La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista #atri #museocapitolare #mostre [#recensioni]

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È stata inaugurata più di un mese fa e terminerà il 1 dicembre 2019 la mostra intitolata: La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista a cura di Astrid Narguet, Lucilla Stefoni, Filippo Lanci. Si tratta di una raccolta di arazzi cuciti dalle donne cinesi ai tempi della Rivoluzione Culturale (1976 – 1976), frutto di un pensiero organico che racconta l’estetica, l’ortodossia e la politica di quell’immaginario posto in dialogo con la collezione di arte sacra del Museo Capitolare di Atri, in provincia di Teramo, in Abruzzo.

Lo spazio si è trasformato in una fabbrica sul pensiero che indaga le immagini contemporanee. L’osservazione permette di individuare i processi che hanno accompagnato la costruzione del sacro attorno alla figura del personaggio politico di Mao Tse-Tung. Lo scopo è comparare e scovare – se esistono – codici linguistici che accomunano l’iconografia religiosa occidentale a quella del sistema di celebrazione e ritualità comunista.

La sera del vernissage sono stati evidenziati alcuni processi che distinsero le realtà storiche e ideologiche russe o cubane, di come l’apertura maoista abbia dato possibilità per una maggiore emancipazione alle donne, ma anche come la costruzione della raffigurazione di Mao sia stata segmentata tra vita, relazione con il popolo e le masse in generale.

Interessante è stato sapere come la comunità locale atriana abbia risposto alla mostra e alla chiamata del museo attraverso la partecipazione nella fase della preparazione.

A parer mio, i curatori non impongono una ideologia o la scelta di adesione a uno dei due contesti interrogati; l’allestimento e il modo di fruizione del percorso sollevano occasioni di riflessione; ricercano e connettono ciò che è stato nel passato, ciò che è nel presente, qualcosa di forte comune ai culti nella costruzione delle immagini. Il percorso è libero e strutturato su più piani del museo. Sono stati coinvolti anche due artisti contemporanei: Yao Lu e Wang GuoFeng.

La mostra è visitabile fino al 1 dicembre ai seguenti orari:
dal venerdì alla domenica, 10.00-12.00/15.30-17.30

MUSEO CAPITOLARE DI ATRI
via dei Musei, 15, Atri (TE)
085 8798140
museocapitolare@teramoatri.it.
FB: Museo Capitolare di Atri

 

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#Film visti nel #2018

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Dopo la sezione dei libri, mi faccio avanti con i film visti nel 2018, sono molto pochi rispetto agli scorsi anni. Ho meno tempo e sono poco interessata alle uscite cinematografiche:

  1. Wonder di Stephen Chbosky – Recensione
  2. 120 battiti al minuto di Robin Campillo – Recensione
  3. The shape of water di Guillermo del Toro – Recensione
  4. Sono tornato di Luca MinieroRecensione
  5. Il filo nascosto di Phantom Thread di Thomas Anderson – Recensione
  6. Manifesto di Julian Rosefeldt – Recensione
  7. The Square di Ruben Östlund – Recensione
  8. Easy – un viaggio facile facile di Andrea Magnani – Recensione
  9. 45 anni di Andrew Haigh – Recensione
  10. PIIGs di Adriano Cutraro, Federico Grego, Mirko Melchiorre – Recensione [Documentario]
  11. Appuntamento per la sposa di Rama Burshstein – Recensione
  12. Sulla mia Pelle di Alessio Cremonini – Recensione
  13. Michelangelo. Infinito di Emanuele Imbucci – Recensione
  14. The Neon Demon di Nicolas Winding Refn Recensione

Non recensiti:

  1. Woodshock di Kate e Laura Mulleavy (2017)
  2. Madre! di Darren Aronofsky (2017)
  3. Bird box di Susanne Bier (Netflix, 2018)

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CREDIT: ICON FILM DISTRIBUTION

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn #film [#recensione]

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Dopo Hill House ho scelto di vedere The Neon Demon, un lavoro di Nicolas Winding Refn uscito nel 2016. Si tratta di un film incentrato sul concetto di bellezza dove si incontrano alcuni elementi miscelati che vogliono far apparire questo film geniale da un punto di vista estetico, ma che risulta deludente al termine della sua visione.

La storia è quella di una ragazzina americana di 16 anni che si trasferisce dalla periferia della Georgia a Los Angeles, per una serie di casi fortuiti entra in una delle trame del sistema moda. La sua è una semplicità regale e casta, ha coscienza del suo potere, ma è preda ideale di un meccanismo chiuso dove regnano sadomasochismo, saffismo, pedofilia e necrofilia. Il progetto affronta l’invidia femminile fino a portarla a una condizione di cannibalismo. La violenza è gratuita.

Dal punto di vista della composizione, la fotografia ha molti rimandi ad artisti contemporanei (Man Ray, Vanessa Beecroft, James Turrell, David La Chapelle) e la musica elettronica in alcuni punti del montaggio aiuta a rafforzare una dimensione di scoperta, spaesamento e caos.

Il progetto non porta a niente: zero profondità, zero ricerca. Una solita storia da vita adolescenziale dove si tenta di giocare con i diavoletti che fanno i dispetti agli angioletti. Il film è stato incasellato nella etichetta di genere horror, ma in realtà è una condizione che si avvicina al fetish con qualche macchia splatter, ma senza troppe pretese.

Banalità a pacchi.

neon demon

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016)
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Autostrada A24, GranSasso e Monti della Laga (versante teramano), maggio 2018, ph. Amalia Temperini

#Summer

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È arrivata l’estate e come ogni anno entro in standby durante questi periodi. Ho deciso di rallentare un po’ il ritmo settimanale di scrittura degli articoli. Cercherò di vivere quello che mi attraversa in questi mesi e tornare con molta più carica nelle prossime settimane. Mi trovate quasi giornalmente su Instagram o sulla pagina fan di Facebook del blog.

Statemi bene.

