Lavoretti aka #gigeconomy. Prospettive? (pt.1) #economia #lavoro [#attualità]

attualità, comunicazione, cultura, giovedì, lavoro, libri, marketing, politica, pubblicità, quotidiani, social media, vita

Presa Diretta di alcuni sabati fa parlava di Gig Economy, una frontiera di lavoro collegata alle innovazioni che sta emergendo negli ultimi anni in tutto il mondo (Lavoratori alla Spina). Il termine è sconosciuto e gli articoli trovati online sono pochi (La Stampa, L’Internazionale, Forbes, Harvard Business Review, Rasmussen Collage, Il Sole 24 Ore).

L’obiettivo è costruire la propria autonomia come risorsa per essere indipendenti. Si conta la passione, la formazione, a casa o fuori, attraverso le tecnologie e si mette a disposizione la propria preparazione con prestazioni che offrono il massimo di sé.

Tra i problemi evidenziati nel nostro paese, su questi approcci, esiste il tema di aziende che esercitano poteri forti sui propri dipendenti; l’incapacità di considerare questa attività come un impiego vero e proprio; le umiliazioni cui si è sottoposti nell’accettare o ritrovarsi obbligati a condividere determinate condizioni di collaborazione, anche in caso di morte.

La Gig Economy è racchiusa nella categoria dei lavoretti. Una modalità di etichettatura sfruttata da molti politici durante l’ultima campagna elettorale. I risultati delle elezioni hanno visto l’alta presenza di una cittadinanza interessata alla partecipazione. Gli esiti, piacevoli o meno, hanno dimostrato che le persone ci sono e scelgono, mentre le sinistre scompaiono e falliscono. Chi potrà garantire i servizi minimi anche a chi decide di provare un lavoro autonomo di nuova frontiera?

In Inghilterra Uber è stata sottoposta a una feroce battaglia sociale con l’ottenimento di una sentenza storica a favore dei driver per le retribuzioni troppo basse. Una situazione vittoriosa che ha chiesto di verificare il modello di business all’azienda californiana. A Milano, alcuni mesi fa, si è dibattuto coi dirigenti della CGIL sulla questione della gig economy in epoca di digitalizzazione. La paura è riuscire a trovare strumenti idonei per governare l’innovazione e ridurre la frammentazione sociale per evitare speculazioni di ogni tipo (Camusso: «Contrattare il lavoro di domani»).

In questo momento il conflitto aperto in Italia è tra Job Act (PD), la sua abolizione, la Flat Tax (La Lega) il Reddito di cittadinanza (M5S), assieme alle consultazioni per le nomine di governo.

Nel frattempo Internet è molte cose, ma soprattutto è forza lavoro che si estende senza limiti. I soggetti coinvolti sono valutati dal pubblico in base alla propria performance. Le persone sono costrette a tenere un ritmo serrato per avere un rating (un giudizio) alto e ottenere una determinata visibilità per guadagnare di più. Il capitalismo sfrenato porta i fruitori all’accanimento e con il loro potere stabiliscono la misura dei servizi avuti in cambio con commenti e applicazioni. Si deduce, allora, che lo scontro avviene tra fasce di venditori e di acquirenti posti allo stesso livello mentre i produttori osservano lo show per studiare strategie sempre più avanzate e raffinate. Le alternative, i giochi di ingegno, oggi, offrono la possibilità di reinventare una pluralità di attività e renderle ideali nella massima serietà e lo scotto da pagare è la sopraffazione da parte di chi controlla il mercato del lavoro.

La nostra narrazione del reale, si svolge nella contemporaneità ed è costituita da esseri umani vivi che si sfiorano ancora, ma in certi momenti sembra di essere nelle opere letterarie dilanianti di Honoré De Balzac e Italo Svevo di fine Ottocento e inizio Novecento, con la differenza che la rivoluzione industriale questa volta si manifesta nella immaterialità e nell’uso di criptovalute.

Intanto in libreria è arrivato Lavoretti di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2018). Il titolo è aspro al punto giusto. Io ho bisogno di capire cosa ci attraversa e essere pronta alla conoscenza di un futuro che è qui, fin troppo presente. Avete avuto modo di spulciarlo?

Gli articoli pubblicati in precedenza su questo blog si sforzano di capire come le professioni creative sono fondamentali per il futuro (questo e questo) e cercano di collegare reale e virtuale con aspettative di natura socio-culturale, innovazione ed ecologia attraverso la comprensione delle dinamiche di politica e marketing.

