Pasolini: un delitto italiano di Marco Tullio Giordana

arte contemporanea, cinema, cultura, film, libri

Scrivo col filtro dell’inverno; sono seduta vicino alla finestra, nevica e sono contenta.

Pasolini: un delitto italiano è il docu – film di Marco Tullio Giordana uscito nel 1995, di cui esiste anche un omonimo libro.

E’ un lavoro complesso; del resto riflette tutta la storia costruita, letta e narrata da giornali, studi e notizie, dedicati all’assassinio di Pierpaolo Pasolini, avvenuto il 2 novembre 1975.

Il regista, assieme ai suoi sceneggiatori, costruisce una pluralità di punti di vista. Compie un’indagine che non ha il compito di stabilire chi ha commesso quell’efferato delitto, ma piuttosto far comprendere come siano accaduti quegli eventi, seguendo una pista che terminerà in una in maniera troppo buia, senza nessun ulteriore ricerca, nel rispetto di una personalità imponente e prorompente della Cultura italiana.

Mi hanno colpito gli sguardi nei primi piani e gli accostamenti dati a essi, assieme alla delicatezza della narrazione.

Due scene sono importanti per capire quanta verità ci sia dietro l’immenso patrimonio filmico pasoliniano, che si riflette – e contraddistingue – anche nel lavoro di Giordana, con echi scenografici di rimando ad Accattone, La Ricotta e Uccellacci e uccellini – opere che raramente passano nelle nostre tv, a orari accessibili.

Come dicevo, gli sguardi messi a confronto, e incrociati nel fluire della visione, sono dell’attore di Pino Peluso – il presunto killer – e Pasolini; della mamma del primo e della cugina del secondo.

Primissimi piani a occhi che si abbassano e mentono, con risposta a una non paura, fedeltà a ciò che si è, per appartenenza e rispetto dell’altro, aprendosi a verità e confronto; fissando la controparte.

Non aggiungo altro; è giusto così. Ognuno credo debba farsi un’idea scrutando con i propri occhi l’intera vicenda.

Vi racconto però un aneddoto della mia vita che mi ha colpito andando al Maxxi di Roma nell’aprile scorso.

Camminando tra i diversi piani, arrivo una stanza buia dove c’era una macchina che d’improvviso puntava i fari nel vuoto; la fisso cercando di carpire qualcosa di familiare – catturava troppo la mia attenzione per rimanere indifferente. Non trovando altre informazioni vado oltre; entro in un’altra sala; esco e scopro che la didascalia del lavoro precedente era dietro una tenda, non visibile con facilità ai visitatori. Leggo il titolo: Alfa Romeo GT veloce; rimango pietrificata.

Elisabetta Benassi crea una riproduzione della macchina dell’assassinio del poeta; anche quei fari dichiaravano di voler far luce ancora una volta su questa storia.

Consiglio di vedere entrambe le cose, se ne avete occasione.

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