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The #FlorenceExperiment a Palazzo Strozzi #Firenze #mostre [#recensione]

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Eccomi qui a parlare del mio ultimo viaggio fuori dalle cinta abruzzesi. Questa volta ho deciso di fare un salto in Toscana per visitare alcune mostre che avevo pianificato da tempo e alle quali riserverò due momenti differenti sulle pagine di questo blog.

La prima di cui voglio parlare è The Florence Experiment a cura di Arturo Galasino, un progetto dell’artista – scienziato belga Carsten Höller in collaborazione con il fondatore della neurobiologia vegetale Stefano Mancuso. Si tratta di un’opera site specific realizzata per Palazzo Strozzi a Firenze. Un esperimento che crea una relazione tra l’essere umano e le piante dove il pubblico è chiamato a partecipare con viva sincerità alla ricerca.

L’azione si sviluppa in due momenti. Il primo prevede due grandi scivoli in acciaio e policarbonato alti 20 metri che attraversano il cortile dello stabile. Alcune persone – 500 ogni settimana – sono scelte in maniera casuale e coinvolte in uno studio pensato con un team di ricercatori che analizza le molecole emesse da noi esseri umani a contatto con una piantina di fagiolo da portare in custodia nel flusso di discesa verso il piano terra, da consegnare nei laboratori sotterranei del museo.

Ai piani bassi – nella Strozzina – l’attenzione è sulla mancanza di illuminazione e sulla presenza di alcuni box che anticipano l’esperienza successiva. I visitatori sono invitati a entrare in due speciali aree cinematografiche che proiettano sequenze di film horror e scene comiche.

La finalità è generare, catturare e trasmettere, composti chimici capaci di influenzare la crescita di piante di Glicine poste sulla facciata esterna del palazzo. Il sistema di aerazione è un meccanismo costituito da condotti di aspirazione che recepiscono le sostanze rilasciate dalle nostre reazioni chimiche esercitate durante l’intero processo di osservazione delle pellicole. Lo scopo è comprendere come le emozioni umane influiscono sulla viva intelligenza dei vegetali.

Una volta terminato il percorso si supera la condizione letteraria della famosa favola inglese di Jack che lancia i semini magici dalla finestra che generano un enorme pianta su cui salire per rubare l’abbondanza a un gigante cattivone ed egoista, si vive un ambiente asettico che concentra l’attenzione nel ribaltamento di una situazione che si presenta come un’analisi sulla vita stessa. La natura è sottoposta allo stesso circuito dell’uomo in una struttura che ha forti rimandi a un’elica di DNA, che si riorganizza e rigenera al passo dei tempi, nella forma e nelle cellule senza occuparsi di quegli aspetti di intermediazione economica che regolano i rapporti di tutti i giorni concentrati su un’idea di possesso e di dominio.

Gli scenari di riflessione che si aprono allora sono molteplici. Il primo è nel connubio tra arte e scienza, sui concetti di coscienza ed ecologia nel raggiungimento di una consapevolezza nella relazione che esiste e coesiste tra persona e natura; il secondo è un discorso di metodo, su come si esercita una verifica sul funzionamento e il comportamento di alcuni elementi che compongono gli organismi, le cellule, le molecole, nei vari ecosistemi presenti in ambiente; il terzo è un dilemma: il cinema, che interviene con l’immagine a generare uno shock (trauma o risata), che influenza con la sua componente onirica la scelta dei nostri comportamenti, ha per noi la stessa misura di indagine che si sviluppa in uno laboratorio scientifico? Siamo noi l’oggetto sfuggente da analizzare al vetrino in un processo fotosintetico generato da una luce trasmessa in maniera artificiale?

La mostra è un gioco, un invito alla rinascita, ha un maxi moto discensionale che confluisce nella Nursery, un vero e proprio nido poetico dalle luci rosa fluorescenti; area dove si attiva in pensiero massimo di elevazione e sensibilità in cui come un’incognita sei tu a stabilire il tipo di percorso da intraprendere una volta superato il varco di uscita della struttura. Il risultato delle nostre sensazioni rilasciate si osserva nella crescita e nell’andamento dei rampicanti una volta terminata l’esperienza al museo. Sulle pareti esterne è visibile la dimostrazione che siamo noi a dover metterci in discussione, sfruttare la nostra coscienza in anticipo e captare il valore di una comunità nell’esempio della natura autentica dei vegetali: organismi pionieri, radicati, ma capaci di trasformare questa impossibilità in un movimento ascenzionale che è una occasione di adattabilità, di resilienza e resistenza, in uno spazio definito nel tempo.

Il progetto è promosso e organizzato da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana. Con il fondamentale contributo di Fondazione CR Firenze e sarà visitabile fino al 26 agosto 2018.

The Florence Experiment
Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso
a cura di Arturo Galansino
Firenze, Palazzo Strozzi 19 aprile-26 agosto 2018
www.palazzostrozzi.org / @palazzostrozzi / #FlorenceExperiment

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Terry Notary e Claes Bang in "The Square" di Ruben Östlund, la settimana del biotopo. Pressbild - img taken form - https://www.metro.se/artikel/biotoppen-the-square-ny-etta-xt

The Square di Ruben Östlund #film #arte #società [#recensione]

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The Square è un prodotto diretto da Ruben Östlund vincitore dell’ultimo Festilval di Cannes, in Francia. Il film sottopone lo spettatore a una realtà fin troppo conosciuta, costruita in un progetto che racconta il vecchio in una linea continua di argomentazioni incastonate sul potere dei soldi e la perdita del proprio valore umano.