Chi di voi è interessato a questi temi? e da quale punto di vista?

Riccardo Staglianò, Lavoretti, Einaudi, 2018

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Honoré De Balzac, La Commedia Umana, Mondadori, 2006
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Italo Svevo, Una vita, Garzanti, 2008
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Sono tornato, dettaglio film, di Luca Miniero (2018) - immagine presa dal web

Sono tornato di Luca Miniero #film [#recesione]

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Sono tornato è arrivato nelle sale nei primi giorni di febbraio. Parla del mito di Benito Mussolini. Un personaggio politico rimasto incastonato nella memoria italiana con la sua storica immagine di Piazzale Loreto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945.
La storia è una visione traumatica sul ritorno del Duce nel quartiere Esquilino di Roma ai nostri giorni (Massimo Popolizio). Un giovane documentarista cerca di comporre l’ennesima narrazione dedicata agli immigrati (Frank Matano). Lo scopo è farsi accettare da un’anziano direttore di rete coi genitori antifascisti, scalzato da una avvenente conduttrice pronta a essere sottomessa dal potere di un vecchio valore ideologico, trasposto ed equivalente, a quello mediatico (Gioele DixStefania Rocca).

Si tratta di un prodotto editoriale che ha suscitato molta attenzione in Germania e in Europa, che lì ha preso in considerazione la figura di Hitler sotto il punto di vista dello sberleffo grazie alla scrittura di Timur Vermes, alla regia David Wnendt, nel progetto intitolato Lui è tornato, uscito tra il 2012 e il 2015. Luca Miniero ha ricalcato un disegno che nasce da un libro e da un film noti. Ha creato e diretto una figura che guarda alla realtà dei fatti italiani in una situazione drammatica lasciata dissipare come uno spettro nelle giornate di comizio delle elezioni 2018.

I temi sono quelli del conflitto e della memoria e si avviano in due momenti cruciali: il ricordo di Mussolini a Claretta Petacci e l’affronto/confronto con l’anziana signora ebrea sofferente di Alzheimer. Il resto è superficialità, continua, rischiosa, che cerca di portare l’attenzione su degli stereotipi inefficaci se paragonati a quelli utilizzati – e riusciti – nei progetti precedenti di Benvenuti al Sud e Benvenuti al nord dello stesso autore. Come viene detto da questo articolo di Repubblica: il film è un tentativo di creare un ibrido tra cinema di fiction, cinema del reale e linguaggi televisivi (candid camera), che sfrutta il personaggio più incisivo del Novecento, prima di Silvio Berlusconi, in questo paese. Le nota positiva è la capacità attoriale straordinaria di Massimo Popolizio in vesti di dittatore fascista che attraversa l’Italia. L’argomento dell’assenza dei padri – di figure di riferimento per una intera generazione – è ben raccontato, ma l’odio in cui sfocia il longevo gerarca pone l’attenzione su un modo di fare inutile che è un fantasma di cui liberarsi al più presto.

Tra le scene più significative: i tentativi di provocazione che emulano show televisivi commerciali di caratura nazionale e i monologhi che si trasformano in offese gratuite il cui valore non apporta contributi a riflessioni valide. Se si volessero fare dei confronti vicini per comprendere alcune dinamiche di rappresentazione si può citare Viva L’Italia di Massimiliano Bruno. In quest’ultimo titolo e Sono tornato di Luca Miniero gli elementi comuni sono la politica, la morale e l’Italia. Nel primo caso, il ruolo di Michele Placido si espone con una garbata gentilezza fino a raggiungere una consapevolezza, nel secondo, invece, quello di Massimo Popolizio, si dosa una imposizione che si consuma tra complici sottoposti a una atrocità. Persone che osservano con ammirazione e giustificazioni un crimine efferato commesso su un cane in una guerra tra anzianotti masochisti. Che sia questo lo specchio della realtà?

Ho scritto questo articolo prima del voto, rimango d’accordo sulla lettura. Forse la risposta all’ultima domanda non occorre. Avete visto il film? Che ne pensate? Mi farebbe piacere leggere un vostro commento. Grazie!

