce trasmessa in maniera artificiale?

La mostra è un gioco, un invito alla rinascita, ha un maxi moto discensionale che confluisce nella Nursery, un vero e proprio nido poetico dalle luci rosa fluorescenti; area dove si attiva in pensiero massimo di elevazione e sensibilità in cui come un’incognita sei tu a stabilire il tipo di percorso da intraprendere una volta superato il varco di uscita della struttura. Il risultato delle nostre sensazioni rilasciate si osserva nella crescita e nell’andamento dei rampicanti una volta terminata l’esperienza al museo. Sulle pareti esterne è visibile la dimostrazione che siamo noi a dover metterci in discussione, sfruttare la nostra coscienza in anticipo e captare il valore di una comunità nell’esempio della natura autentica dei vegetali: organismi pionieri, radicati, ma capaci di trasformare questa impossibilità in un movimento ascenzionale che è una occasione di adattabilità, di resilienza e resistenza, in uno spazio definito nel tempo.

Il progetto è promosso e organizzato da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana. Con il fondamentale contributo di Fondazione CR Firenze e sarà visitabile fino al 26 agosto 2018.

The Florence Experiment
Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso
a cura di Arturo Galansino
Firenze, Palazzo Strozzi 19 aprile-26 agosto 2018
www.palazzostrozzi.org / @palazzostrozzi / #FlorenceExperiment

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Mirror #comunicazione

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, cultura, letteratura, mostre, recensioni arte

Alcuni mesi fa ho avuto modo di conoscere Paola Cimini in una guida d’arte presso la Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso. Uno di quegli incontri che pensi possano nascere e morire nell’istante in cui iniziano perché tanto belli e di confronto. Si è chiacchierato un po’ alla fine della visita e ho scoperto solo in seguito avesse una agenzia di comunicazione chiamata “Mirror”.

Lo specchio, un argomento a me caro per gli studi sul narcisismo, lo specchio a lei molto caro, base di questo suo progetto importante.

In seguito mi ha commissionato un articolo per il suo sito che avesse un punto di vista personale su un’opera precisa di Michelangelo Pistoletto. Ho scomodato anche qualcun’altro per rafforzare il discorso. Adoro le connessioni, le sinapsi, i collegamenti in natura che portano a una crisi dei modelli: i canoni.

Buona lettura!

Questioni di veduta.
Le connesse relazioni di Michelangelo Pistoletto agli specchi

 

Mevlana Lipp. Paradise Lost, 19 maggio, Galleria Annarumma - Napoli

Mevlana Lipp. Paradise Lost, 19 maggio, Galleria Annarumma – Napoli #arte #vernissage [#mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, eventi, mostre, turismo, viaggi

Mevlana Lipp
Paradise Lost

Inaugurazione:
Venerdì 19 Maggio ore 19,30

Galleria Annarumma,
Napoli

 

Mevlana Lipp (Colonia,1989) nel suo lavoro artistico,esamina la percezione soggettiva come qualcosa di separato dal contesto naturale. In modo giocoso ma critico, egli mette in dubbio la costruzione della nozione di “individuo” avente una consapevolezza contraddittoria dell’ambiente oggettivo, ossia come di qualcosa di sentimentale, ma al tempo stesso da usare e sfruttare in modo egoistico.

L’idea romantica della natura come di un sereno rifugio,vienaqui smascherata come antica e obsoleta. Infatti, l’individuo contemporaneo si muove sul pianeta Terra  come un alieno il quale si limita ad osservare la flora e la fauna come da uno schermo TV al plasma.L‘artista studia quindi la discrepanza che esiste tra soggetto e oggetto, tra coscienza e incoscienza, tra umano e natura.

Nelle sue ultime opere, consistenti in bassorilievi realizzati con notevole perizia, Mevlana Lipp dimostra non solo quanto  sia profonda l’alienazione umana, ma anche quanto sia stata violata la natura con l’intrusione di tutto ciò che è artificiale. Ecco perché l‘artista preferisce utilizzare dei materiali come il legno ed i suoi derivati : MDF, tavole rivestite, compensato e varie impiallacciature. Questi bassorilievi hanno il potere evocativo e la bellezza melanconica di un veloce sguardo gettato su un campo o su un giardino attraverso una finestra.

Traumaticamente, ma non senza umorismo, Mevlana Lipp indica lo stato passato, in cui eravamo un tutt‘uno con la natura, ma al tempo stesso sottolinea l’acuta e assurda irrecuperabilità dell’integrità del mondo naturale.”Post-romanticamente”, il suo lavoro ci ricorda quale sia la nostra condizione nativa e tuttavia ci presenta come siamo attualmente, ossia  come degli extraterrestri del tutto avulsi dal contesto naturale.