La trama nel suo primo livello racconta la solitudine di un curatore sulla quarantina che dirige un museo di arte contemporanea. Un uomo davanti a un cancello chiuso e un muro di cumuli di immondizia da oltrepassare, metafora di una coscienza vuota, nutrita di collaborazioni e relazioni adolescenziali. L’ego di Christian (Caes Bang) è talmente smisurato che può permettersi di creare condizioni al limite dell’imbecillità, senza alcun senso di responsabilità nei confronti di se stesso, dei visitatori, dei dipendenti e degli anziani finanziatori. Le persone più care che ha attorno sono costrette a subire le traiettorie che lo trattengono fino all’errore, quando è chiamato a risolvere quel conflitto con un bambino che chiede giustizia per un torto subito. A innescare il processo di verità un progetto di comunicazione e marketing affidato a un ufficio stampa esterno alla istituzione contattato per la promozione dell’opera The Square di Lola Arrias, artista e sociologa argentina che ha posto le basi per un lavoro relazionale dedicato all’ascolto e alla fiducia.

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

La piazza, il quadrato, è un monitor posto a terra. Una luce fluorescente che illumina una porzione di sanpietrini che si sgretolano come pixel. Si tratta di un elemento che evidenzia un isolamento. Un processo che allo stato attuale delle cose designa l’annichilimento di un essere umano su un qualsiasi social network – o strumento tecnologico – una volta finitoci dentro ingannato dalla perfezione apparente di un reclutamento sbrilluccicoso di matrice squadrista.

Questo dato è rimarcato anche da una frase pronunciata da Cate Blanchett in Manifesto di Julian Rosefeldt del quale ho parlato due settimane fa su questo blog (Trailer minuto: 1.08).

Lo scopo di The Square è mostrare alcune dinamiche che rivelano il sontuoso mondo dell’arte che dovrebbe parlare di oggi. In realtà è una dimensione dove si è di fronte a un perbenismo suicida che raccoglie quintali di ipocrisia di un sistema chiuso. A evidenziarlo una situazione in cui prende corpo la locuzione latina Homo Homini Lupus nella sequenza designata da Ruben Östlund dove l’artista scaccia un suo collega per un puro atto di sopraffazione egoistica. La scena è costruita in una sala sontuosa dove accade di tutto; chi dovrebbe intervenire a ristabilire l’ordine rimane seduto a bocca aperta a gustarsi l’istinto che ammazza l’impotenza della vanità.

La figura geometrica che si ripete nell’intera visione – nelle più dichiarate forme – richiama alla memoria il Cubo Invisibile di Gino De Dominics del 1969, i Concentric Square di Frank Stella del 1966, il Filtro e Rete di Francesco Lo Savio del 1962; in realtà è un labirinto junghiano di ossessioni eccellenti che sfiancano e immobilizzano gli atti e i pensieri di Christian il direttore.

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio


La pellicola è una
gigantesca opera minimalista: impersonale e svuotata di sentimenti e significati. È una intercapedine narrativa in cui non esiste soluzione e dove per 120 minuti si denuncia in chiave sovversiva – ironica e grottesca – una crisi generazionale dovuta alla mancanza di figure di saggezza e di protezione, che sono i simboli dell’esistenza, punti di riferimento, chiavi di maturità e consapevolezza, sui propri fallimenti.Colonna sonora pazzesca.

Chi lo ha visto? e che reazione avete avuto?

The Square di Ruben Östlund (2017)

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Manifesto di Julian Rosefeldt (2015)
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Trick [#pause]

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Io mi sento fortunato
Alla fine del giorno
Quando sono fortunato
È la fine del mondo
Io sono un pazzo che legge, un pazzo fuorilegge
Fuori dal gregge, che scrive “scemo chi legge”

Ghali
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Julian Rosefeldt. Manifesto, Park Avenue Armory, New York, December 2016 – January 2017 Photo: James Ewing Photography © Park Avenue Armory, 2016

Manifesto di Julian Rosefeldt #film #artwork #attualità #società[#recensione]

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Questo film mi è stato segnalato da una artista a me cara. Ho deciso di non vederlo al cinema per via dei troppi chilometri da fare e ora che ho avuto modo di averlo sparato negli occhi ripenso a quanto avessi fatto bene a non inquinare l’ambiente, quella sera, quando ho deciso di evitare la dispersione di gasolio nel mondo.

Manifesto è una installazione artistica e prodotto cinematografico di videoarte nato sotto forma di ibrido girato in 11 giorni dall’artista tedesco Julian Rosefeldt nei pressi di Berlino. Cate Blanchett è l’attrice protagonista chiamata a spingere l’osservazione dello spettatore alla visione di 12 personaggi differenti che recitano parti tratte dai proclami artistici e politici diffusi tra fine Ottocento e Novecento. La donna riveste una molteplicità di ruoli, muta ogni volta i suoi abiti, cavalca le parole, i periodi storici, le correnti, i movimenti culturali e sociali nel migliore dei modi. Il montaggio arriva a creare un monologo corale in un’armonia di voci bombardate, urlate e stonate.

L’architettura industriale domina l’intera progressione. Si passa dalla grande fabbrica alla piccola dimensione casalinga di un modulo abitativo di Le Corbusier. Incasellati, gli esseri viventi, come polli in batteria, dentro e fuori, ad attendere l’assoluzione dell’esistenza davanti a uno schermo che modella l’immaginario secondo le volontà di chi scrive, racconta per il mondo della comunicazione e della pubblicità.

Si scrive un manifesto quando non si ha nulla da dire – ripetono alcuni intellettuali citati nelle numerose parole pronunciate – dove gli artisti e l’economia hanno il medesimo ruolo di occupazione e invasione. È l’arte, il trasformismo, che ruota tra menzogna e inganno, che connette la fine di un secolo al nuovo millennio nella medesima natura di chi dice di essere diverso e poi è uguale a ciò che esso stesso critica.

L’artista e l’economista (il mercato) sono i due esseri emarginati fagocitatati da un cancro che invade un unico corpo (il mondo), esiliati e messi a margine dal bisogno di attenzione di chi ora è il vero protagonista della performance: le persone etichettate come normali, sedotte dalla tecnica, sedute nelle loro poltrone casalinghe con quadretto di rappresentanza tra sala, salotto e gabinetto, a indirizzare gusti e costumi.