Libri:

Lui è tornato di Timur Vermes
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Film:

Sono tornato di Luca Miniero
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Benvenuti al Sud di Luca Miniero
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Benvenuti al Nord di Luca Miniero
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Er ist wieder da – Lui è tornato di David Wnendt
(edizione tedesca)

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Viva L’Italia di Massimiliano Bruno
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Mirror #comunicazione

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, cultura, letteratura, mostre, recensioni arte

Alcuni mesi fa ho avuto modo di conoscere Paola Cimini in una guida d’arte presso la Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso. Uno di quegli incontri che pensi possano nascere e morire nell’istante in cui iniziano perché tanto belli e di confronto. Si è chiacchierato un po’ alla fine della visita e ho scoperto solo in seguito avesse una agenzia di comunicazione chiamata “Mirror”.

Lo specchio, un argomento a me caro per gli studi sul narcisismo, lo specchio a lei molto caro, base di questo suo progetto importante.

In seguito mi ha commissionato un articolo per il suo sito che avesse un punto di vista personale su un’opera precisa di Michelangelo Pistoletto. Ho scomodato anche qualcun’altro per rafforzare il discorso. Adoro le connessioni, le sinapsi, i collegamenti in natura che portano a una crisi dei modelli: i canoni.

Buona lettura!

Questioni di veduta.
Le connesse relazioni di Michelangelo Pistoletto agli specchi

 

Luca Varani, reportage e riflessioni #articoli #minimaetmoralia #nicolagioia

attualità, comunicazione, Narcisismo, quotidiani, vita

La questione nasce da qui, dall’articolo di Nicola Lagioia su Minima et Moralia, Un reportage sull’omicidio di Luca Varani (Clicca) da cui traggo le seguenti citazioni:

“Si sentiva realizzato quando riusciva a imbucarsi nella villa di qualche ricco. Poi però faceva sempre una cazzata. Così lo cacciavano a pedate”. “Mi è sempre sembrato un ragazzo molto intelligente. Aveva grandi capacità di seduzione”. “Diceva di avere origini francesi per darsi un tono. Non era vero”.”Cambiare sesso stava diventando un’ossessione”. “Voleva fare l’operazione e litigava coi genitori. Ma siamo a due passi dal Vaticano, mica nella Chicago dei fratelli/sorelleWachowski”. “Uno che rifilava fregature”. “Ultimamente si travestiva. A quanto pare era vestito da donna anche mentre ammazzavano quel poveraccio”. “Proprio perché si sentiva donna, voleva scoparsi solo gli etero o i bi”. “Mi fa pena. Vivendo in un mondo che in fondo ci disprezza, noi gay dobbiamo fare più fatica per costruirci una grammatica sentimentale. Ma in lui la mancanza di puntelli era eclatante. Non mi riferisco solo all’identità sessuale. Per la disperazione si era costruito un personaggio, un falso sé. Mandava in giro quello. La società offre decine di modelli vuoti se vuoi sottrarti alla fatica bestiale di capire chi sei”. “Suo padre è un uomo stimato. Ma come genitore era freddo e narciso. Ha dato pochi strumenti a Marco per orientarsi nella vita. Il che non significa nulla.Tanti padri fanno ben di peggio e non è che i figli diventano assassini”.

Se hai lasciato che il tuo io rimanesse schiacciato (dal mondo, dai genitori, dalla vita) sarai un eterno affamato che pensa solo a estinguere il bisogno. Manuel e Marco non sono in grado di vedere altro che se stessi. Io io io… Parlano di sé, del proprio dolore, delle proprie frustrazioni. Quando riescono a provare compassione, ancora una volta, è soprattutto per la propria persona. Io io io…come se l’ossessiva menzione di un pronome personale compensi la mostruosa insufficienza del suo corrispettivo reale. Se in fondo ti senti poco più di uno zero, ridurre l’altro a niente (ad esempio uccidendolo) può essere il mostro che porti dentro senza saperlo.”