 

Mevlana Lipp. Paradise Lost, 19 maggio, Galleria Annarumma - Napoli

 

Mevlana Lipp
Paradise Lost

Inaugurazione:
Venerdì 19 Maggio ore 19,30
fino al 30 Giugno 2017

Galleria Annarumma,
Via del Parco Margherita, 43
80121 Napoli – Italy

www.annarumma.net

 

*Comunicato stampa

 

VARIAZIONI SULLA DURATA 24 ore di performance e di incontri con il pubblico A cura di Maurizio Coccia 18 maggio 2017 dalle ore 20.00 | Spazio VARCO | L’Aquila Fino alle ore 20.00 del 19 maggio 2017

VARIAZIONI SULLA DURATA. 24 ore di performance, 18 – 19 Maggio, V.AR.CO – L’Aquila #pubblico [#arte]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, CS, cultura, danza, eventi, mostre, politica, teatro, turismo, viaggi

VARIAZIONI SULLA DURATA
24 ore di performance e di incontri con il pubblico

A cura di Maurizio Coccia

18 maggio 2017 dalle ore 20.00
fino alle ore 20.00 del 19 maggio 2017

| Spazio VARCO | L’Aquila

 

Il 18 maggio 2017 alle ore 20.00, presso SpazioVARCO a L’Aquila, inaugura “VARIAZIONI SULLA DURATA”24 ore di performance e di incontri con il pubblico fino alle 20.00 del 19 maggio 2017.

L’iniziativa è ideata e curata da Maurizio Coccia con la collaborazione e la partecipazione di Margherita Morgantin, Italo Zuffi e Andrea Panarelli.

Le performance vedono la partecipazione degli studenti dell’Accademia di Belle Arti de L’Aquila. Interverranno inoltre relatori provenienti da diversi ambiti professionali che porteranno la loro testimonianza sul tema della durata nella loro attività.

“(…) Nel contesto aquilano, credo che il linguaggio artistico più adatto sia la performance. Intanto ci risparmia l’estetica pornografica delle rovine. Poi, è una pratica inflessibile. Non ammette ripensamenti. Ciò che è fatto, è fatto. Infine si fonda su tre modalità espressive ormai diventate, in città, categorie esistenziali: precarietà, instabilità, imprevedibilità.

Allo spazio VARCO, da tempo, si sta svolgendo una guerra incruenta. Una serie di battaglie pacifiche vi sta avendo luogo. Lì, l’arte e la cultura si giocano la partita fronteggiando numerose avversità. Perché non è nato con una vocazione espositiva. Non è facilmente raggiungibile – né visibile – circondato com’è da cantieri. Non c’è riscaldamento. Non c’è corrente elettrica. Mancano, in sintesi, i requisiti minimi per qualunque, dignitosa, attività pubblica.

Eppure, VARCO è lì. Esiste. Alieno da ogni patetismo si propone strenuamente quale paladino della cultura contemporanea. Nonostante le polveri sottili, i ponteggi e la metafisica sospensione della vita nel centro storico, la sua attività è continua, dura. Qui sta il nodo centrale. Il concetto di durata è il fulcro intorno al quale gira l’idea. Durata come persistenza e resistenza. Certo. Ma non solo. La durata riguarda anche all’autonomia del generatore che garantisce la corrente elettrica. È il simbolo dell’energia. Parallelamente metafora e significato letterale di sussistenza. Di sopravvivenza. Da lì alla maratona, il passo è stato breve. È una formula valida sia come mezzo sia come fine.

Ventiquattr’ore di azioni artistiche. E relatori eterogenei. Momenti conviviali. Musica. Studenti. Curiosi. Cittadini. Un fluire ininterrotto. A dare il ritmo, il rifornimento del generatore. Gli eroi della normalità, così, possono ballare sulla faglia.” (dal testo critico “Ballando sulla Faglia” di Maurizio Coccia)

VARCO verdiartecontemporanea è uno spazio che apre ad una dimensione contemporanea in un contesto precario e transitorio nel centro storico de L’Aquila. Il progetto VARCO è sostenuto dalla Fondazione Carispaq, Raffaelle Panarelli, Melfi Costruzioni, Metania, dalla asd MACO L’Aquila C5 e Art Cafè L’Aquila come sponsor tecnico.