Tra gli scenari più ricorrenti ex fabbriche abbandonate che ricalcano gli studi portati avanti da Marc Augé. Capannoni figli della grande industrializzazione dove si svolge la grande crisi economica e dove esiste un tempo morto, rarefatto dall’uomo. Un clochard – senza fissa dimora – che irradia la sua disarmonia come un triste giullare depauperato dalla velocità del contemporaneo, dalla mancanza di una corte in ascolto, risucchiato dalla miseria del desiderio connesso alla sua decadenza.

Velocità, meccanizzazione, volontà, fallimento, dettami, l’intimità, la gente, l’arte professa, l’arte distrugge, la dimensione del sogno, quella della realtà, l’alveare, la rete, le capsule. Kazimir Malevič è l’artista che denuncia il reale dato problematico: l’imitazione. I Dadaisti ci provano con il ribaltamento, il camuffamento e la codifica. La Pop Art ci riesce: nutre con la sua preghiera fino a rendere chi la persegue zombie immobile e dipendente. La famiglia americana lo dichiara nell’esempio tirato in ballo nella produzione di Rosefeldt e lo fa in quella tavola imbandita dominata dal perbenismo di una donna che annichilisce l’uomo e i suoi figli con la ritualità. La risposta a questi dati è l’azzeramento della narrazione in un vortice minimalista a base distopica, che accompagna alla scienza, a una ricerca dove regna il metodo, il mondo concettuale e l’informazione.

Salmi, maestri, profeti e chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere; dettami, comandi e noia. Tassonomia e cronologia che gli artisti stessi hanno affibbiato a loro stessi nel sottomettere la verità alla libertà. La regia diventa imprenditoria e i fantocci che non hanno elaborato la loro natura più profonda creano feticci e replicanti più falsi degli originali. Lo specchio è l’immagine, la somiglianza a Dio, la menzogna che è condanna di sé nel mondo.

In questa produzione il vero danno è nella dimostrazione che l’artista – ogni singolo intellettuale – in passato ha costruito il suo diktat. Ha imposto la sua visione e ora chi ha il dovere di portare avanti la lezione del maestro non ha più la forza etica, morale e fisica per sostenerla. Una delle cause è il modello economico, un mercato inefficace che non investe più su di loro. Per questo le sue parole sono al pari di un comune individuo che arriva dal nulla e dove il suo giudizio è più incisivo degli altri. Si è frammentato un canone e con esso il principio di un ordine che ha dato valore al rovesciamento dei ruoli.

La gente è irriconoscente e ha necessità di essere ascoltata. Allora la mia domanda è rivolta ad alcuni artisti: come ci si sente ad essere sottoposti a giudizio quando voi stessi avete offerto i vostri strumenti e i vostri corpi nelle fauci di persone più ciniche e affamate che vi hanno strappato di dosso le vesti e la forza della vostra vera natura ?

Nel film manca la presa di posizione di Julian Rosefeldt.
E’ una lezioncina, ma di strategia o di riflessione?

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015) - IMG taken from the web

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015)
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Libri:
Marc Augé, Rovine e Macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, 2004
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ENLIGHTENING SURFACES SERENA VITTORINI – MELISSA PALLINI, 23 marzo, Libreria Polarville, L’Aquila #savethedate #arte #fotografia [#mostre]

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ENLIGHTENING SURFACES
SERENA VITTORINI – MELISSA PALLINI

A CURA DI FANNY BOREL

INAUGURAZIONE:
23 marzo alle 18:30 

Libreria Polarville,
L’Aquila

 

Il progetto fotografico di Serena Vittorini e Melissa Pallini nasce dal desiderio di  esplorare oggetti provenienti dal mondo naturale che trovano assonanze con la sfera intima dell’essere umano.

In questa mostra vengono analizzati oggetti che la mente tende a semplificare, quasi finendo per considerarli ovvietà, secondo prospettive fotografiche che ne fanno affiorare i lati meno palesi, sviscerandoli fino a suggerirne il contenuto nascosto. Questa indagine sugli elementi che derivano dal mondo animale, vegetale e fossile, conduce ad una riflessione sulla trasformazione che gli stessi subiscono a seguito di fenomeni atmosferici e al passare del tempo.

Nel progetto risuona così l’ancestrale tendenza dell’uomo ad associare per analogie, talvolta scientifiche, talvolta simboliche, la natura e le sue infinite forme a metafore concettuali. In questo progetto fotografico, la scelta di rappresentare singolarmente gli oggetti esaminati consente di dare il giusto spazio alla loro carica emblematica.

Così, la piuma di pavone evoca la perfezione e la bellezza dell’animale che incarna l’incorruttibilità dell’uomo giusto; il rinnovamento della muta annuale ne simboleggia la resurrezione mentre la forma circolare all’interno della piuma ricorda un occhio, oggetto di indagine nella cultura classica (Esopo, Ovidio). Nella raffigurazione dettagliata della foglia viene esaltata la piacevolezza e l’armonia delle forme in cui le visibili venature si pongono in contrappunto con le vene dell’uomo. Le venature che trasportano linfa, e dunque nutrimento, sono tanto necessarie alla pianta quanto i capillari all’uomo. L’immagine del melograno conduce invece ad un mito classico, il mito di Persefone: alla fanciulla vengono offerti dei chicchi di questo frutto affinché lei sia per sempre legata agli inferi. Durante l’unico momento dell’anno in cui alla ninfa viene concesso di recarsi sulla terra, i fiori sbocciano ed inizia la primavera.