Il tizio (Marco Prato) ha dato scandalo per un omicidio assurdo di Luca Varani, accaduto a Roma pochi mesi fa, ma in giro di questi soggetti ce ne sono tanti, davvero troppi, soprattutto maschi.
Andro’ controcorrente, sarò anacronistica, ma due sberle nette sui denti farebbero bene a questi soggetti. Cercano quest’attenzione e comprensione perché spesso i loro padri (soprattutto loro, rispetto alle madri) sono assenti. Cercano persone che le sappiano far reagire, scuotere, foss’anche verbalmente ed è un tormento averci a che fare, levarseli di torno, soprattutto se hai una forza e una volontà viva di reagire. Si aggrappano alle vite degli altri per la loro incapacità di avere una esistenza maturata attraversando le proprie crisi. E’ unitile che ci si prende in giro dicendo che l’aggressività non serve. Se l’assertività o l’umiltà non portano i loro frutti, non si riesce a divincolarsi dai loro atteggiamenti, a indirizzarli dai terapisti, beh, io sono a favore dell’occhio per occhio dente per dente con l’aggressione verbale. E’ un po’ come la scena assurda del film Mommy, dove la vicina di casa, non sopportando gli atteggiamenti del ragazzino che aiuta nello studio, arriva all’esasperazione perché tormentata e lo scaraventa a terra facendogli fare la pipì addosso dalla paura. Nel caso estremo si ristabilisce l’ordine, una regola.
Psicologi, sono pronta alla lapidazione, ma personalmente le varie forme di narcisismo mi hanno scassato l’anima e non si sostengono più. Che cavolo sta succedendo nelle nostre maledette famiglie?

Arte e Pubblico – E. H. Gombrich

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Eccomi qui, in Abruzzo nevica (o almeno fino a poche ore fa era così). Stamattina era tutto bianco e faceva un freddo tremendo, sono uscita fuori a fare due passi col cane e ho trovato lastre di ghiaccio ovunque. Oggi non guiderò l’auto neppure se hanno intenzione di pagarmi.
Ho approfittato del tempo per rileggere gli appunti presi sul piccolo volume di Ernst H. Gombric, Arte e Pubblico, terminato alcuni giorni fa. Una lettura essenziale, asciutta, molto critica, con una forte premura per il lettore non abituato a certe tematiche.

Al cuore del progetto è posto l’artista, affiancato da esperti e utenti comuni. L’autore stabilisce un limite, permette di capire come nel corso dei processi storici si siano verificate trasformazioni senza le quali molte idee non sarebbero progredite, e pone, al centro della discussione, l’attenzione verso il progresso, cioé l’esatto momento in cui è l’evoluzione di pensiero ha permesso alla tecnica scientifica di inserirsi ed essere una priorità secondo cui ogni cosa, nella sua fase di produzione, dovrebbe corrispondere al periodo che la rappresenta, e andare di pari passo a esso. Lo studioso afferma, in sostanza, che molti degli aspetti sorti nella ricerca del soddisfacimento dei bisogni estetici dei gruppi umani (artisti, esperti, pubblico) non sarebbero dovuti alla necessità di un dialogo di confronto, piuttosto a un innalzamento di muri costituito da cerchie.

L’idea che mi sono fatta, e che sembra suggerire, è questa: se noi riponessimo l’attenzione appagando solo le cose che conosciamo e ci rassicurano come singoli o come entità di persone, il gusto non si raffina, piuttosto si racchiude in una situazione fino alla sua castrazione. In pratica Gombrich vuole suggerirci che esistono molte forme di pensiero distinte che si ostacolano a vicenda per mancanza di apertura, e proprio questa assenza, potrebbe aver dato adito all’insorgenza del kitsch, inteso non come categoria estetica, ma a un dominio dell’uno sull’altro in fatto di gusto.
Un ragionamento che puo’ essere ricondotto in semplicità al seguente dialogo:

A: “Io ho questo”
B: ” Tu hai quello? Bene, allora io ho questo, e ho anche quello,  ma li potenzio all’ennesima potenza  così il mio è migliore di tutti e ti schiaccio perché sono il più forte a determinare la tendenza verso cui andare”.

Se si ragiona blandamente come le due righe stringate da me riportate poco fa, subentra l’azione psicologica dell’irrisolto, cioé un capriccio sfruttato per calpestare l’altro falsificando la natura delle cose ghettizzandole, stabilendo un marchio di riconoscimento e di appartenenza, chiudendo il significato stesso di arte ad una cerchia senza respiro.

In un certo senso l’attenzione di Ernst H. Gombrich mi pare non lontana da quella riposta nelle parole di Luca Beatrice in un articolo di alcuni giorni fa che trovate cliccando qui, da cui traggo le seguenti parole:

“Ai curatori italiani non interessa fare gioco di squadra. Convinti sostenitori della globalizzazione, di un’arte senza identità locale, sono abili manovratori di situazioni e carrieristi di professione. Tutto ciò che fanno è pro domo loro, cercano di non sbagliare una mossa o quantomeno di non compierne di azzardate e perciò preferiscono al limite ripescare vecchi e inossidabili maestri. Mentre occupano importanti posizioni nei musei internazionali, l’arte dei loro coetanei langue in una mediocrità assoluta. Non gliene importa nulla di valorizzare il patrimonio della loro generazione perché ciò non fa cassa e non restituisce abbastanza prestigio.Così i giovani artisti italiani, abbandonati a se stessi, il più delle volte agiscono da indipendenti, superano la figura del critico fedele e complice e si organizzano mostre ed eventi per i fatti loro. Ma questo è segno di grande debolezza, perché alla fine i critici somigliano a grigi burocrati, quando invece l’arte si è sempre fatta negli studi, nelle accademie, in luoghi disagiati e non troppo fighetti. Insomma se qualcuno dei nostri brillanti curatori di successo volesse spiegarci quale ricetta esiste per l’astenia e il malessere dell’arte italiana, gliene saremmo davvero grati.”

Che dire?
Buona lettura!

Elena Ferrante – Adele

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Di tanto in tanto mi fermo davanti al pc a leggere qualcosa, cercavo la classifica delle regioni italiane più redditizie e ho trovato una chiarissima intervista a Elena Ferrante, la nota scrittrice italiana famosa negli Stati Uniti, la cui identità è celata dietro questo pseudonimo.
Non ho mai sfogliato i suoi libri, quando un caso diventa clamore mi sento come fossi un brutto oggetto indotto al consumo di qualcosa che mi renderà più triste, e allora evito.
Nel documento pubblicato sul quotidiano Il sole 24 Ore, illuminanti sono le risposte che offre in merito ai suoi lavori.
Ci penso da ieri, stanotte, stamattina ne ho urgenza di collocarla in questo mio spazio perché voglio contribuire alla diffusione di questo messaggio.
Riporto alcuni stralci:

Ci può spiegare perché ha deciso di tenere segreta la sua identità – di mantenere questa “assenza”, come ha detto, rispetto al mondo editoriale e alla promozione dei suoi libri?
Ritengo che sia un errore, oggi, non tutelare la scrittura garantendole uno spazio autonomo, lontano dalle logiche dei media come del mercato. La mia piccola battaglia culturale, che dura da quasi venticinque anni, si rivolge soprattutto ai lettori. Penso che l’autore vada cercato non nella persona fisica di chi scrive, non nella sua vita privata, ma nei libri che ne portano la firma. Fuori dei testi e delle loro strategie espressive c’è solo chiacchiera. Restituiamo vera centralità al libro e poi, se è il caso, discuteremo degli usi possibili della chiacchiera a scopo promozionale.

Pensa che la fama può arrecare sempre danni all’opera di uno scrittore, o all’opera di qualsiasi persona creativa?
Non lo so. Credo semplicemente che oggi sia un errore lasciare che la propria persona diventi più nota della propria opera.”

Si tratta di una posizione molto netta che condivido nella sua totalità. Buona parte del successo è dato proprio dall’alone di mistero di cui è dotato e che va a suo favore. E’ necessario tornare al contenuto stabilendo una giusta linea di demarcazione sul valore del testo e su chi scrive.

Cosa sta succedendo al mercato editoriale?

Da Fabio Fazio, Adele, la cantante inglese di fama internazionale, ha dichiarato che la scelta di pubblicazione del suo ultimo album ha voluto percorrere una traiettoria differente: tornare ad acquistare un disco non distribuendolo in anteprima su internet, coi classici stralci messi come appetizer, ma avere in custodia l’intero prodotto sfornato destinato alla vendita per un pubblico che tocca con mano qualcosa, una memoria.
Hello si è fatto da garante, ha ottenuto un successo stratosferico grazie anche alle parodie social, e ha trainato e trascinato le vendite a dei livelli alti di guadagno nel mercato mondiale della musica.

 C’è qualcosa di antico in queste azioni che mi fa molto riflettere.

L’intervista intera all’autrice, Qui

Adele e Fabio Fabio su Rai tre da youtube:

Curatori – riflessione volante

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Leggevo l’intervista di Santa Nastro rilasciata dall’artista Luigi Ontani su Minima&Moralia (clicca). La parte che mi ha colpito di più è questa:

E i curatori?