 

VARIAZIONI SULLA DURATA 24 ore di performance e di incontri con il pubblico A cura di Maurizio Coccia 18 maggio 2017 dalle ore 20.00 | Spazio VARCO | L’Aquila Fino alle ore 20.00 del 19 maggio 2017

 

INFO

VARIAZIONI SULLA DURATA
24 ore di performance e di incontri con il pubblico

Ideazione e cura: Maurizio Coccia
Con la collaborazione di: Margherita Morgantin, Italo Zuffi, Andrea Panarelli
e con la partecipazione degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila

Dalle ore 20.00 del 18 maggio 2017 fino alle ore 20.00 del 19 maggio 2017

Ingresso gratuito

Spazio VARCO verdiartecontemporanea
Via Giuseppe Verdi 6/8 L’Aquila
spaziovarco@gmail.com
www.v-ar-co.com

Press Office
Roberta Melasecca
Architect/Editor/Pr

roberta.melasecca@gmail.com
349.4945612
robertamelasecca.wordpress.com/
*Comunicato stampa

Italo Insolera fotografo. Il bianco e nero delle città, 11 maggio, Museo di Trastvere – Roma #arte #fotografia #vernissage [#mostre]

arte, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, eventi, fotografia, mostre, turismo, viaggi

 

Una mostra rievoca lo storico di “Roma Moderna”

Urbanista, storico, autore di “Roma moderna”, Italo Insolera è stato anche fotografo. Lo è stato per documentare il proprio lavoro ma soprattutto per passione. C’è un legame forte fra le riflessioni di Insolera sui processi urbani di sviluppo e trasformazione e il bianco e nero delle sue città: nell’impegno in difesa del patrimonio culturale e ambientale, come nella sensibilità e talvolta l’ironia delle sue inquadrature, c’è la ricerca quotidiana, coerente di risposte per governare il territorio nell’interesse della comunità.

Il Museo di Roma in Trastevere ospita, dal 12 maggio al 9 luglio 2017, 50 immagini inedite, scattate da Italo Insolera tra l’immediato dopoguerra e gli anni Ottanta. La mostra, curata daCristina Archinto e Alessandra Valentinelli, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Le sequenze giovanili ritraggono la Roma in cui Insolera si laurea nel 1953, la Sicilia e l’Abruzzo dove lo conducono i primi incarichi professionali. L’uscita di “Roma moderna” nel 1962 fissa l’inizio di una fervida stagione di sfide etiche e culturali; è l’urbanista maturo che fotografa in Sardegna o in Valnerina e al taglio sobrio delle architetture sostituisce i segni dell’uomo su città e paesaggi. Negli anni Settanta Insolera torna a indagare le “Mirabilia Urbis” descritte dall’amico Antonio Cederna; uno sguardo critico che si traduce in immagini sempre più contrastate, vitali, sferzanti, svelando la tensione ideale che tanto ha caratterizzato i suoi saggi e oggi ne ripropone l’attualità.

In contemporanea alla mostra esce, per Palombi Editore, il libro “Italo Insolera, fotografo” che raccoglie duecento scatti selezionati tra le sequenze di Roma, dei viaggi, dei luoghi dov’è intervenuto come urbanista. Nato alcuni anni or sono da spunti e indicazioni di Insolera, il volume si è avvalso dell’aiuto indispensabile di Anna Maria Bozzola Insolera, oltre che delle memorie e suggestioni di quanti lo hanno conosciuto.

INFO

Italo Insolera
Il bianco e nero delle città. Immagini 1952-1988

A cura di Cristina Archinto e Alessandra Valentinelli
Promossa da: Assessorato alla Crescita culturale di Roma – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e MiBACT-Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Lazio

Inaugurazione giovedì 11 maggio 2017 ore 18.00

Museo di Roma in Trastevere
Piazza S. Egidio 1/b – Roma

Dal 12 maggio al 9 luglio 2017
Orari: da martedì a domenica ore 10.00 – 20.00; la biglietteria chiude un’ora prima
Biglietti: Intero: € 8,50 – Ridotto: € 7,50

Sponsor Sistema Musei Civici: MasterCard Priceless Rome
Con il contributo tecnico di: Ferrovie dello Stato
Media Partner: Il Messaggero
Servizi Museali: Zètema Progetto Cultura

Info: 060608 tutti i giorni ore 9:00 – 19:00

www.museiincomune.it; www.zetema.it

www.museodiromaintrastevere.it

 

 

 

UFFICIO STAMPA
Roberta Melasecca Architect/Editor/Pr

roberta.melasecca@gmail.com / 349.4945612
http://www.robertamelasecca.wordpress.com

*Comunicato stampa