Agli elementi che incarnano trasformazione e rinascita si affiancano o fondono altri che simboleggiano emblematici concetti quali anima, perfezione e purezza. Perfezione imitata simbolicamente dalla conchiglia: in questo guscio disabitato, la spirale risulta un affascinante motivo di ricerca la cui matrice matematica e geometrica nella sezione aurea si ripete in molti contesti che riguardano il mondo naturale ed umano. Ad esempio nel corpo umano la coclea, ovvero la parte dell’orecchio interno, assume questa forma. La farfalla è stata già dall’antichità associata all’anima: alcune rappresentazioni dei miti greci raffigurano Psiche come una giovinetta alata, simile appunto ad una farfalla. La calla, infine, non solo simboleggia purezza ma indica anche l’inizio di una nuova vita.

Per coniugare l’analisi scientifica e la descrizione emozionale degli elementi raffigurati nelle opere esposte in mostra, la tecnica fotografica dello still life viene arricchita dal light painting. Questo espediente si avvale dell’otturatore aperto durante lo scatto. Durante la posa con i tempi lunghi, viene utilizzata una torcia munita di gelatine colorate per illuminare gli oggetti fotografati. Questi, illuminati dunque in maniera peculiare, vengono resi meno usuali alla quotidianità ed in tal modo la loro potenzialità simbolica (e conoscitiva) viene amplificata.

ENLIGHTENING SURFACES SERENA VITTORINI – MELISSA PALLINI, L'Aquila


ENLIGHTENING SURFACES
SERENA VITTORINI – MELISSA PALLINIA

A CURA DI FANNY BORELI

INAUGURAZIONE: 23 marzo alle 18:30 

Fino al 6 aprile
Libreria Polarville,
Via Castello, 49,

67100 – L’Aquila

 

*Comunicato Stampa

Giorgio Galimberti

Essenziale. Certe volte sogno / Altri mondi #happening #savethedate #arte [#mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, danza, eventi, filosofia, fotografia, mostre, musica, poesia, turismo, viaggi, videoarte

Installazioni Performance Pittura Scultura Fotografia Video art Poesia Musica
A cura di Roberta Melasecca e ignorarte.com

Happening dal 22 al 31 marzo 2017 dalle ore 18.30
Interno 14,
Roma

Il giorno 22 marzo 2017 alle ore 18.30, negli spazi di Interno 14, prende il via il secondo appuntamento di “Essenziale. Certe volte sogno” dal titolo “Altri Mondi”, a cura di Roberta Melasecca e di ignorarte.com. Dopo la presentazione del progetto a Madrid nel 2016, Essenziale. Certe volte sogno incontra a Roma protagonisti della cultura provenienti da diversi ambiti disciplinari (arte, architettura, letteratura, poesia, musica, teatro, moda…), per indagare ed approfondire i processi della creazione nelle sue molteplicità di livelli, prospettive, stratificazioni.

Dal 22 al 31 marzo ogni giorno dalle 18.30: Installazioni Performance Pittura Scultura Fotografia Video art Poesia Musica

22/26 marzo ore 18.30
Statics: Salvatore Cammilleri, Angelo Cricchi, Le CostuMistiche, Julie Rebecca Poulain
Look: Claudia Quintieri video – DustyEye
22 marzo ore 18.30

Dinamics: Video Poesie di Cosimo Angeleri, Laura Bertolini, Annarita Borrelli, Daniela Cannarozzo, Zoe Corsini, Salvatore Cucchiara, Gianni Godi, Andrea Magno, Tommaso Pedone, Barbara Pinchi, Manuela Potiti, Giuseppe Satriani, Martina Stucchi, Livia Taloon – Francesco Mascio Guitars

23 marzo ore 18.30
Dinamics: Pamela Ferri / Barbara Lalle performance, orchestrazione live Gianluca Fasteni – RAW performance
24 marzo ore 18.30

Dinamics: Maurizio Cesarini performance – Davide Cortese reading
25 marzo ore 18.30

Dinamics: Nicola Fornoni performance – Luca Iannì performance
26 marzo ore 18.30

Dinamics: Caterina Arena performance – Annarita Borrelli interazione poetica – Francesca Fini performance

27/31 marzo ore 18.30
Statics: Gianni Colangelo MAD, Giorgio Galimberti, Pietro Mancini, Pierpaolo Miccolis, Daniela Monaci
Look: GENE video arte itinerante: opere di Caterina Arena, Patrizia Bonardi, Annarita Borrelli, Salvatore Cammilleri, Maurizio Cesarini, DustyEye/Exploding Kittens, Francesca Fini, Nicola Fornoni, Luca Iannì, Salvatore Insana, Federica Intelisano, Jessica Japino, Francesca Lolli, Eleonora Manca, Tommaso Pedone, Barbara Pinchi, Nunzio Pino, Quiet Ensemble, Alfonso Siracusa, Lino Strangis, Alessia Zuccarello

27 marzo ore 18.30
Dinamics: Video Poesie di Cosimo Angeleri, Laura Bertolini, Annarita Borrelli, Daniela Cannarozzo, Zoe Corsini, Salvatore Cucchiara, Gianni Godi, Andrea Magno, Tommaso Pedone, Barbara Pinchi, Manuela Potiti, Giuseppe Satriani, Martina Stucchi, Livia Taloon – Francesco Mascio Guitars

28 marzo ore 18.30
Dinamics: Jaqueline Gisele Rodriguez performance – Andrea Magno reading

29 marzo ore 18.30
Dinamics: Salvatore Camilleri video installazione interattiva – Barbara Pinchi performance

30 marzo ore 18.30
Dinamics: Plutino 2 performance – Lino Strangis video installazione interattiva

31 marzo ore 18.30
Dinamics: Francesca Lolli performance – RAW performance

Altri Mondi è quel luogo di confine dove la visione creativa diventa concreta e lo spazio mentale entra in relazione con la realtà fisica e il mondo esterno, con i sogni e le visioni dell’altro. La mente è immersa in un mondo parallelo dove il pensiero è complesso e contraddittorio, ma allo stesso tempo indispensabile. Spinge a vivere in una dimensione sospesa: le idee allora prendono vita da un io fatto di sapienza, sapere, intelletto, esperienze. Gli altri mondi sono quelli che l’anima e la mente percepiscono come intimi e intimistici, ma che per necessità si trasformano in relazionali e collettivi. Rappresentano universi mai univoci e acquisiscono la loro vera essenza solo attraverso il confronto e l’interazione. Verrà riservata in questo appuntamento particolare attenzione a tutti quei progetti che si confrontano attivamente con le nuove frontiere tecnologiche e che prevedono l’utilizzzo di particolari tecnologie per la realizzazione delle opere.