Non sto facendo alcuna battaglia, ma constato che non sono d’accordo con i curatori, perché loro hanno preconcetti. Sono dei sudditi, non sudditi dell’idea, ma del sociale. Quindi propongono dei progetti che sono il loro punto di vista, anche quando sembrerebbe che stanno facendo qualcosa che appartiene a un panorama più ampio. Non è così, deformano la storia perché non sono interessati a chiarirla. Se devo essere polemico, lo sono con i curatori. E infatti sto evadendo delle mostre: non vedo perché devo essere fatto a pezzi dall’ultimo arrivato. Nessuno si comportava così. Anche i critici più esibizionisti esponevano le cose tenendo conto dell’idea dell’artista, invece i curatori di oggi non mi sembra che facciano questo.

Da diversi anni lavoro in questo campo, giro e leggo riviste di arte contemporanea. La cosa che mi risulta più difficile è quella di recensire una mostra, soprattutto se essa ha un impianto collettivo, proprio perché non si dimostra il presupposto, la costruzione di una riflessione oggettiva che vada oltre, si spinga oltre, faccia riflettere un visitatore comune che sceglie di visitare una esposizione (a pagamento o gratuita) per accrescere il suo sapere, il valore della propria coscienza. Il tema spesso è vago, gli artisti sono uniti con scopi indecifrabili tra loro come se mancassero criteri di coerenza, coesione e condivisione, il contesto è preso in considerazione in alcuni casi, in altri no, come se certe condizioni non fossero più necessarie.

A volte, penso di essere troppo esigente, e quando provo a scrivere, vedo che tutto avviene con molta sofferenza, rinuncio, poiché il cuore di quelle cose non è veramente arrivato al mio intimo. Perché sforzarsi sul nulla per il nulla?
Il problema c’è, esiste, e non lo avverto solo io, ma anche chi l’arte stessa la realizza, ed è confortante.

La dichiarazione che sto scrivendo non è certo una novità. E’ sistematico che chi ha più esperienza di me conosce le segrete vie della comunicazione e del modo di attrarre a sé un pubblico, ma l’occhio allenato nell’osservazione permette di rendersi conto che quando mancano dei riferimenti precisi nelle didascalie, e compaiono i nomi delle gallerie, si sta sottraendo un requisito basilare come quello della accessibilità alla conoscenza, soprattutto se le esposizioni avvengono in luoghi pubblici e senza pagamento di un biglietto.

Spesso rifletto anche sulle recensioni. Quasi nessuno tira fuori l’aspetto analitico, un punto di vista che si connetta col mondo e apra ad altre forme di dialogo, soprattutto in quelle riviste di settore che macinano giornalmente articoli come fossero caramelle. In alcuni casi, ho letto, addirittura, di stesure compiute da uno stesso curatore per la propria mostra oppure per un’unica esposizione ma su due riviste diverse con contenuti simili e non differenti firmati da uno stesso autore.
E’ una situazione davvero fuori controllo, soprattutto per coloro che si prestano a questo gioco al massacro senza retribuzione.

Mi chiedo sempre quali siano questi temibili personaggi che ci inseguono, ci fanno sentire fuori luogo in questa corsa, come se tutti dovessero dimostrare a qualcuno che esistono e meritano. Poi mi fermo e dico: << ma vaffanculo! >>.
La dignità è una cosa sana da preservare, occorre molto coraggio per resistere.

Oscar Luigi Scalfaro ha realizzato questa dichiarazione nel 1993, quando fu attaccato attraverso una sorta di manipolazione che voleva infangarlo per presunte tangenti.
Un discorso a reti unificate, non programmato.
Era il 3 novembre, il giorno del mio compleanno.
Avevo 12 anni.

Sostanza dei giorni miei

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Alcuni mesi fa venni in contatto con questo articolo mentre giravo nei meandri di facebook. Molti approvarono quanto riportavo. Ci fu un mio compagno di corsi che espresse la sua posizione di non accettazione di Kierkegaard in modo vivo. Fa strano leggere un uomo che esprime la sua sensibilita’ in modo pulito in una liberta’ di questo tipo. La compagna che lo ama, e’ una donna molto fortunata. Lui non ha paura di amare se riconosce che quello e’ il momento giusto, la cosa, la persona verso la quale andare a costo di cambiare l’intera propria esistenza.
Non ho mai studiato filosofia nella mia vita, almeno non alle scuole superiori. Ho avviato una ricerca del tutto diversa per fatti miei, col tempo, scegliendo tra la collezione di libri che raccolsi collezionando volumi che oggi conservo nella mia camera.

La ama troppo per accettare di vivere una singola vita con lei. Vorrebbe amarla nell’infinito. Ma l’infinito non appartiene alla creature, che riconoscono l’eternità solo nella infinita differenza qualitativa che li separa da Dio. Allora: “Aut-Aut”. O distruggere, esperendola, la vita con lei; oppure lasciarla, abbandonarla per sempre, e soffrire indicibilmente. Tornato dalla sua passeggiata a Gilleleje, il ventottenne Søren Kierkegaard sceglie la seconda opzione. La lascia. Senza nessuna spiegazione. Lei tenta il suicidio. Lui è sull’orlo della follia. Poi, com’è normale, Regina si rifà una vita. Dopo sei anni sposa il suo precettore, Johan Frederik Schlegel. Kierkegaard ne è profondamente scosso. Lei, che come Arianna da Teseo non seppe mai perché venne abbandonata, lo guarda ogni giorno passeggiare per le vie di Copenaghen.
E lui la pensa, continuamente. A volte vorrebbe parlarle, tornare da lei. Poi si ricorda della sua maledizione. E si ferma. E scrive. Scrive libri geniali che cambiano per sempre la filosofia europea; ma non li firma col suo nome, quel nome di un uomo che non voleva esistere. Gli autori sono tanti, maschere di una personalità che si celava a se stessa: Victor Eremita, Johannes de Silentio, Costantine Costantius. Lui, Søren Kierkegaard, è nascosto dietro di essi. Ciò che non disse a lei – il perché lui l’abbandonava – diventa così il tema fondamentale della moderna filosofia occidentale. Poi un giorno di primavera del 1855 gli arriva la notizia: Regine lascia Copenaghen. Seguiva suo marito alle Isole Vergini, allora dominio danese. Søren la cerca invano nel centro della città per dirle addio. Ma non la trova. Poi lei sbuca improvvisamente da una via. “Volevo solo dirti che ti ho perdonato. E che non ho mai smesso di amarti. Dio ti benedica. Spero tutto il meglio per te”. Lui non riesce neanche a risponderle. Rimane impietrito, la saluta con un cenno del cappello. E la vede scomparire. Passano quattro mesi. Mentre passeggia per Copenaghen, Kierkegaard sviene. Muore per cause misteriose. Muore di dolore. Quando Regine torna dai Caraibi, nel 1860, scopre che lui le ha lasciato in eredità tutto: i suoi risparmi, i libri, la casa. Come fosse sua moglie. Come se avessero potuto viverla, la vita. Come se l’amore fosse stato più forte dell’angoscia. Alla notizia della morte del filosofo, la donna si sentì mancare il terreno. Non capiva più il mondo. Era spaesata in un modo terribile, quasi non sapesse più dove si trovasse. Una sensazione orribile, identica a quella di vent’anni prima. Quando lui, senza nessuna ragione, l’aveva lasciata.

Trovo sia assurdo essere impossibilitati a muoversi. Rimanere condannati a un giudizio lesivo di chi ha condizionato la tua crescita attraverso la paura, l’abbandono o una lontananza. Ho scelto di selezionare questi punti poiché  li trovo davvero intensi.
Io credo che l’acqua del fiume torna sempre al mare, nel bene o nel male. Ancora una volta dico, voglio affermare, che la giustizia esiste.
Tutti abbiamo bisogno di nuove possibilità. La volontà fa la differenza.
Questo stralcio mi commuove immensamente, l’intero articolo cliccando qui.

Sono in cucina, scrivo da cellulare. Il cane ringhia vicino alla finestra – forse ha sentito un gatto. Piove. La tv manda in onda pacchi, mi faccio una tisana.

Desidero/disprezzo

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Appunti di letture mattutine di apparente non studio:

Il soggetto desidera, ma non sa cosa. Nella sua fluttuazione d’animo, incrocerà un essere fornito di qualcosa che gli manca e che sembra dare a quest’ultimo una pienezza che egli non ha. Questa pienezza evidente, così vicina e così lontana, è ciò che propriamente lo affascina. Il desiderio non saziato del soggetto sembra porre sempre la stessa domanda al modello: «Cos’ hai tu più di me?» (per sembrare così felice, per avere una donna così graziosa, per essere preferito dalla direzione, ecc.).

Fissare la propria ammirazione su un modello, è già riconoscergli o concedergli un prestigio che non si possiede, ciò che equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano. Non è ovviamente una posizione delle più comode ma l’uomo che prova ammirazione e che attraverso essa invidia l’Altro, è innanzi tutto qualcuno che si disprezza profondamente.

René Girard e la Teoria del desiderio mimetico
Continua

Resoconti artistici, letterari e culinari.