Gli Artisti: Caterina Arena – pittrice/art performer; Annarita Borrelli – poeta; Salvatore Cammilleri – visual artist; Maurizio Cesarini – art performer; Gianni Colangelo MAD – scultore; Davide Cortese – poeta; Angelo Cricchi – fotografo; DustyEye – visual artists; Pamela Ferri – visual artist; Francesca Fini – video artist/art performer; Nicola Fornoni – art performer; Giorgio Galimberti – fotografo; Luca Iannì – video maker; Barbara Lalle – art performer; Le CostuMistiche – costume and fashion designers; Francesca Lolli – video artist/art performer; Andrea Magno – poeta; Pietro Mancini – visual artist; Francesco Mascio – chitarrista; Antonio Mauro – architetto; Pierpaolo Miccolis – pittore con il supporto curatoriale di Francesco Paolo Del Re; Daniela Monaci – visual artist; Julie Rebecca Poulain – visual artist; Barbara Pinchi – poeta/performer; Plutino2 – visual artists/art performers; Jaqueline Gisele Rodriguez performer; Claudia Quintieri – visual artist; Lino Strangis – audio/video visual artist; GENE video arte itinerante: opere di Caterina Arena, Patrizia Bonardi, Annarita Borrelli, Salvatore Cammilleri, Maurizio Cesarini, DustyEye/Exploding Kittens, Francesca Fini, Nicola Fornoni, Luca Iannì, Salvatore Insana, Federica Intelisano, Jessica Japino, Francesca Lolli, Eleonora Manca, Tommaso Pedone, Barbara Pinchi, Nunzio Pino, Quiet Ensemble, Alfonso Siracusa, Lino Strangis, Alessia Zuccarello; Video Poesie di Cosimo Angeleri, Laura Bertolini, Annarita Borrelli, Daniela Cannarozzo, Zoe Corsini, Salvatore Cucchiara, Gianni Godi, Andrea Magno, Tommaso Pedone, Barbara Pinchi, Manuela Potiti, Giuseppe Satriani, Martina Stucchi, Livia Taloon.

Essenziale. Certe volte sogno” è un progetto ideato da Roberta Melasecca_Melasecca Arte, con la direzione artistica di Roberta Melasecca e ignorarte.com, con la collaborazione di Interno 14 e con la mediapartnership di ignorarte.com.

 

INFO

Essenziale. Certe volte sogno / Altri Mondi
Pittura, fotografia, installazioni, live performance, video art, poesia, musica

Ideato da: Roberta Melasecca_Melasecca Arte – Widespread Gallery
Direzione Artistica: Roberta Melasecca, ignorarte.com
In collaborazione con: Interno 14
Media Partner: ignorarte.com  www.ignorarte.com

22 / 31 marzo 2017 ore 18.30
Interno14 | Via Carlo Alberto 63 Roma

Per approfondire il progetto:
essenzialecertevoltesogno.wordpress.com
– Inside Art
Ignorarte.com

Melasecca Arte / Widespread Gallery
Roberta Melasecca
www.robertamelasecca.wordpress.com   roberta.melasecca@gmail.com  –  349.4945612

ignorarte.com
www.ignorarte.com      redazione@ignorarte.com

Interno 14
Via Carlo Alberto 63 – 00185 Roma – Italy    www.presstletter.com

Press Office:
Roberta Melasecca Architect/Editor/Pr info@comunicadesidera.com 349.4945612

 

*Comunicato stampa

Minus.log, Cure 02, 2016, scultura audio visiva, due elementi in legno e tempera bianca cm 100x50x25 cm ciascuno, un elemento in legno e tempera bianca cm 150x45x45, video 5’:00” loop, proiettore, lampada lad, sound, dimensioni totali 170x181x166 cm, Courtesy Galleria Bianconi

Minus.log – Untitled (line), 9 febbraio, Galleria Bianconi – Milano #savethedate #vernissage #arte [#mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, eventi, mostre, turismo, viaggi, videoarte

MINUS.LOG
Untitled (line)
solo show a cura di Martina Lolli

opening:
giovedì 9 febbraio 2017
ore 18.00- 21.00

Galleria Bianconi,
via Lecco 20, 20124  Milano

 

Giovedì 9 febbraio alle ore 18.00 inaugura alla Galleria Bianconi Untitled (line) a cura di Martina Lolli, prima personale milanese di Minus.log, collettivo nato nel 2013 dal sodalizio fra l’artista visiva Manuela CappucciGiustino Di Gregorio, artista audiovisivo attivo fin dagli anni ’90. Attraverso la sperimentazione e l’unione di diversi media e linguaggi, Minus.log si propone di realizzare ogni opera come parte di un ambiente sinestetico che accoglie il visitatore in un dialogo fra pittura, scultura, musica, video e proiezioni.


“Untitled (line)” il titolo della mostra, incentrata sui lavori più recenti, dà conto di come sia possibile concepire la stessa come un’unica grande installazione in cui affluiscono le opere della serie Cure (2015), Try Again (2016) eFaraway so close (2017). La linea indicata nel titolo non è solo l’elegante elemento figurativo da cui si genera la produzione di Minus.log, ma fa riferimento anche all’ideale che la sottintende: la ricerca della semplicità formale e concettuale attraverso la riduzione ai minimi termini della rappresentazione e degli stimoli audio-visivi.
Nell’universo artistico di Minus.log il tempo rallenta e accoglie momenti di pausa e di latenza in cui la ricerca del senso si inabissa nel profondo dell’essenza del fruitore. In questa temporalità soggettiva l’espressione diviene silenzio e, nel ripiegamento interno dei sensi, il brusio lascia spazio al rimosso, a ciò che solitamente è detto fra parentesi. La linea come atto più semplice e raffinato della forma, dunque, non è portatrice di conoscenza analitica, ma è margine percettivo che ha bisogno di attesa per essere esperito.
Nelle installazioni della serie Cure la linea prende corpo e diviene una soglia empatica che il gioco di luce ci invita a penetrare. Essa è il taglio tradotto dalle sovrapposizioni della garza e dalle lame di luce che vibrano sulla superficie della tela di Cure 02 e sulle sculture  di Cure 01, lembi che aprono al paziente lavorio sotterraneo della rimarginazione e della cura di una ferita. Le forme che affiorano lentamente in superficie negli oli su tela della serie Try Again sono  in bilico fra figurazione e astrazione. Tracce di un’assenza resa visibile da velature e trasparenze, traducono la linea nei tagli perfetti del digitale attraverso frammenti (Skyline), ripetizioni (Loop. Visione simultanea), interruzioni (A-line) e cut-up (Cloud); allenano lo sguardo a una visualizzazione più profonda che è fatta di tentativi e di stati d’animo  (People). Nell’installazione omonima le linee si manifestano come interferenze che solcano l’invisibile campitura della proiezione; il loro manifestarsi imprevedibile ci invita alla scoperta di una singolare sincronia e di uno scarto che questa volta è dato dalla presenza del colore. In Faraway so close la linea è il profilo lontano e vicino di una reminiscenza che si riavvolge su se stessa: in un tempo infinito il ricordo è questione di prospettiva; nello spazio infinito, si declina in forme sospese. I paesaggi diFaraway so close sono immagini che derivano dall’atto di cancellare e rendere limpido e che, nel loro stesso procedimento, conservano le sfumature della memoria e la definizione formale di un obiettivo.
La ricerca di Minus.log mutua il fascino e la raffinatezza dell’estetica digitale attraverso l’uso della tecnologia sostenuta dal “calore” e dal “colore”  dei supporti analogici. Il suo rigore formale si declina nella poesia del caso e dell’errore di un sistema non totalmente controllabile – tanto analogico quanto umano – che porta a risultati inaspettati e sorprendenti. In questo gioco degli equilibri il fruitore ha una grande importanza poiché è invitato a riconquistare la propria temporalità e a ricercare in essa un senso, non necessariamente condivisibile all’unanime, ma che assuma il valore di un’esperienza singolare.
La mostra è visibile fino al 4 marzo 2017 alla Galleria Bianconi di Milano, via Lecco 20.

 

Minus.log è un collettivo che si dedica alla realizzazione di installazioni audiovisive, stampe e lavori pittorici formatosi nel 2013 dalla già sperimentata collaborazione tra Giustino di Gregorio e Manuela Cappucci. Giustino è attivo fin dagli anni ’90 come compositore (Sprut, 1999, Tzadik Records), videomaker e audiovisual artist (InterNos, Teramo, 2011; Festival E-fest Cultures Numériques, La Marsa, 2013). Manuela proviene dalla pittura informale einizia a dipingere alla fine degli anni ’90 partecipando a diverse esposizioni collettive e personali (Istantanee di mondi possibili, Villa Filiani, Teramo, 2011). Dall’unione di queste due sensibilità nasce una ricerca in cui materiale e immateriale si penetrano a vicenda, in cui musica e pittura, analogico e digitale, partecipano all’opera come elementi sinestetici di un’esperienza basata su un processo di sottrazione e riduzione dei mezzi. Allo stesso modo, l’autorialità dei due artisti si fonde nella partecipazione unitaria e indissolubile alla sua creazione.
Fra le maggiori esposizioni collettive e personali a cui Minus.log  si segnala: Stills of Peace, Scuderie Ducali Palazzo degli Acquaviva (Atri, Teramo, 2016), Unotrezerouno, Abbazia di Propezzano (Morro d’Oro, Teramo, 2016), HearteartH festival, (Berlino-Milano, 2016). Quello che rimane, Museolaboratorio ex manifattura tabacchi (Città Sant’Angelo, Pescara, 2016), FILE 2015. Electronic Language International Festival (San Paolo, Brasile, 2015), door/angelo della rivelazione/franco summa project (Castelvecchio Subequo, L’Aquila, 2014).
L’attenzione di Minus.log è concentrata sullo spazio vuoto, sulla pausa, su una comunicazione che nasce dal silenzio. Elementi semplici come linee di luce e forme minimaliste, interagiscono con superfici, sculture o ambienti che, accogliendo il rigore formale, giocano negli interstizi del senso e della logica portando in primo piano ciò che spesso è accantonato velocemente: l’errore, l’attesa, la ripetizione. Minus.log, nella creazione di ambienti immersivi, esplora e  invita ad esplorare un diverso rapporto con lo spazio e con il tempo, una dimensione nella quale sia possibile cogliere sfumature sottili e variazioni minime.

MINUS.LOG
Untitled (line)
solo show a cura di Martina Lolli

opening:
giovedì 9 febbraio 2017,  ore 18.00- 21.00

mostra: 09 febbraio – 04 marzo 2017
orari: lunedì- sabato 10.30 -13.00 /14.30-18.30

Galleria Bianconi,
via Lecco 20, 20124  Milano

per informazioni:
info@galleriabianconi.com  –
tel. +39 02 22228336

 

*Comunicato stampa

DISSOLVENZE - COLELLA, SARDELLA, SENIGALLIESI, 6 febbraio, AOCF58 -Roma

DISSOLVENZE – COLELLA, SARDELLA, SENIGALLIESI, 6 febbraio, AOCF58 -Roma #SAVETHEDATE #VERNISSAGE #ART [#MOSTRE]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, CS, cultura, eventi, mostre, turismo, viaggi, videoarte

VALENTINA COLELLA, PERLA SARDELLA,
BIANCA SENIGALLIESI


DISSOLVENZE

A cura  di  Annalisa Filonzi

Inaugurazione    
6 febbraio 2017, ore 18.00

AOCF58 – Galleria BRUNO LISI,
Roma


DISSOLVENZE
è una mostra che affronta temi esistenziali come la ricerca di se stessi, oggi resa ancor più contemporanea dalla frammentazione tra vita reale ed esistenza in rete, e il tentativo di rapporto con gli altri, che diventa ricerca di un contatto con un altro sempre più irraggiungibile, virtuale ed inconsistente. Queste ricerche mettono in evidenza la grande incomunicabilità e assenza e solitudine tra le persone, proprio nell’epoca in cui la quotidianità è dominata dalla comunicazione di massa.