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Sono giorni che cerco di trovare un argomento interessante di cui parlare sul blog, se non altro per sbloccarmi da un’apatia da trapasso che rallenta ogni facoltà mentale. Dovrei raggiungere alcuni aspetti che ritengo importanti superando alcune fasi che mi hanno riguardato. Sono sempre più convinta dell’autenticità di ogni atto che compio, e credo sia molto scomodo per gli altri ascoltarmi, ma rimango sempre ferma sulle mie posizioni portando avanti le scelte di vita che ho intrapreso a costo di sembrare sfigata, irriverente e fastidiosa, soprattutto a chi non vuole più interessarsi.

Questo post è un mix di elementi che ho trattato nelle ultime settimane. Una forma di contaminazione culturale che confluirà nella segnalazione di alcune cose utili e futili per la nostra esistenza, offrendole in dono con un pacco di interconnessi sfoghi liberatori.

Inizio con una recensione su una mostra curata da una giovane curatrice teramana e intitolata Deborderline. Clicca qui per leggere.
Si tratta di un articolo che ha visto prima della sua pubblicazione mille e mille seguiti professionali, che voglio dire: neppure Chruščëv ha avuto tanti problemi nel dover effettuare un discorso ai tempi della sua resa.

Vi segnalo anche i ragazzi di Minimal Cinema.
Loro hanno lavorato su un documentario dedicato alla figura dell’artista americano Anton Perich. Si tratta di alcuni trailer che si trovano Qui.
Il progetto completo visto il 13 maggio, evidenzia una realtà parallela completamente diversa e sconosciuta sul periodo d’oro dell’arte negli Stati Uniti all’epoca di Andy Warhol.
Siamo tutti vittime accondiscendenti di un meccanismo che fagocita e corrode. Siamo figli di una logica di delirio lanciata e amplificata dal re della pop art in maniera sempre più esponenziale. La capacità degli autori è stata di trovare la giusta distanza nella descrizione di un personaggio che ha saputo gestire la sua ossessione, carpendone dinamiche, e frequentando quegli ambienti con un grande distacco di osservazione, restituendo una lettura amplificata della sua identità nel proprio codice linguistico.
E’ una produzione che guarda e indaga le cose in una chiave consapevole e nostalgica.
Vi consiglio di approfondire.

Ho terminato il volume Le Pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane di Tomaso Montanari (Minimumfax, 2013). Chi conosce lo studioso è cosciente del fatto che i suoi piccoli volumi racchiudono denunce su denunce su condizioni legate allo stato della cultura in Italia e sulla posizione a margine che viene assegnata agli storici dell’arte. Lo scritto non tralascia i casi noti di cronaca culturale evidenziati dagli organi di stampa, ma ne narra con attenzione le dinamiche non conosciute dal grande pubblico. Loda chi, meritatamente, ha denunciato e tutelato il patrimonio da atti di sciacallaggio e deturpazione per meri fini personali. E’ un volume piccolo e intenso, che si sofferma sulla potenza del marketing emozionale come strumento di distruzione di massa, ma che narra come L’Aquila terremotata sia un simbolo di una incresciosa situazione che sembra non voler mutare dalle volontà politiche.

Ho assistito alla inaugurazione della personale di Mario Vespasiani curata da Lucia Zappacosta presso l’Alviani ArtSpace di Pescara, domenica scorsa (clicca).

Non ho visto nessun film che mi potesse colpire tanto da scriverci qualcosa di meritevole.

 Ho ripreso a cucinare.
L’ultima creazione sono stati gli Gnocchetti di pesce allo zafferano.
Una ricetta inventata al volo e con pochissimi ingredienti: gnocchi di patate, zafferano, tre asparagi, tre zucchine, un mix di pesci di vario tipo (totani, calamari, panocchie, gamberi, mazzancolle, vongole ecc.), prezzemolo, aglio e cipolla, pepe e sale quanto basta.

Se volete una descrizione più dettagliata commentatemi – anche se la modalità di preparazione è a intuitiva già dalla lettura dei singoli ingredienti.

Ci stiamo a leggere!

 

Tanti auguri!

televisione, vita

Prima di lasciarvi per le feste voglio dire che cliccando qui e qui avete la possibilità di leggere i miei ultimi due articoli dedicati a Masterpiece, il nuovo talent di Rai 3 dedicato alla scrittura.

Buon Natale a tutti e felice anno nuovo.
Amalia