Le tre artiste– Valentina Colella (Sulmona, 1984), Perla Sardella (Jesi, 1991), Bianca Senigalliesi (Senigallia, 1990) – si esprimono infatti attraverso i più attuali mezzi di comunicazione, trasformando video, social network, internet in un linguaggio artistico estremamente in linea con la contemporaneità dei contenuti. Il confronto con se stessi e con gli altri diventa nelle loro opere confusione tra figura reale e vita virtuale, un tema affrontato dalle tre artiste in modo diverso ma tutte attraverso la multidisciplinarietà, con una matura capacità, nonostante la giovanissima età, di mescolare in modo sperimentale linguaggi diversi– video, cinema, danza, performance, social network – per esprimere la loro visione.

L’opera di Valentina Colella 29 Station of the cross è la visualizzazione di una performance realizzata in rete che nasce da una perdita, un lutto molto grave di cui la notizia è arrivata attraverso facebook, nella quale l’artista, in ventinove tappe successive, fa scomparire la propria immagine dal web per riprendere contatto con se stessa e con la natura reale, tracciando sul proprio corpo le coordinate gps del percorso che la separa dal luogo fisico della tragedia; elementi della realtà che si astraggono in numero, ma anche un riferimento al volo, immagine che google frappone casualmente tra lei e la ricerca dell’ultimo luogo abitato da chi ha perso. Le tappe del volo, così trasformato in sofferta via crucis di interiorizzazione del dolore, si fermano a 29, numero ricorrente per l’artista, ad un passo dal 30, composto dalle due cifre perfette 3 e 0, a sottolineare che nell’opera, come nella sua vita, ci sarà sempre una parte mancante. Lo schermo del computer che riporta l’immagine dell’artista che man mano si dissolve è stata stampata su carta fotografica e va a disegnare una linea d’orizzonte che nella composizione non sa rinunciare alla verticalità del foglio, per avere la possibilità di guardare sempre in alto. L’opera è stata esposta nella mostra Gestures-Body Art Stories a cura di Valerio Dehò al Kaohsiung Museum of Fine Arts di Taiwan.

Comfort zone di Perla Sardella è un film documentario (13’29’’, HD, colore, stereo, con Sona Hovhannisyan e Hafid F., musiche di Carlo Maria Amadio) che racconta una situazione surreale, virtuale e reale nello stesso momento: un viaggio in una città sconosciuta, Dubai, basato sugli scatti autentici del giovane Hafid, che, dopo aver rubato un telefono cellulare, ha dimenticato di disattivare l’autosincronizzazione delle foto, permettendo alla legittima proprietaria di vedere sul proprio computer le immagini che Hafid raccoglieva. Le foto sono state pubblicate dalla derubata in un blog www.lifeofastrangerwhostolemyphone.tumblr.com alla ricerca di un contatto reale con il nuovo proprietario. La storia, raccolta in rete, su un social network, è diventata un’occasione per l’artista per riflettere sulla separazione tra lo spazio reale e quello digitale e la loro connessione con l’essere umano e sulla perdita di consistenza dei rapporti con l’altro. Comfort Zone è stato presentato nella sezione Italiana.corti della 33esima edizione del Torino Film Festival.

Woman in cam (video low-fi, 2015, durata 6’18’’) di Bianca Senigalliesi è un’improvvisazione di danza realizzata davanti alla webcam del computer, strumento a cui l’artista è legata attraverso delle cuffie, elemento ambivalente di isolamento o di contatto con il mondo esterno che si trova in rete. La danza, muta, alterna movimenti di autocompiacimento del proprio corpo a gesti che mostrano una femminilità alla ricerca della propria affermazione con un altro al di là dello schermo. Il video fa emergere tutta la complessità dell’essere donna, un essere composto di moti interiori dell’animo e gesti esteriori, che si confronta con lo schermo: muro protettivo ma anche medium di comunicazione con un altro di cui non si conosce la consistenza. L’opera rimanda a tutta la fragilità insita nella quotidianità dell’essere umano che si confronta con un mondo spesso solo immaginato e immaginario. L’opera è stata selezionata ed esposta tra le finaliste del Premio Nori de’ Nobili dal Museo Nori de’ Nobili di Trecastelli.

La mostra DISSOLVENZE è stata precedentemente esposta a Jesi lo scorso giugno nello spazio USB Gallery, una home gallery che come la porta usb dei nostri strumenti elettronici, attraverso cui oggi passano tutti i nostri pensieri, in maniera indipendente serve da collegamento tra le tante esperienze e riflessioni che attraversano l’arte.

Annalisa Filonzi


VALENTINA COLELLA, PERLA SARDELLA,
BIANCA SENIGALLIESI


DISSOLVENZE

A cura  di  Annalisa Filonzi

Inaugurazione                          
6 febbraio 2017, ore 18.00

dal 6 al 23 febbraio 2017
dal lunedì al venerdì ore 17.00 –19.30 (chiuso sabato e festivi)

AOCF58-Galleria BRUNO LISI,
via Flaminia 58 – Roma

tel:
06/3200317
06/3211880
00393388676337
aocf58@virgilio.it
www.aocf58.it

 

*Comunicato stampa